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Con il dono

della grazia

Sorella Raffaella - Bose

11 agosto 2017

In quel tempo 25 Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26 «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30 dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33 Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 34 Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35 Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti».
Luca 14,25-35

La pericope odierna contiene una delle frasi più nette e assolute pronunciate da Gesù sulla necessità di rinunciare ai propri averi nel mettersi alla sua sequela e per questo è stata scelta nel nostro lezionario per la festa di santa Chiara di Assisi, colei che ha saputo resistere a pressioni innumerevoli ed è riuscita a rivendicare per sé e per le sue sorelle il “privilegio della povertà”.
Il nostro testo, nella sua costruzione e nel suo svolgimento, è proprio all’evangelista Luca, anche se i temi della rinuncia, della povertà, del prendere la croce ricorrono più volte in tutti i vangeli.
Gesù vede che tanta gente fa strada con lui, si è avvicinata, lo ascolta, lo accompagna. Allora si volta e rivolge uno sguardo che, già di per sé ‒ come nelle altre ricorrenze dello sguardo di Gesù ‒, richiede conversione. Tuttavia le parole che seguono possono sembrare contraddittorie: Gesù chiede un gesto radicale di distacco, tanto radicale che può sembrare una follia e subito dopo, con gli esempi della torre e della guerra, avverte che questo gesto irrazionale deve essere il frutto di calcoli attenti e realistici. Ci possono essere tanti motivi nella nostra vita che ci inducono a rotture estreme e sconsiderate, che non sempre sono fautrici di vita. Gesù avverte che la decisione di mettersi alla sua sequela deve essere frutto di prudenza e discernimento. Che cos’è necessario per essere discepolo? Il testo inizia con due affermazioni negative: se uno “non …”, non può essere mio discepolo. A queste se ne aggiunge una terza, anch’essa negativa, che forma un’inclusione: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi propri averi, non può essere mio discepolo” ( v. 33). La motivazione fondamentale per la sequela, che è dell’ordine della grazia, qui non è ricordata, ma in qualche modo è presupposta. A me sembra sia adombrata nel ricorrere più volte del termine “suo proprio” e in particolare nella precisazione “la sua propria croce” (espressione unica perché altrove si trova “la sua croce”) che rinvia alla storia personale di ciascuno. Diventare discepolo è un atto che interpella la singolarità del chiamato e la sua personale responsabilità. Ciascuno, nel mistero della sua vita in Cristo, deve valutare il dono della grazia offertagli dal Signore. Certamente, se uno si mette a fare i calcoli se ce la farà o meno nella via della sequela dovrà concludere che con le sue forze o con la sua sola volontà l’impresa è impossibile. Perché la sequela si riveli una via di vita bisogna che l’appello del Signore ci raggiunga personalmente e ci sveli la forza dell’amore singolare di Cristo. Solo questo amore può giustificare il porre in secondo piano tutto ciò che si possiede di proprio: il padre, la vita, gli averi. Solo questo amore è il sale che rende preziosa la vita e la luce che la rende splendente.
Certo bisogna sedersi e fare i calcoli: vedere se si potrà finire l’opera intrapresa, se si potrà vincere la guerra con la metà di forze combattenti. Tuttavia noi siamo rassicurati che Colui che ha iniziato in noi la sua opera buona la porterà a compimento fedelmente (cf. Fil 1,6). A noi spetta solo non porre ostacoli, il primo dei quali è rappresentato dal confidare nelle ricchezze, cioè dal pensare che le proprietà, piccole o grandi, che possiamo avere possano garantirci la salvezza e mettere lì il nostro amore. Gesù avverte il discepolo che la povertà e le rinunce cui è chiamato sono l’altro nome della libertà interiore che gli è chiesta come scelta personale per aderire al suo amore. La rinuncia al possesso fatta per amore insegnerà al discepolo un modo nuovo di gestire i beni e gli affetti: nella giustizia, nella condivisione, nel ringraziamento.

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