In ogni situazione,

il Regno vicinissimo

Fratel Fabio - Bose

5 ottobre 2017

1 In quel tempo il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3 Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9 guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11 «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». 12 Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.
Lc 10,1-12

“Il regno di Dio è vicino”. Questo il vangelo di cui devono farsi testimoni i discepoli di Gesù che vogliono continuare a camminare sulla via inaugurata dalla sua predicazione (cf. Mc 1,14). Questo il messaggio che dovrebbero saper lasciare in ogni situazione.
Per via potranno ricevere accoglienza o patire rifiuto.
Se accolti, potranno farsi compagni, condividendo il pane e la vita di chi incontrano, in un atteggiamento di simpatia che è già missione. Si realizza infatti così la comunione primizia del Regno. Dovranno in particolare prendersi cura di chi soffre, perché così Dio regna, l’amore feconda di senso la vita persino quando langue.
Se non accolti, lasceranno che lo Spirito, in quel momento, ispiri loro parole e gesti capaci di scuotere le coscienze e metterle di fronte alla loro responsabilità, testimoniando ancora il Regno che è vangelo solo se converte. Ma per sperare di riconoscere in quel momento questa ispirazione occorre che siano esercitati all’ascolto.
In ogni caso dovranno aprirsi all’incontro invocando pace. Il saluto shalom è benedizione efficace. Può non essere accolta, e allora non sarà percepita; sempre però deve essere tesa a ridestare la vita in pienezza. Tra le righe è chiesto di prepararsi interiormente all’incontro. Non solo, entrando in una casa, “dite come prima cosa: Pace”, ma “prima [di incontrare l’altro] dite [nel cuore]: Pace”. Pregare per l’altro, invocare benedizione su di lui, desiderare sinceramente il suo bene: non è spontaneo, c’è da imporselo come esercizio interiore.
Allo stesso modo c’è da vigilare a ritrovare e tradurre nell’oggi lo stile essenziale vissuto e richiesto da Gesù: la mitezza dell’agnello; la povertà del senza borsa né sacca né sandali; la determinazione di chi sente di non potersi fermare senza tradire l’urgenza che lo muove.
Sì, ne va della trasparenza del messaggio per gli altri. Ma la sobrietà evangelica è necessaria all’inviato stesso. Come riassume bene Bruno Maggioni, è un problema di libertà e leggerezza: “Un discepolo appesantito da troppi bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo a trovare mille ragioni di comodo per giudicare irrinunciabile la casa nella quale si è accomodato e dalla quale non vuole più uscire”.
Allora non si tratta di pregare perché il Signore finalmente si decida a mandare operai per la sua messe, come se dipendesse solo da lui. Preghiamo “perché tiri fuori (ekbále)”, ovvero riesca a stanare, a far uscire dalle loro tane, discepoli disposti a seguire il Figlio dell’uomo rinunciando alla tentazione di rintanarsi e ritornare a un più tranquillo nido (cf. Lc 9,58).
Luca scrive che è “il Signore” a designare i settantadue, e non “Gesù”, forse perché già pensa al Risorto, Signore della Chiesa, che continua a chiamare noi, quando ci rintaniamo, per inviarci “davanti a sé”, affinché lo precediamo offrendo segni della sua venuta, o meglio riconoscendoli. Lo fa inviandoci “a due a due”, per ridimensionare ogni protagonismo personale e costringerci a vivere la fraternità che testimonia la presenza di colui che unisce: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20): lì, dove ci si fa prossimi, il regno di Dio si è avvicinato!

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