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6. Le regole: fragranza della misura. Scheda operativa

 

A cura di Giuseppe Morante

(NPG 2012-02-59) 


Premessa

Alla riflessione sul «Proibire» segue quella sulle «Regole» da rispettare, che – in teoria – dovrebbero portare alla piena realizzazione di sé nella relazione interpersonale e sociale col mondo «diverso da sé». Ma qui entra in gioco una serie di difficoltà che conseguono dal modo di vedere la libertà, la legge morale, i diritti e i doveri… che dovrebbero portare alla formazione della coscienza.
La riflessione filosofica fa scoprire il punto di partenza: la persona si deve riconoscere come «posta nel mondo non dalla casualità di un destino cieco o dalla beffa di un disegno crudele, ma dalla convocazione di una promessa di senso».
A partire da questa ricerca, che deve portare alla scoperta di questo senso che ha la vita dell’uomo, si può vivere la libertà che «è un dato, la cui appropriazione ha il carattere affascinante e severo di un compito che vale la vita».
Su questo compito l’educatore è impegnato a scommettere per formare una leale coscienza personale, che diventi guida interiore alla crescita umana e cristiana, con un itinerario di autentica conquista della libertà: il ragazzo deve scoprire che non ci può essere vera libertà senza rispetto delle regole.
Da qui scaturisce l’esigenza: «istruire la coscienza sulla proporzione che il cosmo manifesta rispetto alle sue istanze è proprio l’esperienza. Un’esperienza che può essere negata soltanto dagli strabismi di un arbitrio smisurato, o ottenebrata da un timore che confina la libertà nell’angustia del proprio sospetto».
«Una libertà educata invece a dare la parola al mondo, si lascia generare alla propria misura dalla misura di quanto le si dona, e, sorpresa dalla grazia di questo misterioso e felice convenire reciproco, trova in esso le ragioni della sua audacia e del suo vigore».
Regole. Quali? Per chi?

1. La dimensione educativa della crescita e l’incidenza delle regole nelle tappe dell’INFANZIA e della FANCIULLEZZA: regole di vita e vie da percorrere

È risaputo che man mano che i fanciulli crescono, tendono a mettere in discussione l’autorità degli educatori, a contrapporsi alle loro regole e a reclamare il diritto alla propria libertà. Uno dei compiti educativi più difficili (per genitori ed educatori) è proprio il riuscire a dare delle regole di comportamento, senza annullare l’individualità e la libertà del soggetto in crescita.
La prima regola a cui attenersi nasce dal fatto che fino all’età di 11-12 anni la legge a cui inconsapevolmente si ispirano i fanciulli è quella che osservano e vedono nei comportamenti dei loro educatori; come anche incide in loro quello che vedono fare dagli altri compagni: se notano una disparità di comportamento, non sanno distinguere perché una cosa è buona o è cattiva.

* Una prima via educativa per genitori ed educatori da richiamare alle loro responsabilità è quella del «livello morale» che i fanciulli respirano nei loro ambienti di vita. Gli esempi sono paradigmatici.
– in famiglia: se le faccende domestiche spettano solo ad alcuni (come alla mamma e occasionalmente ai figli piccoli) mentre il papà se ne sta sprofondato sul divano… può capitare che il figlio non capisca la differenza dei ruoli (che non è distinzione ma complementarietà) che incidono come regole di comportamento. Eseguirà fino a quando deve ubbidire; quando è grande si può scrollare di dosso quell’adempimento;
– a scuola: se l’insegnante rimprovera l’allievo per inadempienza, per svogliatezza, per pigrizia e il genitore al contrario giustifica il figlio inadempiente, svogliato, pigro, incoraggia a giustificare l’inadempienza e trasmette alla coscienza un messaggio confuso;
– nel gruppo parrocchiale: quando a catechismo in parrocchia il ragazzo si comporta in un certo modo e non viene coscientemente richiamato sui propri doveri cristiani, che gli adulti indicano ma non praticano, si ingenera l’idea che la frequenza alla parrocchia è una cosa da bambini che finirà quando ha pagato il tributo della frequenza per ricevere, come tappa finale, i sacramenti che deve festeggiare. Non impara a vivere da cristiano.

* Una seconda via è quella del «far fare certe cose» che riteniamo essere buone, cioè da farsi per il bene della persona: «saper comandare». Perché tale ordine sia pedagogicamente corretto deve avere alcun caratteristiche:
– deve essere «raro» e non asfissiante. L’asfissia del comando può portare ad una coscienza confusa. Il comando deve riguardare cose importanti e non secondarie, come «non correre, non fare questo, non fare questo, lavati, asciugati…» ecc;
– deve essere «concorde». Cioè rispettato e condiviso da tutti gli educatori (papà e mamma in famiglia, diversi educatori in altre istituzioni): ciò che va fatto o non va fatto in casa vale per ogni altro luogo, altrimenti si crea una coscienza disorientata;
– deve essere un «comando illuminante»: non bisogna comandare e basta, ma bisogna spiegare perché ci sono delle cose che si devono fare (regole da seguire) e ci sono delle cose che si devono evitare. Il fanciullo deve interiorizzare un criterio di comportamento. Se egli non intravede questa via, cade in un serio relativismo morale. È quello che sta capitando a tanti adulti oggi in questa società largamente permissiva e fortemente trasgressiva, a tutti i livelli sociali. Una metafora significativa in tale prospettiva è la «bussola». Bisogna che gli educatori recuperino il criterio del bene e del male, del senso della legge e della trasgressione, del valore della coscienza e significato del peccato. La metafora della bussola può aiutare a capire verso dove andare alla luce della morale del Vangelo, che per i cristiani è l’unico criterio vero ed oggettivo. Ma si deve partire dalla bussola «Uomo» come valore primario (e non altre priorità; si deve rispettare cioè in famiglia come nelle altre istituzioni educative, il rispetto di ogni uomo, prima ancora delle altre priorità: il lavoro, il divertimento, il guadagno, il prestigio, l’apparire in un certo modo… ipocritamente).

* Questa visione di vita deve costituire una terzo percorso: cioè far circolare tutte le parole che possono orientare ai veri valori, in casa, nel gruppo, nelle comunità: il criterio gerarchico non può essere quello dell’economia (quanto vale!), dell’estetica (come è bello!), di una cura esagerata della salute fisica (!).
Il vero criterio è quello dei valori che formano la coscienza morale: è bene, è lecito, è giusto. Bisogna quindi rimettere in circolo queste parole, perché se non vengono pronunciate mai, non vengono neppure pensate e vissute.

* Una quarta via educativa da percorrere è quella che rimanda all’ordine trasgredito che richiede la correzione attraverso un richiamo verbale, un eventuale castigo, una capacità di comprendere di aver capito l’errore fatto, una capacità di recupero attraverso la richiesta delle scuse, del perdono: una regola trasgredita richiede una riparazione proporzionata!
Ogni storica teoria educativa richiama all’eventuale castigo necessario alla correzione, se si trasgrediscono delle regole di comportamento. Anche Don Bosco, nel suo famoso sistema preventivo, precisa come e quando devono darsi dei castighi.
Ma perché il castigo sia efficace, deve avere alcune caratteristiche:
– l’educatore non deve castigare sotto un impulso reattivo emotivo: «hai sbagliato, adesso paga!». L’intervento correttivo, certamente necessario, non richiede eccessiva reazione per la mancanza fatta. Il castigo va dato con calma, e andrebbe quasi fatto desiderare, perché il fanciullo si è accorto di aver trasgredito, recando un dispiacere. Dare un castigo con calma significa dosare proporzionatamente la pena da pagare, far comprendere che andando contro la regola è stato solo un capriccio egoistico e non la ricerca di un vero bene;
– l’intervento «punitivo» non va ritardato, per qualsiasi motivo, quasi per far capire che poi si interverrà in qualche modo: potrebbe apparire una vendetta; potrebbe subire una pena quando se ne è dimenticato e quindi gli appare come un’ingiustizia; potrebbe attribuire agli altri educatori la figura del castigatore... (per esempio: quando viene il papà…);
– saper castigare intelligentemente è un’arte educativa, perché il castigo deve essere proporzionato alla mancanza fatta. Solo in questo modo si manda un vero messaggio alla coscienza per il rispetto delle regole [1].

* Bisogna poi imparare la via del saper comunicare messaggi chiari e coerenti. L’educatore non deve identificarsi in un moralismo vuoto che al contrario diseduca. Il messaggio deve assumere determinate caratteristiche, perché il potere delle parole nell’educare incide sulla formazione della coscienza, e ciò anche in proporzione della capacità riflessiva del fanciullo, che crescendo diventa sempre più matura. Quindi il messaggio, per essere efficace educativamente, deve:
– essere chiaro e semplice;
– descrivere semplicemente una situazione e darne una valutazione;
– evitare lunghi discorsi, esprimendosi con frasi semplici ed efficaci;
– sgorgare spontaneamente dal discorso, senza posa o predica moraleggiante [2].

* Un’ultima indicazione: acquisire la capacità di incoraggiare, accompagnare, lodare, approvare.
Il biasimo e la lode sono due facce della stessa medaglia. Applicate al compito educativo costituiscono la correzione da una parte e l’incoraggiamento dall’altro. Regalare al momento opportuno una parola di incoraggiamento e di merito costituisce un messaggio forte che raggiunge la coscienza e la rafforza sulla via del bene, perché incoraggia a proseguire, fa crescere l’austostima, rinsalda l’alleanza con gli educatori perché l’educando si sente valorizzato per ciò che ha fatto di bene.
Se nel biasimo e nei castighi bisogna essere sobri, nella lode e nell’incoraggiamento bisogna essere abbondanti, ma comunque senza mai esagerare, per non creare rischi opporti.

2. ESERCIZI che aiutano a far prendere posizione nei confronti di una regola, di una esperienza sia positiva che negativa (soprattutto per ragazzi e adolescenti)

Si può organizzare un esercizio per far riflettere in gruppo gli adolescenti sulle affermazioni che seguono, a partire da esempi concreti: un incidente per infrazione di regole, fatti di bullismo irresponsabile, esempi di trasgressione distruttiva, ecc:
– non possiamo sempre fare quello che vorremmo, sia perché non ne siamo capaci, sia perché potremmo andare contro altri…;
– come si esercita veramente la nostra libertà, quale esperienza personale ne abbiamo…;
– ci sentiamo veramente costretti da altri? Da chi e perché?

Alla riflessione può seguire una sintesi da fissare su un cartellone che abbia questi parametri di confronto, e su ogni punto ciascuno è invitato a dire la sua, a prendere posizione motivando la scelta personale:

– libertà assoluta / libertà condizionata
– regole (esercizio della libertà) / anarchia (ognuno fa quello che vuole)
– esperienze di libertà / esperienza di anarchia
– coscienza e norme di comportamento / branco e trasgressione

È chiaro che su un tableau di questo tipo diventa importante la reazione con le varie prese di posizione dei singoli partecipanti, a cui l’animatore non deve imporre subito una sua «dittatura», ma deve pazientemente portare a trarre le conseguenze delle scelte che uno fa e della posizione che uso assume.
Si può aiutare anche a fare un confronto con la differenza tra «l’obbedire» quando erano piccoli e quella di «scegliere nell’autonomia da adolescenti». La riflessione dovrebbe portare a capire la direzione di marcia e il dovere di rispettare le regole per un vivere normale nella vita sociale. Questa consapevolezza diventa anche la base della formazione della coscienza morale nei riguardi del bene e del male, dell’osservanza della legge di Dio, per vivere la piena libertà delle scelte.

3. CONCEDERE. PROIBIRE. EDUCARE ALLA LIBERTÀ?
(soprattutto per adolescenti e giovani)

* Esercizio riflessivo sulle «Beatitudini dei ragazzi»

Vengono offerte le beatitudine dei giovani, parafrasate e adattate alla vita adolescenziale, le Beatitudini evangeliche (Mt cap. 5).
«Beati i ragazzi che accettano la fatica della verità: si sentiranno liberi ovunque.
Beati i ragazzi che sanno pagare il prezzo dell’amicizia: non saranno mai soli.
Beati i ragazzi che apprezzano quello che sono: faranno cose grandi nella vita.
Beati i ragazzi capaci di dirsi dei «no»: sbaglieranno molto meno.
Beati i ragazzi che navigano in internet, ma non si dimenticano di avere una testa.
Beati i ragazzi che sanno rispettare l’amore: scopriranno la bellezza della loro sessualità.
Beati i ragazzi che tengono aperta la loro porta a Dio: si sentiranno sempre accolti da un papà.
Beati i ragazzi con 7 erre: ridere, riflettere, riconciliarsi, rischiare, ricominciare, ricredersi, riscoprire: diventeranno capaci di ricreare la propria vita» [3].

Lavoro riflessivo: fare un confronto di esperienze a piccoli gruppi.
Di ogni beatitudine:
– dire la propria esperienza richiamandosi a fatti concreti;
– narrare fatti di vita di amici con cui si condividono idee;
– affrontare un percorso narrativo per evidenziare l’esigenza di libere scelte, per diventare capaci di autoregolarsi, di autocontrollarsi e di assumere in prima persona la funzione di contenimento prima esercitata totalmente dagli adulti.
Da questa riflessione può venir fuori uno spaccato di vita personale che diventa una occasione evolutiva cruciale che, se procede bene, porta alla capacità di darsi dei limiti e di essere più consapevoli dei rischi provenienti dall’esterno.

* Precisazioni più consapevoli su queste affermazioni

Il processo dovrà evidenziare prese di posizione sulle seguenti affermazioni:
– un eccesso di libertà e la perdita del senso di responsabilità portano alla dimensione illusoria che stimola il piacere per l’illecito, il desiderio della trasgressione, l’impulso a svalorizzare tutto ciò che non è riferito al proprio «io»;
– l’essere umano ha fra le sue esigenze innate il desiderio di non avere vincoli, di poter decidere che cosa fare, quando farlo e come farlo, ovvero di essere libero; sente il bisogno di rendere concrete le sue aspirazioni, in una parola di realizzare la sua personalità;
– occorre essere consapevoli che la libertà assoluta, totale, incondizionata non è realizzabile nell’umana società: la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri. L’ideale è trovare il punto di equilibrio fra le libertà di ogni membro della società, in modo che nessuno si senta oppresso e tutti abbiano il maggior grado possibile di libertà;
– non ci può essere nessuno che sia totalmente libero; se c’è qualcuno che si comporta così, c’è qualcun altro vicino a lui che sente la propria libertà compressa, ristretta, in modo più o meno grave. La libertà è un valore e un diritto che nasce in certo qual modo per contrasto, quando l’individuo si trova a contatto con altri, quando vive o agisce, studia, lavora insieme ad altri;
– il tema delle regole e delle trasgressioni è importante per la vita quotidiana, è un argomento sul quale si sono confrontati filosofi e pensatori politici lungo il corso dei secoli. Non c’è nessuno che parli male apertamente della necessità di rispettare le regole.

* Autoriflessione per l’educatore: quale mentalità assumo? Perché?

Il fascino del proibito e quindi della violazione delle regole non l’hanno inventato i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, ma è parte integrante della crescita e della vita degli esseri umani. Perciò educare significa fare accettare il senso del limite, farne riconoscere la positività, nel senso che al di qua del limite sta la sicurezza, la possibilità di una vita serena, mentre al di là del limite, oltre il lecito, si affacciano preoccupazioni e paure, e i piaceri possono trasformarsi rapidamente in dolori (cf i Dunque dell’articolo).
I giovani che entrano a far parte della società si trovano davanti a precise regole e leggi stabilite da altri, che indicano i confini fra lecito e illecito. Uno dei motivi del loro disagio deriva certamente dalla sensazione che essi hanno di non riuscire ad accettare gli schemi comportamentali che la società ha previsto per loro, e dal convincimento che tali schemi sono difficili da superare o ribaltare.
L’imposizione pura e semplice delle regole, in famiglia, nella scuola e in un gruppo può produrre reazioni negative: anoressia, bulimia, droga sono spettri che ogni educatore vuole esorcizzare, ma con i quali bisogna confrontarsi.
Non è sempre facile discutere con i giovani e farli partecipare alla elaborazione delle regole, farli cioè diventare protagonisti, ma è la strada da percorrere, insieme. Per far maturare il senso di responsabilità, ovvero l’elemento che caratterizza e distingue un adulto (non tutti e non sempre…) da un adolescente. Ma tale processo può essere efficace se ha inizio già nei primi anni di vita, nella famiglia, per continuare nella scuola dell’infanzia, e successivamente negli altri gradi di scuola, e nei vari gruppi della comunità parrocchiale e oratoriana.

 

NOTE

1) P. Pellegrino, L’educazione della coscienza morale, per non perdere la bussola, Astegiano Editore, 2011, pp. 26-27. L’autore descrive praticamente, dal punto di vista pedagogico, la tabella dei castighi, giustificandoli anche dal punto di vista psicologico.
2) Chi vuole avere esempi su questo argomento può consultare questi libri: A. Phillips, I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 1999. O. Poli, Non ho paura a dirti di no. I genitori e la fermezza educativa, S. Paolo, Cinisello B. (Mi), 2004. L. Verdone, Valori che contano, Paoline, Milano 2010. L. Buscaglia, Papà, Mondadori, Milano, 1986.
3) Cf pag. 67 del libro «Patentino per la vita. Guida per il viaggio più importante con tanto di segnaletica», di L. Guglielmoni e F. Negri, S. Paolo, Cinisello B. (Mi), 2005. Consulta anche: Costretti o liberi? di E. Fizzotti e I.Punzi, Paoline, Milano 2006.

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