La temperanza

Inserito in NPG annata 2012.

 

Le virtù /12

Paolo Carlotti

(NPG 2012-04-64)


Con bisticcio di parole, possiamo dire che la virtù della temperanza tempera, nel senso di moderare, di ordinare e di promuovere secondo ragione – non quindi di sopprimere, né lo si potrebbe né sarebbe opportuno – le mozioni, le pulsioni, le spinte ad agire di cui il soggetto è titolare.

La moderazione della temperanza

Agire in modo ragionevole, secondo una ratio che è prima di tutto da ricercare, da fare propria e poi anche da vivere, non è dato che possiamo dare per scontato. Siamo – come si suol dire – in piena navigazione in mare aperto e talora tempestoso, con la costruzione della nave ancora da completare. Del resto ci ricordiamo come in precedenti considerazioni abbiamo potuto appurare che il male morale abbia ragione negativa e sia irrazionale, come il bene morale abbia ragione positiva e sia razionale: irrazionalità e negatività morale, come razionalità e positività morale, semplicemente coincidono. Non è facile oggi essere subito d’accordo su ciò che è razionale e su ciò che non lo è, e d’altra parte, una certa idea iniziale sembra necessaria, anche a me, e per questo individuo la razionalità nel senso e nello scopo che le realtà esistenti esprimono. Va da sé che nell’irrazionalità poi è impossibile trovare la propria felicità, come pure coltivare la propria fede religiosa, cristiana o non cristiana.
Agire in modo ragionevole non è scontato, anche perché le pulsioni premono e urgono in direzioni diverse, non sempre pienamente ragionevoli. Inoltre, il modo con cui viviamo la vita segna, e anche profondamente, la nostra stessa vita e con essa anche il nostro sistema di orientamento che può perfezionarsi e affinarsi, ma anche regredire e appesantirsi. Conservare e promuovere le possibilità e le capacità della vita, soprattutto quelle che più caratterizzano la persona, fa parte dei compiti più onorevoli e onerosi della persona stessa. A questo scopo oramai sappiamo che puntano proprio le virtù.
Le direttrici di spinta delle pulsioni sono molteplici e molto differenziate tra loro, ma anche tali da esibire alcune connotazioni comuni, raccolte attorno all’autoreferenzialità e alla referenzialità del soggetto, cioè attorno al soggetto che si mantiene nella sua identità attraverso il trascorrere del tempo e attorno al soggetto che si relaziona con altri soggetti e dà continuità al genere umano di cui è parte, ma anche ripensa e vive la propria trascendenza, il rimando in sé ad altro da sé. Esattamente dalla considerazione di questi nuclei pulsionali scaturiscono alcune modulazioni del desiderio dell’uomo, atte a mantenerlo degno della sua dignità umana.
Sembrerebbe che la temperanza debba implicare necessariamente una figura di etica individualistica, ma non è così. È certo vero che meno di altre virtù, come per esempio la giustizia che prende corpo nella relazione interpersonale, è visibile il suo riferimento ad alterum; esso però non è assente, ma è implicato e rimodulato nella prospettiva della configurazione di un retto desiderare. Il modo affettivo con cui ci si dispone verso le altre persone e cose costruisce la concreta relazione che con loro e con esse viene ad essere intrattenuta. In fondo la persona diviene presente agli altri in modo moralmente eccellente.

Per una cura temperante di sé

L’attenzione e la cura di sé può avere uno svolgimento moralmente compatibile oppure, nella sua figura egotica, incompatibile. Il soggetto è chiamato ad aver cura di sé, anche semplicemente perché, sotto certi versanti, solo lui può e deve farlo.
Al nudo livello fisico, il soggetto si conserva in vita nutrendosi col cibo e con le bevande. La fame e la sete segnalano l’urgenza del bisogno, mentre il piacere corrispondente gratifica e ne favorisce l’esecuzione.
Il piacere fisico può divenire autoreferenziale e divenire scopo in sé, cioè scopo essenziale dell’agire umano, e perdere di vista invece il suo essere collaterale e funzionale ad altro da sé. Si finisce che si mangia o si beve non per alimentarsi o per dissetarsi, ma solo per essere gratificati dal relativo piacere. In questo caso la persona, in quanto soggetto razionale, non guida più la propria vita, ma si lascia guidare dall’appagamento del proprio appetito: si diventa incontinenti. Quando quest’atteggiamento diventa stabile si ha un vizio indicato col nome di golosità e di ubriachezza. L’astinenza e la sobrietà invece indicano, rispettivamente per il mangiare e il bere, l’atteggiamento di colui che è capace di un rapporto saggio col piacere che, senza escluderlo e neppure senza assolutizzarlo, modula secondo le proprie caratteristiche personali. La virtù e il cammino virtuoso, infatti, sono per lo più al singolare.
Può capitare che il cibo e il bere abbiano una valenza compensatoria di delusioni occorse in altri ambiti vitali. Il soggetto vive un momento delicato perché corre il rischio, con una pesante incidenza compulsiva, di dare risposta materiale ad una problematica spirituale, sovvertendo il senso del proprio cammino personale. Il rapporto col cibo e col bere – come pure potrebbe essere con la droga – esige controllo spirituale preciso e fermo. Proprio per questo il digiuno può essere compreso nel servizio che svolge nella conservazione e nella promozione della vita spirituale, la parte più importante e migliore della persona umana.
La cura spirituale di sé avviene perlopiù nel rendersi capace di un agire degno della dignità della persona umana, un agire eccellente, un agire di una persona virtuosa, che in questo caso è umile. L’umiltà promuove una giusta cura di sé, oggettiva, aderente alla realtà, a quell’humus – terra – da cui la parola sembra derivare. Quest’aderenza apre alla considerazione e valorizzazione dell’altro, col rispetto, il dialogo e la stima, fino a farsi carico della sua più autentica realizzazione; previene la precipitazione e la temerarietà decisionale per sé e riguardo ad altri; è capace di resistenza in adversiis e coltiva un senso ottimistico e positivo, nonostante tutto.
Essa può conoscere tuttavia involuzioni narcisistiche e autoreferenziali, moralmente disordinate, che sfociano nella superbia o orgoglio, sovente accompagnato dall’ipocrisia – il facile ricorrere a doppiezza –, dalla presunzione – il fidarsi troppo di sé –, dall’ostinazione – il pretendere di aver sempre ragione. L’orgoglioso parte col desiderare e arriva a pretendere l’esclusiva sull’attenzione degli altri, che ha da essere solo di lode e non di biasimo, esattamente l’inverso di ciò che egli riserva agli altri; ha naturalmente consigli per tutti ma non ne accetta mai da nessuno, mentre ama visibilità e notorietà, e spesso – come in modo molto icastico è d’uso dire – si parla addosso, cioè parla spesso e solo di sé. La superbia è poi molto competitiva e sviluppa arrivismo e corporativismo, autoritarismo e acceptio personarum – discriminazione di persone –, arriva fino alla sopraffazione dell’altro, da umiliare con prepotenza e inganno: è il potere sull’altro, il potere per il potere che alletta, denotazione sicura della schiavitù interiore di cui si è vittima. Nessuno è esente da orgoglio e particolarmente nocivo è l’orgoglio intellettuale. Sovente si usa la parola orgoglio in senso positivo... ma non penso che sia il caso.

Per una cura temperante delle relazioni

Tra le pulsioni più capillari e incidenti vi è quella sessuale, la freudiana libido, una forza primordiale che spinge verso l’altro. Essa è trasversale ad ogni dimensione della persona umana, e come ogni dimensione in ognuna si connota singolarmente, come sexus nel livello fisico, come eros nell’emotivo, come genus nel culturale, come filía spirituale e come agàpe cristiana. Essa, come ogni dato antropologico, possiede una reale positività. La personalizzazione della sessualità non può prescindere dall’integrazione di queste dimensioni come pure dalla loro specifica promozione: in altre parole, ciascuna dimensione esige di essere promossa per quello che essa è, senza riduzionismi verso altre dimensioni, ma anche senza mancare di valorizzare la diversa rilevanza che ciascuna dimensione ha nel senso globale della persona.
Il piacere sessuale è tra i più intensi dei piaceri dell’uomo che, se lasciato a se stesso, può alterare profondamente il senso e la cura di sé e delle proprie relazioni. Anche qui può essere perseguito per se stesso e non come «coagulante» la relazione tra persone. Delicato corollario nell’odierna comprensione della sessualità è se il suo senso e il suo esercizio implichi la complementarietà e la differenza sessuale, e quindi se si possa parlare a titolo morale di sessualità eterosessuale e omosessuale. Non ho qui spazio né occasione per poterlo giustificare, ma ritengo che il senso di un atto sessuale implichi in modo costitutivo la complementarietà sessuale e la capacità generativa, tale per cui un atto che così non si configura, non è un atto sessuale, quindi non è un atto che plasma in modo giusto e buono una relazione interpersonale.
È abbastanza riconosciuto che la sessualità vada controllata. Tuttavia per alcuni, Freud compreso, questo controllo è solo di origine sociale, tale per cui sarebbero esclusi solo quei comportamenti sessuali non compatibili con la sussistenza della società, cioè che sarebbero autodistruttivi della società stessa. Per altri, me compreso, è la persona, non la società il referente per l’ammissione o la dimissione dei comportamenti sessuali. Potremmo vivere in una società che riesce a tollerare l’adulterio senza gravi rischi di turbativa sociale, eppure l’adulterio rimarrebbe incompatibile con la dignità morale della persona. È ciò che la persona deve a se stessa per ciò che essa è, che deve orientare in prima battuta le sue scelte e non la mera tollerabilità sociale dei suoi comportamenti.
Solo se si tematizza rigorosamente il debito della persona con se stessa e con gli altri, la cura etica della sessualità apre alla realizzazione della virtù della castità, oltre la mera tolleranza sociale. Qualora questo orizzonte non si attivi, si incorre nel suo opposto, nel vizio della lussuria. Tra i due, fa la differenza il rispetto o il mancato rispetto della persona propria e altrui. Con la castità scelgo di incontrare l’altro come persona anche nel gesto sessuale; con la lussuria, mi servo semplicemente dell’altro per conseguire solo ciò che a me interessa, il mio piacere sessuale. Nella lussuria non si dà incontro delle persone, nella castità sì. La qualità morale delle persone che relazionano sessualmente fanno la differenza della qualità morale del gesto sessuale, che è realmente comunicativo non in base al suo tasso «passionale» ma in base al tasso «personale».
Arrivare ad essere casti non è semplice, è meta di un graduale cammino di controllo e di promozione di una sessualità personalizzata. Il controllo implica l’esclusione dei comportamenti trasgressivi, come l’autoerotismo, i rapporti sessuali mercenari, extraconiugali e prematrimoniali, i rapporti omosessuali e pedofili, come pure l’esclusione di pensieri e di suggestioni emotive sfrenate, aggressive e libidinose, per esempio quelle pornografiche. Senza questo controllo non è possibile coltivare la castità. La promozione positiva della sessualità implica la coltivazione di comportamenti, pensieri ed emozioni positivi, come il rispetto personale vicendevole, la considerazione onesta e leale del bene altrui, la delicatezza personale dell’incontro, la comune condivisione di progetti e ideali: in sintesi la sessualità diviene espressione e realizzazione dell’amicizia tra persone.
La sessualità è interpersonalità e la sua promozione sta e cade con la qualità etica di queste relazioni. Quando queste sono sincere e trasparenti, la funzionalizzazione dell’altro al proprio interesse, anche sessuale, è scoraggiata, e prende corpo invece la sua positiva considerazione che avvia un cammino condiviso di autentico sviluppo di persone vicendevolmente riconoscenti e riconosciute. Sono da evitare con decisione il modo di porsi violento e volgare, aggressivo e concorrenziale, possessivo e strumentalizzante, l’uso menzognero e fraudolento della parola e della comunicazione, sviluppando invece la capacità di comporre i conflitti tramite il dialogo, la disponibilità a riconoscere lo sbaglio proprio e altrui senza colpevolizzazione, la sollecitudine a chiedere e ad offrire perdono senza condizioni, la determinazione a fronteggiare il limite senza scoraggiarsi o rassegnarsi, la prontezza al sacrificio di sé per amore, la generosità e la magnanimità dell’animo.

Altri atteggiamenti interpersonali

La relazione interpersonale conosce anche altri atteggiamenti positivi e negativi, dei quali qui è solo possibile un cenno. Molto diffusi sono quelli inerenti rispettivamente alla gioia e alla letizia o alla tristezza e all’amarezza a riguardo del bene degli altri. È matura e risolta quella personalità che contribuisce sinceramente alla realizzazione delle persone con cui è in relazione, ne riconosce e valorizza le doti, le avvicina con ottimismo e apertura d’animo. Non lo è chi si intristisce per la presenza e l’attività dell’altro e coltiva l’invidia, col suo bagaglio di rabbia, maldicenza e calunnia. Il successo altrui è percepito come diminuzione o oscuramento del proprio e si desidera semplicemente che l’altro più non sia, fino a giungere alla molestia assillante – lo stalking e il mobbing – e alla soppressione fisica. È classica la descrizione dell’invidia come una serpe che striscia silenziosa. Classico è pure il rimedio: abbattere il proprio narcisismo e la propria marcata autoreferenzialità e meditare sulla fugacità della vita coi suoi effimeri beni, quali appunto la ricchezza, il potere, la fama, ecc. Classico è pure il consiglio per chi è oggetto di invidia: occorre non avversare chi ci invidia ma avvicinare con dolcezza e pazienza, ma anche con chiarezza e fermezza, senza cedere ai ricatti e senza omettere di chiamare le cose col loro nome. Talora chi subisce il male rimane sorpreso e quasi si paralizza e, per quieto vivere, tende a lasciar perdere, cioè a lasciar andare le cose per il loro verso. Certo questa tattica è utile per non dare eccessiva importanza a vicende che non lo meritano, ma per quelle che la meritano è opportuno esplicitare le dinamiche relazionali.
Un altro atteggiamento relazionale, talora impropriamente letto come espressione positiva di affetto e di amicizia, è la gelosia che vuole – talora in modo tassativo ed esclusivo – per sé il bene di un altro, per esempio le sue libere e buone relazioni interpersonali. Classica è la gelosia coniugale, ma anche familiare o amicale. Nel grado estremo, siamo di fronte ad una possessività incontrollata e incontinente, ad un eccesso di protezione, che giunge fino ad instaurare un asfissiante controllo. È evidente l’autoreferenzialità egotica che non rispetta la dignità e la libertà dell’altro nel suo essere persona e nei suoi modi relazionali, che potranno anche dispiacerci perché ci escludono o perché non ci considerano come desidereremmo, ma è altrettanto evidente che la relazione all’altro non può che essere e svolgersi nel pieno rispetto delle libertà personali che si incontrano. È proprio una contraddizione patente e cocente il pretendere di possedere un’altra persona.
Le esemplificazioni applicative della temperanza non sono finite, e i tempi nuovi che viviamo ne presentano altre in continuazione. Talora muta la forma ma la sostanza, cioè l’obiettivo da perseguire, rimane.