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Senso e luce

salgono dal basso

Fratel Lino - Bose

1 agosto 2017


In quel tempo Gesù disse alla folla: « 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.»
Mt 5,11-16

In questa memoria del vescovo Eusebio, che fu esiliato e torturato, la liturgia ci offre un brano evangelico di una potenza che a volte ci sconcerta, ci sembra troppo forte: “Beati voi quando vi malediranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni male contro di voi per causa mia…”. Parole brucianti, per le attuali violenze subite da molti cristiani, ma anche parole che toccano il quotidiano di moltissimi uomini e donne: la parola di Gesù, infatti, non può che portarci al fondo, più in fondo, di ogni esperienza umana che ci sia dato di vivere.
L’insistenza è sul male-dire, sul dire ogni sorta di male (ripetuto due volte) contro i discepoli. E chi nella propria vita non ha mai detto male degli altri? O subìto male dalle parole degli altri? Esperienza permanente, ordinaria, che può produrre le reazioni più diverse, di blocco, di aggressione violenta, di rancore serbato.
Gesù invece ci dice che è una beatitudine! Che paradosso! Follia! Forse qui c’è qualcosa da ascoltare in profondità, qualcosa da cogliere, fino a riconoscere in chi dice male di noi il nostro maestro. Come se la menzogna subìta fosse un’occasione di libertà dall’opinione di sé, e ci conducesse finalmente alla sincerità, alla nostra verità semplice di creature peccatrici.
“Rallegratevi!”. La gioia richiede uno spossesso, una spogliazione: può accaderci, a volte anche in modi che ci fanno male, ma è una durezza con cui prima o poi tutti ci confrontiamo e che, accettata, può dare frutti.
Gesù ci parla di due frutti: il primo, essere sale della terra. Essere qualità. Portare un senso nuovo al quotidiano. Essere presenza di sapienza, di consolazione, di saldezza, di profondità… e anche di ilarità, senza prenderci troppo sul serio. Finché siamo carichi del nostro fardello di supponenza, non possiamo vivere con gli altri le infinite ricchezze delle cose povere, essenziali. Non riusciamo a vivere la beatitudine di un volto, di un ricordo, di una parola ricevuta e donata, di un’assenza. Siamo preda del superfluo, del successo, e così non potremo mai gridare come Michel Quoist: “Ho pensato Signore a quel povero mattone nel buio della base di un grande edificio, nessuno lo vede ma lui fa il suo lavoro. Che io sia fedele al mio posto nella tua costruzione!”. Se non veniamo umiliati, non riusciamo a vivere la gioia, l’esultanza di riconoscerci in quel mattone, sogniamo sempre il pinnacolo, e se non ci è dato quel posto, sembra che nulla abbia più senso: che infelicità! Noi vogliamo andare più su, la vita invece ci conduce più giù, verso un’adesione alla terra che ci cura e ci sana.
Il secondo frutto: essere luce del mondo. Immaginiamo sempre una luce che deve venire dall’alto, che abbaglia, che fuga le tenebre. No. La luce viene dal basso, la luce viene dal disastro, che ci fa aprire gli occhi, ci fa vedere le cose come prima non le avevamo viste, perché eravamo accecati da noi stessi. Fu chiesto ad Alda Merini che cosa avesse scoperto, una volta uscita dal manicomio. Rispose: “Scoprii che avevo ancora gli occhi, e che le lacrime non avevano tolto la vista”. È così: la candela per fare luce deve consumarsi.

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