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Esperienza di Dio

ed evangelizzazione

José A. Pagola

Per annunciare Dio da un orizzonte nuovo è necessario che ravviviamo prima di tutto nelle nostre comunità l'esperienza di Dio che vissero i primi discepoli incontrandosi con Gesù. La mia riflessione in questo capitolo si articola in tre parti. Prima di tutto mi pare necessario cogliere in pieno questa «nostalgia di Dio», che in maniera più o meno consapevole, pare abitare il cuore dell'uomo moderno. Poi cercheremo di prendere coscienza più chiara che molte volte il nostro lavoro di evangelizzazione si alimenta di un'esperienza un po' povera di Dio. Da ultimo, presenterò l'atto di evangelizzazione come la comunicazione dell'esperienza salvifica di Dio in Gesù Cristo. Di fatto, l'evangelizzazione ha il suo punto di partenza nell'esperienza che vissero i primi discepoli – uomini e donne – che si incontrarono con Gesù. Per questo il primo obiettivo della nostra azione di evangelizzazione è mettere in atto nei nostri giorni questa esperienza.

UNA SOCIETÀ BISOGNOSA DELL'ESPERIENZA DI DIO

Sociologi e analisti studiano da diverse prospettive i tratti che paiono definire il profilo dell'uomo contemporaneo. Senza dubbio, non tutto è negativo. Ciò che risulta preoccupante è il vuoto interiore, la banalizzazione dell'esistenza e la crisi di speranza che si può constatare, nonostante il progresso e i successi di ogni tipo. Non pretendo di analizzare i diversi aspetti della società moderna. Metterò solo in rilievo alcuni tratti dai quali non è difficile cogliere la necessità che non pochi uomini e donne di oggi hanno di Dio.

Pragmatismo demolitore

Lo sviluppo della scienza moderna e della tecnica ha introdotto un modo di essere e di pensare che ha di mira solo l'efficacia, il rendimento e la produttività. Sempre più pare interessare meno ciò che ha a che vedere con il senso ultimo dell'esistenza, il destino dell'essere umano, il mistero del cosmo e del sacro. Tutto viene squalificato dal pragmatismo. Pare interessare soltanto il benessere, l'esito, la sicurezza. L'uomo contemporaneo alza le spalle davanti a qualsiasi posizione più profonda sull'essere umano, il mondo o Dio. Perché occuparsi di quello che è privo di risposte chiare e, soprattutto, di utilità pratica?
Poco a poco, l'Occidente si è mutato in «una macchina produttiva» che va distruggendo ideali, valori culturali, poetici e religiosi, demolendo qualsiasi esperienza di legame con il mistero. Il risultato è questo cittadino «barbaro-civilizzato» di cui parlano R. Argullol e E. Trías, [1] che brama di vivere sempre più, sempre meglio, sempre più intensamente, però che non sa che cosa vivere né perché.
Tuttavia, l'essere umano è troppo grande per accontentarsi di qualsiasi cosa. Non pochi analisti notano il numero crescente di persone che, stanche di vivere una vita così «al ribasso», cercano qualcosa di differente. È difficile vivere una vita che non ha di mira nessuna meta. Non basta neppure passarsela bene. L'esistenza si fa insopportabile quando tutto si riduce a pragmatismo e frivolezza. L'essere umano è fatto anche per coltivare lo spirito, accogliere il mistero e sperimentare la gioia interiore.

Razionalismo riduttore

Uno dei dogmi fondamentali della cultura moderna è la fede nel potere assoluto della ragione. Si pensa che con la forza della ragione l'uomo sarà capace di risolvere i problemi dell'esistenza. Alla radice di questa posizione «razionalista» c'è una convinzione che è andata crescendo progressivamente: l'unica cosa che esiste è quella che l'uomo può verificare scientificamente. Al di fuori di questo non c'è niente di reale. Se le cose stanno così, naturalmente non c'è posto per Dio né per l'esperienza religiosa. Il mondo si riduce semplicemente a un sistema chiuso che l'uomo può dominare sviluppando la scienza e la tecnologia. La fede in Dio è squalificata alla radice come una posizione ingenua e primitiva. D'altro canto, priva di ogni relazione con il Creatore e senza destinazione trascendente, la vita delle persone va convertendosi in un episodio irrilevante che va riempito di benessere e di esperienze piacevoli.
Tuttavia, è da tempo che persone di scienza più prestigiose affermano che la ragione non può rispondere a tutti gli interrogativi e aneliti dell'essere umano. Sono essi stessi che parlano della necessità che, insieme con la scienza, l'umanità continui a coltivare la poesia, l'etica e l'esperienza religiosa. [2] D'altro canto, si va prendendo coscienza che la pretesa «razionalista» che esiste solo ciò che l'uomo può conoscere scientificamente non si basa su nessuna analisi scientifica della realtà. L'uomo moderno ha deciso che non c'è nulla al di fuori di ciò che lui può verificare, però questa tesi iniziale non è supportata da nessuna verifica anteriore.
Per questo sempre più sono coloro che pensano che sia giunto il momento di rivedere, da una parte, la natura della conoscenza scientifica e di esplorare, dall'altra, le vere radici dell'esperienza religiosa. Scienza e religione non si escludono. Progresso umano e fede non si fanno la guerra reciprocamente. Un interrogativo si sta facendo strada lentamente nella coscienza moderna: considerare la scienza come unica fonte di conoscenza è principio di vero progresso o piuttosto un immenso errore che sta distraendo l'umanità dalle domande fondamentali che pone la condizione umana?

Senza nucleo interiore

Uno dei frutti più deplorevoli dello stile di vita moderno è il degrado della vita interiore. Vi sono coloro che la considerano qualcosa di perfettamente inutile e superfluo. Sono persone che si organizzano la vita solo a partire dall'esterno. Quasi tutto quello che fanno ha come oggetto di alimentare la propria personalità più esteriore e superficiale. Mai vanno a fondo della loro interiorità. Molti uomini e donne non sanno ciò che è essere in contatto con quello che J. Van Ruysbroeck chiamava «il fondo» della persona.
Non pochi vivono oggi non conoscendo se stessi, nonostante che di continuo si occupino di se stessi. Camminano nella vita senza percepire gli altri, benché non cessino di essere in relazione con loro. Credono di comunicare, e non è così, perché parlano senza che nessuno possa ascoltare la loro interiorità, e ascoltano solo quando sono loro che parlano a se stessi. Senza relazione viva né con se stessi, né con gli altri, né con Dio, poco a poco cadono nella trivialità e nell'impoverimento interiore. D'altro canto, la vita dello spirito è così disprezzata che si qualifica come evasione qualsiasi desiderio di superare questa mediocrità per coltivare il mondo interiore.
Questa mancanza di interiorità impedisce a molti di costruire la propria vita in forma degna e gioiosa, sviluppando le energie e le possibilità che si racchiudono in loro. Alcuni costruiscono solamente la loro facciata esteriore, però dentro sono immensamente vuoti: sono persone che non danno né ricevono; semplicemente si muovono e sbarcano il lunario. Altri costruiscono la propria identità in maniera falsa: sviluppano un «io» forte e potente, però inautenfico; essi stessi sanno nel segreto di sé che la loro vita è apparenza e finzione. Vi sono anche coloro che costruiscono la loro persona in maniera parziale e incompleta: attenti solamente a un aspetto della loro vita, non si curano delle dimensioni importanti dell'esistenza; possono essere buoni professionisti, persone colte e bene organizzate che, tuttavia, corrono il pericolo di fallire come esseri umani. [3]
Non è strano. Per crescere, l'essere umano ha bisogno di addentrarsi nel suo mistero e giungere al cuore della sua vita, là dove è unicamente se stesso. Per questo, le persone si sentono sguarnite e senza difesa davanti agli attacchi che patiscono dal di fuori e dal di dentro del loro essere. Avrebbero bisogno di questa «fonte di luce e di vita» che, a giudizio del celebre psichiatra Ronald Laing, l'uomo contemporaneo ha smarrito.
Lo svedese Wilfrid Stinissen considera questo vuoto interiore come una «neurosi fondamentale» dell'uomo attuale, che ha la sua origine nella mancanza di comunicazione con Dio. Secondo Stinissen, si tratta di «una neurosi profonda che risulta dalla perdita di contatto, da parte dell'uomo, con il livello trascendente del suo essere, e che lo fa precipitare in un abisso di assurdità e solitudine». [4] A questo livello, la psicologia non ha nessun potere. Nessuna scuola psicologica può curare questa neurosi originata dal fatto che la persona si trova fuori del suo essere autentico. Per questo sono sempre più quelli che cominciano a sospettare che, soffocata o repressa la vita interiore, l'uomo contemporaneo potrà raggiungere la convinzione che la sua esistenza sia più gradevole in un aspetto o l'altro, però il suo problema più profondo resterà senza essere risolto.

La sottomissione alla società

La società moderna ha oggi un tale potere sui membri che finisce con sottometterli quasi tutti al suo ordine e servizio. Assorbe le persone mediante occupazioni, progetti e aspettative, però non è per elevarle a una vita più nobile e degna. In generale, lo stile di vita imposto dalla società moderna esclude l'essenziale, impedisce alle persone di scoprire e coltivare quello che sono potenzialmente, non le lascia giungere a essere se stesse, blocca l'espansione libera e piena del loro essere.
I risultati sono deplorevoli. L'uomo contemporaneo è sempre più indifferente a «ciò che è importante» della vita: non gli interessano le grandi questioni dell'esistenza. Non ha certezze solide e convinzioni profonde. Poco a poco, va convertendosi in un essere banale e leggero, carico di stereotipi, interessato a molte cose, però incapace di elaborare una sintesi personale di quanto vive. Si tratta, nello stesso tempo, di un uomo sempre più edonista. Cerca solo di organizzarsi nella maniera più piacevole possibile: approfittare della vita, sfruttarla e trarre il massimo profitto. La vita è piacere, se no, non è vita. Non vi sono divieti né terreni vietati; è buono quello che mi pare e cattivo quello che mi disgusta. Questo è tutto. Non vi sono neppure obiettivi né ideali maggiori. Importante è passarsela bene.
Nasce così un essere umano «radicalmente irresponsabile», perfettamente adattato ai padroni della vita che gli si impongono dal di fuori, però incapace di affrontare la propria esistenza dalle sue radici. In apparenza, sempre in una incessante attività, però in realtà un «uomo passivo» che obbedisce docilmente a un piano di vita che non ha tracciato. Un robot programmato e diretto dall'esterno. Un individuo-massa, che si fa automobilista, spettatore televisivo, che sopravvive nel mezzo di una società senza sapere quello che è vivere in profondità.
Nel frattempo, la vita si svuota del suo vero contenuto umano. L'individuo rimane senza meta né riferimenti. Le persone hanno sempre più facciata e meno consistenza interiore. I valori sono sostituiti dagli interessi di chicchessia: il sesso lo si chiama amore; il piacere, felicità; l'informazione televisiva, cultura. Però, questo uomo comincia a sentirsi vittima del suo stesso vuoto. E un essere alla deriva che corre il pericolo di cadere nella noia e perdere persino il gusto stesso di vivere. L'uomo light non ha un referente, ha smarrito la mira ed è sempre più perso davanti ai grandi interrogativi dell'esistenza (E. Rojas).

La crisi della speranza

Non è mia intenzione analizzare qui la crisi di speranza nella società contemporanea, segnata dalla demitizzazione del progresso, la perdita di orizzonte, la crescita dell'insicurezza e dell'incertezza davanti al futuro. [5] Mi limiterò a indicare alcuni tratti della mancanza di speranza così come si presenta nella vita concreta di non pochi uomini e donne.
La mancanza di speranza si manifesta a volte in una perdita di fiducia. Le persone non si aspettano più grandi cose dalla vita, dalla società, dagli altri. Soprattutto non se le aspettano più da se stessi. Poco a poco vanno mettendo al ribasso le loro aspirazioni. Si sentono male con se stessi, però non sono capaci di reagire. Non sanno dove trovare forze per vivere. La cosa più facile allora è cadere nella passività e nello scetticismo.
La mancanza di speranza viene altre volte accompagnata dalla tristezza interiore. Sparisce la gioia di vivere. Le persone se la ridono e si divertono al di fuori, però c'è qualcosa che è morto nella loro interiorità. Il cattivo umore e l'amarezza si fanno sempre più presenti. Niente vale la pena. Non c'è un «perché» per vivere. L'unica cosa che resta è lasciarsi portare dalla vita.
A volte, la mancanza di speranza si manifesta semplicemente nella fatica. La vita si converte in un carico pesante, difficile da portare. Mancanza di impulso e di entusiasmo. La persona si sente stanca di tutto. Non è la fatica normale dopo un lavoro o attività concreta. È una fatica vitale, una noia profonda che nasce dal di dentro e coinvolge tutta l'esistenza dell'individuo. Il problema di molti non è «avere problemi», ma non avere forza interiore per affrontarli.
Questa crisi di speranza è, talvolta, il tratto preoccupante e oscuro dell'uomo contemporaneo, perché la speranza è qualcosa di costitutivo dell'essere umano, che ha bisogno di un soffio di speranza che animi la sua esistenza. «L'uomo non solo ha speranza, ma vive nella misura in cui si apre alla speranza ed è mosso da essa». [6] Se questa scompare, la vita della persona si spegne. Vivere senza speranza non è vivere. Per questo le domande più inquietanti dell'uomo contemporaneo girano attorno alla speranza. Dov'è la radice di questa crisi? Che cosa sta succedendo all'uomo di oggi? Dove e come può l'umanità recuperare la speranza? Un filosofo agnostico così poco in sospetto di svaghi spirituali come è R. Argullol si è espresso così: «Credo che sotto la nostra apparenza di fortezza materiale e tecnica vi sia una debolezza sostanziale. Va dimagrendo la silhouette spirituale dell'uomo». [7]

Necessità di salvezza

Non è difficile, a mio giudizio, scorgere nel profondo di questa situazione una necessità di salvezza. E. Schillebeekx considerava che l'esperienza dell'uomo moderno sta girando oggi intorno a questi due assi. Da una parte, crescono l'aspettativa e l'anelito di un futuro che dovrebbe essere più umano, più dignitoso, più giusto e felice per tutti, dall'altra, si percepisce, sempre di più, una paura diffusa nei confronti di questo futuro, perché l'esperienza di ogni giorno ci soffoca con ogni tipo di sofferenze individuali e collettive, ingiustizie assurde, conflitti e contraddizioni. Come può arrivare l'umanità a vivere in condizioni degne dell'essere umano? [8]
L'uomo contemporaneo conosce la possibilità di eliminare certe alienazioni dell'esistenza umana, cui la scienza e la tecnica moderne hanno permesso di sperimentare frammenti di benessere e di auto-liberazione. Però, nel contempo, l'uomo di oggi sa che vi sono alienazioni più profonde, legate alla finitezza, alla solitudine esistenziale, all'invisibilità di Dio, al potere strano del male dalle quali non si può liberare da se stesso. [9]
L'uomo moderno sta raggiungendo progressi molto positivi, però incomincia a prendere coscienza, benché ancora confusa, che sta sbagliando negli obiettivi. Per molti è sempre più chiaro che l'essere umano non può dare a se stesso la «salvezza» che va cercando. Però, dove trovare questa salvezza? Consapevolmente o inconsapevolmente, gli uomini e le donne di oggi sembrano chiedere qualcosa che non è tecnica, né scienza, né dottrina religiosa, ma esperienza viva di ciò che è la fonte dell'essere e il Salvatore della creatura umana. Però, chi può mostrare loro la via sicura e indicare la direzione giusta? Chi li può aiutare a scoprire questa verità interiore che è quella che realmente libera e fa vivere?

POVERTÀ SPIRITUALE DELLA NOSTRA AZIONE EVANGELIZZATRICE

È solo a partire dalla radicalità di queste domande che ci addentriamo nella revisione del nostro lavoro di evangelizzazione. Senza dubbio, come avveniva al tempo di Gesù, non mancano anche oggi scribi, dottori e gerarchi, però, vi sono credenti capaci di avvicinare l'uomo di oggi alla esperienza di salvezza del Dio vivo di Gesù Cristo? Certamente il nostro lavoro pastorale offre dottrina religiosa, detta orientamenti morali, organizza celebrazioni liturgiche, però, comunica questa esperienza nuova e buona di un Dio che salva, di cui ha tanto bisogno l'uomo di oggi?
Non pretendo in nessun modo di emettere un giudizio di condanna del lavoro pastorale che si promuove tra di noi. Conosco bene i successi positivi in differenti campi: rivitalizzazione delle comunità cristiane, partecipazione più attiva e responsabile dei laici, pianificazione e organizzazione più efficace del lavoro, animazione della celebrazione liturgica, miglioramento di qualità dell'azione catechetica, sforzo di evangelizzazione nei settori giovanili, sviluppo della pastorale della carità e del servizio agli emarginati... D'altro canto, non mi nascondo i problemi e le difficoltà in cui si trovano oggi quanti si impegnano nell'azione evangelizzatrice. Tutti soffriamo oggi i limiti di una Chiesa invecchiata, paralizzata dalla routine, bloccata da un cristianesimo tradizionale, sotto l'impulso di presbiteri e credenti logorati dall'età.
Il mio unico scopo è di sottolineare alcune deficienze di fondo che impediscono un'evangelizzazione capace di comunicare la buona notizia del Dio manifestato in Gesù.

Mancanza di comunione viva con Gesù, il Cristo

Il nostro lavoro pastorale è concepito e sviluppato, in generale, in maniera tale che tende a strutturare la fede dei cristiani non dall'esperienza personale della salvezza di Dio, ma dall'accettazione di una determinata formulazione delle credenze cristiane, dalla docilità ad alcune leggi e norme di comportamento morale e da una celebrazione rituale della fede. Sono abbastanza i cristiani che non conoscono il desiderio di Dio, né l'esperienza di una comunicazione personale con lui: si muovono piuttosto in un'atmosfera diffusa di convinzioni, credenze e riti.
Più in concreto, l'azione evangelizzatrice non è orientata, nel suo insieme, a risvegliare l'adesione viva a Gesù Cristo, né il vincolo proprio del discepolo. Gesù non è amato, né venerato in una maniera che possa ricordare l'esperienza dei primi che si incontrarono con lui. Non si conosce, né si comprende la sua originalità fondamentale. Abbiamo fatto una Chiesa dove non pochi cristiani si immaginano che, per il fatto di accettare alcune dottrine e compiere alcune pratiche religiose, credono in Gesù, il Cristo, come credettero i primi discepoli. E non è così.
L'azione di evangelizzazione non arriva a creare comunione mistica con il Figlio di Dio incarnato in Gesù. Si predica una dottrina su Gesù, però non si risveglia l'esperienza dell'incontro vivo con lui. La presenza e l'azione del Risorto in ogni credente e nel seno della comunità cristiana sono più verità che si affermano che realtà che si vivono nell'intimo del cuore. Manca in non pochi cristiani, anche praticanti pii, questa adesione viva a Gesù come qualcuno che si cerca di conoscere sempre più e meglio, che uno non si stanca di scoprire, dal quale si riceve continuamente la forza per vivere e senza il quale cadremmo in una vita senza senso. Perché il nostro lavoro pastorale possa essere comunicazione viva della salvezza di Dio è necessario, a mio giudizio, un cambio di rotta fondamentale: all'origine della nostra azione di evangelizzazione ha da esservi sempre Gesù, il Cristo, però non semplicemente come fondatore della Chiesa o legislatore di una morale, ma come Spirito che dà vita e indica la via che conduce al Padre.

Una pastorale senza interiorità

Questa mancanza di legame mistico con Gesù Cristo favorisce tutto uno stile di lavoro pastorale segnato in maniera predominante dall'attività, dalla pianificazione e dall'organizzazione, con una chiara svalutazione del contemplativo e una mancanza a volte allarmante di «attenzione all'interiorità». Si lavora intensamente cercando un certo tipo di efficacia e rendimento pastorale, però si lavora come se non esistesse il mistero. Vediamolo in maniera più concreta.
Predomina oggi tra di noi una concezione eccessivamente dottrinale dell'evangelizzazione. Per non pochi, la cosa decisiva pare essere quella di propagare la dottrina su Gesù Cristo. Naturalmente, questa maniera di capire le cose crea tutto uno stile di azione pastorale. Si cercano prima di tutto mezzi efficaci e di potere che assicurino la propagazione della dottrina cattolica di fronte ad altre ideologie e correnti di opinione; si promuovono strutture e si organizzano azioni che permettano una trasmissione efficace del pensiero cristiano. Tutto questo è senza dubbio necessario perché evangelizzare implica anche annunciare un messaggio. Però si dimentica qualcosa di essenziale: il vangelo non è solo né soprattutto una dottrina, ma la persona di Gesù Cristo e l'esperienza di salvezza che in lui viene a noi offerta. Per questo, per evangelizzare è necessario fare presente nelle nostre comunità e nel cuore delle persone l'esperienza di salvezza, di liberazione, di speranza, che nasce da Gesù.
Per tutto questo non basta coltivare l'adesione dottrinale a Gesù Cristo. L'atto catechetico, la predicazione e la stessa teologia, quando si configurano allo stile di qualsiasi altra esposizione dottrinale, corrono il rischio di convertirsi in parole, a volte belle e brillanti, che possono soddisfare alcuni, ma che non alimentano lo spirito, né aprono alla presenza salvatrice di Dio. E, tuttavia, l'uomo di oggi ha la necessità che qualcuno lo aiuti a scoprire questa presenza di Dio latente nel fondo del suo cuore. A mio giudizio, la pastorale catechetica deve orientarsi oggi decisamente a risvegliare l'esperienza di questo «Dio incosciente», di cui parla V. Frankl, presente nella profondità di molti uomini e donne di oggi, benché la loro relazione con lui sia rimasta repressa dalle condizioni della vita moderna. [10]
Lo stesso va detto per la pastorale liturgica. Con frequenza, le celebrazioni appaiono orientarsi verso il discorso razionale, l'effusione sentimentale o l'esteriorizzazione rituale, con un chiaro deficit di esperienza interiore. Si fanno sforzi importanti per riportare la liturgia al suo posto centrale nella vita della comunità cristiana, però manca molte volte un'interiorizzazione del mistero di salvezza che si celebra e una personalizzazione del vangelo che si proclama. Si canta e si prega con le labbra, però il cuore è spesso troppo assente.
Tutto questo produce una sensazione strana. Si direbbe che, con la nostra azione pastorale, stiamo sviluppando l'«epidermide della fede». La tradizione ereditata del passato di un certo tipo di pratica religiosa, da una parte, e il clima coinvolgente del vuoto e della superficialità della vita moderna, dall'altra, ci spingono a coltivare un cristianesimo senza interiorità che pare dispensare i cristiani da un'accoglienza interiore del mistero di Dio per crescere nella fede. M. Légaut arriva a dire che «tutte queste forme di "vivere religiosamente" stimolano il fervore, ma simulano solo la fede». [11] Di fatto, non pochi cristiani vivono un «universo religioso immaginario», senza radicamento personale in Dio: cercano istintivamente sicurezza religiosa nelle credenze e pratiche che trovano alla loro portata, ma senza inoltrarsi in una relazione viva con il mistero racchiuso in Gesù.

Il sostegno della mediocrità spirituale

Tutto ciò che abbiamo detto favorisce lo sviluppo e il sostegno della mediocrità spirituale come fenomeno generalizzato. Questa mediocrità non si deve solo alla debolezza, alla negligenza o all'infedeltà di ogni individuo, ma anche e, soprattutto, al clima generale che creiamo fra tutti all'interno delle parrocchie e comunità cristiane per una maniera impoverita di intendere e vivere il fatto religioso. Molti cristiani, osservanti fedeli e praticanti pii, non arriveranno a intuire mai l'esperienza gioiosa, liberatrice e salvatrice che potrebbe voler dire per loro una comunione più vitale con il Dio incarnato in Gesù.
Questo clima generalizzato di mediocrità spirituale produce come prima conseguenza una specie di blocco dell'azione di evangelizzazione. Le parrocchie e le comunità di ogni luogo trovano difficile ravvivare la fede. Solo un'esperienza nuova dello Spirito del Cristorisorto presente in esse potrebbe renderle meno dipendenti da un passato poco evangelico, meno soggette alle tentazioni mondane del presente e più audacemente aperte a un rinnovamento evangelico.
Nel frattempo, una parte importante del lavoro pastorale si limita ad alimentare e sostenere un cristianesimo convenzionale, che si adatta in maniera routinaria a quello che ampi settori aspettano e domandano alla Chiesa: rispetto di una tradizione religiosa impoverita, osservanza di una pratica rituale che tranquillizza, benché non alimenti lo spirito, insistenza pesante su certe verità dottrinali, benché non aprano i cuori all'esperienza di Dio. Senza dubbio, all'interno di tutto questo si nascondono grandi valori cristiani, oscurati a volte dall'usura dei secoli, però è difficile non dare ragione a M. Légaut quando dice che, in mezzo a questa mediocrità, «uno si vede condannato a vivere "religiosamente" in maniera atrofizzata e gravemente fittizia, benché appaia fervente ed edificante. Uno si vede ridotto a nutrirsi con il cibo che gli danno, intellettuale o sentimentale, infantile o erudito». [12] Manca la vita che sgorga e si nutre dell'esperienza viva del Dio manifestato in Gesù.
Davanti a questa mediocrità e mancanza di vigore spirituale, uno non può evitare la sensazione che in tutto questo si nasconda una sottile infedeltà. Un'infedeltà con contorni poco precisi, che non è facile dire esattamente in che cosa consista, che non procede sempre dalle intenzioni o dai comportamenti concreti di quanti si disgustano nel lavoro pastorale, però è lì, alla radice di tutto, impedendo l'annuncio e l'esperienza di un Dio buono. Questa non è l'esperienza di salvezza che vissero i primi che s'incontrarono con Gesù e che rimasero scossi dalla presenza trasformatrice del Risorto. Qui manca Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, accolto con gioia nel fondo dei cuori.

Il pericolo della deformazione pastorale

La mancanza di un'esperienza mistica della salvezza cristiana porta con sé il pericolo di sfigurare e pervertire l'azione pastorale.
L'evangelizzazione non sgorga dal cuore, come irradiazione o prolungamento di ciò che vive chi evangelizza. È facile allora che il lavoro pastorale si converta in un'attività tra le altre. Subito appaiono i segni che la rivelano: il lavoro pastorale si converte facilmente in attività professionale; l'evangelizzazione in propaganda religiosa ideologizzata dalla sinistra o dalla destra; la liturgia in ritualismo vuoto di spirito; l'azione caritativa, in servizio sociale o filantropico.
Ma c'è di più. Non è facile vivere nel mondo senza essere del mondo: essere fedele al vangelo senza cadere prigioniero di ciò che si pensa, si sente e si vive in mezzo alla società. Una pastorale spiritualmente debole si lascia trascinare con facilità dal «mondo». Quando non ci ispiriamo a Gesù, finiamo con il copiare gli uomini. Quanti sforzi di rinnovamento, aggiornamento o adattamento nati dopo il concilio Vaticano II sono andati a finire in una pastorale che era più «di questo mondo» che «di Dio»!

MISTICA E NUOVA TAPPA DI EVANGELIZZAZIONE

Dice E. Schillebeeloc che la mistica, benché abbia i suoi periodi culmine e le sue maniere diverse di esprimersi, si manifesta sempre «come una determinata risposta a una crisi o a una questione sorta in un determinato contesto socio-storico». [13] Probabilmente, il desiderio attuale di mistica – continuo in parte la riflessione del teologo di Nimega – sta sgorgando dalla necessità di entrare in contatto con un Dio salvatore e amico, di cui si ha nostalgia talvolta inconsciamente, dall'insoddisfazione di una cultura puramente tecnica, dal vuoto del razionalismo moderno e dall'impotenza avvertita di auto salvezza. [14] La nuova evangelizzazione soltanto potrà comunicare la buona notizia di questo Dio se è capace di riattualizzare nei nostri tempi l'esperienza sorgiva e originaria che si visse all'origine del cristianesimo.

L'evangelizzazione come attualizzazione dell'esperienza originale cristiana

Questo è il primo dato che occorre ricordare. L'incontro sorprendente con Gesù, che ha trasformato alcuni uomini e donne, è stato il punto di partenza che ha provocato l'evangelizzazione. Tutto inizia quando quei giudei si pongono in contatto con Gesù e sperimentano la vicinanza salvatrice di Dio. Senza questo incontro, tutto sarebbe continuato come prima. È stata l'esperienza di questo contatto con il Figlio di Dio incarnato in Gesù che ha trasformato la vita di questi uomini e donne, dando un orientamento e un senso nuovi alla loro esistenza. Sperimentano in Gesù la salvezza offerta da un Dio amico dell'essere umano e si entusiasmano del compito di rendere presente il regno di questo Dio tra gli uomini.
Questo incontro ha i tratti propri dell'esperienza mistica. È un'esperienza fontale che trasforma interamente la loro esistenza. Qualcosa come un'«illuminazione» che rompe l'immagine che avevano del mondo, del Dio della Legge e di se stessi. Viene demolito il loro «mondo vecchio» e nasce qualcosa di completamente nuovo: un'esperienza di salvezza e di liberazione interiore ineffabile: vivere la gratuità totale di Dio. Non valgono più le vecchie parole. L'esperienza esige parole nuove per poter esprimere, articolare e comunicare quello che vivono: Dio incarnato in Gesù è Amore insondabile, fonte di vita e di salvezza per l'essere umano. Così incomincia l'evangelizzazione.
Tutto questo significa che il cristianesimo non è fondamentalmente una dottrina che debba essere creduta, un libro sacro che debba essere fedelmente interpretato o una liturgia da celebrare con regolarità, ma un'esperienza di fede che deve essere vissuta, offerta e comunicata ad altri come «buona notizia di Dio». Per questo «evangelizzare» non significa, in primo luogo, trasmettere una dottrina, esigere un'etica o promuovere una pratica religiosa, ma evocare e comunicare l'esperienza originale dell'incontro con il Figlio del Dio vivo, incarnato in Gesù per la nostra salvezza. Lo sviluppo della dottrina servirà per articolare e approfondire questa esperienza sul piano della riflessione concettuale. La liturgia raggiungerà la sua verità piena allorquando sarà interiorizzazione personale e comunitaria del mistero cristiano. La morale sarà espansione della comunione con Cristo, principio di una vita nuova e impulso di un mondo più giusto e fraterno.
A mio giudizio, il primo compito di una nuova tappa di evangelizzazione è precisamente recuperare oggi per gli uomini e le donne del nostro tempo l'esperienza primigenia della salvezza cristiana. Questo è quello che trasformerebbe radicalmente la nostra azione pastorale e le darebbe un nuovo soffio di evangelizzazione. Quei primi discepoli vissero l'incontro con Cristo a partire dai loro problemi e dalle loro contraddizioni. Noi dobbiamo realizzare questa esperienza nel nostro mondo attuale, in mezzo alla conflittualità e alla mancanza di speranza nella quale si muove oggi l'umanità. Tutto quello che si contrappone alla sua indigenza radicale di creatura sperimenta, in maniera più o meno consapevole, la necessità di salvezza. Nel fondo, tutto l'essere umano ha bisogno di ascoltare la buona notizia di un Dio nel quale poter porre la sua fiducia totale.
Non è questo il momento di analizzare come deve essere in concreto l'azione pastorale perché sia capace di evocare e attuare l'esperienza originale cristiana, ma voglio fare un'osservazione sull'atto catechetico e sulla pastorale liturgica.
L'azione catechetica e la pastorale di iniziazione alla fede devono aiutare ad ascoltare il messaggio di Gesù, raccolto fondamentalmente nei racconti evangelici. Però non si deve dimenticare che i racconti evangelici (e tutto il Nuovo Testamento), prima di essere un testo scritto, furono un'esperienza di fede vissuta dai primi credenti. C'è stato tutto un processo nel quale si è passati dall'esperienza che ebbero i primi discepoli che s'incontrarono con Gesù fino alla redazione di questo testo, che giunge oggi fino a noi. E necessario ora un processo inverso che permetta ai credenti di oggi di passare dall'ascolto del testo all'esperienza di Dio vissuta all'origine. Tutto l'atto catechetico consiste, in definitiva, nel fare che questo vangelo scritto acquisti oggi una nuova vita e che l'esperienza originale fossilizzata in queste Scritture sia conosciuta, evocata e aggiornata dai credenti di oggi. Là si deve concentrare tutta l'azione catechetica ispirata e sotto l'impulso dell'ardore di una nuova evangelizzazione, sapendo che una catechesi che si limiti a esporre correttamente la dottrina cristiana, un'esegesi che solo si preoccupi di interpretare il testo biblico con precisione, una predicazione che si riduca a esporre con obiettività il suo contenuto dottrinale, stanno passando al largodi ciò che è più decisivo ed essenziale, e non stanno offrendo la fonte da cui sgorga il vero rinnovamento della vita cristiana.
Lo stesso si deve dire della pastorale liturgica. Non dobbiamo dimenticare che la struttura attuale della liturgia cristiana (messa della domenica, celebrazione dei sette sacramenti, anno liturgico, ecc.) è il risultato di tutto un processo la cui origine sono l'esperienza della cena con il Signore, l'accoglienza del suo perdono, l'ascolto della sua Parola e, soprattutto, gli incontri con il Risorto. Non sorprende che la tradizione cristiana abbia designato l'eucaristia come «mistero pasquale» (paschale mysterium), perché in essa si realizza l'incontro mistico con il Signore risorto. F.-X. Durwell arriva a dire che «l'eucaristia è una forma permanente dell'apparizione pasquale». [15] Per questo è importante raggiungere una maggiore partecipazione dei fedeli nell'azione liturgica (lettori, cantori, ministri dell'altare...); è anche positivo promuovere la comunicazione tra l'assemblea e il presidente, tra chi ascolta e il lettore o i fedeli tra di loro. Ma l'essenziale è la partecipazione viva al mistero di salvezza che si celebra, l'esperienza viva dell'amore salvifico di Dio che accogliamo in Cristo e per Cristo.
Il racconto dell'incontro di Gesù risorto con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) acquista oggi un'importanza significativa e può essere, a mio giudizio, un testo fondamentale nell'ora di disegnare una teologia di evangelizzazione come realizzazione dell'esperienza cristiana primigenia. La situazione dei discepoli è di mancanza di speranza e di scoraggiamento. Apparentemente dispongono di tutto ciò che potrebbe portarli alla fede: conoscono la tradizione biblica, non ignorano il messaggio di Gesù, hanno ascoltato l'annuncio pasquale delle donne... Tutto è inutile! Manca loro l'esperienza personale dell'incontro con il Risorto. San Luca mostra i due percorsi indispensabili per vivere questa esperienza. In primo luogo, l'ascolto della Parola di Gesù come «compagno di strada» lungo la vita. Così lo sperimentano i discepoli: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). E, in aggiunta a questo, la partecipazione alla cena del Signore. In questa cena si sentono nutriti, si aprono loro gli occhi e lo riconoscono (Lc 24,30-31). Non viene qui suggerito uno dei principali compiti dell'evangelizzazione oggi? In tempi di mancanza di speranza e crisi di fede, forse la prima cosa è ravvivare l'esperienza pasquale e promuovere l'incontro mistico con Cristo vivo che accompagna l'essere umano nel corso della sua vita, illuminandolo con le sue parole, che sono «spirito e vita» (Gv 6,63) e nutrendolo nella cena eucaristica.

Due elementi importanti dell'esperienza cristiana

Non è mia intenzione analizzare qui la struttura di base dell'esperienza cristiana. [16] Voglio soltanto richiamare l'attenzione su due elementi ai quali, a mio giudizio, deve badare attentamente la nuova tappa dell'evangelizzazione, cui ci chiama papa Francesco, se vuole comunicare l'esperienza cristiana nei nostri tempi.
1) L'esperienza di un Dio Amico e Salvatore. Per cogliere bene la direzione che occorre imprimere alla nuova tappa di evangelizzazione dobbiamo ricordare che nel nucleo del messaggio e del comportamento di Gesù ci incontriamo con l'annuncio e l'esperienza di un Dio amico e salvatore dell'essere umano. L'originalità di Gesù appare meglio se la studiamo in contrasto con il modo di agire del Battista. [17]
Tutto il messaggio e l'agire del Battista si concentrano sull'annuncio del giudizio imminente di Dio. «Già la scure è posta alla radice degli alberi» (Mt 3,10). Nessuno sfuggirà a questo giudizio. L'unica cosa che resta è fare penitenza e compiere la Legge per «sfuggire all'ira imminente» (Mt 3,7). Lo stesso Battista si converte in simbolo di questo messaggio. La sua vita è penitenza nel deserto. Il suo compito, promuovere il battesimo di purificazione. Il Battista non cura, non benedice, non perdona. Introduce nella società il timore dell'ira di Dio. Il Battista pone così tutta l'esistenza dell'essere umano nell'orizzonte di un giudizio severo. Questo è fondamentale. L'esperienza religiosa la si intende e la si vive soprattutto come attesa e preparazione del giudizio divino.
Il messaggio e il modo di agire di Gesù, al contrario, si incentrano non nel giudizio di Dio, la cui ira è sul punto di manifestarsi, ma nell'offerta della grazia salvatrice di Dio per tutti, anche per i pagani e peccatori. Gesù non ci nasconde il pericolo di restare fuori della festa finale, però chi arriva non è un giudice con la sua ascia minacciosa, ma un Padre vicino che cerca solo la felicità dell'essere umano. Per questo lui stesso si converte in parabola vivente di questo Dio. Non vive digiunando, come il Battista, ma mangiando con peccatori. Nessuno lo chiama «battezzatore», ma «amico di pubblicani e peccatori» (Mt 11,19). La sua vita è vicinanza alla sofferenza umana, accoglienza del debole e del malato, guarigione della vita, offerta di perdono. J. Moltmann riassume così il contrasto tra Gesù e il Battista: «Gesù proclama la vicinanza intima di Dio, il Padre, che chiama con il nome di Abba: e non l'arrivo del giudice universale. Dimostra la vicinanza del regno di Dio non con minacce e con l'ascetica, ma con segni di grazia in persone fallite e con miracoli di cura della vita inferma». [18]
Dio non è stato buona notizia per molti cristiani che oggi si allontanano da lui. La religione che hanno conosciuto non è stata per loro grazia, liberazione, forza di salvezza, gioia di vivere. La loro relazione con Dio è stata impregnata da una paura oscura nei confronti del Giudice severo e non da una fiducia filiale nel Padre vicino, amico del bene e della felicità dell'essere umano. Hanno conosciuto solo la religione del Battista. Oggi occorre avere chiaro che tutto quello che impedisce di sperimentare Dio come grazia, liberazione, perdono, amore insondabile, non porta dentro la buona notizia di Dio proclamata da Gesù. Al contrario, l'evangelizzazione deve comunicare l'esperienza che Dio è sempre a favore dell'essere umano di fronte a tutto quello che possa opprimerlo o recargli danno; che Dio interviene nella nostra vita solo per salvare, liberare, potenziare, elevare la nostra esistenza; che Dio cerca ed esige solo ciò che è buono per l'essere umano. [19]
2) La mistica del regno di Dio offerto ai poveri. L'esperienza di Dio che comunica Gesù non è un'esperienza puramente interiore e individuale. I discepoli colgono in Gesù non solo la sua relazione filiale con il Dio Abba, ma anche la risonanza che questa esperienza di Dio ha nella società. Gesù vive la mistica del regno di Dio. Si comunica filialmente con il Padre, ma, al tempo stesso, chiede e cerca che questo Padre di bontà e di misericordia regni tra i suoi figli.
Per questo non dobbiamo dimenticare mai che la vita di Gesù è configurata da una duplice esperienza. L'esperienza della filiazione: «Tu sei il Figlio mio, l'amato; in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11) e l'esperienza di sentirsi inviato a comunicare la misericordia e la liberazione di Dio a tutti gli uomini, specialmente ai più poveri e umiliati: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l'unzione / e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, / a proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista; / a rimettere in libertà gli oppressi, / a proclamare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
In Gesù sono inseparabili la sua esperienza di Dio Abba e la sua azione sanatrice, liberatrice, riconciliatrice. Come dice E. Schillebeeckx: «Gesù, fenomeno personale inedito in Israele, sperimenta Dio come una potenza che apre futuro, che è contraria al male, che vuole solo il bene, che si oppone a tutto quello che è cattivo e doloroso per l'uomo... e, pertanto, vuole redimere la storia del dolore umano». [20] Nel momento di evangelizzare occorre che prestiamo attenzione a non dissociare né ignorare la duplice esperienza di Gesù. Se dimentichiamo l'invio ai poveri, il cristianesimo resta ridotto a unione interiore con Dio e cessa di essere unto dallo Spirito, che dava impulso a Gesù a guarire e liberare i suoi figli più bisognosi. Se ignoriamo l'esperienza di Dio Abba, il cristianesimo può restare abbassato a pura azione socio-politica, senza apertura alla speranza che viene solo da Dio, origine e destino ultimo della creatura umana.
L'evangelizzazione dovrebbe avere oggi molto presente il noto aforisma di sant'Ireneo, che esprime in maniera penetrante il nucleo dell'esperienza mistica cristiana. Gloria Dei, vivens homo, vita autem hominis, visio Dei. [21] La gloria di Dio è nella felicità, nella pienezza, nella vita liberata di ogni essere umano, soprattutto il più povero, dimenticato e umiliato. Ma la felicità e la liberazione dell'uomo hanno la loro piena realizzazione nel godimento eterno di Dio.

 

NOTE

1. R. ARGULLOL - E. TRIAS, El cansancio de Occidente, Destino, Barcellona 1992. Questo saggio nonostante il suo tono critico e a volte crudele, è ispirato da un motivo nobile e carico di speranza: «Dobbiamo avere il coraggio di reimpostare la rotta a seguito della civiltà moderna» (p. 89).
2. J. DELIMEAU (a cura di), Le savant et la foi. Les scientifiques s'expriment, Flammarion, Parigi 1989; K. WILBER, Cuestiones cuánticas. Escritos misticos de los físicos más famosos del mundo, Kairós, Barcellona 1987 (con scritti di A. Einstein, W. Heisemberg, M. Planck, W. Paul, ecc); A.F. RASIADA, Los científicos y Dios, Nobel, Oviedo 1994.
3. Si possono vedere, tra le altre, le analisi di G. LIPOVETSKY, La era del vado, Anagrama, Barcellona 1986; Id., El imperio de lo effimero, Anagrama, Barcellona 1990.
4. W. STINISSEN, Meditación cristiana profunda, Sal Terrae, Santander 1982, 52.
5. Mi sono occupato di questo tema in altro luogo: J.A. PAGOLA, Es bueno creer. Para una teologia de la esperanza, San Pablo, Madrid 1996, 77-85.6. H. MOTTO, «Esperanza y lucidez», in B. LAURET – F. REFOULÉ (dir.), Iniciación a la practica de la teologia IV, Cristiandad, Madrid 1985, 301.
7. R. ARGULLOL, «El hombre actual es un espectador», in El Ciervo 510-511(1993), 15.
8. E. SCHILLEBEECKX, Esperienza umana e fede in Gesù Cristo, Queriniana, Brescia 1985, 36-38.
9. SCHILLEBEECKX, Esperienza umana e fede in Gesù Cristo, 52-53.
10. V. FRANKL, La presencia ignorada de Dios. Psicoterapia y religión, Herder, Barcellona 1988, 67-79.
11. M. LÉGAUT, «Convertirse en discípulo», in Cuadernos de la Diaspora 2(1994), 70-71.
12. LÉGAUT, «Convertirse en discípulo», 57-58.
13. E. SCHILLEBEECKX, Los hombres, relato de Dios, Sigueme, Salamanca 1994, 115.
14. SCHILLEBEECKX, Los hombres, relato de Dios, 115-117.
15. F.-X. DURRWELL, La eucaristia, sacramento pascual, Sígueme, Salamanca 1982, 47.
16. M. Per uno studio dell'esperienza cristiana nel Nuovo Testamento, si può vedere E. SCHILLEBEECKX, Cristo y los cristianos. Gracia y liberación, Cristiandad, Madrid 1982.
17. Sul contrasto tra Gesù e il Battista, si può vedere J. MOLTMANN, El camino de Jesucristo, Sígueme, Salamanca 1993, 131-139; X. PICAZA, El Evangelio, vida y pascua de Jesús, Sígueme, Salamanca 1990, 43-61.
18. MOLTMANN, El camino de Jesucristo, 135.
19. J. SOBRINO, «Qué es evangelizar?», in Misión abierta 85 (1985), 33-43.
20. E. SCHILLEBEECKX, Jesús, la historia de un vivente, Cristiandad, Madrid 1981, 244.
21. IRENEO DI LIONE, Adversus haereses IV, 20,7.

 

(FONTE: Annunciare Dio come buona notizia, EDB 2017, PP. 59-79)

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