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No ipocriti

Sì cristiani senza trucco (Mt 22,34)

XXXI Domenica A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

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23,1-12 Tre parole per non fare i “furbi” [1]

Il messaggio della Chiesa oggi si può riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”“.
Un invito che, come si legge nel libro del profeta Isaia (1,10.16) riguarda proprio la conversione: “Prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio. Lavatevi, purificatevi!”, ovvero: “Ciò che voi avete dentro che non è buono, quello che è cattivo, quello che è sporco, deve essere purificato”. 
[..] La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia: andiamo in tintoria e usciamo puliti. Si toglie col “fare”. La conversione è fare una strada diversa, un’altra strada da quella del male. 
Altra domanda: “E come faccio il bene?”. La risposta viene ancora dal profeta Isaia: “Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Per ognuno di noi significa: vai dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto dolore; e così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore. Tu sarai purificato! Questo è l’invito del Signore. [..]
Se faremo questo quale sarà il dono del Signore? “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana”. 
Persino di fronte alla nostra paura o titubanza - “Ma, padre, io ho tanti peccati! Ne ho fatti tanti, tanti, tanti, tanti!” - il Signore ci conferma: “Se tu vieni per questa strada, nella quale io ti invito, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.
La terza parola, la finta. Nel Vangelo di Matteo (23,1-12) Gesù parla degli scribi e dei farisei. Anche noi facciamo i furbi, da peccatori: sempre troviamo una strada che non è quella giusta, per sembrare più giusti di quello che siamo: è la strada dell’ipocrisia. 
Gesù parla di quegli uomini cui piace vantarsi come giusti: i farisei, i dottori della legge, che dicono le cose giuste, ma che fanno il contrario. A questi “furbi” piacciono la vanità, l’orgoglio, il potere, il denaro. E sono ipocriti perché fanno finta di convertirsi, ma il loro cuore è una menzogna: sono bugiardi. Infatti il loro cuore non appartiene al Signore; appartiene al padre di tutte le menzogne, a satana. E questa è la “finta” della santità. È un atteggiamento contro il quale Gesù ha usato sempre parole molto chiare. Egli infatti preferiva mille volte i peccatori agli ipocriti. Almeno i peccatori dicevano la verità su loro stessi: “Allontanati da me Signore, che sono un peccatore!” (Lc 5,8). Così aveva fatto “Pietro, una volta. Un riconoscimento che invece non affiora mai sulla bocca degli ipocriti, i quali dicono: “Ti ringrazio Signore, perché non sono peccatore, perché sono giusto” (cf. Lc 18,11).
Ecco allora le tre parole su cui meditare: l’invito alla conversione; il dono che ci darà il Signore e cioè un perdono grande; e la “trappola”, cioè “fare finta” di convertirsi e prendere la strada dell’ipocrisia. Con queste tre parole nel cuore si può partecipare all’Eucaristia, la nostra azione di grazie”, nella quale si sente l’invito del Signore: “Vieni da me, mangiami. Io cambierò la tua vita. Fai la giustizia, fai il bene ma, per favore, guardati dal lievito dei farisei, dall’ipocrisia”.

23,4 Comunicare ciò che si è contemplato (EG 150) 

Gesù si irritava di fronte a questi presunti maestri, molto esigenti con gli altri, che insegnavano la Parola di Dio, ma non si lasciavano illuminare da essa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). L’Apostolo Giacomo esortava: “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo” (Gc 3,1). Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è “comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato” [2]. Per tutto questo, prima di pre¬parare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri, perché è una Parola viva ed efficace, che come una spada “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Questo riveste un’importanza pastorale. Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “ha sete di autenticità [...] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile” [3].

23,1-12 No ipocriti, Sì cristiani senza trucco [4]

Il cristiano truccato
La quaresima dunque ci invita ad aggiustare, a sistemare la nostra vita. È proprio questo che ci consente di avvicinarci al Signore. Egli è pronto a perdonare.
“Io ti cambio l’anima”: questo ci dice Gesù. E cosa ci chiede? Di avvicinarsi. Di avvicinarsi a lui. Lui è Padre; ci aspetta per perdonarci. E ci dà un consiglio: “Non siate come gli ipocriti” (Mt 23,1-12). Lo abbiamo letto nel vangelo: questo tipo di avvicinamento il Signore non lo vuole. Lui vuole un avvicinamento sincero, vero. Invece cosa fanno gli ipocriti? Si truccano. Si truccano da buoni. Fanno la faccia da immaginetta, pregano guardando al cielo, facendosi vedere, si sentono più giusti degli altri, disprezzano gli altri. E si vantano di essere buoni cattolici perché hanno conoscenze tra benefattori, vescovi e cardinali.
Questa è l’ipocrisia. E il Signore dice no, perché nessuno deve sentirsi giusto per suo giudizio personale. Tutti abbiamo bisogno di essere giustificati e l’unico che ci giustifica è Gesù Cristo. Per questo dobbiamo avvicinarci: per non essere cristiani truccati. Quando l’apparenza svanisce si vede la realtà e questi non sono cristiani.

I cristiani senza trucco
Ma qual è il segno che siamo sulla buona strada? Lo dice sempre la Scrittura: difendere l’oppresso, avere cura del prossimo, dell’ammalato, del povero, di chi ha bisogno, dell’ignorante. Questa è la pietra di paragone. Gli ipocriti non possono fare questo, perché sono tanto pieni di se stessi che sono ciechi per guardare agli altri. Ma quando uno cammina un po’ e si avvicina al Signore, la luce del Padre fa vedere queste cose e va ad aiutare i fratelli. E questo è il segno della conversione.
Certo questa non è tutta la conversione; perché essa è l’incontro con Gesù Cristo. Ma il segno che noi siamo con Gesù è proprio questo: curare i fratelli, i più poveri, gli ammalati come il Signore ci insegna nel vangelo.
Dunque la quaresima serve per cambiare la nostra vita, per aggiustare la vita, per avvicinarsi al Signore. Mentre l’ipocrisia è il segno che noi siamo lontani dal Signore. L’ipocrita si salva da se stesso, almeno così pensa; mentre il segno che ci siamo avvicinati al Signore con spirito di penitenza e di perdono è che noi ci prendiamo cura dei fratelli bisognosi. Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore.

23,4-7.13.23 La condanna dell’ipocrisia [5]

Con l’aggettivo “ipocriti”, Gesù condanna i ministri che adulterano in modo sofisticato la purezza della casa di Dio. A loro rinfaccerà che “legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente” (Mt 23,4-7). Dirà loro chiaramente che sono strumento di conflitto tra il popolo e Dio: “Chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13), “pagate la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23).

 

NOTE

[1] Meditazione, 3 marzo 2015.
[2] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 188, art. 6.
[3] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), 76: AAS 68 (1976), 68.
[4] Meditazione, 18 marzo 2014.
[5] Il tempio nella vita del cristiano, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 171-82.

 

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