Il Vangelo del giorno (Bose)

 

Alle spalle di Gesù

Fratel Daniel - Bose

24 agosto 2017


In quel tempo 45 Filippo trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth”. 46 Natanaele gli disse: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. 47 Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. 48 Natanaele gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”. 49 Gli replicò Natanaele: “Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. 50 Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». 51 Poi gli disse: “In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”.
Gv 1,45-51

Facciamo oggi memoria di Bartolomeo, uno dei Dodici (cf. Mc 3,18) che, secondo la tradizione, ha annunciato l’evangelo in Arabia e in Persia e, insieme a Tommaso, in India; con Taddeo, altro discepolo di Gesù, sarebbe anche stato l’illuminatore dell’Armenia, dove avrebbe subito il martirio, crocifisso o scorticato vivo. Di lui l’evangelo ricorda solo il nome, nome che purtroppo è associato alla tragica memoria della “notte di San Bartolomeo” (23-24 agosto 1572) che vide lo sterminio, a Parigi e dintorni, di forse trentamila protestanti ugonotti sotto il regno del re Carlo IX che in parte ne fu responsabile.
L’evangelo di oggi invece narra un episodio della vita di Natanaele di Cana, discepolo di Gesù (cf. Gv 21,2) che gli evangeli sinottici non conoscono. I due discepoli sono poi stati confusi, e perciò, ricordando Bartolomeo, di cui non si sa nulla, si legge l’episodio dell’ignoto Natanaele!
Natanaele, il cui nome significa “Dio ha dato”, è figura solare (un israelita senza falsità): dice ciò che pensa senza metterci tanti filtri. Quando Filippo gli annuncia di aver “trovato” in Gesù di Nazaret colui di cui parlano Mosè e i profeti, replica, dubbioso e sarcastico: “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”. È la tipica querela campanilistica che oppone, sotto tutti i cieli e in tutti i tempi, due città o villaggi vicini (Cana dista da Nazaret appena 7 chilometri). In tali litigi non serve ragionare: non c’è ragione, ma solo la forza dell’abitudine. Perciò Filippo non argomenta; soltanto l’esperienza può cambiare tali pregiudizi: “Vieni e vedi!”
Gesù aveva rivolto lo stesso invito, il giorno prima, a quelli che furono i suoi primi discepoli (cf. Gv 1,39). Andrea e il suo compagno avevano sentito il Battista dire di Gesù: “Ecco l’agnello di Dio” e l’avevano seguito. Gesù aveva allora chiesto loro: “Che cosa cercate?” e, forse sorpresi dalla domanda, avevano risposto: “Rabbi, dove dimori?”. Non cercavano un indirizzo, ma la dimora dell’Agnello di Dio, che poteva essere solo quella di Dio (cf. Gv 1,18). È Lui che volevano vedere; lo ribadirà Filippo più tardi (cf. Gv 14,8), e l’hanno veduto: “Videro dove egli dimorava e quel giorno – scrive l’evangelista – dimorarono con lui”. Era un ricordo scolpito nella loro memoria: “Erano le quattro del pomeriggio!”
Per vedere Dio occorre mettersi in cammino, perché “dimorare con lui” implica uscire da casa propria, da se stessi. Ma quel movimento non è un banale “andare”; è un “venire”, un andare cioè dietro a un altro che per noi apre la strada. Non si va a Dio da soli, ma sempre seguendo altri che camminano anch’essi dietro ad altri che li precedono. Questa è la chiesa: una processione, un lungo corteo di cercatori di Dio che seguono Gesù del quale vedono solo “le spalle”. È così che si può vedere Dio (cf. Es 33,21-23), perché ci si accorge di Lui solo dopo che è passato. Vedere Dio di schiena è vederlo come sfuocato o in forma paradossale, come avvenne sulla croce. È là che si possono vedere gli “angeli salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.