Mercoledì 17 agosto 2011
Prima catechesi
SALDI NELLA FEDE
Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma


1. Scegliere bisogna

Paolo ai cristiani di Colossi esorta ad essere saldi nella fede.
Sorvolando idealmente la chiesa dei primi anni troviamo queste piccole comunità che vivono la fede nel Signore in mezzo a un mondo pluralista, pieno di idee seducenti, di rischi di fare un tutt’uno con altre fedi, con uno stile di vita diverso…la comunità cristiana ci vive in mezzo e non può non confrontarsi, anzi è lì per donare l’annuncio, ma solo se resta salda nella fede…deve nella fede ribadire il suo si, rinnovare ogni giono la sua adesione al Signore…
Così era già successo al popolo dell’esodo, quando arrivò alla terra promessa. Alla spalle il deserto nel quale non c’erano molte alternative: o rimanere nella carovana, o morire, o essere del popolo e credere o non avere futuro…Arriva alla terra dove scorre il latte e il miele e lo scenario cambia. È abitata da altri popoli con religioni e stli di vita diversi e seducenti. Hanno un contatto immediato, fisico con la divinità e uno stile di vita immediatamente appagante, che porta al piacere immediato. La divinità è un idolo che si tocca e si porta dove si vuole, che ti dà immediatamente i frutti della terra con culti fatti su misura sulle abitudini dell’uomo…Canaan rappresenta una cultura piena di idoli, di offerte attraenti e molteplici, non bastano più le buone abitudini, ci vogliono le convinzioni…
Ecco perché a Sichem occorre rinnovare la promessa fatta alle pendici del Sinai, dove Dio si era manifestato e aveva dato il segno della sua predilezioone, la parola - legge, come fa un padre che si prende cura del suo figlio amato e non lo abbandona, al contrario lo segue, gli indica la strada, non vuole prendere il suo posto nel camminare, perché vuole che cresca libero. Ma sta in pensiero per Lui pefrchè gli vuole bene.
È così oggi anche per noi, in particolare per chi è giovane…c’è una fase della vita dove è naturale seguire quello che altri fanno, i genitori, la famiglia, è, come la carovana dell’esodo, l’ambiente in cui vivi, che ti tira su, che ti dà abitudini, ma arriva (e deve arrivare) il momento nel quale scegliere e lievitare dall’abitudine alla convinzione attraverso un cammino vero che segue la crescita e dare valore e peso alla tradizione che è stata trasmessa…
È un passaggio progressivo, necessario. Oggi in modo particolare, perché chi non sceglie di essere cristiano, rischia (ha già scelto) di sceglier (lo) non esserlo e di lasciarsi portare avanti dalla confusione, dall’inerzia, di seguire idoli voraci che allettano per un momento, ma poi rendono schiavi, di distoglieresi da scelte coraggiose…

2. Qualcuno ti dirà che…

Solidità e fede sono in contraddizione…la solidità si ha su una cosa ferma e stabile, che permette di costruire, come una roccia, come un basamento ben fatto, mentre qui la solidità è su un atto di fiducia, che di per se è mobile, in continua evoluzione e a rischio…
Ecco la contraddizione: essere saldi su una realtà che cambia sempre. Quasi i giocolieri che al circo stanno in bilico su un piano con un rullo sotto…
… ci sono molti rischi
il rischio di essere sfiduciati…è proprio del nostro tempo non avere più persone che danno riferimenti certi e che ben presto cambiano non solo parere, ma schieramenti, al punto che i rapporti tra le persone sembrano solo funzionali, fatti per qualcosa d’altro che si avvicina all’interesse o al tornaconto personale…Quando questo avviene si ingenera sfiduca e viene meno la sicurezza tra le persone…
affonderà il coltello in un dubbio più radicale
non si può essere saldi e tanto meno da giovani, perché noi ci “andiamo facendo” di momento in momento, di esperienza in esperienza, di emozione in emozione, quasi fossimo una scatola di lego da montare e smontare in continuazione…in questa prospettiva non c’è una storia e tanto meno un passato che ci generano a una vita nuova e indipendente, perché tutto è nelle mie mani…
e poi induce il
il dubbio che non ci sia qualcuno con il quale saldare un rapporto di fiducia, perché o viene sconfessata, o perché non c’è persona o ragione che la possono meritare in modo pieno e totalizzante…
Nel primo caso non divento mai sicuro delle relazioni e considero impossibile una relazione che mi configura per sempre al punto che non ho fiducia (la parola è prossima a fede) né in me stesso che nell’altro...è il caso delle convivenze tra i giovani: stiamo insieme finchè ci vogliamo bene, ad indicare ch e il volersi bene ha un termine e che non mi fido o affido né a me stesso né a te…
Nel secondo caso sento che non è possibile travare una persona che mi conquisti totalmente perché è in grado di offrirmi ragioni di vita definitive…
Davanti a questi dubbi e interrogativi mi piace pensare che chi è veramente giovane può sostenere queste sfide, perché ha in sé la forza del sogno e la dinamica della crescita…
Dice san Giovanni: scrivo a voi giovani perché siete forti, perché la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1 Gv 2,13b, 14b) . San Giovanni lo ridabisce due volte, dando per certa questa vittoria che non si ha “ a tavolino”, ma proprio nel percorso dell’essere giovane con le fatiche e le debolezze proprie, ma proprio lì la potenza della Parola è vincente e rende forte chi è giovane. Io credo a un giovane che sa crescere facendo leva anche sulle sconfitte, sulla bebolezza, perchè si fida e affida nel Signore, e può dire “tutto posso in Colui che mi dà forza”. (1 Cor )
Una vittoria per sé e per gli altri, perché il mondo, la famiglia, la chiesa hanno bisogno dei sogni, della critica, dell’occhio nuovo dei giovani che tali debbono rimanere e non rinunciare ad esserlo…Qui c’è la realtà e la grande prospettiva dell’avventura cristiana: conoscere e accogliere Gesù, rafforzarsi nella fede non solo non toglie nulla all’essere uomo e donna, all’essere giovane, ma dà una pienezza al di sopra di ogni attesa…

3. La storia di un incontro

Essere saldi nella fede, nasce dall’incontro che il Signore cerca e vuole con noi.
Avvenuto all’origine del tempo prende forma nel Battesimo e si sviluppa in tutrta la vita. Ci sono fasi crusciali, di autentica svolta. Essere giovani è accettare un dialogo rinnovato con Gesù. Il vangelo di giovanni ce lo presenta. Due discepoli di Giovanni avevano “sentito parlare di Lui” e Gesù li provoca. «Che cosa cercate?» (Gv 1,38.È bello sentire che uno si rivolge a noi, che ci tiene al centro della sua attenzione, che non è indifferente a noi, al contrario ci cerca rispettando, a meglio dando valore, alla nostra libertà, perché vuole tessere un rapporto vero di amicizia. La domanda di Gesù è una pro-vocazione, una prima chiamata che incoraggia a interrogarsi sul significato autentico della propria ricerca. È la domanda che Gesù rivolge a chiunque desideri stabilire un rapporto con lui: è una pro-vocazione a chiarire a se stessi di cosa si sia davvero alla ricerca nella vita, a discernere ciò di cui si sente la mancanza, a scoprire cosa stia realmente a cuore.
Domanda che ne suscita un’altra: «Maestro, dove dimori?». Mostrano di essere affascinati dalla persona di Gesù, interessati a lui e alla bellezza della sua proposta di vita. Prende avvio, così, una relazione profonda e stabile con Gesù, tutta racchiusa nel verbo “dimorare”.
«Venite e vedrete» (Gv 1,38): il coraggio della proposta.
Dopo una successione di domande, ecco finalmente la proposta. Gesù fa esplicitamente un invito («venite»), a cui associa una promessa («vedrete»).. I due discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo Rabbì, cioè maestro: è un chiaro segnale della loro intenzione di entrare in relazione con qualcuno che possa guidarli e far fiorire la loro vita.
«Si fermarono presso di lui» (Gv 1,39): accettare la sfida.
Accettando l’invito di Gesù i discepoli si mettono in gioco decidendo d’investire nella sua proposta tutto se stessi. Un incontro che diventa esperienza, comunione di vita, che non lascia indifferenti, ma che mette il desiderioi di comunicarlo: “abbiamo trovato il messia” La fede se non si comunica, se non diventa missione, non è vera…
L’amicizia che nasce chiede stabilità, la fede è fedeltà. Affronta i momenti, le fasi difficili con le quali misurarsi con la proposta scolvolgente ed esigente che Gesù fa. La sua non è un’operazione di marketing che trattiene i clienti il più possibile, ma è un inconrto vero con la verità, verso la quale occorre decidersi. Non ti tiene nascosta la verità su di Lui (io sono il pane disceso dal cielo), su di te (anche voi volete andarvene?), sul tuo destino (andiamo a Gerusalemme…) e fa risaltare il valore di questo rapporto che va oltre lo scandalo e la persecuzione.
Dopo aver ascoltato le sue parole esigenti, molti discepoli si erano tirati indietro e non erano più disposti a seguirlo. Il loro abbandono suscita la reazione di Gesù, che pone ai Dodici una domanda sferzante: «Volete andarvene anche voi?» (6, 67). È, dunque, a Cafarnao che i Dodici misurano il prezzo della scelta. La relazione con Gesù non può continuare per inerzia. Ha, invece, bisogno di una rinnovata decisione, come dichiara pubblicamente Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6, 68-69). Tu solo hai parole che rendono la vita degna di essere vissuta.
Incontro che porta ad una conoscenza nuova. Si entra nel mistero di Gesù e si intravvede il suo segreto, che ha retto tutta la sua vita «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (13,1), ma senza mai possederlo, perché Lui sorprende – San Pietro ne sa qualcosa - e chiede di lasciarsi amare «Signore tu lavi i piedi a me?» (Gv 13,6): accettare di essere amato. Nel Cenacolo si capisce che non siamo noi a – tentazione sempre presente fin dal vitello d’oro nel deserto – a portare Dio dove vogliamo, a farlo a nostra immagine, ma che è Lui si rivela a chi lo accoglie con il cuore puro e disponibile alla meraviglia e al dono. Proprio lì si prepara il misterioso dono che Lui fa di sé nella sua morte e risurrezione e si apre la prospettiva di una vita esaltanate “come” la sua…” come ho fatto io fare anche voi”.
L’incontro, la conoscenza sono già e diventano esperienza di amore «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,34): vivere la relazione nell’amore. È il suo testamento. Si capisce che è una comunità che lui ha raccolto (la chiesa) nella quale essere presente per i discepoli che Lui ha chiamato e per quelli che, tramite loro chiamerà.
L’amore è il compimento della relazione, il fine di tutto il cammino. Il rapporto tra maestro e discepolo non ha niente a che vedere con la dipendenza servile: si esprime nella libertà dell’amore. Tre sono le sue caratteristiche: l’estrema dedizione («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»: 15,13); la familiarità confidente («tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi»: 15,15); la scelta libera e gratuita («Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi»: 15,16). Il frutto di questa esperienza è la missione che Gesù affida ai suoi discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (13,35; cfr 15,12-17).

4. I passi della fede. Essere saldi e arricchiti nella fede.

Esprime atteggiamenti tra di loro in stretta connessione:
la fiducia: io mi fido e mi affido a te. È il bambino che si rassicura in braccia a sua madre, a suo padre o a una persona al quale riconosce fiducia o caratteristiche che gli segnalano fiducia (damiano a fonteavellana… il bambino con Alec Guines) (ps 130);
proprio dalla fiducia e dall’esperienza effettivamente fatta della fiducia nasce il credere a quanto la persona mi dice, afferma, mi pone davanti perché io gli creda, mi dice perché io cammini sicuro, mi pone davanti come via di verità…”lo credo perché me lo dici tu…” “ mi fido di quello che tu mi dici, perché me o dici tu”…
È dono e nello stesso tempo – sostenuto dal dono della sua grazia – è risposta mia, vera, personale, progressiva, anche faticosa, che passa attraverso tutte le dimensioni del mio essere…una risposta che natura e che non ha paura del confronto con glia ltri e che accoglie anche i dubbi – a volte anche colpevoli – che sollecitano una conoscenza migliore, più intima, più vera…mette insieme (come la natura del Signore) il dono dell’incontro totalmente di Dio con la risposta totalmente umana, sostenuta dalla grazia… Essere solidi non vuol dire essere essere rigidi, ma è la sodità di chi cammina sempre, è la forza di chi sta vicino al Signore…
È vita piena…Un atteggaimento che prende e fascia tutta la vita e che non è limitato ad un aspetto del mio essere o del mio esistere.
Al carattere coscitivo : la fede mi fa conoscere quello che non so …
Emotivo: la fede mi dà tanto…
Personale - introspettivo: che io ti conosca;
comunitario: essere insieme
ma prende tutta la esistenza, la fascia e la illumina…
ha il carattere della stabilità e della fremezza e nello stesso tempo ha la dinamica della crescita. Ha in sé il valore di una seclta fatta e di una scelta che per essere vera si rinnova tutti i giorni, si arricchisce, ha il segno della memoria: lo Spirito Santo mi fa conoscere il Signore e la proiezione del futuro…
ha tutte le dimensioni del mio essere, perché mi è venuto incontro Dio che mi ha creato e che si è fatto uomo per incontrarmi…
Trovo a chi posso dare fiducia, sento che è con me e non mi abbandona mai (da forze amiche sono meravigliosamente avvolti, attendiamo consolati quello che verrà. Dio è con noi di sera, di mattina, sarà con noi in ogni nuovo giorno” (D. Bonhoeffer) ; nel camminare dietro a Lui e con Lui trovo la stabilità perché lui fa unità di tutto il mio esistere, della mia vita, del mio futuro…sento la comunione che Lui mi dona, con Lui e con la comunità della chiesa e con tutti i credenti sento che dobbiamo caminare verso il regno di Dio che non è di questo mondo, ma mi devo impegnare per il vero bene di tutti.
In Nomine Domini
Salus nostra in manu Tua


Giovedì 18 agosto 2011
Seconda catechesi
RADICATI IN CRISTO

La mia diocesi ha un posto in alta montagna, dove ancora oggi i bambini imparano a respirare, alcuni stanno bene solo lì. Ci sono giovani fino ai diciotto anni ed ora l’aria unica che si respira e qualche farmaco mirato, rendono i soggiorni più brevi, mentre un tempo i ragazzi stavano lì per mesi, per anni, per sempre…
Un vecchio prete mi ha raccontato di un bambino che era stato portato lì e poi …dimenticato. Lui voleva una lettera, una cartolina, un piccolo regalo a Natale come gli altri…quel prete ogni volta che scendeva in qualche città o andava lontan, gli mandava una cartolina, firmata “mamma”. Quando tornava in montagna il bambino gli correva incontro raggiante e subito mostrava la cartolina al prete che…gliela aveva spedita…Non so per quanto tempo andò avanti quel santo “inganno”, ma mi dissero che fu efficace…quel piccolo aveva riagganciato con la sua origine, le sue radici e sopportava i disagi e le cure. Quelle radici artefatte gli facevano produrre buoni frutti.

1. Le nostre radici

Quando risento questa storia non nego che mi commuovo. Oggi mi è venuto alla mente pensando a quanto sia importante essere radicati, avere delle radici, non solo di sangue, avere, cioè, un punto fermo a cui riferirsi e nello stesso tempo sentirsi amati, attesi, cercati…a quanto sia deleterio essere sradicati o non riconoscere o avvertire di non avere radici.
Non possiamo sfuggire a domande profonde e radicali sulle nostre radici, sul nostro essere, sul fine del nostro esistere… Alla base di un certo disorientamento, di un’ansia dell’esistere o del frastuono ricercato di molti, troppi giovani, credo ci sia domande eluse o darsi risposte insoddisfacienti…
Essere giovani vuol dire lasciarsi interrogare: perché “proprio me”? perché “qui”? perché “in questo tempo”?
Interrogativi che aprono su un mistero che non solo affascina, intriga, ma che è determinante per la stabilità alla mia crescita, per essere innestati in un cammino verso una meta…
Al riguardo mi piace attingere ala nostra esperienza di donne e di uomini…
Cerchiamo di andare al primo ricordo che abbiamo di noi stessi…
Se cerco di ricordare le prime cose della mia vita, andando indietro di oltre mezzo secolo (sono già protetto dai beni culturali…) avverto di essere in casa e il senso del calore di chi mi vuole bene…Molti di noi credo, facendo questa operazione a ritroso, sono ricondotti all’esperienza dell’amore, di due mani che ci hanno accolto, del tepore di un incontro con chi ci ha generato e voluto bene…
Una coppia di amici anni fa adottarono un bambino e mi ricordo che mentre ci preparavamo al suo battesimo, mi mostravano orgogliosi e commossi le sue fotografie…una mi incuriosì: attorno alle gode paffute del neonato c’erano due ascigamani arrotolati…chiesi spiegazuioni. Lla mamma mi spiegò che il bambino nel reparto in cui l’avevano ricoverato era al centro delle attenzioni materne di tutte le infermiere, ma quando non potevano tenerlo in braccio, gli lasciavano accanto questi asciugamani arrotolati, perché non si sentisse solo, perché sentisse come due braccia che lo cullavano…mi commuovo ancora a pensarlo…
Troviamo le nostre radici nell’amore e siamo accompagnati dall’amore…
Conoscere che siamo stati cercati, amati, voluti, che non siamo solo e che siamo attesi significa che:
non viviamo tra due assurdi: la nascita o la morte;
non siano tra due violazioni della nostra libertà, da forzare con rabbia: sono nato senza che nessuno me lo chiedesse e morirò senza che mi si chieda il parere…
non siamo neache tra il gioco del caso: una boccia in un bigliardo che lanciata sbatte contro le sponde e le altre boccie e prima o poi, si ferma, o va in buca…
In questo clima riusciamo anche a dare un volto a questo amore, a disegnare i contorni di situzioni e fatti...
Purtroppo può succedere che qualcuno abbia avvertito anche la dolorosa debolezza, le crepe dell’amore o, addirittura, il suo venir meno e il permanere di un grande desiderio o nostalgia di questo amore...
Allora siamo ulteriormente sollecitati ad andare alla Radice di quell’amore e di ogni amore, de riconoscere un Amore che non viene meno, anche quando – e sembra assurdo – non troviamo più quello delle persone più care…
La nostra radice e l’amore di Dio e ha il volto di Gesù di Nazareth, il Signore…
Così le nostre radici più profonde sono in una Persona che ci ha amati e accolti da sempre e che non viene meno: mi ha amato chiamandomi e chiamandomi mi ama.
Radice che è viva e vera oggi, è
il senso che dà la direzione al mio esistere,
la meta del mio percorso e
lo stile e il modo del mio camminare
Il nostro percorso, essere qui alla GMG è
riconoscere questa radice;
lasciarci innestarci di più in lei;
lasciarci lavorare: tagliare e mondare dall’agricoltore,
portare frutti per noi e pre gli altri…
Siamo tanti e diversi e ognuno si colloca in un momento, in un posto, in una fase particolare della parabola della vigna e dei tralci – le parabole sono fatte proprio per prenderci dentro - ma certamente abbiamo bisogno di collocarci, di riconoscere che le nostre radici sono in Dio e da qui portare frutti…
Essere senza radici e senza meta disorienta, ci rende volubili a tutti i venti…proprio cercare e lasciarci raggiungere da Lui e sentirci svelati al mistero propondo di noi stessi, trovarci abitati dalla sua presenza da sempre …avvertire che Lui è fedele ieri, oggi e sempre, che lui è l’alfa e l’omega. Fare l’esperienza di non essere mai soli.

2. Le radici nella Croce

Parlare di radici, subito viene alla mente un inizio, immagini come l’alba o i primi passi di un viaggio, lo sbocciare di un fiore…
Vorrei interrogare la vicenda di Gesù di Nazareth proprio dal suo epilogo che la illumina tutta…. Troviamo le radici in un apparente fine, al tramonto della vita del Nazareno…
Anche qui vogliamo accettare le sorprese di Dio che si fa conoscere, rivela il suo volto e non possiamo idearlo e farlo a nostra immagine, come noi, secondo i nostri desideri…
Subito viene in mente quella che per molti è una fine ingloriosa: il calvario, con le tre croci ancora gravate dal loro carico di corpi.
È paradossale: è la fine vergognosa, è la sconfitta di un uomo che aveva raccolto consensi… Sotto la croce di Gesù passa il mondo: chi lo tenta e vuole da lui un fatto clamoroso, chi nega con questa presunta “evidenza” ogni pretesa di essere il salvatore e la radice di un’ umanità nuova, di una gioia che vince la morte e dà pienezza di vita…

La croce
è un patibolo al punto che è simbolo di sconfitta e di morte che non va ostentato, che va tenuto nascosto, che va tolto.
C’è una accusa e una bestemmia che passa i secoli : “ Alexomos adora il tuo Dio”: questo è scritto a Roma nella stanza dei paggi imperiali sul Palatino, davanti a un crocefisso con la testa d’asino,
mi sono sentito dire da un amico che si dice agnostico : “voi adorate un condannato, come si fa? ” . Me lo ripete mentre, secondo me si sente attratto…
ben che vada ci dicono che è la fine di un sogno di giustizia di un mondo diverso…
“ Uno dei soldati gli trafisse il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua”…(Gv )
Gesù è già morto e a lui non vengano spezzate le gambe, come agli altri condannati per impedire loro di far forza e sollevarsi a respirare. Un soldato, però, vuole esser certo della morte sopravvenuta, e dà prova di capacità balistica, sfoggiando un colpo imparato in addestramento: trafiggere il cuore da destra a sinistra, eludendo lo scudo del nemico. Un colpo difficile, da esperto, è il colpo di grazia.
Lui non sa però che attua le profezie: volgeranno lo sguardo a colui che hanno e trafitto e consente di vedere in Gesù l’agnello pasquale, al quale non sarà spezzato alcun osso…la storia è retta dal misterioso disegno di Dio, nonostante gli uomini ed anche facendo ricorso al loro inconsapevole e addirittura colpevole, contributo…La croce è la radice, il germoglio di un mondo nuovo.
La croce non è un legno secco che non può germogliare, o dare frutti, al contrario è l’albero della vita, germoglia, è la radice di un mondo nuovo, nel quale noi siamo nati.
Viene alla mente il grande mosaico di San Clemente a Roma, l’avete presente, c’è la croce al centro e da essa nascono le foglie che girando su se stesse, invadono tutta la conca dell’apside e tra quelle foglie c’è la vita della chiesa e del mondo: i padri e le situazioni di tutti i gioorni, il lavoro e i sogni dei giovani…

Il costato aperto
1. Il costato è trafitto e da lì è stato colpito il cuore di Dio, di Cristo…è come una fessura che mi fa vedere chi è Dio, il suo amore per noi…è come quando da uno spiraglio fortunato posso vedere il panorama che c’è dall’altra parte che si schiude in modo sorprendente…lì Dio si fa conoscere e lo conosco dal cuore di Cristo…conosco che è amore totale che dà se stesso e non trattiene per sé nulla. Mi sembra di vedere l’amore che germina tra un ragazzo e una ragazza e che prende forma in un sì definitivo; il sì di chi lascia casa fratelli e sorelle, campi e lavoro per un sì pieno nel quale tutto donare in una scelta definitiva che poi restituirà tutto nel centuplo promesso. Gesù ha il coraggio di buttare tutto se stesso nel sì a Dio, per il bene di tutti noi…
2. Da quello spiraglio vedo che ama me in modo unico perché questo amore totale mi ha generato, mi ha sostenuto, mi accompagna anche quando io me ne scordo: Gesù resta con me quando io gli volto le spalle, come ha fatto con chi lo metteva in croce: li perdona mentre lo trafiggono e non gli chiedono di essere perdonati…Questo amore è per me, è esclusivo e unico, ma mi meraviglio: alzo gli occhi e vedo le braccia aperte e protese a salvare l’umanità: è per me perché è per tutti, grandezza dell’amore che non si riduce se lo offri, ma che al contrario cresce, si affina…come quello di una mamma che ama tutti i suoi figli, ma ognuno in modo unico…
3. Conosco l’amore di Dio che resta fedele sempre…anche quando è rifiutato e che si rinnova nei confronti di ogni persona fino al punto di essere donato come accoglienza e perdono sulla croce con chie ra condannato con Lui: oggi sarai con me in paradiso…La fedeltà per Gesù di Nazaret non è stare fermi, in difesa, in modo noioso e statico, ma è ogni giorno ribadire il sì alla propria chiamata e alle esigenze che comporta. Ce lo ha detto il Papa per la sua vocazione: disse sì, ma dovette farla sua, piappropriarsene, perché qel sì fosse vero…
4. Proprio quella ferita diventa feconda di una vita nuova. L’amore non è sterile: dà vita: la radice ha prodotto un tronco forte e fronde cariche di frutti: eccoli:
come Dio aveva aperto il costato di Adamo e da lì aveva tratto Eva, carne dalla mia carne, canterà, ebbro di gioia, Adamo nel primo canto di amore dell’umanità, ora da lì trae la chiesa, noi suo popolo abbiamo dal costato di Cristo le nostre radici …ne fanno esperienza i discepoli dopo la risurrezione quando escono dal cenacolo…ne facciamo esperienza noi nelle nostre diocesi e parrocchie, qui ora, a Madrid alla GMG.
sangue e acqua: segno del battesimo e dell’eucaristia, fonte e culmine della vita della nostra vita. Sono la radice del nostro essere in Cristo, ci sono donati in una comunità che Lui ha voluto: la chiesa, i suoi amici riuniti da Lui e con Lui…
La nostra radice, il nostro virgulto, nasce da un legno terribile: un patibolo; da un legno secco la croce. Lo aveva previsto e cantato l’antico testamento: dal tronco di Jesse verrà un germoglio, ora lo capiamo e qui noi siamo innestati.
Mi piace pensare all’amore di Dio che ci genera e poi come un liquore prezioso è donato e prende le forme di ogni recipiente e quei recipienti siamo noi…a tutti è donato con abbondanza (battesimo) e poi prende le forme di ognuno: della coppia per chi è chiamato al matrimonio; della persona chiamata alla vita consacrata …è lo stesso amore che dà vita ad ogni vita e che le configura a secondo di quella chiamata che Dio ha pensato sempre per noi…
La nostra radice è nel Dono…anche qui facciamo l’esperienza di essere amati, attesi, di essere cercati e non dimenticati da Dio...e quando vogliamo amare, sentiamo che rispondiamo all’amore e che Lui ci previene e ci accompagna, senza perdere nulla di quanto noi siamo, al contrario dando forza e vigore a noi stessi, facendoci crescere come fa uno che ci vuol veramnete bene…mi viene in mente la grande scena della terza apparizione di Gesù ai suoi, sulle irve del lago di Tiberiade: e sulla spiaggia c’è già del pesce cotto con del pane: Gesù ha donato se stessi per noi, ci previene, ma non toglie nulla a noi, anìzi vuole che noi cresciamo… “portate del pesce che avete preso...” ma dopo una notte sterile e solo al mattino, insiem a Lui che ha chiesto ancora di gettare la rete..

La croce nuda
La croce è strumento di morte scandalosa e pazzesca, oltraggio all’umanità del condannato…noi vediamo il crocifisso e sentiamo le pene dell’umanità, dell’uomo, di Cristo che l’ha accettata su di sé…
La croce è la croce nuda, vuota del corpo di Cristo che è deposto nel sepolcro..il mistero della morte che Lui affonta prima di noi e per noi…dice il silenzio senza parola, il dolore e la sofferenza acuta di chi porta un amico alla tomba esperienza che tanti abbiamo fatto
antonio….
Lavorare insieme, divenne amicizia e fu un carico leggerissimo. Si fantasticava sulla prima messa e si facevano previsioni sulle parrocchie future. Abele guardava con invidia l’amico che aveva iniziato la teologia, mentre lui ancora doveva vedersela con la matematica, la fisica e l’iroso docente. Da giovani si sogna e la realtà diventa piccola, come le case quando l’aereo decolla veloce, e non sembrò vero che l’amico si ammalasse, non guarisse e si ammalasse ancora di più, fino alla sentenza. Cancro maligno! I giorni correvano verso l’esame di maturità come un ballone di fieno giù da una china e solo alla fine Abele si accorse che l’amico aveva la faccia grossa, gonfia. Cercava di fare le stesse cose di prima, ma sudava sempre, era lento…e questo non era da Lui. Arrancò, ma ci arrivò, su quel monte alto, giocò a pallone sbagliando quasi tutto…finchè fu messo all’angolo dal male. Fu giudicato già un miracolo tornare da Lourdes, dov’era andato per implorare la salute, accompgnato dal giovane e nuovo suo vescovo. Di lui ci resta una (, stampato su una) foto a capo chino, in preghiera e con le mani che sostenevano il volto piangente. L’amico un mattino presto andò in Paradiso. Come allora, era ottobre e nevicò. La fede di Abele passò tra pietre aguzze e cambiò pelle come fa la biscia in primavera. Per i corriodoi del Seminario sembrava che l’amico dovesse ricomparire.
La croce è gemmata e fiorita…dice che Gesù è Risorto: per primo torna dal cimitero per non morire più, conferma che quanto ha detto e fatto è vero e vincente, ci apre ad una vita piena e senza la paura degli abissi che sarebbero insopportabili del vuoto delle origini (ma da dove sono venuto?) e della fine (ma dove vado?). Possiamo veramnete dire come il discepolo che Gesù amava (che non ha un nome perché ognuno ci può mettere il suo….) : “ è il Signore”: della storia, della mia vita, del mio futuro…
Radicati in Cristo è essere nati da un apparente tramonto, da una fine che alcuni attendevano ed essere “sorpresi” dalla risurezione, come Maria di Magdala che al mattino presto, quando ancora è buio, ha il coraggio di entrare nel cimitero per incontrare Gesù, per quel contatto di affetto che porta ad andare accanto alla tomba di una persona amata…e qui trova che è vivo, è il vivente che cambia la storia del mondo e che continua a dare vita e speranza…a lei che alla Maddalena, senza nome quasi rilegata ad una denominazione geografica, perché non c’è bisogno di conoscere chi dà il corpo per denaro, perché non c’è altro…Gesù la chiama, per nome”Maria” offrendole il nome che nasce dall’alba della Risurrezione. Abbiamo un nome nuovo che nasce dalla risurrezione, ce lo dà il battesimo (il nome) e ce lo pronuncia il Signore chiamandoci …


Venerdì 19 agosto 2011
Terza catechesi
TESTIMONI DI CRISTO NEL MONDO

1. Fede – fedeltà

A noi cristiani spesso viene rinfacciata la non coerenza e di avere un grosso divario tra quello che diciamo, o che la chiesa dice, e quello che facciamo o che fa…” Predichiamo bene e razzoliamo male” si diceva una volta…ora si aggiunge anche che la nostra “predica”, il messaggio evangelico, sembra non solo poco ascoltato, ma – anche se Gesù resta simpatico – passare nell’indifferenza, vera o presunta, di molti.
Sulla poca coerenza a volte dobbiamo riconoscere che è vero e fare il mea culpa…Si arriva anche a delle forme di forte contestazione: “ piuttosto che andare a Messa, preferisco dare del bene a chi ne ha bisogno …” anche qui dobbiamo riconoscere che ci sono a volte persone più coerenti di noi…
Ma tutto questo sta e resiste su un errore di fondo proprio nel concepire la fede.
Essere saldi nella fede e radicati in Cristo, vuole dire necessariamente unire la fede e la fedeltà.
Non sono due momenti o due realtà distinte, ma sono le due faccie della stessa medaglia. La fede e la fedeltà sono un tutt’uno. “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori illudendo voi stessi” (Giac 1,22)
C’è un’unità profonda tra la fede e la fedeltà. Questo si averte a tutti i livelli.

a. Nel povero il Signore ci viene incontro
Accogliere il Signore che ci chiama significa accogliere il fratello, addirittura il Signore ci viene incontro nel povero, nell’ammalato, in chi ha bisogno: “quando mai ti abbiamo visto ammalato, assetato, nudo…” (Mt 25) .
La mia fede è vera se diventa carità, se si traduce in uno stile di vita, che traduce qui e ora i comandamenti come li ha vissuti Gesù di Nazareth, secondo le beatitudini. (Mt 8). Questo non è mai un atto di forza, quasi orgoglioso nostro, ma avviene solo con la presenza e l’aiuto del Signore, con la sua Grazia. La forza per fare questo viene da Lui, dalla preghiera che si attua in modo particolare nel bene che faccio. Avverto dentro di me, allora, un progredire bellissimo: metto alla base i comandamenti, so bene che se li nego, rinnego con il Signore, la mia stessa umanità che Lui ha redento, ma so anche che sono proteso aìd un di più che vedo e riconosco progressivamente nel cammino della fede. Posso dire, con un’immagine, che la mia vita ha una base certa, ferma, ma non ha un tetto: cresce in continuazione…è la via dell’essere santo e il Signore, come per il giovane ricco la sollecita sempre più, amandoci…

b. Nella salvezza di tutto l’uomo e nella speranza che non muore
Fede e fedeltà li vivo sempre, anche quando mi incontro con i poveri, i deboli, gli emarginati. Specialmente se mi offro nel volontariato, o in un servizio gratuito verso chi è nel bisogno. La compassione verso chi sta male, anche la rabbia verso l’ingiustizia, la solidarietà e la protesta prendono anima dall’incontro con il Signore e io cerco per me e per il fratello una vita piena, libera dal peccato e dall’ingiustizia e nella pace con Dio trovo la pace con me stesso e la forza di essere operatore di pace.
Viene alla mente il vangelo di Marco (Mc 2, 1 – 12) Gesù entra di nuovo a Cafarnao, da dove si era allontanato al mattino presto suscitando la sorpresa di Pietro e degli altri perché lo trovano in preghiera, mentre, gli dicono, “tutti ti cercano”. Mentre parla in una casa gli calano davanti un paralitico. È bello pensare a questa persona che ha bisogno di Gesù e si affida agli amici e loro che, di peso, lo fanno scendere davanti a Gesù. È la parabola di chi ha bisogno di Gesù e lo cerca dagli amici… Sorprendentemente Gesù lo guarisce, dai suoi peccati. Solo dopo proprio a conferma della sua potenza divina, lo guarisce nel corpo: “ prendi il tuo lettuiccio e va a casa tua”. Gesù salva tutto l’uomo e porta la speranza di una vita rinnovata piena, nella completa armonia di tutto l’essere della persona umana.
Solo radicato in Cristo davanti al male del mondo, all’ingiustizia che sembra vincere e che mi rende impotente, si trova la speranza di rimanere a combattere perché so che c’è una Speranza che nasce dalla croce e che c’è una giustizia superiore di quella degli uomini e una salvezza che abbraccia tutti anche quelli che io non posso aiutare…Anche davanti alla morte, conosco la speranza della Risurrezione e affido al Signore della vita quel povero, quella personasa, che , caso mai, non ce l’ha fatta a saltarci fuori. So che la sua esistenza ha un futuro anche lì: nelle mani di Dio.
Vivere così è già testimoniare, spesso in silenzio, a fianco a fianco di chi lavora con me e non ha il dono della fede o lo cerca; verso tanti che sembrano distratti e superficiali; verso tutti…
la fede – fedeltà, intesa come coerenza;
sporcarsi le mani per collaborare con il Signore a salvare tutto l’uomo;
portare la speranza che vince la morte…
di per se stesso è testimonianza, è luce e sale …suscita domande impegnative alle quale dobbiamo dare risposte e rendere ragione della nostra speranza. Fede – fedeltà è già testimoninaza.

2. Solo chi è amato rischia per l’Amante…

Un proverbio dice che quando l’amore c’è la gamba tira il piede, quando l’amore manda il piede tira la gamba… se io amo, l’amore non posso tenerlo nascosto…È l’esperienza dell’innamorato.
A Betania nella casa di Simone il lebbroso (Mc 14,3 ss), due giorni prima della Pasqua, a cena una donna rompe un vaso di alabastro versando il profumo sul suo capo… I moralisti ipocriti (la morale è un’altra cosa!) tuonano scandalizzandosi: se ne potevano ricavare trecento denari per i poveri, ma Gesù aveva detto: “i poveri li avete sempre con voi…non sempre avete me…ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura”. Aveva consacrato quello slancio di donna, quel gesto giovane e quasi non razionale, come lo è soltanto l’amore" (Mc 14,9). L’amore non si trattiene! L’amore vero, il dono totale di sé vale ben di più di trecento denari!
A un pozzo di Samaria c’è una donna che ci va a mezzorno, quando non c’è nessuno e rinuncia addirittura alle chiecahere alla fondana con le altre donne…Attacca Gesù quando Lui gli chiede da brere, cerca di defilarsi sulle questioni teologiche (voi dite che è Gerusalemme il luogo del culto…) finchè Gesù non fa breccia nella sua vita e il dialogo si fa vero e profondo…lei è guarita dal magidgno che le impediva di vivere e non può tacere quest’incontro che l’ha cambiata, ritorna in città, cerca la gente che prima fuggiva e diventa testimone del Signore
Potremmo andare avanti per altri fatti: l’incontro con il Signore non viene taciuto, anche quando Lui lo chiedo, lo obbliga…L’amore, l’incontro decisivo, la salvezza non possono essere taciute, subito si annunciano. L’annuncio è un criterio importante della verità di questo incontro…
È così anche per noi. Anzi l’annuncio e la testimonianza rendono più forte l’incontro con il Signore, la fede….
Non possiamo tacere l’amore… verso…

a. noi stessi che siamo i primi increduli o i primi che rischiano di buttare la spugna o i primi oppositori…il Signore mi sollecita e mette in me il desiderio di conoscerlo, di amarlo, di servirlo, di comunicarlo… sento la gioia di questo, faccio l’esperienza del dolore e del rimorso quando questo non avviene…sono le lacrime di Pietro (Lc 22) quando incontra lo sguardo di Gesù dopo averlo rinnegato tre volte … quelle lacrime che mancano a Giuda.
Un cammino che fa i conti con la nostra debolezza e il nostro peccato…non è questo un retaggio del passato o un’invenzione della morale cattolica... ma ci descrive come persone che hanno un tesoro in vasi fragili e che sono forti perché il Signore cui sostiene…
Noi stessi possiamo negare la testimonianza dell’amico che ci porta al Signore. Se un altro, un amico testimonia il Signore, mi presenta una vita che sollecita il cambiamento della mia, che non lascia in pace, che suscita domande…allora lo stoppo con la battuta, con l’acuto stiletto del sospetto (ma da chi vuoi farti notare…) o addirittura della menzogna (sei come tutti gli altri…)
La sua testimonianza, la sua vita più vera può anche spaventare perché mette in gioco, in crisi…
Se siamo sinceri spesso siamo un groviglio di tutte queste cose: vorremmo essere portatori del Signore, delle mete alte che lui ci dà, nello steso tempo sentiamo che siamo fragili e ci sentiamo stimolati e a volte in crisi davanti a chi ce lo testimonia…

b. verso chi ci sta vicino a cerchi concentrici…
in casa e con le persone che più io conosco: in positivo è l’esperienza di Andrea dopo essere stato un pomeriggio con Gesù che ha una parola per Pietro, una parola che lo cambia, “ti chiamerai Simone”, ma questa arriva solo tramite suo fratello…Testimoni del Signore in casa, cone le persone che più mi conoscono verso le quale, a volte, si sviluppa come uno strana forma di pudore, a parlare di Dio a dire la mia fede. A volte è difficile perché il terreno mi è quasi contrario o avverto che ci sono situazioni se non contrarie al vangelo, almeno molto distanti, o indifferenti…Esserci e testimoniare la fede è immettere la luce e la forza del Signore, che porta anche a criteri evangelici di giudizio che spesso svaniscono, anche nelle famiglie di credenti, quando nascono contrasti, litigi, lacerazioni…
nella chiesa, in parrocchia, nelle associazioni o movimenti dei quali facciamo parte. per essere promotori del vangelo e i percussori di un salto di qualità evangelica, passando da un club esclusivo alla comunità che il Signore vuole per tutti;
a scuola e all’università, al lavoro…i cristiani a scomparsa (come le zanzariere) non servono a nulla, se non a indurre il sospetto che la fede sia qualcosa di intimistico, che non cambia la storia e che pertanto non è percorribile per dare risposte profonde o cambiare la storia…personalmente “odio” quando si sente parlare di una persona che è di estrazione cattolica o cristiana…vuol dire che ha lì le radici, ma se queste non portano frutti che si vedono e che si mangiano, non servono a nulla se non ad annidare parassiti e ammorbare il terreno e ad inciamparci…quelle radici andrebbero estratte e bruciate se non fanno nascere (anche con le sorprese di Dio ) qualche germoglio nuovo…Negli ambienti della nostra vita la testimonianza deve partire dalla scelta di essere pienamente coinvolti nei doveri che l’ambiente mi chiede e dal cercare e perseguire il fine vero di quelle realtà alle quali partecipo…È da questi ambienti di vita che passa la testimonianza del Signore nella città degli uomini e a partire da questi inizia il percorso di interrogarmi sulla realtà (pensare), giudicarla alla luce del vangelo (giudicare) ed anche assumere, in prima persona, dentro al gruppo, delle scelte (agire) mosse dal vangelo.
In tutte le condizioni e situazioni e in particolare negli ambienti di vita allora, sono chiamato in causa e testimoniare con uno stile di vita giovane e cristiano e sulle radici, le motivazioni che lo sostengono che offro per amore e con amore a tutti…È mettere insieme la testimonianza di vita di Francesco di Assisi e la parola dotta di Domenico che avverte di dovere unire per testimoniare davanti a chi poneva domande sulla ragioni e il modo di credere…Comporre insieme vita e vangelo, testimonianza e dottrina significa essere sempre all’ascolto del vangelo, della dottrina della chiesa, nella compagnia che è la Chiesa.
Tutto questo espone alla prova, per alcuni alla persecuzione…
Si va dal “ma chi te lo fa fare?”, ma “lascia perdere” come reazioni per vedere se ci crediamo veramente, per attendere da noi una relazione testimoniante desiderata e nello stesso tempo paventata. Ognuno ha domande profonde e desideri alti e la testimonianza del Signore con la coerenza di vita, uno stile di vita rinnovato è una risposta, una indicazione che si può vivere in modo diverso da un orizzonte basso e chiuso su noi stessi…se noi ci tiriamo indietro creiamo delusione e la rafforziamo la convinzione che non c’è altro che mangiare e bere tanto chi vuol essere lieto sia, del diman non c’è certezza… interpretando liberamente Lorenzo magnifico, il contrario di una vita giovane, fatta di gioia proprio perché non sono chiuso su di me, e ho la certezza di un domani con un orizzonte alto, come i sogni di Dio …
Si arriva alla persecuzione…ci sono cristiani giovani come voi che rischiano per il Signore, per andare a Messa e fare il segno della croce …per loro il Signore assicura il suo Spirito perché non dovranno pensare cosa dire o come difendersi, ma lo Spirito verrà loro in soccorso…noi almeno non dimentichiamoli, rompiamo il muro di silenzio interessato che non parla mai di loro, preghiamo per loro…(Batti)

3. Non tirarsi indietro…

Mi ricordo anni… ero in viaggio a fare scuola e a predicare degli esercizi spirituali. In un’aeroporto decido di fare subito i controlli per mettermi tranquillo a preparare le lezioni che dovevo fare…entro nella parte riservata agli imbarchi, tiro fuori i miei fogli e mi sento apostrofare: “lei è un prete… voi siete idolatri perché adorate i santi…”Era una ragazza alta, lunghi capelli, olivastra di pelle… scoprii dopo che era una ballerina di samba che andava ad esibirsi in una festa di compleanno (sic) e che prendeva il mio aereo… la stanchezza, la sorpresa e... un po’ la grazia di Dio, non mi fanno reagire in modo iroso e questa ragazza inizia a parlare e pian piano entra di più in domande di fede, esistenziali…mi parla della sua vita, della morte del suo ragazzo, mi chiede cosa c’è di là…mi si stacca solo all’arrivo, dopo avere continuamente chiesto, ascoltato e parlato di Dio per tutto il viaggio, ignorando le turbolenze che ci avevano fatto ballare…
Mi ha fatto molto pensare…non mi ero nascosto: non ho merito..mi ha tradito il colletto; la grazia mi ha fatto entrare in dialogo e il Signore ha continuato Lui…
Uno direbbe che in fin dei conti, un prete lo fa per… mestiere.
Per un giovane è diverso Vedo un’efficacia maggiore, più incisiva. Sono convinto che non sia un caso che voi siate in quella scuola, in quell’università, in quel lavoro e in quella famiglia…ma lì siete per riflettere, come un prisma rifrangente, la luce dela fede e, perché no?, anche accoglierla…
Due passi della parola di Dio formano un dittico importante e ci permettono una sintesi

a. Il giovane ricco
non rinuncia alle sue ricchezze per seguire il Signore. Attorno a se crea la tristezza…
Il giovane che rifiuta resta triste e triste resta Gesù. Poco prima, respingendo la resistenza dei discepoli, Gesù aveva accolto e preso in braccio i bambini e addirittura, come si dice oggi, li fa testimoniare del suo Regno perché non hanno la forza di esigere e sanno ricevere con gratitudine e meraviglia … solo chi accoglie così il regno ne è degno. Scegliendo con amore speciale quel giovane Gesù gli fa proprio il dono più grande e lo “pensa” come quei bambini, lo mette tra di loro, mentre invece deve riconoscere che è e ragiona come i farisei che all’inizio di questo capitolo 10, lo interrogavano per metterlo alla prova. Non può che constatare che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno.
Sul gruppo di Gesù rimane come un’ombra e Gesù stesso sente di dover dare un colpo d’ali: “nulla è impossibile a Dio”. Pietro, allora, trova il coraggio di parlare, quasi di evidenziare una condizione diversa: “ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito…” . È vero nella chiesa ci sono anche i discepoli, i poveri che si sono abbandonato a Lui…

b. Stefano, uno dei sette
Stefano ha incontrato il Signore e si è fatto prendere dal desiderio di darlo agli altri, nella via della carità e nella via della parola (Atti 6 8 ss). È pieno di forza, quella che viene dal Signore, quella di cui Giovanni vede nei giovani (1 Gv 2, 13 a – 14 b) e nella quale, possono dire “tutto posso in colui che mi dà forza” Lo prendono e i capi di accusa sono quelli del Signore e Stefano, come ai discepoli di Emmaus, spiega a tutto il tribunale, la sacra scrittura letta finalmente, alla luce del suo compimento il Cristo. Lo Spirito lo conduce, fa fiorire le parola della testimonianza sulla sua bocca.
La forza della testimonianza risiede nel
mantenere il cuore dei bambini che sanno stupirsi del dono che è l’incontro con il Signore,
sapere per certo che le loro ricchezze sono al sicuro con Lui, anzi riceveranno il centuplo…
riconoscere che il Signore è vincente, ci accompagna e dà forza al nostro esistere
riconoscere la nostra debolezza e sapere che Lui è la nostra forza…
Allora prende il largo la nostra vita e a tutto tondo possiamo viverla…
Possiamo allora esporci per il Signore ed anche entrare nella prova..
Essere segno per essere testimone di una ricchezza diversa, rispetto a quella che comunemente si cerca e che rischia di fasciare di mediocrità la vita di tanti giovani cristiani e comunque di tanti giovani. Testimoniare è rimanere dentro e andare oltre…questo spero faccia riflettere, netta in crisi…
Dire con i fatti che vivere è rispondere ad una chiamata che c’è e che è vera;
Testimoniare che non siamo al mondo per caso alla ricerca di emozioni forti, né che è solo importante collocarsi ai primi posti in quella sala dove pochi faticano a digerire il sostentamento dei poveri, ma che siamo qui per una vita buona, per la giustizia, per il bene che è Vangelo e che senza di noi tante cose si fermano, non diventano realtà…
Testimoniare le trame di amore di Dio per la salvezza di tutti e di ognuno, Salvezza piena che è giustizia, dignità, pace volti indispensabili del vangelo che ci è donato.
Credo che ci sia una grande attesa nei nostri confronti. Non è un caso che siamo qui insieme, anche con le fatiche e i dubbi del credere, perché noi siamo sulla via di tanti che incontreranno il Signore e un senso più significativo del vivere attraverso di noi…la strada di Dio è anche la nostra…
Fede – fedeltà – testimonianza intrecciati nella compagnia della chiesa, sono come i capi di un canapo, di un corda che è intrecciata bene, tiene, come quelle che danno sicurezza in montagna e che anche sollevano quando uno non ce la fa…così si raggiungono mete che da soli non avremmo mai pensato neanche di avvicinare…