Il Vangelo del giorno (Bose)

 

Parole per noi oggi

Fratel Luigi - Bose

19 ottobre 2017


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «47 Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48 Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. 49 Per questo la sapienza di Dio ha detto: «Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno», 50 perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo: 51 dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52 Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito». 53 Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54 tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.
Lc 11,47-54

Quando la parola del vangelo è dura, come qui, ci invita all’umiltà e allo sforzo di andare in profondità. Dobbiamo vincere la tentazione di ascoltarlo solo quando accarezza le nostre orecchie. Allora siamo di fronte a un Gesù irritato e violento?
Qualche chiarimento innanzitutto. La parola “guai” (greco “ouai”, che sta per l’ebraico “hoj”) ricorre spesso nei testi profetici e non esprime maledizione, ma denuncia il peccato e mette in guardia gli interlocutori dalle conseguenze nefaste cui esso può condurre. Dunque allo stesso tempo è un grido accorato che invita alla conversione (che resta sempre possibile) e un lamento di commiserazione di fronte a chi procede ostinatamente su vie di morte.
Secondo chiarimento: nella misura in cui sono parole evangeliche, sono “per noi”, e dunque non solo per “i farisei e i dottori della legge” del passato. Questi ultimi sono una categoria senza tempo, che puntualmente prende corpo ovunque la fede si trasforma in “religione”, cioè in ritualismo, apparato, apparenza, linguaggio verboso e intellettualistico, fonte di potere, di onore e di guadagno... I farisei e i dottori della legge sono gli uomini religiosi di sempre, di ieri come di oggi, i professionisti del sacro, coloro che dicono di agire e di parlare in nome di Dio, ma non lo conoscono né lo cercano, e neppure ne rispettano il mistero: ne fanno solo un’occasione per promuovere se stessi e la propria immagine. Giustamente san Girolamo diceva: “Guai a noi, che siamo ricaduti nelle colpe dei farisei!”. Ci siamo dentro tutti, chi più chi meno.
Gesù denuncia l’ipocrisia di coloro che venerano i martiri di un tempo nel momento in cui ripetono ciecamente i comportamenti che portarono i loro antenati ad azioni omicide. Stanno infatti per condurre a morte lo stesso Gesù, il profeta definitivo di Dio. Queste parole sono monito per la chiesa e ciascuno di noi che si considera cristiano. È facile, troppo facile elevare sugli altari e venerare i santi del passato, che magari la chiesa stessa ha contribuito a perseguitare e a volte a martirizzare! Certo, si può cambiare opinione, per carità, e la chiesa può (e deve) chiedere perdono per le colpe commesse dai propri figli. Ma occorrerebbe più discrezione e vigilanza, e soprattutto coerenza. Se si vuole riconoscere e onorare i santi e i profeti, ci dice Gesù, si cominci a farlo con quelli che il Signore ci invia nel presente! Egli è fedele e non fa mai mancare la sua parola nell’oggi, e la chiesa non è qui per coltivare la memoria del passato, ma per riconoscere e annunziare una parola viva che parla e trasforma l’oggi. “Dio non è un Dio di morti ma di viventi” (Lc 20,38).
Il secondo “guai” riguarda la terribile possibilità affidata ai credenti, e in particolare a chi ha un ministero specifico di annuncio della parola, di impossessarsi della “chiave della conoscenza”, cioè dell’interpretazione della parola di Dio, facendone uno strumento di potere personale e mascherandone e depotenziandone il messaggio di vita. Ciascuno di noi può essere una “chiave” che apre l’accesso al mistero di Dio oppure che lo chiude e che allontana da esso anche altri. Come riconosceva il Concilio, l’ateismo è anche frutto di un’immagine perversa di Dio che i cristiani trasmettono al mondo. “Guai a noi”, quindi, se non prendiamo sul serio questi avvertimenti e ci consideriamo esenti accusando altri! Ci priveremmo dell’unica vera fonte di conoscenza autentica di Dio: il suo perdono.