Un grido che il Signore

non può ignorare

Sorella Raffaela - Bose

18 settembre 2017


1Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafarnao. 2 Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. 3 Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4 Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, 5 perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». 6 Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; 7 per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. 8 Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va'!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa' questo!”, ed egli lo fa». 9 All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». 10 E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Lc 7,1-10

Siamo a Cafarnao. Gesù ha da poco chiamato i dodici, ha proclamato ai discepoli le beatitudini e consegnato loro i fondamenti del loro agire: amare i nemici, essere misericordiosi, non giudicare. Gesù ascolta e vede. Ci troviamo di fronte a un miracolo operato solo in base all’ascolto, addirittura un ascolto mediato da altre persone che riportano a Gesù la richiesta del centurione. Gesù ascolta il dolore e interviene, compie un miracolo a distanza. Il tema dell’ascolto è molto presente nel contesto di questa pericope: Gesù alla fine del capitolo precedente ha ricordato la necessità di ascoltare e mettere in pratica (cf. Lc 6,47-49) e all’inizio della nostra pericope si dice che tutto il popolo stava in ascolto di Gesù. Anche Gesù ascolta. Al nostro testo segue la resurrezione del figlio della vedova di Nain: qui Gesù vede, non c’è nessuna parola o richiesta. Gesù vede il dolore e interviene.
Il nostro testo ha un parallelo nel vangelo di Matteo (cf. Mt 8,5-13), dove tuttavia il centurione si presenta di persona e parla direttamente a Gesù, esprimendo la sua indegnità di accogliere il Signore in casa sua. In Luca 7,4 gli anziani dei giudei inviati a Gesù dicono: “Egli merita (è degno) che tu gli conceda…” e al v. 7 il centurione fa dire a Gesù, tramite i suoi amici inviati: “Io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te”. Chi è degno di ricevere un miracolo?
Tutti e nessuno, potremmo rispondere. Nessuno, perché con le nostre azioni non possiamo assicurarci alcun potere sull’agire di Dio. Tutti, perché il dolore – qualsiasi dolore segnato dal potere della morte – costituisce una contraddizione al desiderio di vita che Dio ha per noi e lo spinge a intervenire. Perciò ciascun figlio di Adamo può avere la fiducia che il suo dolore sale direttamente davanti a Dio, è un grido che il Signore non può ignorare.
In questo testo assistiamo a un intervento corale: il centurione invia alcuni anziani dei giudei e poi alcuni amici come suoi portavoce presso Gesù. I primi intercedono descrivendolo come un uomo buono, che ama il popolo, che si è comportato come un amico. Quest’uomo pagano ha saputo instaurare rapporti di fraternità, di aiuto vicendevole. Ora i suoi amici intervengono a suo favore, si fanno carico della sua pena. In un altro episodio troviamo qualcosa di simile: gli uomini che calano il paralitico dal tetto davanti a Gesù perché lo guarisca, con la loro fede sollecitano il miracolo (cf. Lc 5,18-26 e par.). Nel mondo non siamo soli. Ci è possibile sperimentare l’aiuto reciproco. Tale aiuto e la cura l’uno dell’altro sono anche il fondamento della comunità cristiana.
“Pregate gli uni per gli altri”, ammonisce l’apostolo Giacomo (cf. Gc 5,16) e Luca più volte presenta la preghiera comune come un ideale (cf. At 1,14; 12,5). La preghiera gli uni per gli altri, questa disposizione amichevole del cuore che ci spinge a intercedere per chi è nel bisogno, che ci spinge a vedere il dolore dei nostri fratelli e sorelle in umanità è un dono dello Spirito e insieme un frutto dell’esercizio costante nel ricevere la vita come un dono e nel discernere la fraternità come una responsabilità.

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