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Invitati a nozze

ma nella gioia (Mt 22,1)

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario A

La domenica “degli invitati al banchetto di nozze”

A cura di Franco Galeone *

28A
La parabola di Matteo, con l’invito al banchetto, ci insegna che Dio chiama tutti, alla gioia; saranno puniti solo quanti rifiutano l’invito. Accettare di entrare nel convito comporta però un cambiamento: indossare la veste nuziale, fuori di metafora: occorrono le opere di giustizia. La versione di Matteo è più drammatica e violenta rispetto a quella di Luca. Nel racconto di Matteo è un re che invita, gli invitati uccidono i servi del re, il re distrugge i nemici e le loro città; infine, tra gli invitati, il re ne scopre uno senza la veste nuziale, e anche per lui è pianto e stridor di denti. Il racconto di Luca, invece, presenta un Gesù in armonia con la grande famiglia ebraica, a pranzo addirittura in casa di uno dei capi dei farisei; Luca scrive che a invitare non è un re ma un uomo, che gli invitati non sono criminali che ammazzano i servi, ma persone civili che si scusano di non poter partecipare al banchetto; manca poi lo sciagurato senza la veste nuziale. Insomma, vi domina l’amore di Dio e la gioia del banchetto.

Indossare la veste nuziale

Una cosa emerge subito da questa parabola; la stupida cattiveria degli uomini. A che cosa li invita, questo re? A una noiosa conferenza? A una cerimonia funebre? No, a nozze! Anche nel parlare comune, mi inviti a nozze significa una grande gioia. E poi, non c’è nulla da perdere! Tutto è pronto! Tutto è gratuito! Basta solo venire! Anche a mani vuote! Il re torna alla carica assicurando che sulle mense non ci sono fichi secchi ma buoi e animali ingrassati. Pare di vedere gli animali allo spiedo, sui carboni accesi, tra il profumo del grasso bruciato! Da perfetti arroganti (è sempre un re che invita!), gli invitati si rifiutano. Ma non basta! Non solo respingono l’invito al mittente, ma insultano e uccidono gli stessi soldati del re. E a questo punto, si passa il testimone. Via i primi invitati, e avanti gli altri, raccolti per le strade e le piazze, tutta gente comune, straccioni, gente di colore, sfaccendati, baraccati, emarginati, clandestini, prostitute, barboni ... Ora la sala è piena, ma ecco la sorpresa! Non basta essere invitati per partecipare al banchetto. Fuori di metafora: scartato Israele, basta essere chiamati per entrare nel Regno? No, perché Gesù non ha mai predicato il privilegio, la raccomandazione, la razza superiore, la limpieza de sangre. Per fare parte degli eletti, occorre meritarselo. Cioè: occorre indossare la veste nuziale.

Tutti quelli che troverete, buoni e cattivi

Che strano questo re, che abolisce le differenze, le patacche, gli anni di servizio. Noi laureati, noi teologati, noi blasonati, noi religiosi, noi buoni al fianco dei cattivi! E poi, il re si infuria solo con quel poveretto ritenuto indegno perché non indossa l’abito nuziale. In fondo, erano stati tutti invitati all’improvviso, dalle strade e dalle piazze, nessuno aveva avuto la possibilità di lavarsi e di cambiarsi. Davvero strano questo re, questo Dio! È un avvertimento: la logica, lo stile, il gusto di Dio, è infinitamente diverso dal nostro. Ma non sta a noi giudicare il suo comportamento. Possiamo invece giudicare i comportamenti strani dell’uomo nei confronti di Dio. Tutta la Bibbia descrive come Dio tratta bene l’uomo, e come l’uomo maltratta Dio. Dio non ci chiama a una rigorosa resa dei conti, a pagare i debiti, a difenderci in tribunale. Dio ci sorprende con un invito a nozze. Dobbiamo cambiare idee: il credente non è più uno schiavo curvo sotto il giogo della legge, non è più un precettato che deve presentarsi in caserma. È una persona liberata, è un invitato alla festa! Ecco perché quell’invitato viene gettato fuori dalla sala. Credeva di dover partecipare ad un funerale e non a nozze. Quell’infelice è il prototipo di tanti cristiani che si vestono di severità e di gravità, anziché di gioia e di speranza.

Testimoni gioiosi!

E noi? Nelle nostre assemblee liturgiche esprimiamo la gioia nel Signore risorto? G. Bernanos si chiedeva: Ma dove diavolo voi cristiani avete nascosto la vostra fede nel Signore risorto? La gioia riuscirà anche a convertire gli altri: Perché io creda nel loro Dio, bisognerebbe che i cristiani cantassero dei canti migliori, e che i suoi discepoli avessero un’aria più amabile (F. Nietzsche). Nell’immaginario collettivo, quando qualcuno vede un prete o una suora, tocca ferro, fa scongiuri. Il poeta dell’amore J. Prevert paragona il prete a quegli insetti che dovunque si poggiano lasciano il loro lurido segno, perché su ogni sentimento hanno scritto: vietato, peccato, proibito! Che desolazione! Dio ne è costernato! Un cristianesimo triste vi spegne dentro, un prete triste vi rovina la vita!
Ma attenzione: la gioia cristiana non è evasione o distrazione o alienazione. La gioia cristiana è una tristezza superata. I santi lo hanno compreso bene. Penso a Bernadette Soubirous, spesso incompresa e spesso malata: nella snervante altalena della sua fragile salute, esclamò: Nel mio letto di dolore, io sono più felice di una regina sul suo trono. Penso a Benedetta Bianchi Porro, una splendida ragazza morta nel 1964, a 28 anni: pochi mesi prima di morire, colpita da un tumore al sistema nervoso, così scrive ad un giovane disperato: Caro Natalino, fino a tre mesi fa, godevo ancora della vista; ora è notte. Però nel mio calvario non sono disperata. Io so che, in fondo alla via, Gesù mi aspetta.

Pessimisti, forse perché falliti!

Abbiamo già detto tante volte che il punto di riferimento necessario di tutte le prospettive è il Regno di Dio; la nostra male-educazione religiosa ci spinge invece a mettere come punto di riferimento la Chiesa, in modo che tutte le profezie sono state riferite alla Chiesa, compresa questa del banchetto dei popoli. L’obiettivo della fede non è la Chiesa ma il Regno di Dio, e la Chiesa è segno e strumento di questo Regno. Nella nostra volontà di potenza, abbiamo creduto che il movimento dei popoli era guidato dai Paesi occidentali, cioè dai Paesi cristiani. Dobbiamo invece constatare che noi cristiani non possediamo le segnaletiche della storia; non sappiamo bene cosa significhi libertà e giustizia; la nostra universalità è di tipo ideologico, cioè funzionale al nostro potere, che abbiamo contrabbandato come voluto da Dio! Per entrare nell’ottica giusta, dobbiamo ritenere che il Regno di Dio comincia, oggi e qui. Il Regno di Dio non è un convento di anime belle, non è la mistica rosa o l’angelica farfalla di dantesca memoria; è un banchetto, una festa, in cui non si distingue più ciò che appartiene al corpo e ciò che appartiene allo spirito; la saldatura tra natura e spirito è completa durante un convito.
È una verità difficile da accettare. Quando la scriviamo, colpiamo nel cuore la superbia religiosa, e la reazione in nome di Dio è dura! Camminare, con umiltà, insieme agli altri popoli, verso il Regno: questo ci potrà salvare, questo ci potrà far entrare nella Terra promessa. Mettersi fuori o contro questi grandi processi della storia non servirà a nulla; rifiutare di entrare nel grande gioco della vita, starsene rinchiusi come Achille nella sua tenda, non fermerà il cammino della vita, che andrà avanti, senza di noi, contro di noi. Il nostro pessimismo o la nostra violenza spesso sono solo una velina per mascherare il nostro fallimento !Quelli che non vogliono andare al matrimonio sono persone piene di cultura o sicure di sé o fanaticamente religiose. Quelli che entrano al banchetto nuziale sono persone gli uomini e le donne delle Beatitudini! Al Padre del Cielo chiediamo nel Padre Nostro: Venga il Tuo Regno. Cioè gli chiediamo: Signore, che questa vita sia un banchetto per tutti! È logico che quanti sono soddisfatti, non vogliono questo. Quello che vogliono è continuare ad avere i loro privilegi e differenze, mantenendo le distanze. E questo non lo sopporta il Padre. Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

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