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Nel nome della libertà. Passaggi dall’Esodo

 

Paolo Lorenzon

(NPG 2012-02-19)


Nella Sacra Scrittura la storia della libertà è legata al libro dell’Esodo. Il titolo ebraico è Shemot, cioè «i nomi», dalle prime parole di Es 1,1. Il «nome» ci conduce immediatamente di fronte a un’ambiguità: da un lato ci lega alla nostra storia, in quanto lo «riceviamo», e dall’altra indica qualcosa da conquistare, per essere qualcuno occorre «farsi un nome». E farsi un nome significa in ultima istanza «essere liberi». L’Esodo è la storia della ardua ricerca del proprio nome.

Liberarsi dall’oppressione

Il primo passaggio del libro racconta diversi tentativi di liberarsi da ciò che viene sentito come opprimente (Es 1,8-14). Ogni protagonista del racconto cerca di liberarsi da qualcosa: il faraone sente che il popolo a lui schiavo è un pericolo, «Ecco che il popolo dei figli d’Israele – dice il Faraone – è più numeroso e più forte di noi […] in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari» (Es 1,8-10), e sceglie la via dello sfruttamento e dell’umiliazione; il popolo geme e si lamenta (Es 2,23), vorrebbe uscire dalla schiavitù ma non ha il coraggio di sollevarsi contro l’oppressore, non ha un leader e sceglie la via dell’occultamento; Mosè invece vorrebbe liberarsi da tutto, dalla sua educazione egiziana, dalla condizione del suo popolo, persino dal suo stesso nome (Moses è un nome egizio che significa «figlio»), e uccide (Es 2,11-15).
Tutte queste figure vivono la medesima radice dell’oppressione: la paura, la paura della morte, proprio quella di cui parla Paolo nella Lettera agli Ebrei, quando afferma che la resurrezione di Gesù è venuta per «liberare così quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15). La vera liberazione è l’eliminazione della morte. Il termine ebraico schiacciare, canah, ha la stessa radice di povero, canaw, e indica afflizione. Si può uscire dall’afflizione suprema della morte? Nessuno dei nostri protagonisti ce la fa. L’esito è restare senza nome. Il faraone non viene mai chiamato per nome, Mosè lo perde, il popolo non lo ha mai avuto. I protagonisti dell’Esodo nei primi capitoli non trovano uno sbocco. Come si può essere liberi se non è possibile uscire dall’Egitto, qualsiasi maschera si indossi e personaggio si interpreti?

Il secondo passaggio comincia con la consapevolezza che se ci si vuole liberare da qualcosa, bisogna essere qualcuno; e nel libro dell’Esodo compare Mosè. Una persona. Una risposta singolare a una situazione generale e per giunta sotto il segno della fragilità: è della famiglia di Levi, figlio di Giacobbe, che uccise per vendetta (Gen 34,25-30); sopravissuto in una cesta/Arca, mezzo esilissimo; a rischio di uccisione.
Racconta il libro degli Atti, durante il martirio di Stefano, che Mosè «era istruito in tutta la sapienza degli egiziani» (At 7,20-22). Può tutto. All’epoca di Mosè, tra la XVIII e la XIX dinastia, solo le persone di rango più alto venivano introdotte alla magia. Chi accedeva alla magia era un sacerdote, un «supplente» di Dio. Mosè può incarnare l’azione di Dio. Ma la sua volontà di potenza si dispiega nell’uccidere. Subito dopo «Mosè fuggì lontano dal faraone» (Es 2,15).
Perché l’esito è la fuga e il potente si rovescia nel minacciato ricercato dalla polizia egiziana? Come altre figure bibliche, Caino «il vagabondo e ramingo sulla terra» (Gen 4,12-16), Giona, il fallito, renitente a IHWH (Gn 1,3), la fuga è l’esito dell’orgoglio.
Quarant’anni dopo, Mosè ritenta, nel colloquio con Dio al roveto (Es 3,1-6), di affermare la sua volontà sotto forma di indisponibilità. Per cinque volte (Es 3,11; 3,13; 4,1; 4,10 e 4,13) si nega alla volontà del Signore. Sembra preferire una vuota indipendenza a una promettente ma rischiosa filiazione. Il dialogo con Dio si chiude emblematicamente così: «manda chi vuoi mandare, io no».
Perché allora in Es 4,18 si dice che Mosè parte? Cosa è successo per fargli cambiare idea?
Anche il faraone, che si incontra in Es 5,1-2, rifiuta di essere attraversato da Mosè, Aronne, il popolo ebraico e da IHWH, e dice: «Chi è il Signore perché io debba ascoltare la sua voce?» Un midrash racconta che il faraone dopo aver udito l’espressione «il Dio degli ebrei» avrebbe esclamato: «Da quando gli schiavi hanno un Dio?». Il faraone senza nome, impersonale, non può accettare nessun altro accanto a sé, cesserebbe di essere il più potente.
Perché allora nel racconto dell’Esodo perde sistematicamente ogni confronto con Mosè, portatore di IHWH? Cosa non aveva previsto?
Nei casi di Mosè all’Oreb e del faraone in Egitto, il desiderio di fare da soli si scontra con IHWH, un centro eccentrico che chiede di uscire da sé: la prima e fondamentale uscita. Se Mosè avesse persistito nel suo rifiuto, il libro dell’Esodo sarebbe finito qui, al capitolo 4, con il rifiuto di ogni liberazione non proveniente da un progetto esclusivamente auto-centrato.

Il terzo passaggio comincia con la convinzione di Mosè che la liberazione non potrà avvenire senza uscire dai tre vicoli ciechi che si erano creati e raccontati in Es 5-8. La via istituzionale alla liberazione era chiusa. Il faraone indurisce il cuore (Es 7,13.22; 8,11.15.28.) Non ci può essere accordo tra il potere esistente e la liberazione; il popolo, dopo una prima adesione, ritira la fiducia (Es 5,15-16); Mosè ci dice belle parole ma i fatti sono diversi: il lavoro è aumentato, le condizioni peggiorate.
Mosè si sente impacciato, forse non crede più in quello che sta facendo, vede che non funziona, si sente un fallito e prorompe nella protesta: «Mio Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché mi hai inviato?» (Es 5,22-23).
IHWH risponde alle titubanze di Mosè in un modo apparentemente evanescente: con una promessa: «Vai [ora] dal faraone e Io farò [in futuro] uscire le mie schiere dal paese di Egitto» (Es 7,2-4). Esattamente come Gesù ai primi discepoli: «Venite [ora] e vedrete [in futuro]» (Gv 1,39). La liberazione si gioca sull’adesione a una promessa.
Segue il grande scontro tra il faraone e IHWH. Perché il popolo sia libero occorre superare l’indurimento del cuore. La «sclerocardia» è il grande nemico, secondo la spiritualità dei padri del deserto e delle scuole del discernimento spirituale.
Dopo le prime tre piaghe (letteralmente «colpi»), che intaccano le sicurezze della vita, i maghi d’Egitto, simbolo della tecnica sociale, si arrendono: «Qui c’è il dito di Dio» (Es 8,15). Come mai la tecnica non è sufficiente a far andare le cose come si vuole?
Dalla quarta piaga (Es 8,16) in poi, si parla di due popoli, quello dal cuore duro e quello che segue IHWH. Anche il faraone oscilla tra ostinazione e apertura fino alla fine (Es 10,27-29), quando dice a Mosè «Vattene da me». È la notte del colpo al primogenito: l’attaccamento più grande. Sembra che la liberazione richieda, ancora una volta, una completa libertà da sé.
Una nuova creazione si compie qui, quella di un popolo. Anche questa volta, il libro dell’Esodo potrebbe concludersi qui. In fondo, un popolo oppresso è riuscito a liberarsi. Perché allora l’Esodo non termina al capitolo 14-15, ovvero a neanche la metà dell’intero scritto?
Il popolo esce dall’Egitto, ma in Es 14,10 incontra la morte: «Gli israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore», perché la potenza del faraone era vicina. Come si esce da una situazione di morte ineludibile, con davanti il mare e dietro l’esercito in guerra? Il «miracolo» del mare avviene effettivamente in Es 14,15-31, grazie a un puro ribaltamento della logica. Qui la parola chiave è «seguire», seguire IHWH, anche se sembra assurdo.
E poi, dopo il grande e giubilante canto di vittoria, il deserto. In ebraico ha la stessa radice di «parola», dabar. Comincia una lunga marcia. Perché? Che differenza c’è in fondo tra la fatica di Pitom e Ramses e quella del deserto?

Gli ostacoli

Nel quarto passaggio si narra del tempo della prova (Es 15-18), in cui IHWH e il popolo vivono gli ostacoli della relazione, almeno tre.

* L’inesperienza della libertà.
Il popolo giunge a Mara (Es 15) dove trova le acque amare (ebr. marim), e mormora «che berremo?» (Es 15,22). IHWH indica un legno, spesso interpretato dai padri come la croce di Cristo, che subito rende dolce l’acqua. Più in là (Es 15,27) giungono in un luogo ricco di 12 sorgenti. Saper attendere il tempo opportuno è accorgersi che la relazione si stringe nel cammino, non nell’accordo formale né in un singolo evento, perché coinvolge la vita intera, spirito anima e corpo.
* Le mormorazioni e il dubbio.
In Es 17 è il popolo che mette alla prova il Signore (17,2; 17,3): «Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per farci morire di sete tutti?». Ma non è solo una contestazione, è un dubbio profondo: forse abbiamo capito male, forse non era volontà del Signore che uscissimo dall’Egitto e difatti oggi Egli non è in mezzo a noi. Massa significa infatti «luogo della prova» e Meriba «luogo di contestazione». Il dubbio è se IHWH ci vuole liberi o no. Nella Leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij, il Cardinale non ha dubbi. La libertà è un peso troppo grande per l’uomo, il quale è ben lieto di consegnarla a qualcuno che la gestisca, e in fondo Gesù è venuto per i poveri. Così, l’amore per l’uomo, che è fragile, consisterà nel predisporre un Egitto ben organizzato.
* Imparare la meraviglia.
Il deserto, che sembrava al popolo il luogo inospitale per eccellenza, si riempie di segni di benedizione. Ci si sente accompagnati. La sazietà verrà dalle quaglie (Es 16,11-13) e dalla manna (man hu: che cos’è?); con stupore Mosè assisterà allo scontro con gli Amaleciti (Es 17,8-16) quando IHWH si trasforma in guerriero; e infine il deserto diventa il luogo dell’incontro dove più nessuno è straniero o nemico (es. Ietro e Mosè in Es 18).
Il capitolo 18 potrebbe essere un’altra conclusione dell’Esodo. Ognuno trova nella libertà dagli attaccamenti offerta dal deserto una sua dimora privata simile a quella che Mosè aveva un tempo costruito a Madian. Una famiglia, una casa, un lavoro. Nel cammino della libertà, tuttavia, siamo ancora nella prima parte del percorso.

Nel quinto passaggio Israele si accampa «nel deserto del Sinai, davanti al monte» (Es 19,2). Attraverso il cammino, IHWH pian piano trova in Israele un interlocutore che è in grado di reggere il dialogo con Lui. Il rapporto si fa più intimo in tre momenti.

* L’ascolto (Es 19,2-5).
«Se ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza […], voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il lungo cammino permette di ascoltare l’Altro, permette di lasciarlo entrare dentro di sé: «Una voce! Il mio diletto!» (Ct 2,8-10). Il popolo di ascoltatori uscirà allo scoperto: «Tutti i comandi che ha dato il Signore, noi li eseguiremo» (Es 24,3). Il cammino raffina l’ascolto e l’ascolto porta all’azione.
* La presenza (Es 19,16-19).
Dal monte Dio chiama Mosè, è Lui che scende, non lo sforzo umano che sale, e nella grandiosa teofania che segue si presenta con le caratteristiche della tempesta e del terremoto. Segno che non c’è una presenza più forte, un ulteriore non ancora scoperto. Dio decide di non nascondersi.
* Le parole della misericordia:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Es 20,2). Il popolo continua ancora a ripetere le parole del Decalogo solo perché rendono presente, negli ambiti dell’esperienza che toccano, l’originaria liberazione operata da IHWH. Così la misericordia di Dio è espressa nei segni che sono le Dieci parole e apre la possibilità della misericordia tra gli uomini.
Il popolo ha finalmente trovato la relazione giusta con IHWH, la lunga rincorsa di Dio ad Adamo fuggente e nascosto nel Giardino può dirsi conclusa. L’Alleanza viene celebrata (Es 24). Ma il libro dell’Esodo non si conclude. Che cosa c’è di ulteriore? Se viviamo una relazione felice con Dio perché non riposare? È la domanda di Pietro sul Tabor (Lc 9,28-36).

Il possibile tradimento

Il tradimento è la figura centrale del sesto passaggio. Mentre Mosè sale sul monte per preparare la dimora di IHWH in mezzo al suo popolo, gli israeliti costruiscono un idolo. Israele si sente abbandonato e tradito, anche da Mosè, il garante della presenza di Dio, che tarda a scendere dal monte. Dove non ci sono più profeti, Dio stesso sembra aver abbandonato il popolo. Si vive la mancanza di una mediazione.
In Es 32,1-6 il popolo chiede e ottiene da Aronne un Dio che abbia un’identità afferrabile, senza sorprese e una precisa collocazione nello spazio, senza troppa libertà d’iniziativa. Di questo Dio è soddisfatto, perché lo può controllare. Poi Aronne lo rende teologicamente puro chiamandolo IHWH: lo stesso nome del Go’el, il liberatore, ma zoppo, infermo. L’alleanza nuziale appena celebrata vive l’adulterio.
Il popolo riparte verso la terra della promessa dopo il rinnovamento dell’alleanza e nuove tavole (Es 34,1-4), perché vive il per-dono di IHWH che restituisce tutto quanto era stato perduto. L’alleanza farà incontrare la persistente mediocrità del popolo e la fecondità della misericordia di Dio. La santità di Dio entra nell’umanità senza chiedere l’incorruttibilità dell’uomo. È quello che farà Gesù in croce: «Padre, perdonali. Non sanno quello che fanno»(Lc 23,34).
James Hillman nel suo libro Puer Aeternus inizia con una storiella ebraica in cui il padre fa saltare sempre più in alto il piccolo figlio e alla fine lo lascia cadere per terra. E commenta che il tradimento è inevitabile per l’uomo ma è essenziale, perché è lì che si scopre la struttura reale della relazione tra le persone.
L’Esodo, ancora una volta potrebbe finire al capitolo 34, o per la rottura della relazione del popolo con Dio o per l’accettazione del suo perdono. Cosa volere di più? Una volta scoperta la relazione fondamentale reale sotto il comportamento esteriore e sperimentato di IHWH che perdona, cosa ancora?

Il settimo e ultimo passaggio racconta dell’entrare. In Es 6,8 IHWH ha promesso «a mano alzata» di far entrare il popolo nella terra promessa ad Abramo (Gen 15). Ma in Num 14,23.35: «Nessuno di quelli che mi hanno disprezzato vedrà il paese […] in questo deserto qui moriranno» e «solo i vostri bambini conosceranno il paese che voi avete disprezzato» (31). Anche Mosè subisce la stessa sorte, sopra le steppe di Moab, sul monte Nebo, IHWH gli dice: «questo paese te l’ho fatto vedere con gli occhi, ma tu non vi entrerai» (Dt 34,4).
Che senso ha promettere una terra che poi viene negata? Se IHWH perdona perché non compie la promessa? Ci si può fidare di un Dio così? Tanta fatica per niente.
Ma occorre chiedersi in verità: qual è la terra di cui parla la Scrittura? Qual è l’entrare che costituisce il senso dell’intero Esodo? Il libro si conclude con queste parole: «Ad ogni tappa, quando la Nube s’innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l’accampamento. Se la Nube non si innalzava, essi non partivano, finché si fosse innalzata […] per tutto il tempo del loro viaggio» (Es 40,36-38). Entrare nella docilità a IHWH è vivere la libertà. Nessuna altra cosa conta: la malattia piuttosto che la salute, la povertà piuttosto che la ricchezza, il disprezzo piuttosto che l’onore, dirà S. Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali (EESS 23).
«Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2,2). Viveva la relazione.

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