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I due figli:

storia di oggi è [1]

Domenica XXVI del tempo ordinario A

Papa Francesco

A cura di Gianfranco Venturi


21,28-32 Quelli che ci passeranno davanti [2]

Chi fa la volontà del padre?
Gesù propone “ai capi dei sacerdoti, agli anziani, del popolo”, a tutta quella “cordata” di gente che gli faceva la guerra, un giudizio su cui riflettere. A loro presenta il caso dei due figli ai quali il padre chiede di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde: “Non vado per niente al campo. Non ne ho voglia”. Ma poi va. L’altro invece dice: “Sì, papà”, ma poi riflette: “Il vecchio non ha forza, io faccio quello che voglio, non potrà punirmi”. E quindi non va, non obbedisce.
Gesù chiede ai suoi interlocutori: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Il primo, quello che aveva detto di no, quel giovane ribelle che poi ha pensato al suo papà e decide di obbedire, oppure il secondo?”

Il giudizio severo
A questo punto arriva il giudizio: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Loro “saranno i primi”. E spiega perché: “Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto. Voi non avete ascoltato Giovanni: il battesimo di penitenza... I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi al contrario avete visto queste cose ma poi non vi siete nemmeno pentiti”.
Cosa ha fatto questa gente per meritare tale giudizio? Non ha ascoltato la voce del Signore, non ha accettato la correzione, non ha confidato nel Signore. Qualcuno potrebbe chiedere: “Ma padre, che scandalo che Gesù dica questo, che i pubblicani, che sono traditori della patria perché ricevevano le tasse per pagare i Romani, proprio loro andranno prima nel regno dei cieli? E lo stesso avverrà per le prostitute che sono donne di scarto”? Da qui la conclusione: “Signore tu sei impazzito? Noi siamo puri, siamo cattolici, facciamo la comunione quotidiana, andiamo alla messa”. Eppure, proprio loro andranno prima se il tuo cuore non è un cuore pentito. E se tu non ascolti il Signore, non accetti la correzione e non confidi in lui, tu hai un cuore non pentito.
Il Signore, non vuole questi ipocriti che si scandalizzavano di quello che diceva Gesù sui pubblicani e sulle prostitute, ma poi di nascosto andavano da loro, o per sfogare le loro passioni o per fare affari. Si consideravano puri, ma in realtà il Signore non li vuole.

Un giudizio che apre alla speranza
Questo giudizio ci fa pensare; è comunque un giudizio che ci dà speranza quando guardiamo i nostri peccati. Tutti infatti siamo peccatori. Ognuno di noi conosce bene la lista dei propri peccati, però può dire: “Signore ti offro i miei peccati, l’unica cosa che possiamo offrirti.

Una lezione
Un santo che era molto generoso e offriva tutto al Signore. Il Signore gli chiedeva una cosa e lui la faceva. Lo ascoltava sempre e seguiva sempre la sua volontà. Eppure il Signore una volta gli disse: “Tu non mi hai dato ancora una cosa”. E lui, che era tanto buono, rispose: “Ma Signore cosa non ti ho dato? Ti ho dato la mia vita, lavoro per i poveri, lavoro per la catechesi, lavoro qui, lavoro là...”. Di contro il Signore lo incalzò: “Tu non mi hai dato ancora qualcosa”. “Ma che cosa Signore?”, ripetè il santo. “I tuoi peccati” concluse il Signore.
Quando noi saremo in grado di dire al Signore: “Signore, questi sono i miei peccati, non sono di questo, di quello... Sono i miei. Prendili tu. Così io sarò salvo”, allora saremo quel bel popolo, popolo umile e povero che confida nel nome del Signore.

21,28-32 Pubblicani e prostitute vi precederanno [3]

Il rimprovero di Gesù
Gesù, rivolgendosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, afferma: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”; Con energia egli rimprovera a coloro che erano considerati maestri il “modo di pensare, di giudicare, di vivere”. Anche il profeta Sofonia (3,1-2.9-13), prende la voce di Dio e dice: “Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime. Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio”. È, praticamente, lo stesso rimprovero rivolto al popolo eletto, ai chierici di quei tempi. Dire a un sacerdote, a un capo dei sacerdoti, che una prostituta sarà più santa di lui nel regno dei Cieli è un’accusa decisamente forte.

Come deve essere la chiesa?
Gesù aveva questo coraggio di dire la verità. Ma allora di fronte a certi rimproveri, viene da chiedersi: “Come deve essere la Chiesa?”. Le persone di cui si legge nel Vangelo, infatti, erano “uomini di Chiesa”, erano “capi della Chiesa”. Era venuto Gesù, era venuto Giovanni Battista, ma loro non avevano ascoltato. Il profeta ricorda che nonostante Dio abbia scelto il suo popolo, “questo popolo diviene una città ribelle, una città impura, non accetta come deve essere la Chiesa, come deve essere il popolo di Dio”.

La promessa del Signore
Ecco però che, di fronte a tutto questo, il profeta Sofonia, comunica al popolo una promessa del Signore: “Io ti perdonerò”. Cioè, il primo passo perché il popolo di Dio, la Chiesa, noi tutti, siamo fedeli è sentirci perdonati. E dopo la promessa del perdono, c’è anche la spiegazione di come deve essere la Chiesa: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero e confiderà nel nome del Signore”. Il popolo di Dio fedele deve quindi avere queste tre tracce: umile, povero, con fiducia nel Signore”.

Tre tracce da seguire

Innanzitutto la Chiesa deve essere umile. Ovvero una Chiesa che non si pavoneggi dei poteri, delle grandezze. Ma attenzione: umiltà non significa una persona languida, fiacca, con l’espressione dimessa, perché questa non è umiltà, questo è teatro! Questo è fare finta di umiltà. La vera umiltà, invece, parte da un primo passo: io sono peccatore. Se tu non sei capace di dire a te stesso che sei peccatore e che gli altri sono migliori di te, non sei umile. Dunque, il primo passo nella Chiesa umile è sentirsi peccatrice e lo stesso è per tutti noi. Se invece qualcuno di noi ha l’abitudine di guardare i difetti degli altri e chiacchierare, non è certo umile, ma si crede giudice degli altri. Dice il profeta: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile. E noi dobbiamo chiedere questa grazia, che la Chiesa sia umile, che io sia umile, ognuno di noi, umile.
La seconda traccia: il popolo di Dio è povero. La povertà sé la prima delle beatitudini”. Ma cosa vuol dire povero nello spirito? Significa soltanto attaccato alle ricchezze di Dio. Non lo è certo una Chiesa che vive attaccata ai soldi, che pensa ai soldi, che pensa a come guadagnare i soldi.... Ad esempio c’è stato chi ingenuamente diceva alla gente che per passare la porta santa si doveva fare un’offerta: questa non è la Chiesa di Gesù, questa è la Chiesa di questi capi dei sacerdoti, attaccata ai soldi. Il diacono Lorenzo - che era “l’economo della diocesi - quando l’imperatore gli chiese di portare le ricchezze della diocesi per pagare qualcosa ed evitare di essere ucciso, tornò con i poveri. Sono cioè proprio i poveri le ricchezze della Chiesa. E si può anche essere il padrone di una banca, ma solo se il tuo cuore è povero, non è attaccato ai soldi e ci si mette al servizio degli altri. La povertà è caratterizzata proprio da questo distacco che ci porta a servire i bisognosi. Mi domando: “Io sono o non sono povero?”.

Infine la terza traccia: il popolo di Dio confiderà nel nome del Signore. Anche qui una domanda: “Dov’è la mia fiducia? Nel potere, negli amici, nei soldi? Nel Signore!” È quindi questa l’eredità che ci promette il Signore: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero, confiderà nel nome del Signore”. Umile perché si sente peccatore; povero perché il suo cuore è attaccato alle ricchezze di Dio e se ne ha è per amministrarle; fiducioso nel Signore perché sa che soltanto il Signore può garantire una cosa che gli faccia bene. Perciò Gesù ha dovuto dire ai capi sacerdoti, i quali non capivano queste cose, che una prostituta entrerà prima di loro nel regno dei Cieli. E in questa attesa del Signore, del Natale chiediamo che egli ci dia un cuore umile, un cuore povero e soprattutto fiducioso nel Signore, perché il Signore non delude mai.

21,28-32 Accogliere la tentazione [4]

Cosa significa essere uomo che costruisce sulla roccia (Mt 7,24-27), e cosa essere uomo di pantano?
Forse può essere d’aiuto alla comprensione avvicinarci alle parabole del Signore, nei cui simboli possiamo avvertire meglio la sorgente del Vangelo.
Una prima parabola, la parabola dei figli mandati a lavorare nella vigna (Mt 21,28-32). Più precisamente, ci concentriamo sul figlio che rispose di no, e che poi invece, curiosamente, va. Nel nostro lin­guaggio gesuitico, diremmo che, forse, quando disse di no, era sotto l’influsso della tentazione; però sembrerebbe averla letta correttamen­te, aver riconosciuto il nemico e persino la sua tattica [...]. Una realtà fondante del gesuita è accettare fin dall’inizio che sarà tentato; e poveri noi se non accettiamo il dolore di essere tentati, se non accettiamo che nella nostra azione dobbiamo patire e sopportare come il Signore la croce della tentazione.
Questo ci identifica e ci dà appartenenza a una Compagnia mili­tante che abbraccia totalmente l’indole drammatica del regno (cf. Lc 16,16; Mt 11,12). Siamo soldati del regno, ma non fachiri. Possiamo contare su un trionfo sicuro, anche se non ce ne sono stati rivelati né il giorno né l’ora, vale a dire l’ampiezza della battaglia che si presenterà a noi. Ma è altrettanto sicuro che non saremo tentati oltre le nostre forze e che il regno non è proporzionato ai nostri sforzi, perché il Signore ha volu­to parlarci del regno attraverso un simbolo carico di speranza, quan­do ce l’ha descritto come un seme che cresce da solo (Mc 4,26s). Le virtù solide e perfette non solo si forgiano nella nostra lotta quotidiana, ma acquisiscono unicamente la loro solidità e perfezione quando “in lui solo ripongono la speranza”. Questo fonda il gesuita perché lo pone nel cammino della vera attesa e dà un orizzonte celeste a colui che suda e sanguina nella lotta.

21,28-32 I due figli di oggi [5]

Il padre, che è figura di Dio, ha due figli. Uno è molto educato, a modo, molto buono, dice sempre di sì a tutto, e dopo fa quello che vuole. L’altro è più impulsivo, quando è arrabbiato esprime quello che sente, ma ha il cuore sufficientemente aperto perché la misericordia di Dio vi entri ed egli si penta. Quest’ultimo aveva detto al padre: “Non vado”. Era arrabbiato quel giorno, ma dopo pensò che doveva obbedienza a suo padre, pensò al suo dovere e adempì la volontà del padre. L’altro disse al padre: “Sì papà, vado” e non andò. Non aveva compiuto la volontà del padre, ma aveva mantenuto le apparenze. Sono i cristiani “inamidati”, cristiani dalle buone maniere ma di cattive abitudini e atteggiamenti:
Io sono molto cattolico, padre, sono di quella associazione, di quell’altra.
Dimmi, hai la domestica a casa tua?
Sì padre.
E la paghi in bianco o in nero?
E se si continua domandando, uno si rende conto che si conduce una doppia vita. I cristiani come questo figlio, i cristiani farisei, sono quelli che arre­cano maggior danno al popolo di Dio. Per questo Gesù dice: fate quello che loro vi dicono perché vi insegnano cose buone, ma non li imitate, non fate quello che fanno, perché conducono una doppia vita.
Gesù dà loro due attributi che ben si attagliano. Il primo che ripete varie volte: ipocriti. “Padre, ma io faccio la comunione tutti i giorni, faccio molte cose”, e Gesù gli dice: “Ipocrita, perché fingi una cosa e ne vivi un’altra”. Il secondo attributo: “sepolcro imbiancato”, come quelle tombe belle, tanto belle, ma sappiamo quello che c’è dentro: marciume. Cristiani dell’apparenza.
Quello che Gesù vuole è che non seguiamo la strada della sufficienza.

Riconoscersi peccatori
Sappiamo che per essere un buon cristiano è fondamentale riconoscersi peccatore. Se qualcuno di noi non si riconosce peccatore non è un buon cristiano. È la prima condizione. Ma peccatore concretamente: “Sono peccatore per questo, questo e questo...”. È la prima condizione per seguire Gesù. È il motivo per cui alla fine dice questa frase così forte: “In verità io vi dico: i pubblicani - traditori della patria - e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”.
Gesù mette le cose al loro posto. E dice: il Padre del cielo non è un padre che viene a patti con i legalisti. È un Padre di misericordia. Nella preghiera della messa oggi abbiamo detto una cosa che può passare inosservata: “Dio, il cui potere si mostra nella misericordia e nel perdono”. È così grande il potere di Dio che è più grande del potere che ha avuto per creare il mondo, ed è il potere di perdonare. Ma perché lo possa esercitare ha bisogno che gli facciamo spazio, che gli apriamo il cuore, perché possa entrare con la sua misericordia e ci perdoni.

Come scoprirsi cristiani “inamidati”?
“Padre, come sa se sono un cristiano inamidato o se sono un figlio che vuole seguire Gesù?” Una delle caratteristiche, un’altra ancora, dei cristiani inamidati, degli ipocriti, dei sepolcri imbiancati è che criticano sempre il prossimo, parlano sempre male degli altri o di qualcuno di famiglia, o di un vicino o di un compagno di lavoro. In fondo stanno ripetendo ciò che diceva quel fariseo in piedi nel tempio: “Ti ringrazio Signore perché non sono come quello, né come quella, né come quell’altra”. Un po’ come dice quel tango: “Che vergogna, la vicina, vestirsi di bianco dopo aver peccato”. Questa è la prima caratteristica di un cristiano inamidato, di un ipocrita, di un fariseo; deve stare sempre a parlare male degli altri.

21,31 Hanno clericizzato la chiesa [6]

A quelli che si scandalizzavano quando lo vedevano mangiare con i peccatori e con i pubblicani, Gesù dice: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31), che era quanto di peggio si potesse dire in quel tempo. Gesù non li sopporta. Sono quelli che hanno clericalizzato ‑ per usare una parola di facile comprensione ‑ la chiesa del Signore. La riempiono di precetti e lo dico con dolore ‑ e se sembra una denuncia o una offesa, vogliate perdonarmi ‑ ma nella nostra regione ecclesiastica ci sono presbiteri che non battezzano i figli delle ragazze madri perché non erano stati concepiti nella santità del matrimonio. Questi sono gli ipocriti di oggi. Quelli che hanno clericalizzato la chiesa. Quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza. E quella povera ragazza che, pur potendo restituire al mittente il figlio, ha avuto il coraggio di metterlo al mondo, passa da una parrocchia all'altra perché qualcuno glielo battezzi.
A costoro che cercano proseliti, a questi clericali, a costoro che clericalizzano il messaggio, Gesù gli indica il cuore e gli dice: “Dal vostro cuore escono le cattive intenzioni, le fornicazioni, i furti, gli omicidi, gli adultè­ri, l'avarizia, la cattiveria, gli inganni, la disonestà, l'invidia, la diffamazione, l'orgoglio, la dissennatezza”.
Una bella sfilza di complimenti! No? Così Gesù li di scredita per bene. Li denuncia.
Clericalizzare la Chiesa è ipocrisia da farisei. La Chiesa del “venite dentro che vi indichiamo le norme, e quello che non entra non c'è”, è fariseismo.
Gesù ci insegna l'altra strada: uscire fuori. Uscire a dare testimonianza, uscire per interessarci dei fratelli, uscire per condividere, uscire per chiedere. Incarnarsi.
Contro l'agnosticismo ipocrita dei farisei, Gesù torna a mostrarsi in mezzo alla gente fra pubblicani e peccatori.


NOTE

1 Da J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.
2 Meditazione, 16 dicembre 2014.
3 Meditazione,15 dicembre 2015.
4 Discorso di apertura alla Congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 8 febbraio 1978, in Papa Francesco – J. M. Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 20015, 251-262.
5 Il potere della misericordia, in J. M. Bergoglio, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della Sera, Milano 2015, 201-209; Omelia pronunciata in occasione del 43° anniversario della Comunità di Sant’Egidio, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 24 settembre 2011.
6 Dio ci fa figli e fratelli e non membri di una ONG. Omelia nella Messa di chiusura dell'Incontro della Pastorale Urbana della regione, Buenos Aires, 2 settembre 2012, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del Vaticano 2013, 89-92.

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