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La misericordia eterna

del Signore

Pietro Bovati


La misericordia di Dio riconosciuta nella preghiera. Il salmo 136

L’uomo religioso è colui che, in vari modi e con diverse gradazioni, ha fatto esperienza certa di Dio, un Essere unico e sublime, la cui eccelsa qualità impone che davanti a Lui si assuma un atteggiamento di profonda riverenza. Questa esperienza fondatrice è attestata diffusamente nella Bibbia, e in particolare nei Salmi, dove leggiamo: «Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto» (Sal 104,1); «grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dèi […]; entrate, prostrati, adoriamo, in ginocchio davanti al Dio che ci ha fatti» (Sal 95,3.6).
Ci mettiamo in ginocchio, come riconoscimento di piccolezza, di fronte al Dio grande; ma non nella vergogna, al contrario, nel canto e nel plauso. Il riconoscimento della incomparabile qualità divina assume infatti la forma della preghiera di lode, che nella sua forma migliore non ha altra finalità che quella di celebrare Dio «per la sua immensa gloria»; l’orante esulta di intensa gioia nell’esaltare e magnificare Dio (1 Sam 2,1; Sal 63,6; 71,23; Lc 1,46-47), perché riconosce che tutto ciò che di bene esiste è in Dio, e Dio è, di fatto, originaria benevolenza, è perfetta volontà benefica. Per noi che vogliamo essere uomini religiosi, è doveroso allora entrare nella considerazione meditativa della misericordia del Signore assumendo non un procedimento speculativo, ma una dimensione di preghiera. Ed è utile e saggio prendere a modello il modo di pregare ispirato; e concretamente il salmo 136, la «grande lode» (il grande Hallel) della tradizione biblica.
La forma di preghiera più alta, e per così dire culminante, è quella che si dispiega alla fine del processo di riconoscimento di Dio, processo che passa dal gemito del lamento alla supplica accorata, e dall’abbandono fiducioso alla limpida letizia della presenza luminosa del Signore che salva. Da questa ammirazione adorante scaturiscono il ringraziamento e la lode, che, pur non essendo atti identici, tendono di fatto a sovrapporsi, a fondersi in un unico canto.
Il ringraziamento è il riconoscimento dell’essere stati beneficati dal Signore. Comporta quindi intrinsecamente una componente soggettiva, poiché l’orante pone attenzione a ciò che è avvenuto nella sua persona, ed è a partire dal dono ricevuto che egli risale, per così dire, al soggetto buono che lo ha favorito. Spesso questo processo non si produce, e chi ha ricevuto la «grazia» non ritorna indietro a «rendere grazie» (Lc 17,11-19). Ma avviene pure che un singolo o una intera comunità, riflettendo e ricordando, espliciti di aver beneficiato di un inestimabile dono di vita. Nel ringraziamento si esprime così un evento spirituale, anzi l’evento spirituale per eccellenza, quello che fa fiorire l’amore dall’esperienza del beneficio ricevuto. Non come un riflesso condizionato, ma come un sorgivo atto di libertà. La gioia dell’essere amati produce come frutto la gioia di amare chi ci ama. E Dio è l’origine dell’amore, è Colui che ama per primo tutti (1 Gv 4,10), così che tutti possano amarlo e ringraziarlo. Questo percorso di verità non è mai scontato, né può limitarsi a una semplice abitudine di cortesia. Il rendersi conto, in piena verità, di ciò che abbiamo ricevuto, viene perciò promosso dalla stessa Parola di Dio, e questa iniziativa, che è già una grazia, è assunta dalla voce di un credente posto a guida dell’assemblea liturgica, che invita a «entrare» nel dinamismo del ringraziamento: «Venite, rendete grazie».
La lode invece è propriamente un riconoscimento per così dire oggettivo: lo sguardo è totalmente rivolto all’altro, per elogiare, senza gelosia alcuna, il suo valore assoluto. È plauso, è grido di ammirazione, è compiacimento per trovarsi alla presenza di un essere senza pari. Indirizzata a Dio, la lode è, come abbiamo detto, proclamazione gioiosa della sua gloria. Vi è una intrinseca gratuità nel canto di lode, anche se, al fondo, lo splendore della persona lodata investe in qualche modo chi lo riconosce, se non altro per il fatto che dalla gloria altrui si è resi felici.

L’antifona del salmo 136. Il «comandamento» della gratitudine

La lingua ebraica ha un verbo (yādāh), il cui significato di base è «riconoscere»; le sfumature di questo verbo dipendono dal suo complemento oggetto o dalla frase subordinata che lo completa. Nella preghiera può esprimere, ad esempio, la confessione del peccato (cfr Sal 32,5), mentre riferito al Signore può modularsi sia nel versante del ringraziamento sia in quello della lode. È questo il motivo per cui questo lessema viene tradotto talvolta come «rendere grazie» (cfr Sal 136,1; 138,1; ecc.), e in altri casi come «lodare» (Sal 6,6; 18,50; ecc.).
Questo verbo (yādāh) introduce il salmo 136, con una forma all’imperativo plurale («rendete grazie»), equivalente stilisticamente alla formula «Alleluia» (che significa: «lodate il Signore») usata quale antifona introduttiva per altri inni (Sal 106,1; 111,1; 112,1; ecc.). Nei Salmi viene infatti spesso utilizzato lo stilema letterario dell’invitatorio: il capo-coro (forse un sacerdote o un levita) chiama alla preghiera; intona il motivo del canto, trascinando con sé tutta la congregazione. Ognuno si sente così introdotto nella lode riconoscente a motivo della testimonianza gioiosa di un credente, che precede tutti in quanto interprete di una lunga tradizione di fede; al tempo stesso, quando ogni singolo fedele ripete le parole del solista diventa a sua volta araldo, corifeo, cantore della fede in prima persona. Gli esegeti fanno notare inoltre che il salmo 136 si sviluppa secondo un sistema litanico, marcato dalla ripresa stereotipica di una medesima invocazione («perché eterna è la sua misericordia»).
Nel salmo 136 la creatività del canto risiede dunque nella prima parte dei versetti, messa in bocca al conduttore della preghiera, che declina in molteplici varianti il motivo della lode, mentre l’assemblea si esprime con un ritornello sempre identico; tuttavia la potenza della preghiera si realizza solo in quella corale risposta, che significa e crea l’unità del popolo di Dio. Celebrare la misericordia divina implica il convocare quante più voci possibili, così che il mondo risuoni della immensa gratitudine degli uomini verso la sorgente di ogni bene.
L’imperativo («rendete grazie») è un comandamento. Esprime un dovere, una fondamentale esigenza religiosa. Per questo san Paolo prescrive: «In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,18). Non riceviamo dunque un modesto suggerimento, che potrebbe essere cortesemente rifiutato; è invece un appello di decisivo valore spirituale. Chi non ringrazia non riconosce Dio. E vi è un unico ringraziamento da effettuare nella vita, perché il Signore è l’unico Dio (cfr Dt 6,4); e a Lui si deve totale riconoscenza. Il maestro della preghiera, che comanda di rendere grazie, si fa allora carico di guidare l’assemblea a scoprire, in crescente meraviglia, i motivi che rendono «bello e giusto, doveroso e principio di salvezza» il canto di ringraziamento al Signore.
La richiesta di obbedienza al comandamento è motivata dalla menzione del Signore («rendete grazie a YHWH»). Il solo fatto di evocare questo Nome favorisce il processo orante della lode (cfr Sal 113,1-3; 135,1; ecc.): «Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie; invocando il tuo Nome, raccontiamo le tue meraviglie» (Sal 75,2). Dio infatti ha rivelato il suo nome proprio, quello che lo identifica fra tutte le altre pretese divinità, perché fosse ricordato e benedetto di generazione in generazione (Es 3,15), poiché il suo Nome evoca la sua presenza salvatrice, la sua perenne alleanza con i padri, a cui si è legato con amore gratuito e fedele (Dt 10,15).
Nominare YHWH è dunque proclamare l’origine del bene. Per questo la lode si dipana, in diversi Salmi, come la declinazione degli attributi divini, di ciò che definisce, in qualche modo, la natura di questo Essere unico, incomparabile e perfetto, o, forse meglio, di ciò che il fedele scopre nella sua considerazione meditativa della gloria divina. Nel salmo 145, ad esempio, l’orante sfrutta il dispositivo acrostico [1] per introdurre vari titoli del Signore che diventano espressione di lode: «grande è il Signore e degno di ogni lode» (v. 3), «misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore» (v. 8), «buono è il Signore verso tutti» (v. 9), «fedele è il Signore in tutte le sue parole» (v. 13), «giusto è il Signore in tutte le sue vie» (v. 17), «vicino è il Signore a chiunque lo invoca» (v. 18).
Il cantore del salmo 136 concentra invece l’attenzione dell’assemblea solo su due termini che motivano il ringraziamento: un aggettivo («buono») e un sostantivo («misericordia»). Queste due qualifiche sono indubbiamente le più importanti, perché la bontà misericordiosa viene celebrata in ogni versetto, e quindi specifica anche i titoli attribuiti al Nome del Signore, quali «il Dio degli dèi» (v. 2), «il Signore dei signori» (v. 3), e «il Dio del cielo» (v. 26). La natura unica, sublime e onnipotente di Dio è celebrata perché fonte di una benevolenza incomparabile che si espande, con mirabile efficacia, nell’universo.
«Rendete grazie al Signore perché è buono» (v. 1a). Un unico qualificativo viene quindi privilegiato dal cantore del nostro Salmo per elogiare il «Dio degli dèi». Non viene scelto un epiteto di grandezza o di potenza; si mette in luce esclusivamente la irradiazione benefica del Signore: il bene che proviene, come da inesauribile fonte, dalla persona divina e si espande su tutto l’universo fa comprendere e riconoscere che Egli è essenzialmente ed eternamente «buono». Nulla potrà essere detto che contrasti con questa semplice definizione di Dio, e niente potrà essere aggiunto che rappresenti un ulteriore motivo di plauso. Ogni parola del canto non potrà essere dunque che l’esplicitazione di una così beatificante realtà.
«Perché in eterno è la sua misericordia» (v. 1). Appare qui un termine ebraico (ḥesed) che ha una estesa gamma di significati [2] , come risulta anche dalle traduzioni moderne, che – anche limitandoci al salmo 136 – lo rendono come «amore», oppure «misericordia», «fedeltà», «grazia», «benevolenza», «clemenza», «benignità». Di fatto, il sostantivo ebraico esprime essenzialmente il giusto e fedele rapporto di alleanza (Dt 7,9.12; 1 Re 8,23; Sal 89,29; 106,45); indica, in altre parole, il comportamento di chi, in una relazione giuridicamente sancita, agisce rispettando il partner e promovendo la comunione. Le sfumature del termine ḥesed dipendono talvolta dal contesto letterario, ma per lo più sono da ascriversi alla sensibilità linguistica del traduttore. La recente versione CEI (del 2008), riguardo al nostro salmo, ha optato per «amore»; sarebbe però da favorire «misericordia» (come era nella edizione CEI del 1971), per sottolineare la condiscendenza divina.
La «misericordia» viene specificata mediante un avverbio («in eterno», «per sempre») che esplicita la permanente manifestazione dell’amore del Signore nel fluire della storia. Dio con gli uomini si lega con un vincolo che è detto di «eterna alleanza» (Gen 9,16; 17,7; Es 31,16; Nm 18,19; Is 24,5; 55,3; Ger 32,40; Ez 16,60; ecc.), perché «buono è il Signore, la sua misericordia è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione» (Sal 100,5). Ogni istante della evoluzione cosmica, ogni momento della vicenda umana è luogo dove la benevolenza divina si manifesta; e non vi è nulla che possa impedirla. «Da sempre e per sempre», come sottolinea il Sal 103,17, l’uomo è oggetto costante della misericordia divina; anche se non la avverte perché in preda al buio della sofferenza, anche se, quando il volto del Signore sembra oscurato dalla collera, egli patisce la miseria del suo allontanamento da Dio. Anzi, la misericordia eterna ha il suo pieno compimento là dove la violenza e il peccato conducono alla morte (cfr Sal 78,37-38; 79,13; 90,1; 102,12-13; 103,15-17).
L’espressione «in eterno la sua misericordia» – il ritornello cantato dall’assemblea – è parte del versetto che, nella tradizione biblica, viene usato come una «formula», una locuzione fissa consacrata dall’uso liturgico («Lodate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia») [3] . La funzione dell’antifona è di focalizzare l’attenzione dell’orante su un aspetto da meditare o su una specifica dimensione spirituale da vivere nella recitazione dell’intera preghiera. Il seguito di ogni salmo svilupperà poi in modo originale il nucleo tematico posto all’inizio, diventando il tutto un prezioso suggerimento pedagogico. Viene insegnato infatti, in primo luogo a ripetere, costantemente, come vertice del rapporto religioso, che il mondo intero e la storia umana sono creazioni di una inesauribile misericordia; e, in parallelo, si impara a «cantare al Signore un canto nuovo» (Sal 40,4; 96,1; 98,1; 144,9; 149,1), a modulare quindi in modo personale e attualizzante l’eterno motivo della lode.

La litania del salmo 136. L’eterno presente di Dio

L’autore del salmo 136 ci conduce in questo esercizio di preghiera, suggerendo un percorso e additando alcune tappe da non dimenticare. Ogni versetto del salmo ci invita a sostare su un’azione divina, a contemplarla, per così dire, nel suo sgorgare dalle mani di Dio. La risposta riconoscente rischia infatti di essere superficiale, se non è assunta come un cammino interiore in cui l’orante diventa sempre maggiormente consapevole di quanto e quale amore Dio ha profuso nella storia, nella sua storia.
Come è possibile narrare, in pochi versetti, l’infinita ed eterna misericordia del Signore? Se il parlarne è atto doveroso e degno, il parlarne in modo inadeguato risulta offensivo della verità e dell’onore di Dio. «Non dimenticare nessuno dei suoi benefici» (Sal 103,2), dice a se stesso il vero fedele. Ma come cantare tutto l’amore facendo memoria solo di qualche manifestazione di tale immensa bontà?
L’autore del salmo 136 è nostro maestro. Non si dilunga in molte parole (il corpo del salmo è composto da 22 versetti, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, per indicare completezza), non segue il costume di certi inni pagani, dove traspare la preoccupazione dell’orante di non trascurare nessun titolo e nessun beneficio della divinità per non incorrere nella sua collera gelosa. Nel salmo 136 si menzionano di fatto pochi eventi, e precisamente la creazione, l’esodo e il dono della terra; altri fatti e di grande importanza avrebbero potuto essere oggetto di evocazione celebrativa, come l’elezione di Abramo con la benedizione sulla sua discendenza, oppure l’alleanza con Davide e la promessa di un regno perpetuo, o anche il dono inestimabile della parola profetica e la preziosa eredità dei sapienti di Israele.
Non solo il salmista fra le innumerevoli grazie del Signore seleziona pochi eventi; di più, egli sottolinea solo qualche aspetto o qualche episodio dell’evento misericordioso. Parlando della creazione, ad esempio, non ricorda il fiorire della vegetazione, né il sorgere della vita, né la costituzione dell’essere umano a immagine di Dio; quando racconta l’esodo, non evoca l’alleanza del Sinai, né la manna o l’acqua dalla roccia; e infine, il dono della terra è, per così dire, ristretto al provvedere il cibo, senza che si espliciti l’indipendenza politica e la ricchezza delle istituzioni che nobilitano l’esercizio della libertà.
Come interpretare questo fenomeno «riduttivo», apparentemente problematico? Ebbene, dando credito alla sapienza ispirata dell’autore sacro. E, in primo luogo, notando che i tre eventi menzionati costituiscono una struttura, un insieme completo e organico, che esplicita la dimensione dell’eterno mediante l’articolazione dei suoi costitutivi momenti temporali. La creazione infatti dice la misericordia di Dio inscritta nelle opere fatte «al principio» (Gen 1,1), ed è perciò memoriale della bontà originaria e perpetua del Signore. Il racconto dell’esodo dall’Egitto ha invece la funzione di celebrare la misericordia di Dio nella storia, dove i fatti avvengono in modo puntuale e unico; se le orme del passaggio del Salvatore scompaiono (Sal 77,20), l’antico evento di grazia permane però nei suoi effetti, e diventa altresì un paradigma profetico di salvezza, riconosciuto nella sua verità in diversi eventi della storia, fino al suo perfetto compimento. Infine, il dono del pane, frutto della terra ereditata dal Signore, evoca il momento presente, da non svalutare come l’attimo fuggente, ma da esaltare come il realizzarsi della misericordia divina in quell’oggi che è partecipazione simbolica all’eterno presente della realtà escatologica.
Chi recita il salmo 136 comprende così l’eterno manifestarsi della bontà del Signore come una durata che si estende dall’inizio alla fine; e in questa meravigliosa totalità l’orante si colloca nel momento conclusivo, ricevendo il compimento della misericordia. La struttura disegnata dal salmista è, d’altra parte, come una traccia, un modulo flessibile, che invita a integrare o a sottolineare in modo specifico ciò che, per il fedele di oggi, appare degno di lode. Non però con l’intento di una impossibile completezza, ma lasciando che lo Spirito faccia emergere come la grazia di Dio, che è da sempre e per sempre, sia riconosciuta, con fremito di gioia, nell’istante della preghiera.
E infine, un ultimo importante accorgimento pedagogico dell’autore del salmo 136. Le azioni divine sono introdotte con la forma verbale del participio, in certi casi completata da verbi al passato. Questo fenomeno per lo più non appare nelle versioni in lingua corrente. Il nostro salmo alla lettera recita: «(Rendete grazie) al facente grandi meraviglie» (v. 4), «al colpente l’Egitto nei suoi primogeniti» (v. 10), «al conducente il suo popolo nel deserto» (v. 16). Abbiamo qui citato solo tre dei nove participi, quelli che iniziano le tre sezioni principali del salmo. Ora, nel linguaggio della grammatica, questi sono «participi presenti», indicano quindi una realtà attuale, un fatto che dura e di cui si fa esperienza.
L’orante compie dunque un’operazione di squisita intelligenza spirituale diventando contemporaneo di tutte le opere di Dio; non celebra semplicemente una mirabile opera divina del passato, ma piuttosto riconosce, nella lode, che è proprio di Dio l’agire così. Dio è sempre colui che crea, che vince potenti avversari, che dona ad ogni carne il sostentamento vitale. Le gesta divine diventano attributi che qualificano il Signore; sono attributi speciali, perché non indicano qualità intime (l’essere buono, fedele, compassionevole, giusto), ma modi di agire, modalità permanenti del suo attuare. E ringraziando Dio per il suo operare presente, il salmista si dichiara «presente», testimone di ciò che Dio fa, per il suo popolo e per «ogni carne» (v. 25), nell’istante stesso del suo lodare.
D’altra parte, l’autore del salmo 136 completa i participi presenti con verbi al passato. Questo non avviene con l’atto della creazione, che è inteso come una permanente e instancabile produzione divina (cfr Gv 5,17), segno della sua indefettibile fedeltà al creato. I sette verbi alla forma del passato sono invece attestati quando sviluppano il racconto di fatti storici: «ha fatto uscire Israele dall’Egitto» (v. 11), «ha fatto passare Israele in mezzo al mare» (v. 14), «ha travolto il Faraone e il suo esercito» (v. 15), «ha ucciso re potenti» (v. 18), «ha dato la loro terra [quella dei re sconfitti] in eredità (a Israele)» (vv. 21-22), «si è ricordato di noi nella nostra umiliazione» (v. 23), «ci ha liberato dai nostri avversari» (v. 24). La storia, nella memoria di fede, è innanzitutto rivelazione di un agire divino indirizzato a un preciso destinatario, Israele, il popolo del Signore (v. 16), il suo «servo» (v. 22) quale titolo onorifico di alleanza. Chi prega non è estraneo a questa vicenda unica; chi canta l’eterna misericordia è il fedele che ha conosciuto YHWH (il Nome del Signore), e si sa inscritto in questa storia di salvezza. Chi ringrazia è figlio di Israele, beneficiario dell’opera di Dio, erede del lascito del Signore dei signori, non perché discendente di Abramo secondo la carne, ma perché generato per la fede nella promessa.
Nessuno deve sentirsi escluso quando il solista declama i prodigi operati dal Signore. Infatti, prima si parla di Israele, ma verso la fine dell’inno (al v. 23), con un cambiamento ardito, si introduce come destinatario dell’atto salvifico (espresso come «ricordare») un «noi» che non può essere che ogni membro dell’assemblea che sta cantando, assemblea che riconosce di aver ricevuto gli effetti della liberazione dall’umiliazione, quale compimento di ciò che l’esodo prefigurava. Anzi, chiunque recita il salmo 136 si identifica con tutti i viventi nutriti dal cibo dispensato da Dio (v. 25); chi ringrazia, proclamando che il Signore è eternamente misericordioso, è voce che chiama l’intero creato a unirsi nella celebrazione, così che l’immensa moltitudine delle creature prorompa in un fortissimo grido di esultanza che faccia percepire l’infinita donazione della bontà divina.

Le tre parti del salmo 136. Gli eventi della salvezza

Vogliamo ora, in maniera più dettagliata, commentare i tre momenti con cui il salmista ha scandito gli eventi della salvezza, così che possiamo entrare più profondamente nell’azione di grazie al Signore per la sua eterna misericordia.

1) I vv. 4-9 (la creazione). Il paragrafo sulla creazione è marcato dalla ripetizione del verbo «fare» e dall’aggettivo plurale «grandi»: rendete grazie «a Colui che fa grandi meraviglie» (v. 4) e «a Colui che fa i grandi luminari» (v. 7). Anche nel primo racconto di creazione il medesimo verbo «fare» è frequentemente usato per esprimere l’operare creativo di Dio (Gen 1,7.16.25.26.31; 2,2.3); la realtà creata, di conseguenza, è designata spesso nella Scrittura come «fattura», «artefatto» delle mani del Signore (Is 5,12; 19,25; 60,21; Sal 8,7; 19,2; 92,5; 102,26; 143,5; Gb 34,19; ecc.). Il verbo «fare» nel nostro salmo è riservato alla creazione del cielo (vv. 4.5.7), e questa prima opera del Creatore è connotata come grandiosa, prodigiosa e sapiente.
Grandiosa (vv. 4 e 7), perché il cielo è sempre visto nella tradizione biblica come lo spazio sconfinato, che fa intuire quanto grande sia il Creatore; e anche oggi, proprio con i progressi dell’astronomia, esso è pure per noi oggetto di meravigliato stupore, proprio a ragione della sua insondabile profondità.
Ma l’opera celeste è soprattutto prodigiosa (v. 4: «a Colui che fa grandi prodigi»). Con questa precisazione iniziale l’autore del salmo 136 ci invita a penetrare il mistero di quella creatura straordinaria, che venne divinizzata da altre culture pagane, perché irraggiungibile e perché dominante lo spazio terrestre, mentre invece per Israele è piuttosto il simbolo della presenza del Signore benefico, che dall’alto riversa i suoi doni. La qualifica di opera prodigiosa, posta all’inizio della serie delle azioni divine, comanda probabilmente l’interpretazione dell’intero salmo. Non si deve ripetere meccanicamente, quasi fosse una recita del catechismo, la lista delle opere del Signore, perché in ognuna di esse vi è un mistero nascosto da scoprire, una meraviglia che introduce nel canto corale una dimensione di intelligenza, che nobilita e perfeziona l’adorazione e la lode.
E, da ultimo, la creazione del cielo è sapiente (v. 5: «a Colui che fa i cieli con sapienza»), e ciò significa certamente che è un prodotto bello, ordinato, efficace e benevolo, ma anche che porta in se stesso la traccia della sapienza del Creatore, quella stessa che ha presieduto l’origine del cosmo (Sal 104,24) e si compiace di comunicarsi ai figli dell’uomo (Pr 8,22-31). Il creato, e il cielo in particolare, veicolano un messaggio (Sal 19,2-5: «i cieli narrano la gloria di Dio» ecc.) da scoprire con riverenza e riconoscenza. Il sole durante il giorno e gli astri che rischiarano la notte parlano di Dio, della sua gloria e delle sue promesse, e chiamano così l’orante a rispondere con la lode; la voce silenziosa del firmamento provoca il canto di esultanza dell’assemblea credente.
La creazione del cielo è dunque fatta per la terra e i suoi abitanti, quella terra che nel salmo 136 è come fosse un’opera celeste, prodigiosa quanto il cielo. Là dove, nella traduzione CEI, leggiamo: «ha disteso la terra sulle acque» (v. 6), nel testo ebraico viene usato un participio presente che suggerisce l’atto del consolidamento (per cui, alla lettera, potremmo tradurre: «[Rendete grazie] a Colui che rende solida la terra sulle acque»). La radice verbale ebraica è la stessa che in Gen 1,6-8 serve per definire il «firmamento», concepito come una volta trasparente e solida, che trattiene la massa delle «acque di sopra» (che diventano pioggia, neve e grandine) e accoglie l’ornamento degli astri che sono incastonati nella sua struttura di cristallo. L’orante allora ringrazia perché il Signore lo poggia sull’abisso delle acque sotterranee con la stessa fermezza della volta celeste, e la sua terra è ornata non di stelle, ma dell’immensa moltitudine dei figli di Abramo, di cui gli astri sono figura (Gen 15,5; cfr anche Dt 10,22; Gdc 5,31; 2 Sam 23,4; Dn 12,3; Mt 13,43). Commentando questo versetto, scrive Alonso Schökel: «Il “firmamento” si è trasferito dalla regione celeste alla terra» [4]; l’orante, con i piedi sulla terra, può apprezzarne la solidità, prodotta dalla forza invisibile del Creatore, e sentirsi rassicurato e promosso nel suo canto di lode.
Alla contemplazione degli spazi immensi del cielo si aggiunge per il salmista la considerazione della scansione quotidiana del giorno e della notte (vv. 7-9). Anch’essa è motivo di ringraziamento. Sappiamo che il sole e la luna comandavano il calendario liturgico, ricordando al fedele l’impegno a consacrare il tempo mediante le celebrazioni festive, settimanali e annuali; ogni pratica religiosa veniva così vissuta come una obbedienza alla legge del Creatore, che creando aveva voluto dettare i momenti della preghiera e della lode. Anche se limitata temporalmente, l’azione di grazie non cessa mai, perché ogni momento rinvia al successivo, ogni festa si richiama alla precedente e alla seguente, in un ciclo incessante di gioiosa esultanza. E il canto non si interrompe se non per sorgere nuovamente come canto «nuovo», creativa celebrazione di una perenne bontà divina.

2) I vv. 10-20 (l’esodo). Passiamo ora al secondo nucleo tematico, che motiva il ringraziamento.
«Rendete grazie a Colui che colpisce l’Egitto nei suoi primogeniti» (v. 10). Il verbo «colpire» (ripetuto al v. 17) equivale a «uccidere» (cfr v. 18), e la nostra sensibilità qui frena l’entusiasmo del canto, perché non vediamo bene come una eterna misericordia possa esprimersi in un atto di violenza, esercitato contro un intero popolo (gli egiziani) e per di più contro dei «figli», a nostro giudizio innocenti. Sarebbe troppo lungo il trattare adeguatamente questa problematica. Ci basti qui indicare che l’esodo è un evento di natura simbolica, che significa la vittoria di Dio sulle forze, potenti e crudeli, che assoggettano i poveri e gli indifesi. Questa vittoria è il trionfo della giustizia, ed è salvezza per le vittime. La «mano potente e il braccio disteso» (v. 12) portati contro l’esercito del Faraone sono, per così dire, necessari per porre fine all’ostinazione del malvagio; l’azione divina va dunque letta come un rimedio al male, non motivata da odio per gli uomini, ma ispirata dal desiderio di salvare tutti, salvare i sofferenti così che possano cantare l’inno dei redenti (Es 15), e salvare anche i prepotenti, liberandoli, nell’umiliazione, dall’inganno della violenza, così che, pentiti, riconoscano qual è, in realtà, la via del bene e della vita.
Resta che l’esodo, disseminato di scontri e battaglie sanguinose, rimane una «figura», fondatrice certo della fede di Israele, ma imperfetta. Noi possiamo assumerla vedendo in essa il Signore che «squarcia il mare» (v. 13), simbolo del caos che inghiotte la vita, per «far passare» (questa è la Pasqua) il popolo immenso dei salvati, una folla innumerevole che canterà al Signore: «Eterna è la tua misericordia».

3) I vv. 21-25 (il dono della terra). L’ultima parte del salmo 136 celebra il dono: «diede in eredità la terra (dei nemici)» (v. 21), «Lui che dà il cibo a ogni vivente» (v. 25). A conclusione del cantico appare così un elemento semantico di grande rilevanza, che invita a una rilettura della parte precedente: la terra che Israele riceve è il culmine di un processo di donazione, iniziato con la creazione e mediato dalla vittoriosa epopea dell’esodo. Tutto è meraviglioso e tutto è dono; e ogni dono ne prepara un altro. Il pane sulla tavola è il compimento di una storia più che millenaria, fatta per rendere reale e disponibile il cibo per i viventi.
La lode si colora quindi ora più specificamente come azione di grazie, che assume, nel presente del dono posseduto, tutte le gesta del Signore, in un atto di memoria impossibile alla psiche, ma possibile allo spirito, il solo che può perfettamente ringraziare Colui che in ogni cosa e in ogni azione ha voluto donare, perché la sua misericordia è eterna.
Il dono è molteplice, e ognuno dei doni esige un suo proprio tributo di ringraziamento. Da una parte vi è il dono della «terra», caratterizzato dall’essere un possesso permanente e trasmissibile, una «eredità» (v. 21) promessa con giuramento dal Signore ad Abramo (Gen 15,18), prima ancora dell’esistenza del popolo. Si suppone allora che l’orante si trovi nel paese stillante latte e miele, assieme alla folla convenuta al santuario, dove il Signore ha posto per sempre la sua dimora. Come è possibile infatti cantare le lodi di Dio in terra straniera? (Sal 137,4).
Una tale domanda ci costringe a un atto interpretativo, necessario d’altronde per l’appropriazione di ogni salmo. Vediamo innanzitutto che al v. 21 si usa un verbo al passato («diede la terra»); quindi l’orante ringrazia il suo Dio per ciò che avvenne un giorno per Israele, per i padri dell’antica alleanza. Questo dono, destinato idealmente a essere perpetuo, di fatto venne perso; l’esilio marcò una svolta radicale nella storia del popolo, e i profeti furono ispirati a dare una lettura nuova, più spirituale della promessa.
Chi prega (con il salmo 136) ringrazia Dio per la sua fedeltà nel passato; ma oggi è chiamato a chiedersi in che modo il suo Signore continua nella sua misericordia, attualizzando il suo dono. Dov’è la patria che accoglie, protegge e nutre i figli dell’Altissimo? Diverse probabilmente saranno le risposte, a seconda delle diverse «confessioni» di fede. Per noi cristiani, non è il possesso di un terreno, né l’iscrizione in uno statuto di cittadinanza (esclusiva) a essere motivo di ringraziamento; ciò che ci è «dato», per sempre, è il risiedere spiritualmente con i santi (Ef 2,19), quali cittadini del cielo (Fil 3,20; Eb 11,16), eredi di un regno eterno (Ef 1,11), in un luogo in cui la vita si dispiega nella perfetta carità (At 2,44-45; 4,34-35), con la pace di chi è liberato per sempre da ogni paura (Lc 1,72-75).
Ciò che il salmo 136 declina come realtà attuale, mediante un participio al presente, è piuttosto il dono del cibo: «(Ringraziate) Colui che dà il cibo a ogni vivente» (v. 25). Abbiamo qui l’ultimo motivo dell’azione di grazie. La frase usata dal salmista è originale, non si trova identicamente in nessun altro testo biblico, anche se il contenuto presenta analogie con molti altri passi, a cominciare dal primo racconto della creazione, che si conclude con l’offerta del nutrimento per tutti i viventi (Gen 1,29-30; per l’uomo in particolare, cfr Gen 2,16-17). Il complemento oggetto del verbo «donare» è un sostantivo (leḥem) che significa, in generale, l’alimento che nutre ogni organismo vivente. In molti casi designa però specificamente il cibo per l’uomo (Gen 3,19; 18,5; 21,14; 28,20; Sal 104,14-15; ecc.); per questa ragione il termine ebraico viene per lo più tradotto con «pane», perché questo era concretamente l’alimento base nell’antico Israele. Ne abbiamo una conferma anche nella preghiera di Gesù: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11; cfr anche Mt 7,9).
L’espressione che nella traduzione CEI è resa con «ogni vivente», sarebbe da tradurre alla lettera con «ogni carne»; con questa locuzione si fa riferimento sia agli animali (cfr Gen 6,19; 7,15-16.21; ecc.), sia più frequentemente agli esseri umani, visti nella loro costitutiva fragilità (Gen 6,12-13; Dt 5,26; Is 40,5-6; 49,26; 66,23; Gl 3,1; Sal 65,3; Gb 34,5; ecc.), sia, in certi casi, a tutte le creature viventi (cfr Gen 9,11.15-17; Lv 17,4; Nm 18,15). In base a queste occorrenze si può ritenere allora che il salmista inviti a lodare il Dio provvidente, Colui che è chiamato «il Dio di ogni carne» (Ger 32,27) o «il Dio degli spiriti di ogni carne» (Nm 16,22; 27,16), perché «dona il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano» (Sal 147,9). Anche Gesù, nel discorso della montagna, ricorda che il Padre celeste nutre gli uccelli del cielo che non seminano e non mietono (Mt 6,26). Queste considerazioni fanno dunque sentire l’orante immerso nel mondo dei viventi, partecipe di una smisurata elargizione: «Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo a tempo opportuno, tu lo dai a loro ed essi lo raccolgono, apri la tua mano, si saziano del bene» (Sal 104,27-28).
È chiaro comunque che chi ringrazia Dio riconosce che la provvidenza è rivolta in modo privilegiato agli uomini (cfr Gen 28,29; Es 16,8.15.29; Is 55,10; Sal 78,20; 127,2; Rt 1,6), specie quando essi sperimentano la fame (Sal 146,7; cfr anche 1 Sam 2,5; Lc 1,53), perché poveri o stranieri (Dt 10,18). Proprio chi sente di essere «carne», di vivere cioè un’esistenza precaria e minacciata, e proprio chi è consapevole della bellezza del dono ricevuto, proprio il figlio dell’uomo può cantare il suo ringraziamento al Signore, facendosi voce di tutti i viventi (Sal 145,21; 150,6).

Il segno del pane

Possiamo allora immaginare un ebreo credente, con un pane fra le mani, che recita in famiglia, durante una festa solenne, il salmo 136 [5]. Ciò che ha ricevuto da Dio quale realtà concreta, ciò che ora possiede, è un dono piccolo, talmente piccolo da sembrare insignificante, specie se paragonato ai «grandi prodigi» della volta celeste, sproporzionato dunque quale conclusione del grande Hallel. Il pane fra le mani è fra l’altro un dono ordinario, che accomuna l’uomo agli altri esseri viventi, niente a che vedere dunque con l’epopea salvifica dell’esodo in cui l’israelita era esclusivo protagonista. La mano potente di Dio inoltre non sembra all’opera in quel cibo che è frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Il pane infine è l’alimento di ogni giorno, quasi banale per la sua quotidianità, se chi lo mangia non penetra, con intelligenza spirituale, nel valore straordinario di questa umile elargizione. Entrare nel mistero di questo «pane» è entrare di fatto nella piena verità del ringraziamento al Dio del cielo.
In primo luogo, l’orante fa atto di memoria, esercitando quella potenza dello spirito che si riappropria della storia (invisibile) e del suo senso. Chi ringrazia attesta, con un percorso a ritroso, che il cibo che oggi Dio gli dona è il culmine di una serie di azioni benefiche: il pane è frutto della terra, ereditata dai padri, perché il Signore ha sconfitto re potenti e ha elargito al suo popolo territori altrui (vv. 17-21). Questo Dio è quello che ha liberato dalla schiavitù egiziana e dal suo pane di amarezza (vv. 10-15), è il Dio che ha fatto attraversare il deserto (v. 16), e sollevato dall’umiliazione (v. 23); senza quella storia oggi nessun figlio di Israele potrebbe saziarsi. E il pane fra le mani è il cibo che il Creatore ha preparato per l’uomo, anzi per te che stai ringraziando, fin dall’origine del mondo: il cielo con le piogge, il sole e il benefico influsso della luna, la terra piantata sul mare e il ciclo delle stagioni, tutti i «grandi prodigi» operati da Dio sono stati fatti per l’uomo, perché, ricevendo il frutto nutriente della creazione, tu possa celebrare nel canto il Dio del cielo (v. 26), la cui misericordia è eterna.
C’è un passo ulteriore, nell’intelligenza del dono del pane. E con questa riflessione concludiamo il nostro percorso meditativo sul salmo 136. Il «pane» è ciò che nutre, mantiene e fa crescere la vita. Ma «non di solo pane vive l’uomo» (Dt 8,3), perché il vero nutrimento, quello che davvero rigenera e dà piena sazietà, è la Parola che esce dalla bocca di Dio, quella che, ricevuta dalla bocca del credente, lo rende profeta, uomo di Dio, partecipe della stessa vita del Signore. Il pane che viene dalla terra è allora solo un segno del pane vero, che discende dal cielo, di cui persino la manna era prefigurazione. I cristiani possono riconoscere che il cibo che li nutre è oggi la carne del Figlio di Dio, veicolo di vita eterna, data a noi e alla moltitudine nel pane eucaristico. E accogliendo questo pane, il cristiano porta a compimento l’azione eucaristica, rende perfetto il canto di ringraziamento, perché in quel pane egli sa di aver ricevuto tutto da Dio, che sazia l’uomo al di là di ogni immaginabile desiderio. Sì, «il Signore è buono, eterna è la sua misericordia».

 

NOTE

1. Nella Bibbia ebraica è il procedimento letterario per cui ogni versetto (o strofa) inizia con una consonante corrispondente all’ordine dell’alfabeto ebraico; ne viene indirettamente l’idea di una completezza espositiva, nel nostro caso quella di una lode pienamente compiuta.
2. «La grazia, la bontà, l’amore, la tenerezza, la fedeltà, la misericordia, la premura, la costanza sono tutte richiamate da questo vocabolo e diventano la radice della nostra lode e della gioia» (G. Ravasi, Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, III, Bologna, EDB, 1985, 728).
3. Infatti tale espressione viene usata in diversi contesti letterari, per esprimere in maniera paradigmatica la lode nei confronti del Signore. Viene perciò collocata, quasi a mo’ di antifona, all’inizio di alcuni inni celebrativi di Dio (come il Sal 106; 107; 118), e viene citata in diversi racconti per riassumere l’atto cultuale del ringraziamento pubblico (Esd 3,11; 2 Cr 5,13; 7,3.6; cfr anche Ger 33,11; 1 Cr 16,34; 2 Cr 20,21). Una tale formula di lode non manca di varianti; è facilmente riconoscibile comunque, anche se citata solo in parte, e anche se le sue componenti letterarie subiscono arricchimenti, come nel Sal 117, il salmo più breve di tutto il Salterio, che è sostanzialmente costituito dall’invito alla lode per il Signore, il cui amore è eterno.
4. L. Alonso Schökel, Trenta Salmi: poesia e preghiera, Bologna, EDB, 1982, 442.
5. Si veda, in proposito, P. Beauchamp, Salmi notte e giorno, Assisi (Pg), Cittadella, 1983, 214-216.


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