I giovani, la fede

e il discernimento

Verso il Sinodo 2018: le indicazioni
di un documento «incompleto»

Diego Fares

Il 13 gennaio di quest’anno è stato presentato il Documento preparatorio del prossimo Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale»[1], che avrà luogo nel mese di ottobre del 2018.
Ci troviamo di fronte a un documento innovativo, che può rivelarsi molto utile nel corso del periodo di consultazione del Popolo di Dio.
La semplicità dello schema – un’introduzione, tre parti che applicano il metodo «vedere-giudicare-agire» e un questionario – si rivela frutto di un discernimento maturo, e non lo sviluppo di un modello ideale astratto. Il Documento si presenta «incompleto» sin dalle sue prime battute, e si propone come una «mappa» per il cammino sinodale. In particolare propone una figura concreta, quella di Giovanni, l’evangelista giovane, come icona dell’esperienza vocazionale.
Nella nostra «guida alla lettura» segnaleremo alcuni punti chiave su cui è bene soffermarsi a «riflettere per trarre profitto», e altri ai quali – su indicazione del Documento stesso – è possibile contribuire con qualche apporto.

Dialogo e accompagnamento

Con l’invio del Documento e di una Lettera del Papa ai giovani [2] è iniziata la fase di consultazione di tutto il Popolo di Dio. Francesco dice ai giovani: «Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore», e li esorta a «intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita».
Il questionario posto alla fine del Documento ha l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla condizione dei giovani d’oggi nei diversi contesti in cui vivono. Un’informazione non di tipo astratto, bensì impegnata e testimoniale, che cerca di includere gli stessi giovani e chi lavora con loro nell’analisi introdotta dal Documento, per così poi elaborare adeguatamente l’Instrumentum laboris per il Sinodo.
Il Documento è impostato secondo il duplice aspetto del dialogo e dell’accompagnamento. È significativo che già l’introduzione sia in forma dialogica e che le prime parole siano quelle del Signore Gesù, il quale parla direttamente e presenta il suo come un progetto di felicità per tutti, senza eccezioni: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Mettendo al primo posto il Signore che parla, la Chiesa entra in dialogo con i giovani non soltanto come «maestra» che insegna, ma anche come «discepola», come Chiesa che «attraverso i giovani, […] potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi» (Doc., Intr.).
Nel testo l’atteggiamento e il tono della Chiesa, quando dialoga con i giovani, sono quelli di chi accompagna qualcuno che discerne la propria vocazione [3]. Il ruolo della «guida spirituale [sarà] rinvia[re] la persona al Signore e prepara[re] il terreno all’incontro con Lui (cfr. Gv 3,29-30)» (Doc. II, 4). In quanto istituzione, la Chiesa si mette nell’atteggiamento di chi si pone la domanda su come accompagnare bene i giovani. E li incoraggia a essere a loro volta protagonisti della propria vocazione e del proprio destino, facendosi carico della stessa Chiesa che sono chiamati a servire.
In questa ricerca finalizzata a discernere la volontà di Dio si usano toni o accenti diversi. Il tono esortativo, che deriva dalle sfide del Signore, è per tutti. Il Documento riserva invece a se stesso il tono precettivo, e le domande di critica costruttiva le pone alla Chiesa in quanto «pastora» e maestra (cfr Doc. III, 1); e quando si rivolge direttamente ai giovani, il tono è prevalentemente di riconoscimento e apprezzamento, di incoraggiamento e consolazione, di invito e di desiderio di ascoltarli.

Francesco e i giovani

Sappiamo che papa Francesco ascolta con attenzione il Popolo di Dio, e in modo particolare i giovani. Basta osservarlo quando prende nota delle testimonianze che danno coloro che partecipano agli incontri con lui; e come, negli Incontri, molte volte metta da parte i discorsi scritti per entrare veramente in dialogo con le persone presenti.
Nelle conversazioni che egli ha già intrattenuto con i giovani scorgiamo alcune anticipazioni di ciò che potrebbe essere il prossimo Sinodo. Possiamo considerare, ad esempio, quella nella Veglia di preghiera che ha avuto luogo a Santa Maria Maggiore l’8 aprile 2017. Se già si nota la freschezza di un Sinodo che cerca di essere «per e di tutti i giovani» – non solo di quelli credenti –, tanto più significativo è il fatto che il Papa dica: «Nel Sinodo, la Chiesa, tutta, vuole ascoltare i giovani: cosa pensano, cosa sentono, cosa vogliono, cosa criticano e di quali cose si pentono» [4]. Nella Lettera, Francesco ha scritto ai giovani: «Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori». I giovani gridano spesso. Fare proprio il loro grido e dare loro la missione di farlo sentire è in linea con il famoso «fate chiasso» di Rio de Janeiro, che si integra con l’altro invito – più pacato – a «parlare con i nonni».
Con i suoi «quattro volte venti» anni, Francesco comunica molto bene con chi di anni ne ha solo venti. Quando era giovane maestro dei novizi e provinciale dei gesuiti, i temi dei giovani e delle vocazioni hanno occupato un posto centrale nella sua attività pastorale [5].
Tra le molte cose che i giovani apprezzano – «ti guarda negli occhi», «si lascia fare i selfie», «dice cose concrete» –, ce n’è una particolarmente significativa: Francesco «non recita un copione» [6]. I giovani lo esprimono in molti modi: «non se la tira», «non è ingessato», «vive quello che predica», «si espone al dialogo e alle domande scomode», «ti ascolta con vero interesse».
Paradossalmente, questo è proprio ciò che qualcuno – non veramente giovane nello spirito – gli rimprovera: «Non si comporta da Papa (sic!)», «dissacra il papato», «parla troppo»…

Lo «sguardo positivo» del Concilio sui giovani

Senza abusare di luoghi comuni, come quello di dire ai giovani che sono la speranza dell’umanità, o presentare loro l’interminabile elenco di tutti i mali e i pericoli che li insidiano, il Documento riprende lo sguardo positivo del Concilio, che tratta i giovani come persone mature. Diceva il Messaggio del Concilio ai giovani: la Chiesa «ha fiducia che troverete una tale forza e una tale gioia che voi non sarete tentati di cedere, come taluni dei vostri predecessori, alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere, o a quelle della disperazione e del nichilismo» [7]. Questo sguardo, critico nei confronti degli adulti e pieno di speranza nei confronti dei giovani, forse ha perduto un po’ di freschezza in questi cinquant’anni in cui sono tornati a prevalere discorsi di tono moralistico, di fronte ai quali molti giovani chiudono le orecchie.
Oltre al fatto di non farli sentire apprezzati, ciò che più allontana i giovani è il cercare di «disciplinarli». Ci sono modi subdoli per farlo: presentare ideali astratti, dare molti consigli moralistici, pronunciare diagnosi e ammonire in modo sistematico sui pericoli… Il Documento invece offre ideali concreti – modelli biblici di giovani, come Samuele, Geremia, Giovanni, la Vergine Maria –, chiede consiglio ai giovani e ne valorizza la capacità profetica e il coraggio di rischiare e di impegnarsi.

Riconoscere la pluralità dei mondi giovanili

Il Documento si struttura seguendo i passi del discernimento vocazionale: si prefigge che il suo «vedere» sia un riconoscere; che il suo «giudicare» non sia quello dei giudizi astratti, ma quello del discernimento di ciò che il Signore dice alla Chiesa in questo tempo; e che le sue proposte per «agire» siano, appunto, proposte e non imposizioni.
Nel testo si nota la presenza dei grandi temi trattati da Francesco, e dei punti in cui si percepisce il dialogo tra un soggetto (la Chiesa) che «accompagna» un altro soggetto (i giovani) che discerne.
La prima parte – «I giovani nel mondo di oggi» – prende le mosse da una constatazione: «Esiste una pluralità di mondi giovanili, non uno solo» [8]. Questi giovani così diversi sono toccati da temi comuni: la rapidità dei processi di cambiamento, la multiculturalità, la ricerca di identità e di appartenenza, come pure di figure di riferimento affidabili e coerenti. Sono temi di cui papa Francesco ha sempre parlato. In questo Documento preparatorio è possibile vedere come il suo pensiero venga man mano assimilato da altri e sia presente fin dall’impostazione del prossimo Sinodo.

«Lì dove sono»: la dimensione esistenziale

Notiamo innanzitutto la dimensione esistenziale dell’uscire ad accompagnare i giovani «lì dove sono», nello stesso modo in cui il Papa invita ad accogliere le famiglie «come sono». L’analisi del «mondo di oggi» mira a «dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» che conduce a fare un discernimento vocazionale e lo rende possibile [9]. Risponde alla sfida proposta dall’Esortazione Amoris laetitia (AL) ai genitori (e ai pastori), a «capire “dove” i figli veramente sono nel loro cammino. Dov’è realmente la loro anima» (AL 261). Questo «dove» è «esistenziale»: si tratta di capire dove i giovani si collocano dal punto di vista delle convinzioni, degli obiettivi, dei desideri e del loro progetto di vita (cfr ivi).
Come i missionari spesso approdavano in un territorio nuovo senza libri e senza segni cristiani, per iniziare a camminare con il popolo di quella terra, conformandosi alla sua cultura, altrettanto leggero deve essere il bagaglio di chi vuole approdare nel mondo delle nuove generazioni: «Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi» (Doc. III, 1).
La prospettiva esistenziale, che cerca di trasformarsi in un’azione pastorale concreta, fa intravedere una direzione che si deve tenere sempre presente: l’inculturazione non è soltanto questione «spaziale», per così dire, ma «generazionale». E ciò le conferisce un carattere particolarmente drammatico. Il problema non è, per esempio, il fatto che non si sia ancora potuto accedere alla cultura cinese, come se «la cultura» fosse sempre lì ferma, geograficamente situata: il fatto è che, mentre si discutono questioni astratte, si perdono generazioni intere, a cui non giunge il «battesimo», concepito come immersione gratuita e totale nell’amore del Padre che ci ha creati, del Figlio che ha dato la sua vita per noi, e dello Spirito Santo, generatore e datore di ogni vita e di ogni cultura. Perciò, quando il Papa parla di «tutti i giovani», il suo atteggiamento è «battesimale», cioè «quello di chi è chiamato a far sì che tutti ricevano un dono che è intero e incondizionato», e che è la base per ogni ulteriore progresso e maturazione nella fede.

Un solo consiglio: rischiare

Di fronte alla provvisorietà delle decisioni che caratterizza il mondo e i giovani di oggi, l’indicazione del Papa è: «Rischia!». «“Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”.
La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia! Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo» [10] (Doc. I, 3).
Questo può apparire sorprendente, ma è proprio della pedagogia di Francesco non umiliare i giovani per i loro limiti, laddove essi sono più fragili (per esempio, nel dominare le passioni), e, d’altra parte, essere esigente e audace laddove invece sta la loro forza: giocarsi tutto per un ideale [11].

Fede, discernimento, vocazione

Volendo scegliere un’immagine evangelica che illumini la proposta vocazionale, potremmo far riferimento non a quella abituale della «pesca», ma a quella delle parabole del seme: il seme che il seminatore sparge in tutti i terreni, quello che cresce da solo e quello di cui bisogna prendersi cura finché non matura, senza affrettarsi a sradicare la zizzania.
Nella stessa linea, è illuminante anche la parabola del padrone che chiama operai alla sua vigna e paga gli ultimi come i primi.
Così come il seminatore esce a seminare su tutti i terreni e il padrone della vigna vuole che tutti lavorino in essa, il desiderio della Chiesa è quello di «incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso» (Doc. II, 1), e di dare loro strumenti che li aiutino nella «maturazione della coscienza e di un’autentica libertà» (Doc., Intr.), perché possano discernere la propria vocazione.
Pertanto, nel Documento non si parte dal problema della necessità di vocazioni sacerdotali e religiose, ma si «universalizza la questione vocazionale» [12]. Il discernimento vocazionale viene presentato come «un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede» (ivi) che riguarda tutti i cristiani. Esso infatti è il modo in cui «la vocazione all’amore assume per ciascuno una forma concreta nella vita quotidiana attraverso una serie di scelte, che articolano stato di vita (matrimonio, ministero ordinato, vita consacrata, ecc.), professione, modalità di impegno sociale e politico, stile di vita, gestione del tempo e dei soldi, ecc.» (ivi).
Il discernimento non viene considerato come un atto puntuale, ma come il modo costante di vivere una «vita spirituale» che cerca di essere docile agli impulsi dello Spirito. Di qui l’accenno alle tre nascite – naturale, battesimale e spirituale – di cui parla la Chiesa orientale. Nel discernimento come «nascita nello spirito» (Doc. II, 3) convergono la tradizione antica e le esperienze carismatiche attuali.
La missione dei Pastori è custodire e sostenere le libertà che ancora si stanno costituendo, a immagine di san Giuseppe, che aiutò Gesù a crescere e a maturare umanamente [13] (cfr Doc. II, Intr.).

La gioiosa consapevolezza della nostra fede e vocazione

Nel Documento la fede viene considerata non come mero assenso intellettuale a formule dogmatiche, bensì come «partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr Lumen fidei, 18)» e come lo sfociare di questa in «scelte di vita concrete e coerenti» (Doc. II, 1).
Lo spazio di questo ascolto e di questo dialogo è la coscienza, «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità (Gaudium et spes, 16)» (ivi).
In questa sezione sulla fede spiccano due convinzioni. La prima è che la coscienza è un elemento insostituibile nella valutazione morale; la seconda è che la libertà non perde mai del tutto la capacità radicale di riconoscere il bene e di attuarlo. Quest’ultima convinzione afferma la positività della nostra fede, contro quella tentazione che Dominique Bertrand chiama la «coscienza infelice» [14], ossia il «rifiuto di ciò che ci fa felici». È una tentazione che sempre insidia la Chiesa e si manifesta nel tono e nei temi di molti predicatori e di molti documenti; ed è una delle cose che più spaventano e allontanano i giovani.
A questo proposito, così si esprime il Documento: «Se la vocazione alla gioia dell’amore è l’appello fondamentale che Dio pone nel cuore di ogni giovane perché la sua esistenza possa portare frutto, la fede è insieme dono dall’alto e risposta al sentirsi scelti e amati» (ivi).

Il dono del discernimento

Può essere utile soffermarci sui tre punti che il Documento riprende dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 51. In questa, infatti, papa Francesco utilizza tre verbi per descrivere un cammino di discernimento: riconoscere, interpretare e scegliere [15].

1) Riconoscere. «Riconoscere richiede di far affiorare questa ricchezza emotiva e nominare queste passioni senza giudicarle. Richiede anche di cogliere il “gusto” che lasciano, cioè la consonanza o dissonanza fra ciò che sperimento e ciò che c’è di più profondo in me» (Doc. II, 2).
Con il verbo «riconoscere» il Papa esprime la sua visione positiva della realtà. Avere il coraggio di percepire tutto ciò che si sente, senza paura, è essenziale per poi essere in grado di interpretarlo e di scegliere bene. Avere il coraggio di riconoscere ciò che si sente è essenziale per riuscire a maturare. «Per l’essere umano non è sempre facile riconoscere la forma concreta di quella gioia a cui Dio lo chiama e a cui il suo desiderio tende» (Doc. II, 1). Occorre «darsi gli strumenti per riconoscere la chiamata del Signore alla gioia dell’amore e scegliere di darvi risposta» (Doc. II, 4).
Il riconoscimento richiede «esperienza personale» (ivi). Perciò sarà necessario l’accompagnamento di persone competenti. I giovani cercano referenti vicini, credibili, coerenti e onesti, che li aiutino a «riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio» (Doc. I, 2). Al tempo stesso, il riconoscimento affiora nell’azione: partecipare ad attività concrete di servizio è «occasione di riconoscimento identitario» (ivi). Il modello del «riconoscimento» è l’apostolo Giovanni, che «riconoscerà il Risorto» (Doc., Intr.).
Ebbene, tutto il Documento è impostato sulla base di un riconoscimento: «Riconosciamo una inclusione reciproca tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, pur nella consapevolezza delle differenze» (Doc. III, Intr.).
Il tema dei giovani sembrerebbe mettere in ombra quello della formazione sacerdotale e religiosa. Tuttavia, grazie al modo in cui Francesco ha proposto di affrontarlo, entrambi i temi si rafforzano reciprocamente in modo fecondo.

2) Interpretare. Non basta riconoscere ciò che si è sperimentato, occorre «interpretarlo». Bisogna «comprendere a che cosa lo Spirito sta chiamando attraverso ciò che suscita». Cioè, interpretare non è soltanto «spiegare» un fenomeno in se stesso, ma anche scoprirne il «significato» spirituale. Nell’interpretazione che discerne è essenziale sapere «dove mi porta» una mozione, più che «da dove viene» o «che cos’è».
A volte l’origine di un’esperienza è complessa. Ma domandarci se essa – qualunque sia e da qualsiasi parte venga – ci avvicina a Cristo o ci allontana da lui, alla luce dei criteri del Vangelo, è sempre un cammino fecondo. È un cammino che richiede tempo; che non è esente da tentazioni, dubbi e lotta spirituale, ma che è sempre chiarificatore. Di qui l’importanza del confrontarci con la Parola di Dio. E del ricevere aiuto da qualcuno che ci accompagni e ci possa dare una conferma. Tutto il Documento parte dalla domanda che la Chiesa rivolge a se stessa: come accompagnare i giovani affinché riconoscano la chiamata, e come chiedere loro aiuto per identificare le modalità più efficaci per evangelizzare? (cfr Doc., Intr.).
Ricordiamo un testo di Bergoglio sull’ermeneutica della conoscenza di sé in cui va formato il giovane novizio e che è applicabile a ogni giovane: «Qualsiasi problema o fenomeno umano è suscettibile di un processo di chiarificazione, di una spiegazione, perché qualsiasi realtà umana “contiene in sé una spiegazione immanente, che è valida […]; l’uomo esercita il suo ‘dominio’ sulle cose in questa spiegazione” [16]. Essa si sviluppa tramite mezzi umani, ricorrendo alle tecniche che l’uomo stesso ha scoperto.
“Ma ogni fatto della vita è suscettibile di un significato salvifico, che è grazia, e manifesta l’irruzione di Dio in quel fatto” [17]. Esistono, dunque, due dimensioni: una immanente (la spiegazione del fatto) e una trascendente (il significato del fatto). Fare a meno di una qualsiasi di esse conduce ad atteggiamenti schizofrenici: o allo spiritualismo irreale o all’immanentismo chiuso. A volte, per suggestioni ricevute nel corso della nostra formazione, tendiamo a considerare qualsiasi trascendenza come qualcosa che è “oltre” quel che ci sta attorno, come una sorta di orizzonte. Il pensiero biblico è molto diverso: la vera trascendenza di Dio, secondo la Scrittura, è nel cuore stesso dell’immanenza [18], della storia. Pertanto, ogni volta che il processo di chiarificazione, di spiegazione immanente progredisce, di per sé esso si apre di più alla significazione trascendente. […] Non si tratta di dargli [al giovane] “spiegazioni” o di imporgli “significati”, ma, su questo punto, ha piena validità l’annotazione che sant’Ignazio detta sul direttore degli Esercizi: questi deve mantenersi in equilibrio come il peso sul braccio di una stadera, facendo in modo che chi riceve gli Esercizi entri in comunicazione diretta con il Signore (cfr ES 15)» [19].
È fondamentale anche il criterio del magis («di più») [20]. Il Documento mostra che l’interpretazione richiede uno sforzo, e non ci si può accontentare «della logica legalistica del minimo indispensabile», ma bisogna andare oltre. Il criterio è che, se si vuole dialogare con i giovani e accompagnarli veramente, è essenziale la scelta di un tema di primaria importanza, in cui essi si giochino la loro vita.
Parlare con i giovani della loro vocazione non è un tema tra gli altri, ma «il» tema. E situare il tema del discernimento della vocazione sacerdotale e religiosa nella cornice di un ampio dialogo con i giovani non è una delle cornici possibili, ma «la» cornice.

3) Scegliere. Francesco parla sempre di «concretezza». Scegliere è concretizzare. È anche «rischiare», e poi «farsi carico di ciò che si è desiderato e scelto» con maturità responsabile. La scelta è esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale.
E poiché non si può evitare la scelta (di fatto si sceglie sempre, dal momento che la vita è concreta [21]), vanno evitate due tentazioni: quella di decidere obbedendo alla forza cieca delle pulsioni; e quella di decidere senza fare una scelta propria e intima, rifugiandosi nella legalità astratta di cui si rende responsabile un «altro» astratto.
Ora, questo passaggio – favorire le decisioni personali – sembra spaventare qualcuno. In questo caso è fondamentale la questione del soggetto. Afferma il Documento: «Per lungo tempo nella storia le decisioni fondamentali della vita non sono state prese dai diretti interessati» (Doc. II). Il soggetto è ogni persona che agisce nello spazio inviolabile della coscienza, a cui nessuno può pretendere di sostituirsi (cfr AL 37). La scelta va confermata nella vita, «non può restare imprigionata in una interiorità che rischia di rimanere virtuale o velleitaria» (Doc. II).
Il Documento mostra la vulnerabilità dei giovani su questo punto, perché essi «devono scegliere», e di fatto «scelgono», ma non possono contare su un aiuto adeguato in questa dimensione chiave della vita, dal momento che il mondo liquido di oggi tende a rendere qualsiasi scelta «reversibile» (Doc. I, 3) e orientata a una «autorealizzazione narcisistica». La scommessa del Papa è quella di «ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro». Per questo egli consiglia: «Rischia». Vale a dire: scegli, anche a costo di sbagliare.

Una Chiesa compagna di cammino

A proposito del discernimento, il Documento parla di un processo lungo, non di «atti puntuali». Il discernimento conferma la scelta che è stata fatta, e ciò richiede tempo: richiede di rinunciare a rimanere centrati su di sé e di contare sull’aiuto di un saggio accompagnatore.
In questa sezione sull’accompagnamento e sul profilo ideale del buon accompagnatore possiamo riconoscere il ruolo che la Chiesa sa di avere nei confronti dei giovani. «Alla base del discernimento possiamo rintracciare tre convinzioni» (che sono alla base di ogni accompagnamento e lo rendono strumento apostolico appassionante): 1) lo Spirito di Dio agisce nel cuore attraverso sentimenti e desideri che si collegano a idee, immagini e progetti. Ascoltando con attenzione, è possibile interpretare tali segni. 2) Il cuore di solito si trova combattuto dal peccato e dall’attrazione di richiami diversi, persino opposti. 3) La vita richiede che si prenda una decisione, perché non si può rimanere nell’indeterminatezza.
Queste tre convinzioni hanno delle conseguenze. La prima è che è imprescindibile «darsi gli strumenti per riconoscere la chiamata del Signore alla gioia dell’amore e scegliere di darvi risposta» (Doc II, 4). Un’altra conseguenza è che chi accompagna non può essere soltanto una persona teorica, ma deve avere un’esperienza personale per poter interpretare i moti del cuore e riconoscere l’azione dello Spirito.
A questo punto il Documento traccia il profilo ideale dell’accompagnatore [22], indicando cinque elementi evangelici: «lo sguardo amorevole (la vocazione dei primi discepoli, cfr Gv 1,35-51); la parola autorevole (l’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, cfr Lc 4,32); la capacità di “farsi prossimo” (la parabola del Buon Samaritano, cfr Lc 10,25-37); la scelta di “camminare accanto” (i discepoli di Emmaus, cfr Lc 24,13-35); la testimonianza di autenticità, senza paura di andare contro i pregiudizi più diffusi (la lavanda dei piedi nell’Ultima Cena, cfr Gv 13,1-20)». In definitiva, «nell’impegno di accompagnamento delle giovani generazioni la Chiesa accoglie la sua chiamata a collaborare alla gioia dei giovani piuttosto che tentare di impadronirsi della loro fede (cfr 2 Cor 1,24)» (Doc. II, 4).

Dall’ideale alla concretezza dell’azione pastorale

La terza parte del Documento riguarda «l’azione pastorale». Viene presa in considerazione la sfida della cura pastorale e del discernimento vocazionale e viene rivolta una domanda impegnativa alla Chiesa stessa: «Che cosa significa per essa accompagnare i giovani ad accogliere la chiamata alla gioia del Vangelo?».
In questo modo viene reso ancor più concreto il profilo ideale di colui che accompagna.
In primo luogo, la sua azione è connotata da tre verbi: uscire dagli schemi, ossia lasciare che i protagonisti siano i giovani; vedere i giovani, soffermarsi con loro come Gesù; chiamare i giovani, risvegliarne il desiderio, proporre loro nuove domande, non prescrivere norme da rispettare.
In secondo luogo, nell’azione pastorale gli elementi importanti sono i soggetti che, da un lato, sono tutti i giovani, senza eccezioni, e, dall’altro, le figure di riferimento credibili: «Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento».
In terzo luogo, occorre accompagnare nei luoghi, specialmente quelli della vita quotidiana, dove si diventa adulti. Sono privilegiati i luoghi di impegno sociale, i luoghi in cui si ascolta il grido dei poveri della terra. Ascoltare e servire i poveri aiuta ad avere un’esperienza spirituale e a discernere il proprio cammino.
Infine, l’accompagnamento tiene conto degli strumenti. Accompagnare implica trovare i linguaggi della pastorale, e per questo occorre essere consapevoli della difficoltà di colmare la distanza che c’è tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani.


NOTE

1. Su questo Documento, cfr anche G. Cucci, «Verso il XV Sinodo dei vescovi. Giovani, fede e discernimento vocazionale», in Civ. Catt. 2017 II 380-389.
2. I due testi si possono reperire nella pagina web dedicata al Sinodo: www.
vatican.va/roman_curia/synod/index_it.htm/ 3. La vocazione viene presentata come «chiamata del Signore»: «Venite e vedrete» (Doc., Intr.). Il discernimento si fa «in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito» (Doc. II, 2), con il «vigilare sulle indicazioni con cui il Signore precisa e specifica una vocazione» (Doc. II, 3).
4. Francesco, Discorso nella Veglia di preghiera in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, 8 aprile 2017.
5. Questi erano i titoli di tre lezioni del giovane provinciale Bergoglio, alla fine degli anni Settanta: «Nuestra misión ante la necesidad de vocaciones»; «Nuestra misión ante las nuevas vocaciones»; «Nuestra responsabilidad como provincia frente a las futuras vocaciones». Cfr J. M. Bergoglio, Meditaciones para religiosos, Basauri, Mensajero, 2014, 22-42. Nell’edizione italiana (Nel cuore di ogni padre, Milano, Rizzoli, 2014, 13-34) i titoli sono stati resi con: «Gettare il seme»; «Padri messi alla prova»; «Farsi custodi dell’eredità».
6. Cfr C. Jácome, «La sencillez del Papa Francisco marca los corazones de los jóvenes» (https://tildenoticias.com), 25 maggio 2015.
7. Concilio Vaticano II, Messaggio ai giovani, 7 dicembre 1965.
8. Si possono notare differenze, tra molte altre: quella generazionale geografica; quella storico-culturale; e la differenza tra il genere maschile e femminile in ogni cultura.

9. Cfr Francesco, Enciclica Laudato si’, n. 15.
10. Francesco, Discorso in occasione della visita del Santo Padre a «Villa Nazaret», 18 giugno 2016.
11. Cfr D. Fares, «Educare i figli secondo “Amoris laetitia”», in Civ. Catt. II 2016 363-368.
12. Cfr H. Rojas, «Invitación a repensar el discernimiento vocacional», in Mensaje, marzo-aprile 2017, 24-27.
13. Cfr Francesco, Omelia nella Messa per l’inizio del ministero petrino, 19 marzo 2013.
14. Cfr D. Bertrand, «Contro la “coscienza infelice” nel cristianesimo. Ireneo, Ilario, Cesario», in Civ. Catt. II 2017 29-41.15. Cfr D. Fares, «Aiuti per crescere nella capacità di discernere», in Civ. Catt. I 2017 377-389.
16. Cfr Documento di studio della Clar (Confederación caribeña y latinoamericana de religiosos y religiosas), La vida según el Espíritu en las comunidades religiosas de Latinoamérica, 1977, n. 115.
17. Ivi, n. 116.
18. L’espressione è di Dietrich Bonhoeffer.
19. J. M. Bergoglio, Reflexiones espirituales sobre la vida apostólica, Buenos Aires, Diego de Torres, 1987; tr. it. La croce e la pace, Bologna, EMI, 2014, 32-34.
20. Sul «di più» Bergoglio diceva: «Il magis […] ha la virtù di farci rendere conto dei vari spiriti che agiscono in noi […]. “In generale, quanto più alto sarà lo scopo che tu avrai proposto all’attività, alla fede, alla speranza e all’amore di un uomo perché egli vi dedichi tutte le sue forze affettive e operative, tanto più sarà probabile gli si mettano in moto gli spiriti buoni e cattivi” (P. Favre, Memorie spirituali, nn. 301-302). E questo è un buon modo di aiutare coloro che sono tentati nel primo modo, cioè di “sedentarietà”. [Inoltre] il magis non è mai, astrattamente, un buon criterio di scelta. È l’“ambiente”, ma non il criterio assoluto della scelta.
[…] Questo è di ottimo aiuto a coloro che sono tentati nella seconda maniera, vale a dire, di cercare una “creatività” basata su un magis astratto, senza connotazioni storiche, senza inculturazione» (J. M. Bergoglio, Reflexiones espirituales sobre la vida apostólica, cit.; tr. it. Il desiderio allarga il cuore, Bologna, EMI, 2014, 140).
21. «Assunte o subite, consapevoli o inconsapevoli, si tratta di scelte da cui nessuno può esimersi. Lo scopo del discernimento vocazionale è scoprire come trasformarle, alla luce della fede, in passi verso la pienezza della gioia a cui tutti siamo chiamati» (Doc., Intr.).
22. Distinguendo l’accompagnamento psicologico da quello spirituale: «La guida spirituale rinvia la persona al Signore e prepara il terreno all’incontro con Lui (cfr Gv 3,29-30)» (Doc. II, 4).

© La Civiltà Cattolica 2017 III 449-462 | 4014 (16 set/7 ott 2017)

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