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Il dramma di oggi:

parola imprigionata

e liberata

Domenica XXVII del tempo ordinario A

Papa Francesco

A cura di Gianfranco Venturi

27A
21,33-43.45 La parola imprigionata [1]

Il dramma di alcuni capi
Vangelo di Matteo (21,33-43.45) presenta questa parabola che lo stesso Gesù dice alla gente e ai farisei, ai sacerdoti, agli anziani del popolo per far capire dove sono caduti. Siamo davanti al dramma non del popolo ma di alcuni capi del popolo, di alcuni sacerdoti di quel tempo, dei dottori della legge, degli anziani che non erano con il cuore aperto alla parola di Dio. Infatti essi sentivano Gesù ma invece di vedere in lui la promessa di Dio, o invece di riconoscerlo come un grande profeta, avevano paura. In fondo è lo stesso sentimento di Erode. Anche loro dicevano: “Quest’uomo è un rivoluzionario, fermiamolo in tempo, dobbiamo fermarlo!”. Per questo cercavano di catturarlo, cercavano di metterlo alla prova, perché cadesse e potesserlo catturare: è la persecuzione contro Gesù. Ma perché questa persecuzione? Perché questa gente non era aperta alla parola di Dio, erano chiusi nel loro egoismo. È proprio in questo contesto che Gesù racconta questa parabola
Dio ha dato in eredità un terreno con una vigna che ha fatto con le sue mani. Si legge infatti nel Vangelo che il padrone “piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre”. Sono tutte cose che ha fatto lui, con tanto amore. E poi ha dato la vigna in affitto a dei contadini. Esattamente quello che Dio ha fatto con noi: ci ha dato la vita in affitto e con essa la promessa che sarebbe venuto a salvarci. Invece questa gente ha visto un bel negozio qui, un bell’affare: la vigna è bella, prendiamola, è nostra! E così quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, sono andati i servi di questo signore a ritirare il raccolto. Ma i contadini, che già si erano impadroniti della vigna, hanno detto: no, cacciamoli via, questo è nostro!

La parola imprigionata
La parabola di Gesù racconta precisamente il dramma di questa gente, ma anche il dramma nostro. Quelle persone infatti si sono impadronite della parola di Dio. E la parola di Dio diventa parola loro. Una parola secondo il loro interesse, le loro ideologie, le loro teologie, al loro servizio. A tal punto che ognuno la interpreta secondo la propria volontà, secondo il proprio interesse. E uccidono per conservare questo. È quanto è successo anche a Gesù, perché i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro quando avevano sentito questa parabola e così “cercarono di catturarlo e farlo morire”. Ma in questo modo la parola di Dio diventa morta, diventa imprigionata. E lo Spirito Santo è ingabbiato nei desideri di ognuno di loro. Lo stesso succede a noi, quando non siamo aperti alla novità della parola di Dio, quando non siamo obbedienti alla parola di Dio. Ma disobbedire alla parola di Dio è come voler affermare che questa parola non è più di Dio: adesso è nostra!
Come la parola di Dio è morta nel cuore di questa gente, può anche morire nel nostro cuore. Eppure la parola non finisce perché è viva nel cuore dei semplici, degli umili, del popolo di Dio. Infatti quanti cercavano di catturare Gesù ebbero paura del popolo che lo considerava un profeta. Era la folla semplice, che andava dietro Gesù perché quello che Gesù diceva faceva bene e scaldava il cuore. Questa gente non usava la parola di Dio per il proprio interesse ma semplicemente sentiva e cercava di essere un po’ più buona”.

La parola liberata
Cosa noi possiamo fare per non uccidere la parola di Dio, per non impadronirci di questa parola, per essere docili, per non ingabbiare lo Spirito Santo?
Due semplici strade: quella dell’umiltà e quella della preghiera.
Non era certo umile questa gente che non accettava la parola di Dio ma diceva: sì, la parola di Dio è questa, ma la interpreto secondo il mio interesse! Con questo modo di fare erano superbi, erano sufficienti, erano i “dottori” fra virgolette: persone che credevano di avere tutto il potere per cambiare il significato della parola di Dio. Invece soltanto gli umili hanno il cuore disposto per ricevere la parola di Dio. Ma bisogna precisare che c’erano anche buoni e umili sacerdoti, umili farisei che avevano ricevuto bene la parola di Dio: per esempio i Vangeli ci parlano di Nicodemo. Dunque il primo atteggiamento per ascoltare la parola di Dio è l’umiltà, perché senza umiltà non si può ricevere la parola di Dio.
E il secondo è la preghiera. Le persone di cui parla la parabola infatti non pregavano, non avevano bisogno di pregare: si sentivano sicuri, si sentivano forti, si sentivano dei.
Dunque con l’umiltà e la preghiera andiamo avanti per ascoltare la parola di Dio e obbedirle nella Chiesa. E così non succederà a noi ciò che è accaduto a questa gente: non uccideremo per difendere quella parola che noi crediamo essere la parola di Dio, ma che invece è divenuta una parola totalmente alterata da noi”.
Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà, di guardare Gesù come il Salvatore che ci parla: parla a me! Ognuno di noi deve dire: parla a me! Quando leggiamo il Vangelo: parla a me! Apriamo il cuore allo Spirito Santo che dà forza a questa parola e preghiamo, preghiamo tanto perché noi abbiamo la docilità di ricevere questa parola e obbedirle.

21,33-42 I padri di famiglia nel vangelo [2]

Nelle parabole evangeliche, i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: coloro che sanno sintetizzare il nuovo e il vecchio (Mt 13,52); un’altra immagine del padre è quella di colui che non esita a sacrificare il suo stesso figlio - ricordate la parabola dei vignaioli? (Mt 21,33-42) - perché l’eredità inalienabile, quasi come l’olio delle dieci vergini, sia feconda e dia molto pane al popolo che la rispetti e non la pretenda per sé. Un altro padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito dalla troppa zizzania, la speranza della crescita (Mt 13,24-30), e per questo lo aspetta in strada, come racconta Luca nella sua parabola sulla misericordia, perché sa che Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora (Mt 20,1-16).

21,42 Gli scarti divenuti pietra d’angolo [3]

Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo” (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo “pietra d’angolo” per la costruzione della società. Oggi purtroppo un’economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell’essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola “solidarietà” tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà! E per questo siete famiglia dei senza casa, amici delle persone con disabilità, che esprimono - se amati - tanta umanità. Vedo qui inoltre molti “nuovi europei”, migranti giunti dopo viaggi dolorosi e rischiosi. La Comunità li accoglie con premura e mostra che lo straniero è un nostro fratello da conoscere e da aiutare. E questo ci ringiovanisce.

21,33-44 Una Chiesa in stato di vedovanza [4]

Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.
La Chiesa, infatti - e mi scuso per la parola -, è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr Mt 21,33-44), i quali vogliono appropriarsi dell'eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.


NOTE

1 Omelia, 21 marzo 2014.
2 Discorso di apertura alla congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 8 febbraio 1978, in Papa Francesco – Jorge Maria Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 251-262.
3 Visita alla comunità di Sant’Egidio, Basilica di Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2014.
4 Parole ai membri della delegazione della diocesi di Ahiara (Nigeria), 8 giugno 2017.

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