Prima catechesi
Saldi nella fede
Mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona


In questi giorni abbiamo opportunità singolari per porci interrogativi esistenziali che esigono e meritano risposte adeguate: voglio dare senso al mio vivere umano o preferisco lasciarmi andare alla deriva, intruppato e omologato? Che cosa voglio fare della mia vita? Chi voglio diventare?
Su che cosa intendo fondare il mio vivere? Sulla pura razionalità, sulla scientificità, sulla emozionalità, sull’amore, sulla fede? Quanto la fede in me è l’anima del mio essere battezzato, in un contesto di “oblio di Dio”, di “eclissi del senso di Dio”? La fede che mi connota è infantile o è pensata, fondata e motivata razionalmente? So rendere ragione della mia fede ai miei coetanei? Grazie alla fede battesimale, di cui tengo viva la coscienza, davvero Dio ha il primato assoluto e incontrastato nella mia vita?
Ci domandiamo anche: ci può essere una vita umana che possa prescindere da atteggiamenti di fede, per radicarsi esclusivamente nella razionalità e nella scientificità? Di fatto, tutte le relazioni umane sono improntate sulla fede, se per fede intendiamo il risultato di una scansione a quattro steps delle belle relazioni umane: dalla fiducia, alla confidenza, all’affidamento, alla fedeltà! Senza attuazione di questi steps non c’è vita sociale civile: tutto si trasforma in caos o in giungla.
Se ciò avviene nelle relazioni umane, la fede ha ancor maggior motivo di esistere nei riguardi di Dio, il Dio che si fida di noi; si confida con noi rivelandoci il suo progetto di amore contenuto nella sua Parola; si consegna a noi nel Figlio; è la fedeltà fatta persona. Tutto ciò è frutto esclusivo della gratuità del suo amore che vuole rendere l’uomo capace di fidarsi di Lui, di mettersi nella condizione di confidarsi con Lui, entrando in comunicazione interpersonale con Lui, mediante la sua Parola, la Liturgia, la preghiera personale, di affidarsi a Lui e di esserGli fedele.
Dio non impone la fede all’uomo. La propone come atto di Amore divino: “La fede è innanzitutto un’adesione personale dell’uomo a Dio (che lo interpella); al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato”. La fede non si identifica con un vago “sentimento religioso”. È adesione libera e liberante a Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza, e per il quale è stato creato, in vista di una vita ad alta definizione di qualità.
La fede trasmessa nella Chiesa e grazie al ministero della Chiesa nel sacramento del Battesimo, dopo la vita, è il più grande dono che Dio ci fa, in quanto ci rende partecipi del suo vivere trinitario e con la consapevolezza che Lui è con noi e noi siamo con Lui e in Lui. Per cui viene spontaneo dirGli con la semplicità di un figlio: Signore, io mi fido di Te, confido in Te, mi affido a Te, voglio essere fedele a Te. Credo Te, credo in Te! Questa certezza, espressa nella preghiera ci consente una vita più serena, una qualità di vita sublime, poiché di fatto “tutto cambia, se Dio c’è o se Dio non c’è”, se crediamo in Dio o se lo emarginiamo come ingombrante  e insignificante. La fede in Dio, mistero di Amore trinitario, riempie di senso il nostro vivere di credenti. Nello stesso tempo ravvisiamo in Lui il fondamento stesso del vivere sociale e civile, in quanto è il fondamento dell’etica, autore come è e rivelatore nel cuore dell’uomo di ciò che è bene e di ciò che è male per l’uomo in quanto è bene o male agli occhi suoi.
Parliamo, ovviamente di Dio, non della divinità generica e impersonale, tipica dell’Illuminismo, del numico. Ci riferiamo al Dio rivelato nella Bibbia e accolto dalla fede della Chiesa, Colui che è relazione assoluta tripersonale, no tridimensionale; fondamento di ogni autentica relazione umana. Per partecipazione creaturale, dal suo essere relazione deriva il fatto che l’uomo è essenzialmente relazione trinitaria: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Per questo l’uomo, pur nella sua singolarità, non è un individuo, ma è una persona, totale apertura agli altri e all’Altro. Potremmo dire anche che ogni palpito di amore relazionale, perciò vero, attinge al Mistero dell’Amore trinitario: come dono, gratuità e beneficio e mai come appropriazione.
Che cosa mi fa certo della sua esistenza? Che cosa ce lo fa conoscere in modo tale da fargli credito di fiducia? Sono le argomentazioni razionali, che non mancano e che vanno prese in seria considerazione? Anche esse. Aggiungiamo poi come fonte primaria della certezza dell’esistenza di Dio e della conoscenza di Lui la Sacra Scrittura. Attingiamo infine al Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) o al suo Compendio (CCCC)  che ci offre i fondamentali della fede cristiana: fede pensata e proclamata, fede celebrata, fede vissuta, fede pregata. Dunque abbiamo a disposizione delle fonti autorevoli della conoscenza di Dio: ragione umana, Parola di Dio, Magistero della Chiesa. Ed è certo che la conoscenza è fattore previo per aderire a Dio nella fede, potendosi fidare di Lui e affidare a Lui: non ci fidiamo di nessuno e non ci affidiamo a nessuno se non è ben conosciuto, in quanto uno sconosciuto potrebbe ingannarci.
La via migliore e la più convincente di tutte però è la preghiera. La preghiera infatti è misura e alimentazione continua della fede, in quanto comunicazione con una Persona che riempie di significato e di valore il vivere. Di fatto ci si accorge che Dio c’è per esperienza diretta: chi si mette in comunicazione vera e disarmante con Dio si sente riempito della sua presenza, e nella misura del suo affidarsi a Dio, lasciando che entri da Signore nella vita, sperimenta che la sua vita si riempie di senso e di valore, fino ad essere una vita felice. Solo chi accetta di mettersi in comunicazione con Lui, dandogli credito, è certo che Dio c’è ed è Dio per lui.
La fede orante metabolizza soggettivamene la fede oggettiva ricevuta nel Battesimo. Se non è orante, la fede o diventa intellettualismo nozionistico o, più frequentemente, è misconosciuta o persino ritenuta come un limite ad una vita umana al passo con le attese più profonde dell’uomo post moderno.
La fede orante mi fa entrare in relazione con Lui, mistero Trinitario, rivolto su di me, interessato a me, amante di me. E mi pone, sbigottito ed estasiato, di fronte all’interrogativo: chi sono io per Lui? Mentre mi interpella: chi è Lui per me?
La fede orante mi inserisce nella fecondissima storia della fede che ha il suo prototipo antico testamentario in Abramo, padre della fede in quanto “credette e gli fu computato a giustizia” e il prototipo neotestamentario in Maria: “Ecco, sono la serva del Signore; si compia in me ciò che hai detto.. Beata te che hai creduto.. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”.
Certo, la fede, nel suo versante di adesione, non si snoda in un percorso tutto in discesa; essa è sottoposta anche al torchio dei dubbi e delle obiezioni, oggi più radicali di un tempo: a cominciare dalla adolescenza, e forse anche prima, quando tutto è in travaglio. Si tratta di domande, anche esistenziali, che solo Dio come interlocutore è in grado di intercettare, nel grido orante: “Invocami nel giorno della sventura-angoscia. Io ti libererò e tu mi darai gloria” (sal 50, 15) ; situazioni che sembrano smentirne il senso: la fede è degna dell’uomo? Quanto ha di razionalità, di ragionevolezza, di evidenza? C’è o non c’è Dio? Come faccio ad esserne sicuro, senza prendere un abbaglio o subire una illusione? Non è più a portata di scienza affermare che Dio non è dimostrabile, nel suo esistere e nemmeno nella suo non esistere, ma è improbabile che esista, come sostengono alcuni scienziati, fra i quali la Hac e Dawkins (purtroppo non sono mai entrati in relazione filiale con Dio: di conseguenza non dice nulla al loro vivere)?  E se c’è, perché Dio permette (nel senso di acconsentire, autorizzare: ma è certo che Dio non autorizza, ma solo non impedisce!) la sofferenza, specialmente degli innocenti, il male, le guerre, le atrocità, gli tsunami, i terremoti? Dove era Dio nei lagher, e perché non è intervenuto (era nei poveri martoriati dalla cattiveria umana, diabolica!)? Nella Bibbia si parla frequentemente dell’ira di Dio: perché Dio è adirato con l’uomo? È vero che è intenzionato a distruggerlo (occorre precisare il senso dell’ira oggettiva di Dio: è la situazione che si verifica nei confronti dell’assetato che volontariamente si allontana dalla sorgente di acqua: non è la fonte che si vendica, ma l’assetato che decide il suo male allontanandosi dalla fonte. In proposito, cfr salmo 80; parabola figlio prodigo)? Se Dio ci fosse, non sarei più libero (mentre proprio l’assolutezza di Dio è garante della mia libertà in quanto ne è l’autore)!Come coniugare la fede con la scienza?( Si tratta di due generi di conoscenza differenti: la conoscenza scientifica, determinata dal metodo scientifico, tutto misura e peso; è oggettiva, cioè riguarda un oggetto con cui si rapporta: tutto è oggetto per la scienza! Precisiamo ulteriormente: anche la scienza per il suo progresso necessita per così dire almeno del primo step della fede: fidarsi dei risultati ottenuti da altri scienziati.  La conoscenza di fede invece è essenzialmente relazione, interrelazione, tutta soggettività senza essere soggettivistica: ciò che ha attinenza con la relazione non ha né peso né misura, ma solo intensità non quantificabile: cfr l’amore!)? La fede non è un fatto privato (In realtà la fede è anima dell’agire relazionale dell’uomo e perciò anche sociale!)? Che cosa aggiunge la fede cristiana alla qualità di vita; è proprio necessaria per una vita di qualità (Una vita fondata sulla fiducia! Fiducia in Dio che ha fiducia in noi!)? Fede nell’aldilà? Che consistenza e che tenuta ha (c’è l’aldilà come mondo-realtà della trascendenza solo se c’è Dio, il Trascendente!)? Che differenza passa tra fede e fideismo? Fede e religioni: quale religione è vera, qual è quella raccomandata da Dio? Tutti interrogativi che vanno affrontati, anche tematicamente, dato l’incalzare di diffidenze nei confronti della razionalità della fede cristiana.
In definitiva, Dio è per me l’Esistente, che si prende cura di me, dalle origini del mio essere nella sua stessa mente, fino all’approdo oltre la morte. È l’Essere dal quale proviene il mio, creaturale, nel quale sussiste, al quale si dirige, senza il quale io sarei nulla, nemmeno una ipotesi. Lui mi ha voluto esistente, con l’inconfondibile e non clonabile identità che mi connota. È la mia vita e il senso del mio vivere. È la direzione della mia vita, la mia bussola, la mia mappa, il mio satellitare. È la mia compagnia! Lui, Mistero di Amore trinitario, il mio Assoluto. Con il salmista gli posso dire: “O Dio, Tu sei il mio Dio. All’aurora Ti cerco. Il tuo volto, Signore, io cerco. Tu mi scruti e mi conosci. Nelle tue mani sono i miei giorni. Il mio cuore non si inorgoglisce. Sono come un bambino in braccio a sua madre. Se anche vado per valle tenebrosa, non temo alcun male, perché Tu sei con me!” (sal 63. 27. 139. 31. 131. 23).
La fede in Lui è la marcia in più di cui dispone la vita del credente per una esistenza, anche terrena, davvero degna dell’uomo. Grazie alla fede in Lui, la mia vita si carica di entusiasmo, etimologicamente mi fa vedere cioè tutto con gli occhi di Dio e amare tutto con il cuore di Dio. Una vita umana diventata divina! Di cui Dio stesso si compiace.
 

Seconda catechesi
Radicati in Cristo

Dopo aver riflettuto sul senso e il valore della fede in Dio, Mistero di Amore trinitario, e perciò relazionale, focalizziamo la nostra attenzione su Colui che è l’esegeta e l’ermeneuta del Mistero dell’Amore trinitario: il Figlio di Dio fatto uomo, Mistero Pasquale, l’icona personalizzata dell’Amore: “Dio ha tanto amato l’uomo da donare il suo Figlio Unigenito” (Gv 3, 16). È attraverso di Lui che la sguardo della fede ci fa penetrare nel Mistero di Dio e veniamo inseriti vitalmente in Esso. Anche a questo riguardo però le domande si rincorrono.
Cosa c’entra Cristo con la mia vita? Non è un personaggio del passato, archiviato, come i tanti e importanti, studiati a scuola, sui libri di storia? E poi siamo proprio certi che i Vangeli riproducono la sua figura storica, o sconfinano con il mito? A questo riguardo, risentiamo le parole di Benedetto XVI per questa Giornata Mondiale della Gioventù: “Oggi per molti l’accesso a Gesù si è fatto difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della sua Persona”. Altre domande: sia pur esistito, che diritti pretende di avere su di me? Perché oggi si diffonde una certa allergia nel considerarlo per quello che la fede della Chiesa presenta, il Figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza, e non solo sotto il profilo della sua umanità, per la quale fa parte della nostra anagrafe umana? In che senso Lui è il Salvatore dell’umanità di tutti i tempi? Perché la fede della Chiesa lo proclama Signore, cioè Risorto e datore dello Spirito? Come è possibile credere in un crocifisso, morto e sepolto, risorto?
Ci soccorre subito un grande, Paolo di Tarso, che non esitò a dire: “Per me il vivere è Cristo!”. E lo poteva dire senza ostentazione e senza esitazione perché con l’evento della conversione aveva lasciato entrare in lui Gesù che stava perseguitando nei suoi discepoli. Gli si è cambiata la vita. Gli ha cambiato la vita Lui! Come accade quando una persona ti entra nella vita e nel cuore come persona amata: ti riempie la vita e dà senso al vivere. Altro non si desidera di vivere con lei, in lei, per lei. Paolo è vissuto in Cristo, con Cristo, per Cristo. E per amore suo ha affrontato tribolazioni di ogni genere, come confida in varie lettere (cfr 2 Corinzi, Galati, Filippesi).
Solo se lascio entrare in me Gesù, la mia vita cambia; me la cambia Lui. È un altro vivere! Se Gli facciamo credito, “fidandoci di Lui e mettendo in pratica la sua Parola”, la vita diventa doc. Provare per credere. Ci hanno provato in tanti e nessuno è rimasto deluso. L’elenco dei più noti sarebbe lunghissimo. Basti citare Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II. E che dire del nostro attuale Papa, Benedetto XVI che tutti possono constatare consegnato nelle mani di Gesù Cristo, mentre in tutti i modi cerca di trasmettere a tutti il suo amore appassionato a Cristo! Ci basta leggere i due volumi su Gesù di Nazareth e lo stesso messaggio per questa XXVI Giornata Mondiale della Gioventù: “Pertanto, durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero di trasmettere un po’ il mio personale incontro con Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere”. Dalla adesione di fede a Lui ne è conseguita una vita ad alta definizione, una vita di santità intesa come “la pienezza della vita in Cristo”.
Confortati da questi esempi di discepolato, anche noi non esitiamo a “costruire la nostra vita con Lui, su fondamenta solide”.
A questo scopo tutti noi, anche voi giovani, voi giovani ad un titolo di particolare simpatia ed empatia da parte di Cristo, siamo “chiamati ad entrare in relazione di fede con Lui”, poiché “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 1).
Il primo incontro con Cristo è avvenuto nell’atto procreativo dei genitori: nel Logos siamo stati posti in essere dal Padre. E subito dopo, a pochi giorni dalla nascita, siamo entrati nel circuito di amore del Mistero trinitario mediante Cristo che, grazie al sacramento del Battesimo, ci ha innestati in Lui e, in Lui nel Mistero dell’Amore trinitario nel cui nome siamo immersi nelle acque battesimali rigeneranti, e ci ha incorporati nella sua Chiesa. Evento, quello del Battesimo, da riscoprire continuamente, specialmente da giovani e da adulti, per comprenderne e viverne le valenze: “Accogliere Cristo come radice, come fondamento (e roccia) della nostra vita, significa prendere sul serio il nostro Battesimo: Cristo ha stretto un’alleanza con noi. Egli ci invita a vivere con Lui tutte le circostanze della nostra vita e i chiama ad essere santi”.
In una cultura, che respiriamo ogni giorno, da dittatura del relativismo, noi siamo certi che Cristo, nel quale siamo stati innestati nel Battesimo, è la Verità intera della nostra vita ed è, in quanto Verità, la risposta vera alle più profonde aspirazioni del cuore umano. Lui è la roccia su cui è fondata la nostra vita di credenti in Lui. Lo ha riconosciuto Pietro, reso partecipe dell’essere roccia proprio di Cristo, in seguito alla sua dichiarazione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” (Mt 16, 16). La sua è una fede-roccia, su cui la Chiesa edifica se stessa e la vita di tutti i suoi membri, benché lui stesso abbia meritato il dolce rimprovero di Gesù: “Uomo di poca fede” (Mt 14, 31), non appena l’entusiasmo era venuto meno di fronte al pericolo di affondare; da sé stesso infatti non era roccia, ma fragilità. Lo ha riconosciuto l’incredulo Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28): dunque fondamento assoluto del nostro esistere da credenti. Lo ha riconosciuto Giairo, la Cananea, la Maddalena.. e gli innumerevoli grandi che hanno costellato la storia della Chiesa, fino ai nostri grandi santi.
E passando in rassegna per flash gli altri sacramenti ci accorgiamo, se ne conosciamo bene le virtualità, anche attraverso una adeguata catechesi, quanto inaudito sia l’Amore di Cristo per noi. La Cresima, ad esempio: sacramento della confermazione, mediante il quale siamo resi abilitati ad una testimonianza cristiana di grande spessore, capaci cioè di rendere ragione del nostro essere cristiani davanti a chiunque ci interpelli, in tutti gli ambiti della laicità, per dirla con il Convegno di Verona. Ci sarebbe da chiederci, con preoccupazione, perché la celebrazione del sacramento della maturità cristiana coincida per troppi cresimati con il sacramento dell’addio ad una intensa vita liturgica cristiana. La Cresima ci rifornisce di risorse specializzate per affrontare con tutta dignità la vita da cristiani: i sette doni dello Spirito! E grazie a tali risorse, lo Spirito Santo mira a fare di noi la sua opera d’arte, che si chiama santità, che altro non è se non l’impasto e il compimento in noi del grappolo dei suoi dodici frutti: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé, moderazione, castità, umiltà (cfr Gal 5, 22 e CCCC)!
E il Sacramento dell’Eucaristia, “dove Gesù è presente e vicino a noi fino a farsi cibo per il nostro cammino”! Non c’è dubbio che l’Eucaristia è il patrimonio dell’Amore del Padre per l’umanità, nella potenza dello Spirito Santo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito divenuto Eucaristia!”. Senza l’Eucaristia, dal mondo scomparirebbe l’amore vero, di cui Essa è la sorgiva: anche l’amore sponsale! Sicché, la partecipazione alla messa domenicale, prima che essere un dovere è un diritto inalienabile, da cui un cristiano non si concede assenze, se non per gravissimi motivi. Specialmente chi si sta preparando al matrimonio è quanto mai opportuno che riscopra il valore della Messa agli effetti di un amore purissimo e intensissimo tra fidanzati, che diventeranno sposi proprio nel cuore della celebrazione dell’Eucaristia, quando Cristo sigilla il patto di alleanza, nuova ed eterna, con la sua Chiesa, di cui gli sposi sono membra qualificate.
Il “Sacramento della penitenza, in cui il Signor manifesta la sua misericordia nell’offrici sempre il suo perdono”. È il superdono di Dio Padre, in Cristo, nella vibrazione dell’amore infinito dello Spirito Santo. Dio ci fa nuovi, ci restaura alla radice del nostro essere peccatori. Lo fa con un interesse unico, quello di un Padre che non sopporta un figlio ridotto a pezzente, a brandelli (cfr Il Padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Ha fretta di riportarci allo splendore di figli nel Figlio, facendo festa. Al dire del profeta Michea: “Qual Dio è come te che togli l’iniquità del tuo popolo.. che ti compiaci di usar misericordia.. calpesti i nostri peccati e li sprofondi nel mare!” (Mic 7). La sua misericordia è una sinfonia di interventi: dalle donne peccatrici, verso le quali usa un delicatezza divina; ai peccatori e ai pubblicani in genere; al buon ladrone sulla croce: “Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno! Oggi stesso sari con me in paradiso!” (Lc 23, 42-43). Ecco la forza della Misericordia di Dio, che ha trasformato persone lontane da Dio in grandi santi. Uno per tutti: S. Agostino che soleva dire: “Davanti alla tua misericordia sta la mia miseria!”. Ricorrere alla celebrazione del sacramento della penitenza è frutto di buon senso, di voglia di pulito interiore, di manutenzione ordinaria della nostra vita interiore. A tutto nostro vantaggio, poiché ogni peccato costituisce un grave danno alla nostra crescita spirituale, mentre è un grosso dispiacere dato a Dio che viene sfiduciato nella sua volontà di bene contenuta nel suo progetto sull’uomo. A modo di NB: viene il momento in cui di fronte alla magnanimità di Dio, disposto a perdonarci sempre, scatta una sorta di allucinante “coerenza”: siccome non riesco a comportarmi come vuole Gesù, non lo voglio prendere in giro con la richiesta del solito perdono! È tentazione diabolica! A Gesù non fa paura il nostro stato di debolezza morale. Lo fa star male il fatto che la sua redenzione, operata con la sua morte e risurrezione, non sia raccolta dalla trascuratezza e dall’ignavia spirituale. Gesù non si stanca mai di perdonarci. Ci vuole salvi a tutti i costi.
Il sacramento dell’Olio degli infermi pensato per il sostegno corporeo e spirituale alla persona in stato di fragilità e di infermità, in modo che la sofferenza venga sublimata dalla potenza della croce di Cristo.
Il sacramento dell’Ordine, mediante il quale, per la potenza del suo Spirito, Dio trasforma i chiamati in segno sacramentale di Cristo pastore, sua personificazione sacramentale, in modo non dissimile da ciò che è avvenuto nel primo degli apostoli: trasformato da Simone a Pietro. Non dimentichiamo che l’Ordine sacro, che costituisce i diaconi, i presbiteri e i vescovi, è costitutivo per la Chiesa, per la sua stessa sopravvivenza: sono solo essi i ministri dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza! Agli ordinati di secondo e terzo grado compete la presidenza comunionale delle comunità cristiane! Senza ordinati non c’è Chiesa. Se un giovane percepisce la chiamata all’Ordine sacro, non la spenga per nessun motivo. Ne avverta la sublimità di dono da parte di Dio e intuisca quanto la sua vita sarà un dono di inestimabile valore per l’umanità bisognosa di Dio.
Il sacramento del matrimonio, nel quale Cristo entra da Signore nella vita degli sposi perché vivano il loro essere coppia, e genitori, da signori: il matrimonio cristiano infatti equivale a “sposarsi nel Signore”. Il Signore si mette in mezzo a loro come cemento del loro amore, purissimo e fedele. Come loro alleato li rende addirittura partecipi del suo amore per la Chiesa, nata dal suo sacrificio pasquale. Li affida a sua Madre, Maria, perché ottenga per loro sempre il vino buono dell’amore autentico. Viene da chiedersi, con estrema e lacerante sofferenza: perché tantissimi oggi scelgono la via della convivenza invece che quella del matrimonio? Forse non ne colgono la sostanziale diversità, o forse sono ormai vittime di una cultura della superficialità! In questo caso c’è da chiederci: Gesù è d’accordo con questo sistema di vita? Che cosa ne pensa?
A conclusione di questa carrellata sui Sacramenti, dono eccezionale di Cristo ai battezzati, è opportuno evidenziare due dati:
-pensando soprattutto ai sacramenti del Battesimo, dell’Ordine e del Matrimonio viene spontaneo pensare alle corrispettive vocazioni. Occorre però non fraintendere il senso del termine “vocazione”. Vocazione evoca la chiamata di Dio, compiuta attraverso molteplici mediazioni. Tuttavia non sta ad indicare una precettazione esterna per chi non sa quale strada prendere nella vita. Sostanzialmente, noi siamo dei chiamati, nella gratuità divina: alla vita, alla fede, al compimento della nostra identità. Potremmo dire che la vocazione corrisponde al nostro essere, da quello creaturale a quello battesimale, predisposto dunque da Dio, con le sue potenzialità umane e cristiane, le sue inclinazioni, le sue doti, le sue sensibilità, le sue propensioni. Tutti talenti che vanno scoperti. Alla luce della Parola di Dio, in un clima di preghiera e in compagnia di Gesù. Per favorirne l’individuazione è assai utile porsi la domanda, in forma disarmante: chi vuole il Signore che io sia? Come mettermi al servizio del suo Regno? Da sposato/a; da consacrato/a o da ordinato? Solo il porsi seriamente la domanda giova molto per l’individuazione della propria vocazione! Chi mai si pone la domanda, se Dio ti ha progettato per la vita di coppia e di famiglia o per la vita consacrata o per la vita sacerdotale, rischia di imboccare la strada di tutti, intruppato nel comune esercito. Porsi la domanda è garanzia di libertà, intesa come esercizio di adesione alla verità della propria identità personale;
-tutto ciò Cristo lo fa attraverso il ministero della sua Chiesa! Cristo e Chiesa, suo Corpo mistico, sono inseparabili. Pertanto, nessuno può dire di avere una fede autentica in Cristo se non ama la sua Chiesa come l’ha amata e la ama Lui: ha dato la sua vita per salvarla, renderla senza ruga e senza macchia, santa e immacolata. Anche se la Chiesa ha il volto corrugato dei suoi figli, che per i loro peccati ne sfigurano il volto, la Chiesa ha bisogno di amore più che di critiche e di denigrazioni. Semmai, la constatazione delle piaghe della Chiesa diventa stimolo ad essere noi più Chiesa. Chiesa credibile perché sempre rigenerabile e salvabile in noi.
Ecco che cosa fa e chi è Cristo per noi. Per questo l’apostolo Paolo, l’innamorato di Cristo che sinceramente poteva dire: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno.. Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Fil 1, 21; Gal 2, 20).
A mano a mano che lo conosciamo ed entriamo nella sua intimità ne scopriamo il volto dell’Uomo perfetto, nel quale anche l’uomo che crede in Lui diventa più uomo (cfr GS 22). Sul suo volto, anche umano, risplende la gloria di Dio, cioè la pienezza dell’essere di Dio (cfr 2 Cor 4, 6). Per questo il vero dramma che travaglia la vita di un credente sarebbe quello non riconoscerlo più, di rimuoverlo dagli interessi vitali, di estraniarlo, di vivere separati da Cristo: “Chi mi separerà da Cristo?”, si chiede Paolo nella lettera ai Romani. Tutto ciò che mette in pericolo l’amicizia con Cristo è disgrazia. Di qui una verifica sulle compagnie, sull’uso dei media, sulla frequentazione dei luoghi di divertimento, sull’abuso di alcol e dei giochi a soldi, sul genere di linguaggio, sulla cedevolezza di fronte a proposte di stupefacenti, sugli week end sbrigliati.. che allontanano da Cristo.
L’esperienza ci documenta che la vera felicità non sta nel concedersi di tutto, nello sballo e nel possedere tutto. Lui è la nostra vera felicità perché è il nostro Tutto, avendo il quale nulla ci manca. Solo una vita che mette al suo centro Gesù, è una vita da discepoli che vivono il vangelo, ed è vita felice.
Per questo come ci ricorda il papa: “Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!”. Riconoscetelo e servitelo nei poveri, nei portatori di handicap. Incontratelo dal vivo nei sacramenti. Adoratelo nell’Eucaristia fino a riconoscerne per fede la presenza certa e viva.
Ricordate che in certe crisi, in certe svolte della vita dove si danno appuntamento eventi contrari, dove il mondo ti crolla addosso, solo la fede nell’Eucaristia, il Crocifisso Risorto divenuto nostro nutrimento, ci salva dalla disperazione.
È Lui che illumina e riscalda le nostre giornate, come indirettamente ha fatto capire un ateo alla fine di una conferenza, nella quale gli era stato chiesto di esprimere le ragioni del suo ateismo: “Voi credenti non potete comprendere quanto buio e quanto freddo c’è nel cuore di un ateo!”.

 
Terza catechesi
Testimoni di Cristo nel mondo

Se la nostra fede in Dio, Mistero di Amore trinitario, è genuinamente autentica e la nostra fede in Cristo è in noi radicata, va da sé che, comprendendone l’importanza agli effetti di una nostra qualità alta di vita, almeno alle persone che amiamo sentiamo il bisogno di trasmetterla, per farne conoscere le potenzialità e le risorse per una vita buona. È questo il più bel dono che possiamo fare loro; il più sorprendente gesto di amicizia e di benevolenza che segretamente attendono.
In questa catechesi consideriamo il risvolto e la ricaduta che una fede autentica è in grado di avere sulla vita di tutti i giorni, quella personale e quella di coloro che condividono le nostre giornate e le nostre occupazioni. Di conseguenza, evidenzieremo la forza rievangelizzante della testimonianza compiuta da parte di chi, battezzato, si lascia ogni giorno conquistare da Cristo e in Lui vive il Mistero dell’Amore trinitario come membro della Chiesa. Mettendo in tal modo coloro che condividono gli spazi della famiglia, della scuola, della professione e del tempo libero nella condizione di interrogarsi su quella qualità di vita che agli occhi dei superficiali appare mortificante e che, al contrario, risulta essere la più gratificante e positiva anche agli effetti del vivere sociale civile.
Fatte queste premesse, ci inoltriamo nella tematica, affascinante e vitale per l’oggi e il domani del cristianesimo, che riguarda la testimonianza.
Accanto al mandato di andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura e a battezzarla nel nome della Trinità, Gesù affida agli apostoli e, in loro, a tuta la Chiesa di tutti i tempi e, quindi, anche a noi, la “missio” di essere testimoni di Lui in progressiva estensione, fino ai confini della terra, con la forza dall’alto, cioè con la potenza trasformante dello Spirito Santo.
Questa chiamata alla testimonianza esprime un atto di squisita fiducia in noi da parte di Dio: Egli mette nelle nostre mani il destino della nuova evangelizzazione e, perciò, il destino della salvezza di tante persone che condividono le nostre vicissitudini nella ferialità: “Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri”. Dalla testimonianza o dalla non testimonianza di una vita cristiana dentro il tessuto del vivere quotidiano dipendono le sorti della civiltà. Non è una responsabilità di poco conto. Essa svela a noi stessi quanto siamo importanti, determinanti. Non ci è lecito prendere troppo alla leggera una simile responsabilità: da me, proprio da me, dipende la nuova qualità di vita dei miei coetanei e non.
Ma veniamo al dunque. In che cosa consiste la testimonianza? Escludiamo che cosa non è: non è darla da intendere e nemmeno fare pubblicità di un prodotto. In modo corretto, potremmo intenderla in due modi. Quello più comunemente inteso, quello che si definisce tale in un tribunale. Si tratta di una persona che ha assistito ad un fatto e ne dà la sua versione, magari sotto lo stimolo di domande precise. Poi però se ne torna  a casa, senza che il fatto abbia una incidenza particolare sul suo modo di vivere. Il senso della testimonianza, quale è richiesta dal Vangelo, coinvolge la coerenza personale, al punto che l’autentico testimone del Vangelo ne è come l’incarnazione. Come a dire che testimone di Gesù non è solo colui che lo ha incontrato e conosciuto, ma soprattutto colui che lo incarna. Sicché, lo rende presente, per così dire visibile. Proprio come Gesù diceva di se stesso a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu, Filippo, non mi hai ancora conosciuto? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Il testimone, inteso in senso biblico è dunque colui che riproduce i tratti fondamentali e peculiari di colui che viene testimoniato. Potrebbe accadere, ad esempio, da parte di un figlio o di un membro di una famiglia, quando vive in società, in compagnia di altri, ma con modalità espressive che sono tipiche del papà, della mamma..
Certo, il testimone di Gesù mai raggiungerà la grandezza della personalità di Cristo. Ciononostante, sente il bisogno di sforzarsi, sorretto dalla grazia dello Spirito, di avvicinarsi al suo modello, secondo la prospettiva stessa di Gesù: “Siate perfetti, come il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48).
È noto che la testimonianza di vita davvero secondo il Vangelo, del vangelo sine glossa, ha un fascino travolgente. Lo documenta la vicenda di S. Francesco, di madre Teresa di Calcutta, di Giovanni Paolo II.. In loro, e in mille e mille altri il vangelo ha trovato terreno fertile e ha mostrato tutta la sua potenza trasformante; ha dimostrato nei fatti che è la risorsa ineguagliabile per un umanesimo di altissimo profilo, quello che ogni uomo ricercatore della pienezza della verità sull’umanità sogna di riscontrare.
Tuttavia, anche se nessuno di noi si riconosce giunto a tale altezza di umanità trasformata dal Vangelo, anche voi siete parte viva, e mai in posizione secondaria, della missio ad essere testimoni nel mondo di oggi che “vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società”.
Di questo mondo voi siete non estranei, forestieri. Siete cittadini a pieno diritto. E a pieno diritto avete il diritto di essere cristiani, testimoni di Cristo negli ambiti della laicità, nei cui meandri ci ha introdotti il Convegno di Verona del 2006. Senza citarli per nome, diciamo pure che ambiti della laicità equivalgono all’habitat normale di ogni cittadino: dalla famiglia, alla scuola, alla professione, alla politica, alla ricerca, al tempo libero.. dovunque tu vivi.
Ebbene, a questo punto si pone un grosso interrogativo che, apparentemente, non vi lascia via di scampo. Si tratta della questione della laicità. Tematizziamola. Nella comune accezione, laicità sta per non confessionalità, anzi, per allergia ad ogni forma di confessionalità religiosa (non ovviamente confessionalità ideologica, che ovunque trova cittadinanza). In forza di questa accezione, dovreste guardarvi bene dal dichiararvi apertamente cristiani in tali ambiti: rischiereste l’ostracismo. In realtà, proprio il senso profondo della laicità, non alterata cromosomicamente, cioè etimologicamente, vi consente e vi autorizza ad essere e a vivere da cristiani e di dichiararvi tali, con umile fierezza, in ogni ambiente. Senza perorare il consenso e il permesso di chicchessia. Laicità sta per cittadinanza, cioè per l’insieme dei diritti di cui sono fruitori tutti i cittadini di una nazione riconosciuti dalla Costituzione di riferimento e dei doveri conseguenti che incombono su ciascuno. Da questo versante, siete autorizzati dalla Costituzione all’autenticità della vostra identità cristiana. Chi ve lo impedisce viola gravemente la Costituzione! E, di per sé, andrebbe perseguito anche penalmente come antidemocratico.
Certo, il diritto, a voi riconosciuto a livello costituzionale, di essere voi stessi e di esprimervi in forme altamente civili ispirate al Vangelo, la vera magna carta per il cristiano, da cui evinciamo pure il rispetto per tutti e per le Costituzioni specifiche democratiche in primis, e persino di manifestare, nell’agorà del confronto civile, il vostro pensiero liberamente, non vi autorizza ad alcuna forma di crociata contro qualcuno. Vi abilita invece a confrontarvi civilmente, in modo dialogico, con chiunque, per rintracciare con onestà possibili punti di raccordo, nei valori di fondo e nelle prassi attuative.
Voi siete chiamati, per singolare grazia, ad essere nella società di oggi, cioè negli ambiti della laicità “sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5, 13-14). Il sale, ovviamente, nella sua autenticità di sale, non serve per dare sapore a cibi neutri; serve a rilevare i sapori naturali. Per questo la stessa misura di sale non è indifferenziata. È diversificata in base al tipo di cibo e in base alla quantità del cibo. Comunque il sale deve accettare di sciogliersi nel cibo e di non sopraffare il cibo stesso, per non renderlo inappetibile. Fuori di metafora. Anche voi, in qualità di cristiani autentici, continuamente resi tali dall’azione evangelizzatrice e sacramentale della Chiesa, siete partecipi dell’essere Cristo sale del mondo: è Lui che garantisce alle realtà laiche di mantenersi tali, in conformità al progetto di Dio sulla creazione, impedendone l’alterazione. E il cristiano ne diventa la mano operativa concreta. Entra ovunque per far sì che la politica, l’economia, la scuola.. non si alteri in realtà di altro segno, ma ne consegue le specifiche finalità: “impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti”. La seconda metafora: “Voi siete la luce del mondo!”. In Cristo Luce, ovviamente, non luce di autofornimento. Anche la luce, come il sale, ha il compito di rivelare l’autenticità delle realtà illuminate, con i loro specifici colori e contorni. Senza alterazioni. Per questo il cristiano non intende abbagliare nessuno. È chiamato unicamente a portare luce, che rischiara senza irritare (a meno che gli occhi non siano malati di congiuntivite). Il tutto induce a pensare ad una testimonianza compiuta nella ferialità, gomito a gomito, nella semplicità dei rapporti, nel rispetto di tutti e nel coraggio di esporsi solo al fine di essere almeno una lampada di luce nel buio generale del vivere senza riferimenti a Dio e ai valori portanti di una società civile, di cui Dio comunque è garante, perché ne è l’autore.
Certo, tale testimonianza troverà non pochi ostacoli. Non vivete in un’area protetta. In quanto mandati, voi vi esponete come agnelli in mezzo ai lupi. Consapevoli che se hanno trattato Gesù da avversario, perseguitandolo a morte, nell’atto stesso del suo agire benevolo, sorte migliore forse non toccherà nemmeno a voi.
Eppure, ne siamo certi, riscontrerete anche adesioni e condivisioni. Non di rado impensate. Sorprendenti. Tenete sempre presente che “tante persone sono alla ricerca di Dio”. Anche là dove foste osteggiati nelle parole del vangelo, ricordate che nessuno riesce ad impedire la diffusione dei profumi. Voi siete il buon profumo di Cristo, come dice Paolo (cfr 2 Cor 2, 15). Qualcuno lo annusa. E se lo gradisce, si domanda da dove proviene. State certi che, per i numerosi compagni di cordata – nella scuola, nel tempo libero, nel lavoro – nel cui cuore lo Spirito Santo, trovando disponibilità, sta operando, voi siete una calamita, secondo il detto di S. Agostino: “Il simile si associa e si accompagna al suo simile: grano con grano, pula con pula!”.  La nuova evangelizzazione che non potrà compiersi senza di voi, non è destinata al fallimento. Ha un orizzonte che si prospetta carico di promessa. Tutti coinvolti nell’avventura, formidabile nel suo travaglio, di mostrare, attraverso la trasformazione che ha compiuto nella nostra modalità di esistenza terrena, l’efficacia del Vangelo di Cristo nell’animo dell’uomo e negli intrecci del suo vivere sociale: “Il mondo di oggi – persino i paesi di antica tradizione cristiana – è divenuto una vera e propria terra di missione. C’è bisogno di una nuova evangelizzazione, come esorta papa Benedetto XVI”. Ricordate comunque che i primi ad averne beneficio sarete voi, poiché, come sottolineava Giovanni Paolo II: “La fede si rafforza donandola”. Sottolineatura del resto che trova facile riscontro in varie esperienze, come quelle della scuola, dove il primo ad avere beneficio dall’insegnamento è il docente, in quanto mai uno impara come quando insegna.
Testimoniate dunque una vita seminata a Vangelo, una vita buona che mira a fare del bene e non a ricercare smaniosa una bella vita, cioè spensierata, protesa ad accaparrarsi tutto. La vostra sia una vita bella perché buona.
Testimoniate che solo Cristo è il senso pieno del vostro vivere, e che Lui solo la riempie di valori, dandovi la grazia di mettere i piedi sulle sue orme. Sarete infatti suoi testimoni se impronterete la vita su Gesù, vivendo come Lui, mite e umile di cuore. Mitezza significa: prendere tutto e tutti dal verso giusto, proprio come fa Gesù con noi, peccatori, ma bisognosi della sua misericordia. Umiltà sta per obbedienza filiale al Padre, esautorando il proprio io che si impegna a sintonizzarsi con la volontà di salvezza di Dio. Ricordiamo tutti che la maturità cristiana si misura proprio dalla capacità di testimoniare la sublimità del genere di vita di Gesù.
Di conseguenza, testimoniate la felicità, nel vostro modo di vivere, quello secondo Dio, molto più elevato e degno dell’uomo che non il modo di vivere come se Dio non esistesse. Dite con la vita che la vera felicità esiste vivendo con Dio, secondo Dio, in linea con il Vangelo e che “il paradiso” non c’è senza di Lui: “Il mondo senza Dio diventa un ‘inferno’: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia, di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità, cresce la comunione, con i frutti che essa porta”.
“Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano ricevere questa speranza”. E per testimoniare la speranza, non allineatevi, omologandovi, agli standard del consumismo, l’idra dalle mille teste divoratrici, del tutto, subito, senza costo, né all’idolatria di una libertà intesa come svincolo da ogni legge morale per asservire all’intruppamento della moltitudine. Voi, che credete in Cristo, sapete che Gesù ha connesso la fruttificazione del futuro con la fatica del presente. In compagnia di Lui, costruite il vostro domani nel presente, magari sofferto, secondo la legge del chicco di grano, per la quale il chicco produrrà nel domani la spiga, anzi, un cespo di spighe se accetta di morire oggi.
Chi tra di voi è chiamato al matrimonio nel Signore, testimoni un bel fidanzamento mediante una adeguata preparazione a viverlo nell’impegno di un amore limpido e responsabile, casto e fecondo, predisponendosi nella reciprocità di partner ad essere il più prezioso dono per l’altro, grazie alla formazione di una personalità di tutto rilievo. Ciò comporta una chiara determinazione a  recidere ogni filo d’acciaio che vi tenesse prigionieri dell’incantesimo della cultura del facile divorzio o di quella della convivenza che smentisce persino la fiducia reciproca, cui non si concede la forza della durata di una vita, lasciata invece in balia dell’emozionalità.
E chi tra voi è chiamato/a alla vita consacrata, testimoni fin d’ora la gioia di una sequela a Cristo povero, vergine, obbediente e perciò libero per il regno. Chi tra di voi è chiamato alla vita sacerdotale testimoni fin d’ora la passione del pastore che dà la sua vita per il gregge di Cristo, senza mai concedersi tempi di ozio e di dissipazione. Il bisogno estremo di queste vocazioni faccia aprire il cuore dei chiamati ad una risposta generosa e senza compromessi. Se senti in cuore che il Signore ti dice, come un giorno agli apostoli: lascia tutto e segui Me!, non tentennare: potrebbe essere l’occasione propizia della tua vita.
So pure che ci sono presenti anche consacrati/e e presbiteri: la vostra testimonianza di vita, entusiasta e significativa, sia tale da suscitare identificazioni vocazionali in qualche ragazza e in qualche giovane qui presente. In ogni caso, vocazione al matrimonio o vocazione alla vita consacrata e presbiterale, ognuno possa dire con tutta sincerità: “Mi trovo al mio posto. Al meglio di me servo il Regno di Dio!”. Vorrei dire a tutti: ogni giorno eleviamo una preghiera per capire la nostra vocazione e viverla come atto di gratitudine a Dio. E facciamoci il regalo di una preghiera reciproca finalizzata a questo scopo.
Infine, testimoniate tutti un grande amore verso le persone in difficoltà, specialmente verso i diversamente abili, nei quali Gesù dimora come nel tabernacolo: e vi troverete pieni di gioia.
Con la testimonianza della vostra vita, dite allora da che parte siete schierati, che civiltà intendete contribuire ad edificare: dalla parte della vita, del rispetto delle persone, dell’ecologia – della natura e dello spirito -, della solidarietà, dell’unità della famiglia, della verità, di una fede in Dio che dà senso pregnante al vivere.. Dite la vostra disponibilità allo Spirito Santo di fare di voi dei grandi. Dei santi. Consapevoli che proprio nei tempi calamitosi, nei quali pare segnata la sorte fatale per la Chiesa, Dio fa alla sua Chiesa il regalo di grandi santi. Perché non voi?
Certo, questo genere di testimonianze, che segnalano disponibilità ad una vita santa, non sarete in grado di realizzarle in solitudine isolata. Tra giovani con i quali condividete la fede in Cristo trovatevi insieme; costituite belle compagnie di amici; date spazio ad una adeguata formazione che vi abiliti ad essere testimoni proprio negli ambiti, complessi e problematici, della laicità. Magari con l’aiuto provvidenziale di qualche don o di persone consacrate. E non giocate al compromesso nell’essere cristiani. Siate fieri di essere cristiani doc! “Anche voi, se crederete, se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno, diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!”.