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La Trasfigurazione:

un cammino

di unificazione

Luciano Manicardi

Il mistero della Trasfigurazione è ciò che noi vogliamo contemplare ma anche ciò che ci ricorda il senso e il fine della contemplazione stessa: la trasformazione della nostra vita, la nostra conversione. La Trasfigurazione ci ricorda la nostra vocazione e ci indica la via per viverla, per farla divenire realtà, corpo, pratica quotidiana. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), dice Gesù: questa la nostra vocazione, ciò che siamo e che siamo chiamati a divenire; e Paolo precisa che la nostra luce non è nostra, ma viene dal Signore, è la sua luce riflessa in noi, è la luce delle sue parole e del suo vivere a cui noi ci apriamo con la fiducia e vincendo la paura e le tante nostre resistenze, è la luce del Signore che è dono esigente, dono che implica conseguenze, dono che non lascia intatti, dono che impegna: “Voi siete luce nel Signore, camminate dunque come figli della luce” (Ef 5,8). Vi è un’istanza di coerenza, di unità, di prassi, e dunque un cammino di unificazione, di monósis, insito nella chiamata a essere luce nel Signore. Insito nel Gesù trasfigurato, vestito di luce, meglio abitato dalla luce, il cui volto, specifica Matteo, risplende come il sole e irradia la sua luce.
Dunque, il primo passo richiesto per accedere alla contemplazione di questo mistero e anche, al tempo stesso, il primo dono di grazia di tale contemplazione, è il riconoscimento della distanza delle nostre vite dalla vita di Gesù, la distanza della forma che diamo ai nostri rapporti rispetto alla forma che Gesù dà ai rapporti che instaura e vive, il riconoscimento della nostra divisione profonda e della nostra incoerenza a fronte dell’unità della persona di Gesù che sul monte Tabor si manifesta come luce.
In che consiste questa unità, questa integrità di Gesù? La precisazione cronologica iniziale, “sei giorni dopo”, rinvia agli eventi raccontati precedentemente. Gesù pochi giorni prima ha annunciato ai suoi discepoli, per la prima volta, la sua passione e morte. Gesù ha integrato il suo destino prossimo di morte, lo ha assunto a tal punto che ne ha parlato con chiarezza, senza tentennamenti e senza reticenze, lo ha potuto verbalizzare, rendere pubblico, lo ha saputo esplicitare come un’evidenza dicendolo apertamente ai suoi discepoli: “Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che egli doveva andare a Gerusalemme e patire molte cose dagli anziani e gran sacerdoti e scribi, ed essere ucciso” (Mt 16,21). Con i suoi discepoli, con le persone più vicine, Gesù osa parlare della sua morte, osa parlare di sé e di ciò che più è scandaloso e intimo, la propria morte. L’unificazione personale, almeno a un certo punto della vita, chiede di saper integrare la prospettiva della propria morte, di passare dal pensiero della morte a quello della mia morte: altrimenti la persona rischia di restare in perpetua fuga da sé, dalla vita, e dunque dalla realtà.
Dunque Gesù, quando gli è così chiara la morte che lo aspetta, ciò che ha davanti, ecco che parla con autorevolezza anche delle condizioni della sequela, ovvero di ciò che attende coloro che lo seguono. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Infatti, chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24-25). Condizioni dure ed esigenti ma che nascono dall’esperienza che Gesù sta vivendo: Gesù chiede di seguirlo, ma lui sta percorrendo il cammino, lui sta disegnando il percorso da seguire; Gesù annuncia la perdita della vita a chi lo segue, ma lui stesso sta per perdere la propria vita; Gesù chiede di prendere la croce, ma lui stesso, di lì a poco, prenderà su di sé la sua croce. Ciò che chiede agli altri è ciò che lui vive. Anche qui vediamo la coerenza di Gesù e dunque la sua credibilità e la sua autorità.
In Gesù non troviamo la scissione che spesso è nostra, di tanti uomini, di tanti ecclesiastici, di tanti religiosi che dicono e contraddicono, esprimono a parole e contraddicono con le azioni, che esibiscono e ostentano, ma per nascondere, anzitutto a se stessi, la loro distanza da ciò che dovrebbero e forse vorrebbero vivere. Anzi, tanto maggiore è l’ostentazione, l’appariscenza della forma religiosa tanto più profonda e clamorosa è la contraddizione che la persona sta vivendo. Perché la forma evangelica del vissuto di fede, posta da Gesù stesso (cf. Mt 6,1-6.16-18) è il nascondimento, il pudore, il non essere visti dagli uomini. L’ostentazione, l’esibizione, la postura assunta, è quanto svuota dall’interno sia la preghiera che la carità che l’ascesi. Occorrerebbe ovviare al proprio male, non tanto inscenando la postura di chi è già perfetto, ma assumendo la propria fragilità, la propria negatività, la propria distanza dal vangelo e da Cristo. Una persona della comunità mi ha scritto, tempo addietro: “Il problema non è la fragilità, ma l’averne paura, il non saperla né volerla nominare e il non fare i conti con essa. Allora la si nasconde in tutti i modi”. Ma così non si cresce spiritualmente e si resta in una condizione in cui l’assunzione delle posture religiose perpetua il proprio male, la propria divisione interiore che non ci si decida mai a guardare e affrontare. Certo, assumendo la propria peculiare fragilità, andrebbe in frantumi l’immagine che noi vogliamo che gli altri abbiano di noi, e noi temiamo che verrebbe meno la nostra presa su di loro, il nostro potere e il nostro fascino su di loro. Temiamo di dover entrare nei tempi lunghi della conversione, mentre nella doppiezza, al male nascosto fa immediatamente seguito la dimostrazione di pietà e santità, la ripresa giocata in completa solitudine. Assumendo la nostra fragilità e negatività temiamo di entrare nella non visibilità e nel nascondimento del lavoro interiore, nel frustrante riconoscimento dell’imperfezione e dell’oscurità che ci abita, magari nell’umiliazione di un’apertura del cuore. Impazienza, viltà, paura di vedersi per ciò che almeno in parte si è, tutto questo ci frena e ci impedisce di avere quell’occhio sano o semplice di cui parla il vangelo che è la condizione perché il nostro corpo sia nella luce: “Se il tuo occhio è semplice tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22).
Ma la Trasfigurazione non ci mostra solo un Gesù che integra la morte nella sua vita, ma che, mentre dice la propria imminente morte, annuncia anche la sua resurrezione. I cosiddetti annunci della passione e morte sono anche e sempre e inscindibilmente, annunci della resurrezione. Anzi, proprio lì, in quell’annuncio di resurrezione, essi appaiono scandalosi e rivelatori della fede radicale di Gesù. “Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e patire molte cose dagli anziani e gran sacerdoti e scribi, ed essere ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16,21). L’annuncio della resurrezione è in piena continuità e pronunciato con eguale certezza e forza, quanto la passione e la morte. Il Gesù trasfigurato è l’uomo che ha assunto la sua morte con un atto di radicale fiducia in Dio: quella vita che gli sarà tolta egli la offre, egli vive ciò che gli resta da vivere nell’abbandono in Dio, gettando nel Signore i suoi giorni e abbandonandosi a lui, e credendo che se egli perde la sua vita per il Signore, la sua vita non sarà perduta, ma trovata. E così, vivendola e rischiandola lui stesso nella sua persona, Gesù può rivolgere questa promessa anche a chi lo segue: “chi perderà la vita a causa mia, la troverà” (Mt 16,25).
Dunque, integrando la prospettiva della morte nella sua vita con un atto di fiducia in Dio così estremo, Gesù è più che mai libero, e la sua libertà si manifesta come luce, come trasparenza di Dio stesso. E non come luce che abbaglia, ma che illumina, che indica la via. La Trasfigurazione è l’immagine che meglio esprime la libertà di Gesù nella sua dimensione più profonda. Quella di non trovare più un io che ostacola il manifestarsi della presenza di Dio in lui, nel suo corpo, nel suo volto, nel suo sentire, nel suo pensare e nel suo agire. L’essere di Gesù è luce. In lui traspare la vita divina, la presenza divina, del Dio “che abita una luce inaccessibile” (1Tm 6,16), del Dio che “è luce” (1Gv 1,5). L’umanità di Gesù è trasparenza della luce divina. Il quarto vangelo lo esprime in termini teologici alti: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Alla Trasfigurazione è il Padre che indica in Gesù il Figlio. Al cuore della Trasfigurazione vi è l’identità di Gesù. La voce dalla nube proclama: “Questi è il mio Figlio, l’amato, nel quale ho posto la mia benevolenza. Ascoltatelo” (Mt 17,5). Chi è Gesù? Chi è l’uomo alla cui sequela si sono messi Pietro, Giacomo e Giovanni? C’è una luce su Gesù e di Gesù che emerge solo nella solitudine, in disparte, nel luogo appartato, nel silenzio. “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte” (Mt 17,1). Il luogo della trasfigurazione non è solo geografico, un alto monte, ma indica una condizione spirituale: la presa di distanza senza la quale la nostra vita si imbarbarisce e diventa piatta, insignificante, perfino volgare. Presa di distanza dalle troppe e distraenti presenze, presa di distanza dalle troppe e dispersive parole, presa di distanza dal troppo e angoscioso fare. Sull’alto monte vi è l’essere soli con Gesù da parte dei discepoli, e l’essere solo di Gesù, con pochi discepoli. Poche presenze, poche parole: condizioni in cui avviene la trasfigurazione. Che è esperienza anche di pudore. E sul monte, Pietro e gli altri discepoli vedono ciò che era precluso ai loro occhi nel quotidiano.
È anche la nostra esperienza. Nel quotidiano spesso il volto dell’altro è velato ai nostri occhi da un’oscurità, da un grigiore, per cui non lo vediamo in verità, lo giudichiamo, non ne vediamo la santità. Anzi, tutt’altro. Lo guardiamo con i nostri parametri, con la nostra affettività normalmente ferita e dunque esigente o pretenziosa, o passiva, o aggressiva, e discerniamo l’altro a partire dai nostri paraocchi, dai nostri pregiudizi, dal nostro buio, non dalla luce che viene dalle Scritture. Anche Pietro, Giacomo, Giovanni hanno bisogno di vedere Gesù alla luce delle Scritture, di Mosé, di Elia e dei Profeti. Non sono riusciti, guardandolo solo nel quotidiano, a riconoscerlo, a vederlo in verità. “Avete occhi e non vedete?” (Mc 8,18) è il duro rimprovero, quasi un insulto, che Gesù rivolge loro. “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?” (Gv 14,9) è il rimprovero, meno aspro nella forma ma non meno amaro, a Filippo. Chi è l’altro in verità? Chi è il fratello, la sorella, colui che vive con me? Chi è in verità, al di là di tutto ciò che vedo di lui e che, se da un lato rivela il mio sguardo, la mia soggettività, spesso coglie anche realmente elementi di chi è l’altro: il suo peccato, la sua aggressività, la sua insofferenza, il suo infantilismo, la sua antipatia, la sua rigidità, la sua doppiezza, la sua confusione interiore, la sua indolenza, la sua rozzezza, ... Chi è l’altro? La vita comune per rinnovarsi, chiede che apriamo gli occhi su coloro con cui viviamo e sappiamo vedere oltre e a monte degli evidenti difetti e peccati e negatività che li affliggono. Noi spesso ci fermiamo a questa visione, magari oggettiva, reale, ma alla fine non vera. Perché la verità di ognuno è nel desiderio profondo, là dove ciascuno di noi chiede di essere accettato e cerca di essere amato, là dove ciascuno di noi vuole amare e trova ostacoli in se stesso, ben più che negli altri, in ciò che la vita ha fatto di lui e della sua interiorità, là dove ancora brucia l’amore per il Signore che ha portato un giorno ciascuno di noi a lasciare casa e famiglia, lavoro e amici per seguire Gesù nel celibato e nella vita comune. Il discernimento, per essere autentico, rispondente cioè al cuore della persona, deve saper cogliere e raggiungere questo desiderio di amore della persona, altrimenti fallisce totalmente. E diventaun’applicazione impersonale di criteri e giudizi e consuetudini che in verità non toccano il nucleo profondo della persona, là dove soffia il desiderio dello Spirito. La vita comune non si rinnova e non ritrova slancio e vigore evangelico, densità e profondità umana, fedeltà lucida e perseveranza viva, se non passa attraverso il rinnovamento dello sguardo sull’altro, su ciascuno dei fratelli e delle sorelle. Riconosciamolo: con il tempo abbiamo ingessato anche lo sguardo, e abbiamo appeso, inchiodato, crocifisso il fratello e la sorella al nostro implacabile giudizio, quasi fosse infallibile e immutabile. E poco importa se tale giudizio si fonda su dati di realtà, di oggettività. Esso non può e non deve essere la parola ultima sull’altro, come non verremmo che fosse la parola ultima su di noi.
Ma infine, per rendere sano o semplice il nostro sguardo, così che il nostro corpo sia luminoso, occorre che ci esponiamo all’illuminazione della Parola di Dio contenuta nelle Scritture. “La rivelazione, l’apertura delle tue parole illumina” (Sal 119,130) dice il Salmo. L’apertura della Scrittura diviene apertura dei nostri occhi. La lettura, la meditazione, la ruminazione, l’intelligenza delle parole della Scrittura ci dona intelligenza su noi stessi, ci aiuta a comprendere il Signore e i suoi modi, ci insegna a vivere. Insomma ci dona sapienza, cioè arte di vivere secondo il vangelo. “La rivelazione delle tue parole illumina, dona intelligenza ai semplici” (Sal 119,130). Anche Gesù risplende della luce che Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti proiettano su di lui. E la luce del dialogo tra Gesù e la Legge e i Profeti illumina anche i tre testimoni della nuova alleanza. Il trattato di Ugo di san Vittore, il Didaskalikon, si apre con le parole: “La sapienza illumina l’uomo affinché conosca se stesso”. L’esperienza della lectio divina è un’esperienza di trasformazione e di illuminazione: le pagine bibliche certo non sono per noi luminose e traslucide come i fogli di pergamena all’epoca di Ugo di san Vittore, che, in certo modo, anche con le loro miniature, brillavano di luce propria, ma ci illumina perché ci consente di conoscerci, agendo come uno specchio, consentendoci di vederci non come gli altri ci vedono e ci giudicano, ma, da un lato, restituendoci lo sguardo, il nostro sguardo su di noi, e dall’altro, riflettendo su di noi l’immagine della gloria di Dio che risplende sul volto di Cristo e rinnovando così la nostra chiamata a vivere e camminare da figli della luce. A vivere e a camminare come Gesù stesso ha vissuto e camminato. Gesù risplende di luce ed è nella gloria quando è tra Mosè ed Elia, al cuore dell’unità delle Scritture, ed è sempre entrando nel dialogo tra prima e nuova alleanza che anche noi possiamo lasciarci illuminare dalla luce della parola di Dio che orienta il nostro discernimento. La nostra pratica dell’ascolto della parola di Dio nelle Scritture, la lectio divina, che ogni cristiano può praticare ma che la vita monastica ci chiede e ci offre come prassi quotidiana, può rendere luminoso il nostro sguardo, rinsaldare la nostra vocazione, rinnovare la nostra vita comunitaria, e rendere luminoso il nostro corpo. Non è un caso che la testimonianza sulla Trasfigurazione contenuta nella seconda lettera di Pietro si concluda con l’esortazione a volgersi alla parola della Scrittura, alla parola dei Profeti, vera lampada che illumina e risplende in luogo oscuro, e che ci indica nell’oggi la strada da percorrere fin quando saremo pienamente luce nel Signore, una sola cosa con lui, per sempre

6 agosto 2017
Omelia per la trasfigurazione del Signore
dal sito del Monastero di Bose

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