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Eucaristia:

quale presenza,

quali significati?

 

FARSI PANE
Alberto Maggi

La Chiesa dispone di quattro differenti versioni dei gesti e delle parole di Gesù durante la cena con i suoi discepoli. Questo perché gli autori non hanno inteso tramandare la cronaca di un momento ma il profondo significato dello stesso. La cena di Gesù viene narrata in tre vangeli (Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,14-20) e nella Prima Lettera ai Corinti (1 Cor 11,2326), che è il testo più antico.
In questo articolo prendiamo in esame la narrazione di Matteo: «Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: 'Prendete, mangiate: questo è il mio corpo'. Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: 'Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio'. Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (Mt 26,26-30, trad. Cei).
Le azioni e le parole di Gesù durante la cena con i Dodici, sono identiche a quelle già descritte dall'evangelista nei due episodi della condivisione dei pani e dei pesci (Mt 14,19; 15,36). Unendo tematicamente questi episodi, l'evangelista vuole significare che è l'accettazione del pane di Gesù quel che rende possibile la condivisione del proprio pane.
La narrazione della cena inizia con la ripetizione, apparentemente superflua, di «mentre mangiavano», che era già stato detto al v. 21, al momento dell'annuncio del tradimento di uno dei Dodici. Attraverso questa voluta ripetizione, Matteo intende unire il tema della cena a quello della morte del Cristo. Le parole e i gesti che seguono sono la risposta di Gesù al tradimento.
Mosè, per stipulare il patto tra il Signore e il popolo, «prese il libro dell'alleanza» (Es 24,7); ugualmente Gesù, ora, prende un pane (Mt 26,26). Nella cena avviene la sostituzione tra l'antica alleanza e la nuova. L'alleanza di Mosè ha ormai esaurito la sua funzione e con Gesù subentra la nuova, profetizzata da Geremia (Ger 31,31). Nuova alleanza che rende ormai inefficace l'antica: «Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata la prima: ora, ciò che diventa antico e invecchia, è superato» (Eb 8,13).

La cena non è una dottrina

Offrendosi come pane, Gesù non vincola i suoi a una dottrina, ma a un alimento con cui nutrirsi. Omettendo l'articolo determinativo (Gesù prese un pane, non il pane, che avrebbe indicato il pane azzimo), l'evangelista segnala che Gesù prende un pane normale, lievitato. Matteo vuole evitare che la cena di Gesù venga in qualche modo assimilata alla cena pasquale giudaica, che prescriveva invece l'uso del pane azzimo (Es 12,18). Nessun elemento di questa cena può essere assimilabile alla celebrazione giudaica. Soprattutto risalta l'assenza dell'elemento più importante, l'agnello pasquale. In questa cena non c'è, perché sarà Gesù l'agnello la cui carne permetterà il cammino verso la liberazione e il cui sangue libererà l'uomo dalla morte (Es 12,1-14). Nutrirsi dell'agnello (così come di ogni altro animale), comporta una gerarchia di importanza tra i partecipanti alla mensa. Le parti migliori vengono offerte ai commensali di riguardo, e il resto agli altri. La Legge stessa stabiliva quali parti del bestiame dovessero essere riservate ai sacerdoti (Nm 18,18; Dt 18,3; 1 Sam 2,12-17; Sir 7,31). Il pane preso da Gesù, il tipico pane del medio oriente, piatto e tondo, non ha parti privilegiate o migliori, ma è uguale in ogni sua parte, e questo crea uguaglianza e unità tra i partecipanti alla cena, come recita un'antica preghiera della Chiesa («Come questo pane spezzato era chicchi di grano sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra», Didaché 9).
Poi Gesù benedice. Le uniche due volte che in questo vangelo Gesù benedice, è per il pane. Come nell'episodio della prima condivisione dei pani (Mt 14,19), benedire significa riconoscere nel Creatore l'origine del pane, svincolando così questo alimento dal possesso dell'uomo per farne dono a tutti.

Perché il pane spezzato

Dopo aver benedetto, Gesù spezza il pane e lo dona ai suoi. Il Signore offre se stesso come pane perché quanti lo mangiano si facciano a loro volta pane per gli altri. Gesù chiede ai discepoli di prendere questo pane, denotando un interesse speciale che questo alimento sia fatto proprio da ciascuno, e solo Matteo riporta l'invito di Gesù di mangiarlo: prendere, mangiare, è un'unica azione (i verbi non sono uniti dalla congiunzione). Anche Giuda, secondo il vangelo di Giovanni prese il pane, ma non lo mangiò (Gv 13,30). Non basta prendere Gesù come modello esterno di condotta, ma occorre assimilarlo profondamente e interiormente.
Gesù offre il pane senza richiedere ai discepoli la purificazione rituale delle mani, condizione indispensabile per partecipare al pasto (Mt 15,2). Non occorre purificarsi per prendere il pane di Gesù, ma è mangiare questo pane, e l'impegno a farsi pane, quel che purifica l'uomo.

Non è solo il pane

A che cosa si riferisce Gesù dichiarando «questo è il mio corpo»? Il pronome dimostrativo greco (touto), neutro, non può riferirsi all'elemento che l'ha preceduto, il pane, che è maschile. Attraverso l'uso di questo l'evangelista non si riferisce soltanto al pane, ma a tutta l'azione che accompagna la cena, la benedizione, lo spezzare, il prendere e il mangiare. La comunità che accoglie Gesù come pane e si fa pane per gli altri, è il corpo del Signore: «Voi siete corpo di Cristo» (1 Cor 12,27; Ef 4,12). È questo, secondo Paolo, il significato dell'azione eucaristica: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane» (1 Cor 10,16-17; 11,27).
L'altro elemento che compare nella mensa è il calice. Gesù ne ha già parlato nell'annuncio che ha dato della sua morte ai figli di Zebedèo («potete bere il calice che io sto per bere?», Mt 20,22-23), associando il calice alla sua morte in croce («Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!», Mt 26,39).
Mentre prendendo il pane Gesù benedì, per il calice ringrazia. Questo cambio di verbi per esprimere la stessa azione di lode al Signore è collegato alle due condivisioni dei pani. In quella avvenuta in terra d'Israele, Gesù benedì (Mt 14,19), in quanto la benedizione era propria della cultura giudaica. Nella seconda condivisione, in terra pagana, Gesù ringrazia (Mt 15,36), espressione comprensibile nel mondo pagano. Unendo nella cena i verbi benedire e ringraziare, l'evangelista vuol far comprendere che l'eucarestia unisce tutta l'umanità, giudea e pagana.
Nella cena pasquale ognuno beveva dal suo calice. Nella cena di Gesù tutti sono invitati a bere dall'unico calice offerto dal Cristo. L'invito a bere da questo calice (come per mangiare) è proprio di Matteo: non è sufficiente dare adesione a Gesù (mangiare il pane), ma occorre che la fedeltà al Signore giunga fino a dare come lui la vita (bere al calice): «il mio calice, lo berrete» (Mt 20,23).
Il contenuto del calice, finora sconosciuto, viene rivelato da Gesù nella maniera più urtante: sangue. Il sangue nella cultura ebraica racchiude ed «è la vita» (Dt 12,23; Lv 17,11), e nessun giudeo poteva berlo (Lv 3,17; 2 Sam 23,17). Il sangue è quello «dell'alleanza». L'evangelista continua a porre in relazione la cena di Gesù con l'alleanza di Mosè, per significarne la sostituzione: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: Ecco il sangue dell'alleanza, che Yahvé ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole» (Es 24,8).

Il calice e l'alleanza

Nell'alleanza di Mosè il sangue era quello di vitelli, ed era suggellata con l'aspersione del sangue sul popolo. Con Gesù è il suo sangue-vino quel che viene offerto, non per essere asperso, ma bevuto, penetrando così intimamente nell'uomo e rendendolo come lui figlio di Dio. L'alleanza di Gesù non è riservata a un popolo particolare, ma è estesa a tutta l'umanità (molti ha il significato di tutti: Mt 20,28; Is 52,15; 53,11).
Nella cena pasquale, dopo il quarto calice si recita il Salmo 79, v. 6: «Versa l'ira tua sulle nazioni che non ti conoscono e sui regni che non invocano il tuo nome». Gesù non versa l'ira, ma il suo sangue, per tutti. Richiedendo la crocifissione per il Messia, tutto il popolo si assunse la responsabilità della sua morte, dichiarando: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli» (Mt 27,25). Il sangue di Gesù ricadrà sì sul suo popolo, ma non come espressione di vendetta, bensì di perdono. Annunciando a Giuseppe la nascita del figlio di Maria, l'angelo del Signore aveva detto: «Tu lo chiamerai Gesù [ebr. Jeshuà] perché egli infatti salverà [ebr. joshuà] il suo popolo dai peccati» (Mt 1,21). Con l'effusione del suo sangue su tutti, è giunto il momento della salvezza, e Gesù cancella i peccati di quanti lo accolgono. La cancellazione dei peccati non avviene più salendo al tempio, ma dando adesione a Gesù, il «Dio con noi» (Mt 1,23). Mentre nel tempio il peccatore doveva recare delle offerte al Signore per ottenere il perdono, qui è Gesù che si offre all'uomo per liberarlo dal peccato.
Gesù, che non mangia né beve in questa cena, ma si fa alimento e bevanda per i suoi, annuncia che non berrà più di «questo frutto della vite» fino al giorno in cui lo berrà, nuovo, con i suoi discepoli nel regno del Padre. Anziché del vino, termine che nella narrazione della cena non compare mai, Gesù parla di «frutto della vite», associando così la cena al tema conduttore della parabola contro i vignaioli omicidi, che anziché presentare i frutti della vite, presero il figlio del padrone «lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero» (Mt 21,33-45). In questa parabola, rivolta ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, Gesù aveva avvertito che sarebbe stato loro tolto il regno di Dio e sarebbe stato «dato un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43). E con questo popolo che Gesù berrà il frutto della vite.
Il giorno da Gesù annunciato è quello della sua morte, quando sulla croce il Cristo manifesterà la sua regalità («Costui è Gesù, il re dei Giudei», Mt 27,38), e comunicherà il suo Spirito («Emise lo spirito», Mt 27,50).

Pienezza di vita

Gesù non si limita ad annunciare la propria morte ma prospetta il suo trionfo su questa con un'immagine di pienezza di vita e di allegria qual è il bere insieme ai suoi discepoli nel regno del Padre. Questo frutto della vite, di qualità differente e migliore, è l'amore che Gesù dimostra col dono della sua vita, e che per ora i suoi discepoli non sono capaci di avere. Conclusa la cena, Gesù e i suoi escono, inneggiando, verso il monte degli Ulivi. Matteo evita di usare il verbo salmeggiare, attraverso il quale si sarebbe riferito ai salmi con i quali terminava la cena pasquale, ma inneggiare (nelle lettere di Paolo si distingue tra salmi e inni, Col 3,16; Ef 5,19). La lode a Dio chiude la narrazione della cena, togliendo da questa ogni elemento di tristezza relativo alle sofferenze che Gesù dovrà affrontare.
La narrazione si conclude con una trasgressione.
Il Libro dell'Esodo proibiva di uscire da casa la notte di pasqua prima del mattino («Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino», Es 12,22). Gesù e i suoi invece escono e vanno verso il monte degli Ulivi. Nella nuova alleanza stipulata con Gesù, i dettami dell'antica non hanno più alcun valore. L'eucarestia rende liberi. L'uomo non è più vincolato dalla Legge, ma ha in sé lo stesso Spirito del Padre che dirige sua vita.


EVENTO E SIGNIFICATO
Carlo Molari

Sollecitato da uno stimolo della Redazione riprendo un tema già affrontato altre volte ma necessario per la nuova evangelizzazione e per l'urgente riformulazione della fede:
«Cosa significa o come esprimere oggi l'Eucaristia in quanto sacramento della presenza di Cristo e del suo sacrificio?». La domanda pervenutami precisava: «ti chiediamo, se possibile di prendere in esame un quesito da tempo dibattuto e che si ripropone ogni Pasqua, ogni processione con l'Ostia, ogni 'infiorata' devozionale, ogni adorazione eucaristica: che cosa si intende oggi per «presenza reale» del Signore?
La comunione con Dio che abita il cuore dell'uomo, nostalgia a volte inascoltata e inespressa, abita anche e prima il cuore del Padre: come può essere meglio presentata? Dicendo che è un Mistero? E perché abbiamo parlato della transustanziazione, parlato del sacrificio della Messa... Il linguaggio teologico... va attentamente rivisitato. Ma come?»

Presenza reale attraverso simboli

Prima di tutto vorrei ricordare che non sempre dobbiamo cambiare le parole per rinnovare il messaggio. Le stesse parole cambiano di significato e il loro sviluppo può costituire un passo avanti anche nella comprensione della vita e della dottrina di fede. La parola presenza, per esempio, può essere intesa in modi nuovi corrispondenti alle diverse attività che rendono possibili rapporti inediti. A livello umano, infatti, con il termine presenza, si indica il rapporto che si stabilisce fra persone diverse. Vi è una presenza spaziale, per persone che sono nello stesso luogo, una presenza elettronica, per persone che si parlano al telefonino o attraverso qualche programma del computer, una presenza intenzionale, per persone che si pensano, una presenza puramente simbolica, attraverso una foto o un ritratto ecc. secondo il tipo di attività che rende attuale la relazione.
Ogni rapporto ha tre componenti costitutivi: il soggetto operante, il fondamento, cioè l'attività che consente la presenza e il termine a cui l'attività in qualche modo si rivolge. Pensiamo a una conferenza con un oratore e ascoltatori presenti nello stesso luogo. Hanno una relazione complessa basata sulle onde sonore (c'è parola e ascolto), sulle onde luminose (ci si incontra con lo sguardo), e sull'appartenenza allo stesso luogo. Se la conferenza è teletrasmessa altre persone possono assistere all'evento anche se la loro presenza non è locale ma fondata su onde elettromagnetiche (che consentono l'ascolto e la visione). Secondo le diverse possibili attività esistono vari tipi di presenza. Il telefono, la radio, la televisione, il computer ecc. sono oggi strumenti attraverso i quali si può stabilire una relazione di presenza reale, irrealizzabile nei secoli scorsi.
Tutte queste sono presenze effettuate attraverso simboli (= realtà che ne rappresentano altre) ma sono reali perché consentono in diverse maniere il rapporto e il coinvolgimento delle persone.
Diverso è il caso di una presenza virtuale quando l'evento non accade nello stesso tempo in cui viene rappresentato. Se per esempio viene trasmesso un evento del passato con immagini registrate, il rapporto non si stabilisce con le persone ma con l'evento raccontato e gli attori coinvolti possono essere anche morti. Ciò che accade è presente realmente agli spettatori che si coinvolgono.
Nella trasmissione degli attuali mezzi di comunicazione l'azione è molteplice: gli attori che operano l'evento, l'eventuale telecronista che riprende, la telecamera che trasmette, gli ascoltatori e gli spettatori, più o meno coinvolti. Si tratta di una presenza reale. Se nessuno accende la radio o il televisore le onde sono tutte presenti, ma non c'è presenza dell'evento perché non ci sono relazioni.

Presenza eucaristica

Anche nella Eucaristia non si tratta di presenza spaziale o locale, ma sacramentale, cioè attraverso simboli oggettivi. Nell'Enciclica Mysterium fidei (3/9/1965) Paolo VI afferma che la presenza eucaristica non si attua «come i corpi sono nel luogo» (EV 2 n. 427). Il rapporto tra il credente e Cristo non si realizza per contatto di dimensioni spaziali, bensì attraverso richiami simbolici. Questo tipo di presenza viene detta sacramentale (che si realizza attraverso segni sacri) o con altri termini nelle diverse tradizioni cristiane. La relazione che si stabilisce nel sacramento è reale e dinamica, nel senso che trasforma il fedele che si apre nella fede all'azione salvifica di Dio, che opera attraverso Cristo e il suo Spirito.
Paolo VI riassumendo la dottrina della chiesa precisa che nella celebrazione eucaristica il pane e il vino «acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e l'usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un elemento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova realtà, che giustamente denominiamo ontologica» (Paolo VI, Mysterium fidei, ib.). In questa prospettiva deve essere intesa la dottrina tradizionale della Chiesa secondo cui la presenza di Cristo nell'Eucarestia è «vera, reale e sostanziale» (Concilio di Trento, Sessione XIII, Sul sacramento dell'Eucaristia 4).
È presenza vera perché la relazione tra il fedele e Cristo risorto esiste di fatto. È presenza reale perché ambedue i termini sono esistenti nell'atto della relazione. È presenza sostanziale perché la relazione collega le persone e non solo qualche loro qualità accidentale o una semplice loro immagine. Il Catechismo della Cei precisa che nel Sacramento «il Crocifisso risorto si fa presente come Agnello immolato e vivente. Il pane è realmente il suo corpo donato, il vino è realmente il suo sangue versato... Il pane e il vino sono diventati nuova presenza..., dinamica e personale, nell'atto di donare se stesso e non solo della sua efficacia santificante, come negli altri sacramenti». (La verità vi farà liberi, n. 689). Per l'esercizio della fede i credenti entrano in relazione con Cristo risorto attraverso il rito. In questo senso non sono esatte tutte le formule che utilizzano parametri spaziali, che parlano cioè di Gesù dentro l'ostia o immaginano una sua presenza in miniatura. Egli infatti non è nello spazio, come l'attore non è dentro il televisore o l'interlocutore dentro la cornetta del telefono. La presenza si realizza in modo 'sacramentale', cioè attraverso simboli, come si può dire che alla televisione c'è un determinato personaggio o che al telefono c'è una persona cara. Il catechismo precisa inoltre che l'Eucaristia non è una ripetizione o un'aggiunta della croce «ma la ripresentazione, qui e ora, sotto i segni sacramentali, di quello stesso atto di donazione con cui Gesù è morto ed è stato glorificato» (ib., 690). Questo è il significato che acquistano il pane e il vino all'interno del rito eucaristico. La novità veniva chiamata transustanziazione, ma poiché oggi il termine 'sostanza' è riferito in modo esclusivo all'aspetto chimico-fisico, ignoto nel medioevo, è meglio parlare di transignificazione o transfinalizzzazione come suggeriva il Catechismo olandese.
Importante però è ricordare che la relazione sacramentale non è fine a se stessa, ma è ordinata alla missione della chiesa. Gesù ha reso presente Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo. Fare memoria di Cristo significa evocare questa sua missione salvifica e impegnarsi a essere epifanie viventi, ambiti della sua azione nel mondo. Così se chi partecipa all'eucarestia e non mette in moto la fede, c'è l'azione di Dio, ma il rapporto di presenza non si stabilisce.

Eucaristia sacrificio?

Nelle attuali formule della Messa cattolica è presente alcune volte il termine 'sacrificio'. Anche nel racconto della cena è stata introdotta l'espressione un po' forzata: «offerto in sacrificio per voi» mentre la formula greca del Vangelo dice semplicemente «dato per voi», cioè a vostro favore. Tutta la dinamica della salvezza è segnata dalla grazia, cioè dall'azione di Dio a nostro favore. La morte di Gesù non salva perché offre a Dio qualcosa, ma perché rivela la fedeltà dell'amore esercitato da Gesù anche sulla croce. La sua non corrisponde al volere di Dio perché è un atto di violenza contro Gesù da parte di chi ha rifiutato il suo messaggio. Da parte di Gesù è un «atto sacro» un «sacri/ficio», non offerto a Dio ma pervaso dalla sua volontà salvifica nel confronto degli uomini. La fedeltà di Gesù all'amore rende la tragica e ingiusta sua morte un 'atto sacro' e consente anche a noi di celebrarla con memoria riconoscente. È superato il modello di un Dio violento ed è messo in risalto il valore redentivo dell'amore, quando resta operante nonostante la sofferenza.

(Rocca 7/maggio 2017 - pp. 46-50)

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