Il Vangelo del giorno (Bose)

 

Una preghiera

che genera comunione

Fratel Salvatore - Bose

28 ottobre 2017


12 In quei giorni Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: 14 Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; 16Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Lc 6,12-16

I vangeli riferiscono che Gesù amava ritirarsi in luoghi solitari, rimanere a lungo a vegliare (Lc 5,16). Egli ha vissuto un dialogo profondo con il Padre, la cui volontà scrutava nelle Scritture; dalla preghiera riceveva forza e discernimento.
Del suo ministero la preghiera scandisce i momenti cruciali, come avviene anche in occasione della chiamata dei dodici apostoli. Secondo il racconto di Luca, Gesù se ne andò (letteralmente: “uscì”) su un monte e passò tutta la notte a pregare. La preghiera è frutto di un esodo, di un’uscita da sé per incontrare in Dio il fratello, la sorella; uno spazio dischiuso all’altro che genera comunione: la scelta dei Dodici.
Gesù cerca la comunione e la vive in primo luogo nella cerchia della sua comunità, con coloro che ne condivideranno più da vicino la vita e saranno i suoi più stretti collaboratori. Egli sceglie i Dodici dal gruppo più ampio dei discepoli, e tra essi figurano Simone e Giuda, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica.
Conosciamo la portata simbolica del numero “dodici”, come le dodici tribù provenienti dai figli di Giacobbe che componevano il popolo di Israele. Con questa scelta, libera e gratuita, Gesù allude a una rinnovata riunione del popolo di Israele iniziata già con il suo ministero.
L’elenco dei nomi esprime una diversità di volti, storie, vissuti; vi compaiono pescatori, un esattore delle tasse per conto dei romani, un militante nel movimento degli zeloti di resistenza all’occupazione... La chiamata del Signore raggiunge i discepoli nella propria condizione di vita, supera le differenze umane e sociali, ricomponendole in sé.
Solo Luca precisa che è stato Gesù in persona a dare loro il nome di “apostoli”. L’apostolo è strettamente in relazione a colui che lo invia, parla a nome suo ed è testimone della sua volontà. Come è stato per Gesù nei confronti del Padre: “Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha inviato è veritiero” (Gv 7,18); “Io dico quello che ho visto presso il Padre” (Gv 8,38).
Gli apostoli sono chiamati innanzitutto a stare con il Signore (Mc 3,14), a condividerne le motivazioni e lo stile di vita; a entrare nei pensieri e nel cuore di Gesù che vibrava al vedere la condizione umana attraversata dal dolore e dallo spaesamento: “Vedendo le folle, ne sentiva compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Mt 9,36).
Alla sequela di Gesù impariamo l’amore del Padre verso ogni essere umano: un amore senza calcoli e senza distinzioni. Ci è chiesto un cuore disposto a compatire, a lasciarsi toccare, per essere nella gratuità il segno visibile della compassione di Dio, iniziando dalle persone concrete che incontriamo: “Ogni giorno siamo circondati da sciami di attese: quelle delle persone che ci domandano l’aiuto di una parola, di uno sguardo, di un gesto, o di una semplice stretta di mano” (E. Borgna).
Attraverso semplici gesti possiamo propagare speranza, aprire spazi di salvezza, restituire linfa a ciò che sembrava perduto per sempre.