Prima catechesi
Il dono della fede
Mons. Giuseppe Ricchiuti, Arcivescovo di Acerenza


Carissimi giovani,
sono stato invitato e sono stato inviato in mezzo a voi, convenuti da ogni parte d’italia insieme ai vostri coetanei provenienti dai ‘quattro venti’, per tenervi questa catechesi sulla fede, su di un tema, dunque, affascinante e difficile non tanto e non solo per la complessità del discorso quanto per l’avventurarci in sentiero che, percorso con senso di fiducia come quella del bambino tenuto per mano da mamma o papà, si apre imprevedibilmente e prodigiosamente al ‘mistero’ stesso di Dio.
A me tocca, oggi, il non facile compito di ‘tenervi per mano’ e di ‘condurvi’ (questo è il bel significato della parola ‘catechesi’) a pensare, a riflettere e a pregare su che cosa sia e chi sia quella realtà di vita cui diamo il nome di FEDE!
Grazie per la vostra accoglienza e per la giovinezza che vivete e che sapete trasmettere, soprattutto quando le primavere vissute cominciano ad essere, per me, molte e che io desidero augurare a voi tantissime!
Nei miei anni giovanili ebbi a leggere un romanzo di Francesco Iovine dal titolo ‘Le terre del sacramento’ nel quale egli racconta la vita di un giovane pastore abruzzese che, un giorno, sulle rive di un ruscello, mentre vigila il gregge al pascolo, incontra un vecchio missionario rientrato dalla missione africana dopo lunghi anni di servizio pastorale. Al missionario il giovane domanda di Dio, della fede e della sua tormentata ricerca e gli chiede di aiutarlo a ‘rispondere’. Il missionario lo rassicura, gli racconta della sua vicenda di uomo e di prete e alla fine gli dice: ”Non perderti d’animo e non scoraggiarti, continua a cercare perché Dio spunta lentamente nel cuore dell’uomo”.
Un grande teologo ha scritto: “Credere significa sopportare per una vita l’incomprensibilità di Dio” (Karl Rahner, citato in YOUCAT, pag. 25, nota a margine).
Avere fede o non averla, credere o non credere, credenti o non credenti: una invisibile linea, un confine misterioso che non ci mette gli uni contro gli altri; al contrario ci differenzia ma in modo positivo perché ci aiuta al dialogo e al confronto, ci mette in ascolto reciproco di una narrazione dell’esperienza della fede che lascia meravigliati e pensosi allo stesso tempo.
Perché credi, in che cosa credi, in chi credi? La fede è debolezza o è forza? È una povertà o è una ricchezza? È un’offesa alla nostra intelligenza? È possibile vivere senza fede?
Dalla mia esperienza, dai miei studi e dai miei colloqui ogni giorni traggo una sensazione di serenità e di pace interiori e di ‘dispiacere’ per quanti, con indifferenza (pochi) o con nostalgia (moltissimi) comunque avvertono il graduale spuntare di Dio nel loro cuore.
Proviamo ora a raccontare la fede, a dire di questo ‘viaggio’ nel mistero di Dio, a ripartire ad Lui e a lasciarci condurre (“nessuno viene a me se non glielo concede il Padre mio” dirà Gesù) da Lui verso un monte dove, sia pure per una “collocazione provvisoria” (scriveva + don Tonino Bello), fu piantata una croce e su di essa venne inchiodato il Figlio di Dio.
La fede è lì e soltanto piantati in Lui (con-morti, con-sepolti, con-risorti) saremo “saldi nella fede (Col 2,7)”.
Un cammino che parte da lontano, da Abramo (Gen 12, 1. 4) ‘nostro padre nella fede’, come un chiamata imprevedibile e imprevista, che esige una risposta di abbandono e di consegna di sé ricolme di fiducia, che può conoscere “valli oscure e tenebrose (Sal 23)”, rischi e tentazioni, nella certezza che Dio non ci abbandona.
Un cammino che prosegue poi nell’esperienza di fede del popolo di Israele, un’esperienza narrata e pregata nelle pagine meravigliose dell’ Antico Testamento sul filo di una relazione che se da una parte , quella di Dio, vedrà una fedeltà che non verrà mai meno (Os 11), dall’altra, quella di Israele, conoscerà anche momenti di infedeltà e di tradimento, di sfiducia e di idolatrìa.
E, alla fine, ecco il dono di Dio all’umanità, il gesto estremo e supremo di scoprire il Suo volto nell’ ‘apocalisse’ di Gesù Cristo in quella splendida affermazione del Vangelo di Giovanni: “ Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rilevato (1, 17 – 18)”.
“Credere significa quindi dare il proprio assenso a Gesù e scommettere su di Lui tutta la nostra vita” (YOUCAT p. 26, 22).
E M. Teresa di Calcutta: “Non ho fantasìa, non riesco ad immaginarmi Dio padre. Tutto ciò che riesco a vedere è Gesù” (YOUCAT p. 26, 22).
L’allora Card. Joseph Ratzinger ebbe a dire, per il Giubileo dei catechisti e dei docenti di religione (10 dicembre 2000), che “tutto cambia, se Dio c’è o se Dio non c’è” e in questa affermazione coglieva in maniera davvero sorprendente uno dei tratti distintivi del tempo che stiamo vivendo come cristiani: l’ ‘oblìo di Dio’, l’indifferenza al problema, la non-ricerca, l’ ignoranza delle grandi domande.
Il Dio di cui dobbiamo parlare, la fede che dobbiamo saper raccontare è appunto quella che approda, si ferma ai piedi della Croce e non teme di alzare lo sguardo sul Crocefisso: nell’apparente sconfitta di Dio si manifesta la vittoria che vince il mondo: la FEDE!
L’incipit del Vangelo di Marco (1,1) e il centurione sotto la Croce (Mc 15,39)……..
È questa la fede che rende saldi, ci assicura Gesù, come una casa fondata sulla roccia, che diventa capace persino di spostare montagne (Mt 17,20) e che invocheremo ogni giorno dal Signore come dono per ciascuno di noi, consapevoli che solo se saremo saldi in questa fede potremo confessarla davanti al mondo con gioia e con profonda convinzione.
La saldezza nella fede è impegno personale, come tutto il cammino esperienziale di relazione con il Signore, ma non dovrà mai essere individuale: c’ è una fede da condividere nella Chiesa, la comunità materna che ci ha rigenerati mediante il Battesimo come figli nel Figlio e fratelli nella carità e nell’amore.
Carissimi giovani, avviandomi alla conclusione di questa mia catechesi vorrei dirvi di non aver paura di avventurarvi in questo cammino e in questo viaggio dell’anima invocando dal Signore robustezza spirituale e coraggio nel lasciarvi condurre da Lui, come pregava il Beato Fr.. Charles de Foucauld: “ Padre mio, io mi abbandono a Te: fà di me quello che Ti piace!…..”.
Siate oggi e nel futuro, con una fede sempre più salda e sempre più robusta, donne e uomini di Dio, in Cristo Gesù!

 

Seconda catechesi
L’Ancora

Abbiamo cercato insieme ieri, carissimi giovani fratelli e sorelle nella fede in Cristo Gesù, di riflettere sull’ affascinante avventura del cammino della fede e di comprendere come sia possibile crescere e maturare in questa relazione con Dio in modo forte e robusto, “saldi nella fede”, come scriveva san Paolo nella lettera ai Colossesi.
Proveremo oggi, 18 agosto, in questa catechesi, mentre auguro a tutti e a ciascuno di voi una bellissima giornata, a dialogare sulla possibilità che quella saldezza nella fede diventi radicamento profondo della nostra esistenza in Gesù Cristo, un essere fondati su di Lui che ci permetta di ‘stare sempre in piedi’, come una casa fondata sulla roccia e come albero dalle radici profonde.
La casa e l’albero: sono, come tutti voi ricordate, le immagini bibliche (Lc 6,47-48; Col 2, 6-7), cui ha fatto ricorso Benedetto XVI nel messaggio inviato a voi per questa GMG spagnola, invitandovi e provocandovi su di un terreno esistenziale e su una questione fondamentale che fa riferimento ad una certa cultura contemporanea che si rivolge, in modo particolare al mondo giovanile, cristiano e non.
Qual è e come possiamo definirla questa cultura contemporanea che lancia messaggi emozionali e abbaglianti, suggeritori ingannevoli di uno stile di vita da carpe diem, svuotato però di saggezza, di sapienza e di progettualità, impregnato di pensieri ‘deboli’, di valutazioni superficiali e di omologazioni di linguaggi e di comportamenti, ossessionato dal desiderio dell’ ‘apparire’ più che dall’ ‘essere’.
Non possiamo non riferirci, a questo proposito, a quella società che viene definita ‘liquida’, che si rifiuta di indicare punti di riferimento per il semplice motivo che non ci possono essere, che non si preoccupa di costruire per l’altrettanto semplice motivo che sarebbe da folli tentare di costruire sull’acqua ( o sulla sabbia).
È possibile, vi chiedo, solcare il ‘mare’ della vita senza cedere, come accadde ad Ulisse, ai suoni dolcissimi e ammalianti delle ‘sirene’ del mito e della realtà di oggi? Dove gettare le fondamenta? Dove radicarsi? Dove lasciar cadere l’ àncora?
Noi cristiani, con amabilità e con dolcezza, con umiltà e senza arroganza, con la forza della parola e con la testimonianza della vita, possiamo rispondere a quelle domande: è Gesù Cristo la Verità! È Lui la radice, il fondamento, l’ àncora!
Ma ad alcune condizioni, carissimi giovani, che non detto io ma il Signore.
La prima: incontrare Cristo, perché soltanto Lui “dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 1).
Senza questo incontro decisivo, senza un’attrazione irresistibile verso di Lui, senza l’innamoramento causato dal fascino che si sprigiona dal suo vangelo, senza la passione verso la sua parola ‘folle’ e mai vana sarà impossibile radicarsi in Lui.
La seconda: lasciarsi modellare e plasmare, senza opporre resistenza, con una docilità che consentirà al Signore di trasformarti a Sua immagine.
Senza questa docilità ti farai un Cristo a tua immagine, un vangelo a tuo uso e consumo, un’etica della vita che scivolerà o in un moralismo rigido e impietoso o in un giustificare, permissivo e arrendevole, sempre, tutto e tutti.
La terza: radicarsi e piantarsi in Cristo per nutrirsi di Lui con un’esistenza veramente impregnata di spiritualità, di ecclesialità e di sacramentalità (in questi giorni, in modo, particolare, e per i giorni avvenire).
“Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica (e del vostro YOUCAT, aggiungo io); entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!” (Benedetto XVI, Messaggio per la XXVI GMG, n. 4).
Le fondamenta di una costruzione sono invisibili, visibile è la casa, bella e luminosa!
Le radici di un albero sono invisibili, visibile è l’albero, alto, frondoso e colmo di frutti!
L’ancora è invisibile, visibile è la nave, ferma e adagiata sull’acqua!
Per dirvi, con queste immagini, carissimi giovani, che siamo noi, ciascuno di noi, il Cristo e il Vangelo visibili. Il nostro volto, le nostre parole, i nostri comportamenti saranno rivelatori di donne e di uomini che saranno riconosciuti cristiani da come nell’amore (nell’accezione suggestiva dell’ agàpe) vicendevole racconteranno la bellezza dell’incontro, unico e straordinario, con Gesù Cristo che ha cambiato radicalmente e totalmente la loro vita.
Per invitarvi, se ce ne fosse bisogno, al ritorno a casa (qui sembra un compito più facile perché parliamo lo stesso linguaggio… di fede), in famiglia, nella scuola, nei pubs e nelle discoteche, tra gli amici, nel luogo di lavoro (me lo auguro per ciascuno di voi!), a non vergognarvi del Signore e della vostra appartenenza alla Chiesa.
Per dirvi, infine, con l’apostolo San Paolo: “Come dunque avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in (en) Lui camminate (peripatèite), radicati e costruiti (errizomènoi e epoikodomoùmenoi) su (en) di lui, saldi (bebaioumènoi) nella fede, come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie” (Col 2, 6-7).
Tutto consiste, nell’esperienza della fede cristiana, in un piccola preposizione: in Lui, uno stato in luogo, forte e sicuro, una immersione (il battesimo) coraggiosa e audace per un riemergere totalmente rinnovati.


Terza catechesi
Raccontare e condividere

Cari giovani,
siamo al nostro terzo e ultimo appuntamento di riflessione e di catechesi, in questo 19 di agosto in terra di Spagna, cui va il nostro grazie per l’accoglienza riservataci dalla sua chiesa e dalla sua società civile, su alcune suggestioni che emergono da una lettura attenta e profonda del Messaggio che il Papa Benedetto XVI ha inviato per la XXVI GMG.
Abbiamo parlato nei giorni precedenti della fede, della fede in Cristo Gesù, della necessità di rimanere saldi e radicarsi ogni giorno di più in questo straordinario dono ricevuto che, ove accolto con gioia e con stupore, rende possibile la ‘visione’ del mistero stesso di Dio e ci proclama “beati perché noi tutti non abbiamo visto e abbiamo creduto” (Gv 20,28)!
Il dono della fede però bisogna saperlo raccontare e condividere, anzi, ancora di più, moltiplicarlo per quanti non ne hanno conoscenza e, quindi, lo cercano e lo desiderano.
La realtà del nostro tempo e della nostra cultura, anche in terra cristiana, dice l’urgenza di ritornare ad evangelizzare, a riassaporare la gioia di portare la ‘buona notizia’, di non venir meno al ‘comando’ di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).
Nei nostri ambienti ecclesiali, nelle nostre comunità, associazioni e movimenti, nei vostri gruppi giovanili, in modo particolare e talvolta con molta preoccupazione e sofferenza, si discute e ci si confronta su come seminare nei solchi della storia presente il Vangelo.
Spesso ci chiediamo il perché dell’affievolirsi della testimonianza cristiana nella cultura e nei vari ambiti delle realtà temporali (la politica, l’economia, la scienza, la tecnica ecc. ecc.), il perché dell’allontanarsi di molti nostri amici, giovani e adulti, dalla Chiesa, il perché di una messa in discussione radicale di temi etici ( quali, ad es., la vita, la sessualità, il nasce e il morire, ecc.ecc.) sui quali pensavamo di poter trovare una forma di dialogo convergente e costruttivo.
E non troviamo risposte, con la conseguenza di assistere impotenti ad una scristianizzazione che avanza inesorabilmente e con effetti devastanti soprattutto per le future generazioni.
È doveroso per noi, proprio in relazione al comando di Gesù sopra ricordato, convincerci, come scrive Benedetto XVI nel suo messaggio per questa GMG, che: “ … là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua crescente dignità, cresce la comunione, con i frutti che essa porta” (n. 3).
Disporsi dunque a questa testimonianza, rimettersi sulle spalle la bisaccia dell’ evangelizzatore e ripartire, ‘riprendere il largo’, come scriveva il Beato Giovanni Paolo II agli inizi di questo terzo millennio del cristianesimo.
Sarà una fantastica avventura che ci e vi meriterà le splendide parole di Isaìa, il profeta dell’ottimismo e della fiducia, della concordia e della pace messianiche: “ Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza” (Is 52,7).
Ritrovare e riscoprire il senso di una esistenza cristiana generosa e impegnata, non reclusa nella rassicurante atmosfera delle nostre sagrestie, delle nostre chiese e delle nostre strutture pastorali, che corrono il rischio di trasformarsi in fortini e in accampamenti dove potrebbe prevalere il senso dell’assedio e della difesa.
I valori del Vangelo vanno non soltanto difesi, vanno altresì proclamati sui tetti e vissuti ‘pagando’ di persona, con scelte di vita forti e radicali, con sapienza e con intelligenza, con audacia e con franchezza.
Perdonatemi se vi confido un certa mia sofferenza, come vescovo, nel constatare talvolta in voi, giovani, nelle vostre parole e nei vostri comportamenti, atteggiamenti scarsamente entusiasti di rispondere con la propria fantasia e con la propria creatività alla proposta di Gesù di seguirLo e di annunciarLo.
Nella storia della Chiesa, che ha conosciuto e conosce pagine dolorose di tradimenti e di infedeltà, risplende luminosa la forza e l’esempio dei “ …..santi e dei martiri che hanno atinto dalla Croce gloriosa di Cristo la forza per essere fedeli a Dio fino al dono di se stessi. ……. Quanti cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio…” (Benedetto XVI, Messaggio per la XXVI GMG, n. 5).
La Chiesa ha bisogno, anche oggi, di cristiani gioiosi e generosi; il mondo, nonostante segnali contrari, percepisce la ‘novità’ apportata dal Vangelo e sente di poter contare, per la speranza nel futuro, sui cristiani e sulla loro capacità di saper costruire la civiltà dell’amore.
Cari giovani, siate protagonisti della evangelizzazione, ‘riappropriatevi’ con saggezza e con intelligenza (doni dello Spirito Santo!) della vostra appartenenza alla Chiesa e della corresponsabilità da vivere all’interno di essa, perché la Chiesa vi ama, vi guarda con simpatìa, crede nelle immense potenzialità della irrepetibile vostra stagione di vita, vi accompagna e vi sostiene soprattutto in questo momento storico particolarmente difficile per voi.
E dopo Madrid, ritornando a casa, radicati e fondati su Cristo, ancor più saldi nella fede, vi auguro, con le parole di Benedetto XVI, che “….se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno, diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!”