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Cose da fare

con i giovani

Due articoli di "Animazione sociale"

 


DIECI IPOTESI PER LAVORARE
ANCORA 
CON I GIOVANI

«Cose da fare» con il desiderio
delle nuove generazioni
di altri modi di stare al mondo
 

A cura di Andrea Marchesi *


Molti sono gli adulti che osservano come con i giovani servano nuove parole e linguaggi per declinare la vita.
Come rivista abbiamo assunto questa esigenza, a contatto con le «cose» che si stanno già facendo, prendendo le distanze dai luoghi comuni di molti discorsi sui giovani. Abbiamo sostato nella rilettura di azioni realizzate in cantieri sociali, incubatori di intraprendenze, progetti che rigenerano spazi.
Abbiamo esplorato nuove modalità di stare e fare insieme per poi interrogare le forme del cooperare nelle organizzazioni che lavorano con i giovani.
Siamo così giunti a enunciare «dieci ipotesi di lavoro», provvisorie, da discutere.

Chi ancora opera nei territori insieme ai giovani si trova, sempre più spesso, di fronte alla sproporzione tra l'intensità e la drammaticità delle domande da una parte e la crescente scarsità di risorse per rispondervi dall'altra. Che cosa possiamo fare per accompagnare i giovani che sono alle prese con il loro impatto sulla terra, che sono alla ricerca di strumenti e opportunità per non mancare il proprio «appuntamento con il mondo»? Che cosa si può fare per sostenere in modo credibile chi si trova alla fine di una lunga traiettoria di apprendistato esistenziale e sta cercando l'«angolatura giusta» per toccare terra, senza sfracellarsi e senza essere respinto in una condizione dí attesa a tempo indeterminato all'interno dell'ennesimo simulatore dí volo?
È evidente che di fronte a questi interrogativi emerga la debolezza e, per certi aspetti, l'inconsistenza di ciò che resta dei progetti e dei servizi territoriali per i giovani, rendendo comprensibile la posizione di chi, tra gli operatori, è sempre più tentato da una ritirata strategica, magari proprio all'interno dei servizi impegnati a trattare – a volte in modo assistenziale – le tante fragilità prodotte dalla crisi prolungata.
Eppure c'è un errore di fondo nella formulazione di quelle domande che, se riconosciuto, forse potrebbe permettere un autentico cambio di paradigma del lavoro sociale con i giovani. E l'errore di chi ritiene necessario avere una soluzione da offrire, una risposta da fornire e che, in assenza di riferimenti certi, preferisce passare la mano. È l'errore di chi sta smarrendo il senso delle parole di Paulo Freire a proposito dell'educazione come processo di ricerca condivisa tra uomini e donne che si educano reciprocamente in relazione con il mondo che stanno vivendo. È l'errore di chi, arrestandosi di fronte alla drammaticità della crisi, rischia di non prestare più attenzione alla quotidianità nella quale si sta facendo esperienza di questa crisi, cercando qui e ora altri modi per stare nel mondo, insieme e in assenza di soluzioni definitive.
A ben guardare, ci sono tante cose da fare, tante cose che si stanno già facendo quotidianamente nei territori, fuori e dentro le agenzie formative, le istituzioni, i servizi, i progetti, in tutti gli interstizi di questa società in frantumi, dove possiamo ancora trovare chi è ostinatamente impegnato a promuovere forme di scambio inter-generazionale orientate alla ricerca di altri modi per fare esperienza dentro questa crisi.
Ed è proprio rileggendo queste quotidianità che hanno preso forma alcune ipotesi metodologiche che sostengono un cambiamento radicale di sguardo, di atteggiamento culturale, di approccio organizzativo, come condizione per lavorare, ancora, insieme ai giovani. Si tratta di ipotesi caratterizzate da un'urgenza e da un desiderio. L'urgenza di affrancarci da un atteggiamento che si limita a enunciare retoricamente la condizione drammatica che sta investendo un'intera generazione. Il desiderio di stare, innanzitutto, in ascolto e in ricerca insieme a chi sta attraversando in termini evolutivi l'esperienza della crisi, provando a smarcarsi dai luoghi comuni e a cogliere quelle traiettorie impercettibili che possono prefigurare una via d'uscita.

Il congedo dalla pretesa di conoscere

Prima ipotesi. Essere disposti a cambiare sguardo per incontrare i giovani fuori da luoghi comuni.
Chi opera quotidianamente insieme ai giovani è spesso convinto di godere di una sorta di immunità nei confronti del discorso pubblico che, forse mai come negli ultimi anni, ha investito le nuove generazioni. Questo atteggiamento sottovaluta gli effetti di verità di una colonizzazione dell'immaginario che ci conduce tutti, senza esclusione, a frequentare i luoghi comuni e a nutrire il proprio sguardo attraverso le icone generate dalla riproduzione mediatica.
Per evitare i simulacri e incontrare persone in carne ossa diventa necessario un esercizio di sospensione di ogni forma di designazione, di categorizzazione, di generalizzazione indiscriminata e di diagnosi che, oggi, rischiano di consegnarci un discorso irrimediabilmente chiuso. Cambiare sguardo significa, per esempio, congedare ogni pretesa di conoscere la condizione dei giovani e i loro bisogni, per mettersi in una posizione curiosa di ascolto nei confronti di chi è un soggetto in formazione, in ricerca, spesso portatore sano di desideri.
È un mutamento sorprendente: quando si mette tra parentesi l'analisi dei bisogni dei giovani è possibile cogliere gli interessi, le passioni, le forme di attivazione che proprio in una stagione caratterizzata da incertezze e assenze possono trovare spazio. Smettere di chiederci (e magari risponderci in termini autoreferenziali) quali siano i bisogni dei giovani può consentirci dí intercettare il movimento dei loro desideri che si esprimono proprio in quel margine nel quale la domanda si strappa dal bisogno. Il desiderio di vivere, di conoscere, di comprendere, di agire per trovare un altro modo di abitare í1 proprio contesto dí riferimento: forse è lì che si colloca la ricerca di quell'appuntamento tra sé e il mondo che caratterizza la condizione giovanile e, forse, è in questi margini che si disegnano, anche in forma di bozza, nuovi orizzonti di senso.
In questa prospettiva può cambiare il panorama, permettendoci di incontrare un desiderio che viene coltivato e riconosciuto proprio quando si agisce, qui e ora, per generare cambiamento nella propria realtà: restituendo a una biblioteca rionale la sua funzione comunitaria, partecipando a un'impresa che rivitalizza un'area dismessa, prendendosi cura di un campo sottratto alla mafia, organizzando eventi capaci di produrre socialità in un quartiere dormitorio.

La logica del bricolage

Seconda ipotesi. Cambiare sguardo significa smetterla di inquadrare i giovani attraverso uno specchietto retrovisore. Si tratta, allora, di congedare un approccio che guarda i giovani attraverso uno specchietto retrovisore, finendo inevitabilmente a consumare definizioni al negativo di tutto ciò che non corrisponde alle proprie aspettative: ciò che i giovani non sanno, non fanno e non sono.
La presa di distanza da questo atteggiamento «postumo» è sempre di più una condizione preliminare, sul piano metodologico, per aprire uno spazio di autentico ascolto e confronto con i giovani.
Se continuiamo a valutare i processi partecipativi giovanili con scale novecentesche, non riusciremo mai a scorgere le nuove forme che assume oggi la gruppalità intesa e praticata sempre di più in una dimensione reticolare, plurale, aperta, capace di mettere in comunicazione mondi, campi di esperienza e interessi apparentemente molto lontani. Se poi ci ostiniamo a cercare forme di identificazione definite o di appartenenza esclusiva, non saremo mai in grado di seguire le tracce di percorsi che si nutrono di sconfinamenti continui, di accostamenti che ci sembrano improbabili, di contaminazioni impreviste, eleggendo la logica del bricolage ad autentica prospettiva di ricerca.
Se infine persistiamo, anche inconsapevolmente, nel valutare le traiettorie in forma lineare e progressiva, non potremo comprendere quelle domande che rivendicano scelte e investimenti in forme necessariamente aperte e plurali: formazione continua, acquisizione costante di qualifiche e specializzazioni, attraversamento di contesti, pluri-appartenenze, partecipazione a imprese temporanee, in una dinamica di attraversamenti e contaminazioni continua. Se persistiamo nel giudicare in termini moralistici i comportamenti in base a schemi rigidamente disgiuntivi, non saremo mai in grado di stare in contatto con chi è abituato a combinare in una logica inclusiva campi di esperienza differenti: impegno e piacere, appartenenze corte ma forti, leggerezza e intensità, pragmatismo e sogno, rivendicazione della centralità dei pari e contestuale ricerca di condivisione con i dispari. È un problema di sguardo e di valutazione: ciò che non vediamo, che evidenziamo come mancanza, come assenza, è probabilmente un problema di inquadratura sbagliata.
Pensiamo a cosa accade quando sí tratta di misurare gli apprendimenti: i principali strumenti e criteri di valutazione utilizzati nelle agenzie formative si basano su una concezione dell'apprendimento di tipo sequenziale, graduale e accumulativo, mentre oggi è sempre più diffuso un apprendimento simultaneo, intuitivo, rapido che sfugge alle misurazioni tradizionali. Si apprende sempre di più attraverso esperienze articolate, connettendo l'informalità al formale, gli scambi sociali a distanza con i legami affettivi in presenza e tutto questo liquida definitivamente una concezione depositaria della formazione. Ora, se non si fanno i conti con questi cambiamenti di natura antropologica che investono i modi di apprendere e conoscere, di socializzare e partecipare, di fronteggiare le difficoltà, di esprimersi e riflettere, di affrontare i compiti e le relazioni, noi continueremo solo a vedere una massa indistinta di sdraiati, di fragili narcisisti o dí inquieti nichilisti.

La cifra di una pluralità diseguale

Terza ipotesi. Riconoscere che le nuove generazioni si declinano in forme plurali e diseguali.
Sempre sul piano dello sguardo si tratta di resistere a ogni forma di generalizzazione indiscriminata, a quel riflesso condizionato che ci porta a pensare ai giovani come presenza omogenea e indistinta. È un'avvertenza che riguarda anche queste ipotesi, che non sono immuni da questa logica indifferenziata.
La pluralità e la diversificazione sono una delle cifre per comprendere il modo di stare nel mondo da parte di chi non è solo un nativo digitale, ma sta crescendo dentro quella liquidità che tanto spesso abbiamo evocato per interpretare i mutamenti sociali.
Se osserviamo, ad esempio, le modalità di essere e sentirsi parte, di appartenere, di farsi coinvolgere nelle esperienze, guardando alla componente più attiva della popolazione giovanile, possiamo rintracciare una sorta di poligamia. Incontriamo una parte delle nuove generazioni che si predispone all'attraversamento e alla pluri-appartenenza a gruppi e contesti esperienziali differenti, dove potersi giocare una parte di sé, scegliendo di mettere in primo piano, di volta in volta, una componente identitaria: la dimensione affettiva nel gruppo amicale, il saper fare nel gruppo di compito, l'idealità nel gruppo più impegnato.
La diversificazione sembra, pertanto, una strategia per fronteggiare la complessità, così come l'accumulazione e la costruzione del capitale sociale sembra che sia compresa come questione cruciale per la propria progettualità: avere molti contatti, stare dentro a contesti differenti, collaborare con logiche di compito e di scopo all'interno di progetti temporanei, valorizzare i legami deboli come strumento di arricchimento conoscitivo e fronteggiamento delle difficoltà.
Ma questa strategia, allo stesso tempo, sembra demarcare una soglia di inclusione ed esclusione. Da una parte c'è chi accresce il proprio capitale sociale e si orienta ad affrontare il futuro assumendosi un rischio, gettandosi con generosità dentro forme di avventura e di intrapresa (dalla start up al viaggio all'estero per accumulare formazione). D'altra parte proprio chi si trova più sprovvisto di capitale sociale sembra più esposto a logiche di affiliazione, trovandosi costretto a cercare un approdo sicuro all'interno di sistemi che riproducono forme di dipendenza e appartenenza forte: pensiamo ai fenomeni delle bande, come nel caso dei giovani latinoamericani che sempre più coinvolgono adolescenti italiani provenienti da ambiti di deprivazione relazionale, ma pensiamo, ovviamente, al reclutamento sempre attivo da parte delle organizzazioni criminali.
In termini analoghi possiamo osservare le differenze che riguardano l'uso del web e delle nuove tecnologie: da una parte si aprono mondi, si dilatano gli orizzonti, si apprendono forme di cittadinanza attiva, dall'altra si rimane intrappolati, assumendo la rete come distanza di sicurezza dal mondo minaccioso. Ogni visione uniforme tende ad appiattire le differenze in gioco, come la diseguale distribuzione delle capacità di navigazione nella crisi che investe i mondi giovanili, rimuovendo, ancora una volta, le diseguaglianze. Pensiamo alla categoria dei NEET – ancora una volta una definizione al negativo – che invece di riconoscere un problema conoscitivo, una sorta di non classificabilità, pretende di ricondurre storie di vita molto diverse entro un medesimo contenitore definitorio.
Ha davvero senso collocare nella stessa categoria chi si trova autenticamente disorientato e paralizzato dalla crisi, provenendo magari da un contesto familiare a sua volta frantumato, insieme a chi è alle prese con la costruzione del proprio percorso formativo e del proprio progetto esistenziale navigando in modo originale al di fuori delle traiettorie formative-lavorative più tradizionali? O ancora, che senso può avere, se non quello di alludere a una patologizzazione generalizzata, inserire nella stessa categoria un ragazzo alla prese con una sofferenza emotiva importante, magari tale da determinare l'interruzione dei legami sociali, con un altro ragazzo che, avendo imparato bene la lezione per cui non esiste il posto fisso di lavoro, non si rivolge ai centri per l'impiego, ma, magari insieme ad altri, è alle prese con la costruzione di una pista professionale emergente?

La misura del compito reale

Quarta ipotesi. Essere disponibili a cambiare approccio operativo: incontrarsi fuori dalla Action».
Cambiare sguardo può favorire un mutamento più radicale che investe il piano metodologico di chi è ancora alla ricerca di interazioni generative e attivanti con i giovani.
In questa prospettiva, le proposte caratterizzate da una logica di simulazione e di partecipazione fittizia vengono sempre più disertate, oppure attraversate senza determinare alcuna forma di attrito, al pari di una qualsiasi altra esperienza di consumo. È in gioco quella che abbiamo chiamato fuoriuscita dai circoli viziosi della fiction, che chiede alle organizzazioni educative e ai luoghi dell'animazione di ripensare radicalmente la loro proposta, assumendosi, di nuovo, la capacità di rischiare, di agire in un'ottica di trasformazione effettiva dei propri contesti. Non basta più allestire palcoscenici che assomigliano alla brutta copia dei talent show, né proporre organismi di consultazione che non sono in grado minimamente di incidere sulle scelte delle istituzioni locali, tanto meno offrire l'ennesimo simulatore per stimolare l'apprendimento di una competenza che poi non ha occasione di esercitarsi. Emerge, in forme radicali, una domanda di esperienze consistenti, orientate in termini pragmatici, caratterizzate da un impatto effettivo con la realtà, capaci dí lasciare un segno riconoscibile nei soggetti come nell'ambiente. Adolescenti e giovani chiedono occasioni per mettersi alla prova e si dimostrano disponibili a prendere parte a esperienze, a condizione che si generi cambiamento, si possa lasciare un segno nei contesti, ci sia un impatto consistente con la realtà.
La proposta aggregativa non è più autosufficiente, così come sembra cambiare di segno l'enfasi sulla costruzione di relazioni che ha caratterizzato per molto tempo le strategie di ingaggio degli educatori, in particolare nei contesti extrascolastici. Ci si mette insieme e si sta insieme, in un gruppo, se è avvertita la presenza di un compito connesso a un obiettivo percepito come sensato, motivante e consistente e se nell'esperienza del compito si costruiscono e alimentano relazioni affettive. Successo, risultato, performatività, competenza, impatto: il lavoro sociale con i giovani deve fare i conti con un lessico pragmatistico che non appartiene all'universo di discorso che ha segnato la formazione di educatori e animatori sociali, focalizzata in modo esclusivo sulla qualità dei processi, delle relazioni, delle attribuzioni di senso.

L'incontro generativo nell'abitare l'incertezza

Quinta ipotesi. Scommettere sull'incontro con i giovani per generare capacitazioni condivise.
Chi è cresciuto nella società dell'incertezza e della crisi non ha nostalgie di una razionalità lineare come di un'idea moderna di progresso che non ha mai conosciuto. Quando fai un pezzo di strada insieme a un gruppo di giovani, dentro un'impresa reale, all'interno di un progetto caratterizzato da una logica di compito orientato a una trasformazione di contesti reali, non puoi non rimanere stupito dal pragmatismo e dalla consapevolezza che anima la loro partecipazione. È come se sapessero che nella loro traiettoria ci saranno continui spostamenti e costanti dislocazioni, ma questo non impedisce loro di appassionarsi a un'impresa inevitabilmente temporanea. L'incertezza non disorienta e non paralizza, ma muove alla concretezza, alla ricerca di riscontri, a una concentrazione nel qui e ora, a cogliere l'attimo.
L'incertezza, allora, inevitabilmente è ricondotta a un problema degli adulti: sovraesposta da chi guarda al mondo con la nostalgia di certezze perdute e troppo spesso proiettata, in termini di sfiducia, nei confronti di chi sta facendo esperienza della crisi stessa cercandone vie d'uscita per tentativi ed errori. Qui arriviamo a uno snodo cruciale: uscire dalla finzione e assumersi il rischio di proporre percorsi che mettono realmente in gioco una dinamica trasformativa non è solo un buon metodo per agganciare i giovani di un territorio, ma un'autentica scommessa sulla possibilità di generare capacitazioni condivise tra cittadini di generazioni differenti che possano sostenere percorsi coevolutivi: per i giovani, per gli operatori, per i progetti e servizi.
Dobbiamo continuare a chiederci che cosa stanno imparando i ragazzi che attraversano esperienze consistenti, che partecipano a imprese collettive, ma allo stesso tempo domandarci che cosa possiamo noi come operatori mentre facciamo un pezzo di strada insieme a loro.
Se accettiamo la sfida di allestire progettualità capaci di impattare nelle realtà del proprio contesto locale, se assecondiamo l'urgenza di trasformare un'idea in un'intrapresa, di accelerare i tempi dell'apprendistato per calarci in una logica di impresa effettiva, non stiamo solo agganciando un gruppo di giovani ma, forse, stiamo già cambiando il nostro modo dí lavorare, di agire in modo cooperativo, di promuovere la responsabilità diffusa, di moltiplicare il senso di autoefficacia.

L'arte di tessere nuove connessioni

Sesta ipotesi. Essere disponibili a cambiare le nostre organizzazioni.
In questo cambiamento di approccio, come operatori, siamo sempre più chiamati ad agire sul contesto, sulle condizioni che possano favorire esperienze significative e possibilità di apprendimento attraversando queste esperienze.
Agire sul contesto per creare un clima di possibilità, come accade in alcuni cantieri sociali, in alcuni incubatori di intraprese giovanili, dove l'operatore è chiamato a un riposizionamento radicale: non è più un fornitore di attività né, tantomeno, esercita un ruolo di controllo e comando, ma è colui che cura le interazioni e le attivazioni.
È una domanda di cambiamento che riguarda anche le nostre organizzazioni, alle quali viene chiesto di curare le connessioni, condividere le risorse, creare collegamenti tra mondi differenti all'interno della comunità locale, praticando sconfinamenti inediti tra servizi e imprese, tra associazionismo e istituzioni, tra gruppi e singoli e ovviamente tra adulti e giovani. Con una tensione peculiare: cercare di favorire íl contatto e la contaminazione tra mondi giovanili, tra chi sta attraversando in modo creativo e intraprendente questa stagione di incertezze e chi è sempre più a rischio di esclusione sociale dentro la forbice delle diseguaglianze che investono la società.
Si tratta di una funzione leggera, che si sposta dalla gestione all'attivazione, dal presidio di percorsi formativi alla cura di spazi di apprendimento dentro le esperienze. Una funzione che chiede di rimanere e di essere riconosciuta come dimensione pubblica e che, al tempo stesso, interroga radicalmente il senso della funzione pubblica: non più e non tanto come una funzione che si esercita dall'alto verso il basso, ma in mezzo, presidiando le zone di interazione e connessione tra i soggetti.
Intraprendere insieme ai giovani, nella comunità locale – per esempio rigenerando spazi inutilizzati, mettendo insieme adulti competenti sul fare e giovani alla ricerca di campi di esperienza reale – significa anche rivedere la natura e la struttura delle nostre organizzazioni.
Si tratta di prendere atto del necessario superamento di quella lunga filiera che ha continuato a caratterizzare le organizzazioni, anche nel campo delle politiche giovanili, troppo spesso caratterizzata da gerarchie di controllo, da passaggi intermedi e da distanze di sicurezza nei confronti della dimensione del rischio. Insieme ai giovani si impara, sempre di più, la natura aperta delle pluri-appartenenze, la logica della condivisione e del network che non ha un centro di controllo, ma una costante ricerca di connessioni.

L'esercizio della parola riflessiva

Settima ipotesi. Non abdicare alle proprie responsabilità, ma riconoscere un'altra funzione educativa.
È evidente il rischio di smarrire, però, il proprio ruolo, il senso della presenza sul campo come operatori sociali ed educativi, soprattutto quando cambia così radicalmente l'ordine del discorso, quando insieme ai giovani si allarga così tanto il campo, entrando in contatto con i temi che ci riguardano immediatamente tutti come cittadini e soggetti sociali. Risuonano, allora, le domande di chi si chiede se abbia ancora senso chiamarsi educatori entro questo tipo di traiettorie e, più in generale, cosa c'entri l'educazione nelle ipotesi ancora possibili di lavoro con i giovani. Certamente, se per educazione si intende trasmissione di modelli di condotta, l'educazione sembra essere davvero poco pertinente.
Forse, però, il valore specifico di una presenza educativa è rintracciabile nella domanda di esperienza e di competenza a cui si alludeva all'inizio. In gioco non c'è la semplice trasmissione di abilità, di sa-peri e competenze specifiche, ma c'è una domanda che lo sguardo educativo è chiamato ad approfondire e prolungare nella dimensione della rielaborazione, ovvero in quello spazio che trasforma abilità e saperi in forme di capacítazione e soggettivazione, collocando ciò che si apprende all'interno di un sistema di significati.
Siamo chiamati dalle domande dei giovani ad allestire contesti reali che forniscano opportunità di messa alla prova, di acquisizione dí competenze all'interno di ambiti consistenti, ma allo stesso tempo a offrire il nostro contributo specifico promuovendo spazi di rielaborazione delle esperienze. Anche in questo caso, non lo facciamo in modo unilaterale, perché abbiamo da imparare molto, soprattutto per aggiornare le forme e gli strumenti della rielaborazione, per valorizzare alcune forme che le nuove generazioni si stanno dando per lasciare un segno, per raccontarsi e condividere ciò che attraversano.
Ciò che resta dell'educazione – e forse è l'eredità che possiamo trasmettere perché, a nostra volta, l'abbiamo ricevuta come testimone essenziale da generazioni precedenti – è allora la ricerca costante di restituzione di parola e di riflessività, perché ciascuno possa apprendere dall'esperienza imparando, al tempo stesso, ad assumere attivamente e criticamente ciò che impara, a esserne protagonista cosciente.

La scuola dell'intraprendenza

Ottava ipotesi. Posizionarci come adulti che passano il testimone.
Se il tradimento da parte degli adulti, per una mancata staffetta intergenerazionale, è la cifra più comune nelle rappresentazioni di molti giovani, questo non significa rivendicazione di assoluta indipendenza, ma indica un approccio selettivo e critico. Pensare che i giovani richiedano esclusivamente contesti dove stare e imparare tra pari costituisce, forse, l'ennesimo alibi per una posizione di ritirata e di ammutinamento del mondo adulto, mentre è più impegnativo ma interessante seguire l'indicazione di chi è alla ricerca di un confronto con un adulto che sia, però, disposto a rischiare nell'impresa comune, a perdere qualcosa per fare un pezzo di strada insieme ai ragazzi all'interno di contesti reali.
Anche in questo caso le indicazioni provengono dalle parole dei ragazzi titolari dí esperienze che riconoscono e ricercano la presenza dell'adulto come componente «dispari» tra i pari, soprattutto quando l'adulto è capace dí esprimersi come testimone, come portatore di un'esperienza degna di essere raccontata e di essere messa al servizio degli altri, non come esempio da imitare e riprodurre ma come stimolo ad attivare esperienze altrettanto degne di essere vissute e raccontate.
Quando, per esempio, cí preoccupiamo della sostenibilità economica di una proposta avanzata da un gruppo di giovani che prova a trasformare in occasione dí reddito una passione comune, dovremmo infatti rileggere la storia professionale di molti operatori e delle rispettive organizzazioni. Una storia segnata da un progetto imprenditoriale sprovvisto di capitali economici, come nel caso della nascita e dello sviluppo proprio della cooperazione sociale, animata da passioni e competenze, da vocazioni trasformative e da costruzioni di legami sociali. Perché, allora, non pensare che il compito dell'operatore possa davvero essere quello del passatore, del testimone che trasmette un'eredità autenticamente animata dal desiderio, dell'accompagnatore sui confini del progetto, così come del promotore di reti, di chi allestisce contesti capaci di favorire la costruzione di contaminazioni, di incontri tra mondi diversi, tra generazioni diverse, tra competenze differenti, per poi scommettere sul futuro che non è ancora tracciato?
Forse, poi, è proprio questo il valore aggiunto dell'incontro in questione: da una parte intraprese che nascono sotto il segno della cooperazione sociale ereditandone un approccio collaborativo originario, dall'altra occasioni per dare nuova forma proprio alle pratiche cooperative.

Il piacere di agire collettivamente

Nona ipotesi. Cercare, insieme, qui e ora i segnali di futuro.
Abbiamo parlato dí intraprese, di imprese giovanili e di incubatori. Indubbiamente il riferimento è ad alcune esperienze di lavoro con i giovani nei cosiddetti incubatori capaci di generare comunità di pratiche, gruppi di scopo, reti leggere e spesso temporanee, dove si praticano forme di co-working, di socializzazione e condivisione degli strumenti di lavoro.
Ma non stiamo alludendo solo alle imprese economiche, alle cosiddette start up, ma a una vera e propria logica di intrapresa,
di avventura, di sfida trasformativa anche quando non genera un'attività di natura economica: la riconversione di uno spazio pubblico abbandonato, l'attivazione di mezzi di comunicazione comunitaria, la costruzione di eventi che comportano una riqualificazione, anche solo temporanea, di quartieri senza identità.
È importante questa sottolineatura perché stiamo frequentando un territorio che è caratterizzato da una forte ambiguità. Non stiamo inseguendo il mito fondativo del capitalismo, come chi, con ingenuità o ipocrisia, pensa che la disoccupazione giovanile si risolva magicamente grazie alla proliferazione di micro-imprese giovanili e che il destino del nuovo lavoro sia, appunto, il profilo imprenditoriale importato dalla Silicon Valley.
Le cose interessanti e sfidanti che emergono sia da alcune esperienze di incubatori sociali d'impresa, sia da altre forme di intraprendenza e di attivazione, di impegno civile con nuovi linguaggi, di progettualità e lotta per la riqualificazione dei propri territori, riguardano proprio il metodo di natura collaborativa.
Pensiamo, ad esempio, a un altro modo di concepire il lavoro e i rapporti lavorativi in una logica cooperativa quanto performativa, a un altro modo di interpretare la gruppalità, intesa come reticolare, plurale, aperta, capace di mettere in comunicazione mondi, campi di esperienza, interessi apparentemente molto lontani, a un modo di pensare e praticare il cambiamento richiamando ciascuno alla responsabilità, alla verifica dei risultati, all'assunzione di titolarità nelle proprie azioni.
Sono tante le assonanze possibili con discorsi che vanno oltre i confini del lavoro con i giovani e che investono il senso del lavoro sociale, il valore della cooperazione, il ruolo di un welfare che cerca di smarcarsi da una logica assistenziale, ma che intende generare responsabilità sociale diffusa. C'è una logica collaborativa, di condivisione, di scambio, di utilizzo virtuoso delle reti a legame debole, che sembra figura di un altro modo di pensare e praticare l'agire cooperativo. Una cooperazione che è dichiaratamente una componente strumentale: insieme si uniscono le forze, i saperi, si moltiplicano gli sguardi, si produce conoscenza, si agisce, in una costante dimensione di scambio e di condivisione. Ma una cooperazione che è anche caratterizzata da una dimensione affettiva: collaborare significa, infatti, stare bene insieme, provare piacere nell'agire collettivamente, costruire legami affettivi, ma tutto questo – e forse questo è il punto inedito – senza produrre chiusure, delimitazioni autoreferenziali. Sia la componente strumentale sia quella affettiva del cooperare sono, infatti, assunte come fattori contagiosi, capaci di generare trasformazioni, negli individui che attraversano direttamente queste esperienze, ma anche nei contesti dove queste esperienze prendono forma.
Forse questo è uno dei segnali di un futuro che non è l'insieme di inafferrabili e magnifiche sorti progressive, ma è qualcosa che si nutre di concretezza, di riscontri, di sperimentazione della possibilità di produrre cambiamenti, di muovere le cose. Sono nuove vie tracciate strada facendo, che ci fanno intravedere nuove modalità di combinare e coniugare passioni e competenza, piacere e impegno, autorealizzazione individuale e costruzioni collettive.

La prefigurazione di un diverso stare al mondo

Decima ipotesi. Cose da fare con i giovani: essere pragmatici facendo ricerca di senso nell'agire.
Per tutte queste ragioni, se vogliamo ancora lavorare con i giovani, non possiamo non essere pragmatici.
Ci stiamo dicendo che non è più il tempo della chiacchiera, del ricamo verbale, della costruzione di significati che si arresta esclusivamente sul plano della parola e che ogni forma di ricerca del senso chiede di essere sempre di píù interpretata in situazione, nei contesti concreti dove si sviluppano azioni trasformative.
Si tratta, allora, di rileggere e ripensare alle condizioni che permettono di trasformare un contesto in spazio sociale, capace di interagire con la città, di farsi riconoscere come risorsa per la comunità locale, costruendo e restituendo, ovvero dando corpo e senso all'esercizio della cittadinanza.
È in gioco la ricerca di nuovi patti tra i soggetti per generare spazio pubblico: prendendo parte, riconoscendo la propria parzialità come domanda di inter-azione, ma anche scegliendo una parte con la quale fare strada insieme. Forse è anche in gioco il desiderio come movimento verso modi differenti di stare nel mondo. Insieme ai giovani si scommette sulla generatività dell'interazione, tra pari e dispari, tra testimonianze e progetti, tra prefigurazioni di futuro e memorie dotate di senso. Senza aggettivi, ma solo con qualche avverbio: qui, ora, altrove e altrimenti.


NOTA

Le «dieci ipotesi» per un quotidiano lavoro con i giovani enunciate in queste pagine costituiscono la base di discussione per un appuntamento della rivista con gli operatori del mondo giovanile a Rovereto (Tn) il 27-28 febbraio 2015, dal titolo «Cose da fare con i giovani. Il futuro è qui, ora». La messa a fuoco delle ipotesi è esito di un confronto tra operatori sul campo e studiosi del mondo giovanile che ha portato alla pubblicazione di tre «inserti» di Animazione Sociale: Dal rispondere ai bisogni al far leva sui desideri (260, 2012, pp. 36-77); Dal simulare la partecipazione al giocarsi nell'intraprendere (271, 2013, pp. 32-77); Dal concreto fare al trasformare fatti e vissuti in esperienze (281, 2014, pp. 34-80). Il lavoro è coordinato da Franco Floris (redazione di Animazione Sociale), Michele Gagliardo (Piano Giovani - Gruppo Abele), Andrea Marchesi (Cooperativa Arti e mestieri sociali), Michele Marmo (Associanimazione e Cooperativa Vedogiovane).
Per informazioni sulla partecipazione alle giornate di Rovereto si veda il sito www.animazionesociale. gruppoabele.org

* Andrea Marchesi, pedagogista, lavora presso la cooperativa Arti&Mestieri Sociali di San Giuliano Milanese (Mi): Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

(FONTE: Animazione sociale n. 286, novembre 2014)

 


NUOVE GENERAZIONI IN RICERCA

DI ALTRE GENERATIVITÀ

Ragionamenti verso il secondo appuntamento: 
«Cose da fare con i giovani» 

a cura di Andrea Marchesi - Michele Marmo - Franco Floris *

 

Iniziamo con queste pagine il cammino verso il secondo appuntamento di «Cose da fare con i giovani» (a Rovereto, nel febbraio prossimo). Collegandoci alle «Dieci ipotesi per lavorare ancora con i giovani» (nr. 286/2014), il passo successivo della ricerca con gli operatori riteniamo sia l'approfondire in termini di metodo l'approccio ai giovani con una operazione intrisa di curiosità e ascolto, ma anche di credito e sostegno alla loro ricerca di futuro. Nella convinzione che stiano nascendo tra i giovani nuove forme sociali, nuovi organismi gruppali e reticolari che si sperimentano su strade inedite, tra successi e insuccessi, per tener fede all'appuntamento con il mondo.

Come rabdomanti alla ricerca di una presenza nascosta, intermittente, carsica, ci disponiamo alla ricerca di tracce di una prefigurazione possibile, di un varco, di una via d'uscita. Cerchiamo segnali di futuro che sappiamo essere spesso nascosti tra le righe del discorso pubblico e delle rappresentazioni dominanti.
Senza aggettivi, questa ricerca si appoggia ad alcuni avverbi, di tempo, di luogo e di modo: qui e ora, altrove e altrimenti. Gli aggettivi non servono – o meglio, servono a cristallizzare le situazioni – mentre gli avverbi sono dinamici, vitali e muovono il discorso all'azione. Cerchiamo, nel presente quotidiano, esperienze che segnalano altre direzioni, il desiderio di prendere un'altra strada rispetto a quella che sembra tracciata o di muovere al cammino quando tutto sembra costringere all'eterna attesa.
Questi segnali di futuro si possono scorgere quando qualcuno inizia a prendersi cura di un luogo per renderlo abitabile, quando si mettono insieme energie e competenze per affrontare un problema comune, quando ci si accinge a un'impresa collaborando con altri per realizzare progetti e prodotti che mobilitano forme di intelligenza collettiva. Si tratta di sintomi di una disseminata generatività che possiamo scorgere ascoltando gli studenti di una scuola mobilitata nel coniugare processi dí apprendimento e di servizio per la comunità locale, osservando le collaborazioni inattese che prendono forma in un FABLAB o ín alcuni
Sono í segni lasciati da chi si appresta a non mancare il proprio appuntamento con il mondo, cercando altri modi di essere nel mondo, attraversando la propria linea d'ombra – e il tempo dell'infinita attesa –per provare a implicarsi, insieme ad altri, a trafficare in ricerca di qualche soluzione per sé, con altri.
Da queste tracce si può ripartire, alle prese con le trame di una storia che, forse, questa volta deve essere ancora del tutto scritta, per tornare sulla strada, nei terrítorí, accanto a chi, tra le nuove generazioni, sta cercando – a suo modo – altre forme per diventare cittadino, soggetto, titolare di forme di generativítà sociale. Si può ripartire per tornare a imparare, rimettendo ín circolo azione e riflessione, ipotizzando che in questo non ci sia semplicemente uno spazio di lavoro professionale, ma un varco di senso per l'operatore sociale che, con la dovuta leggerezza, non ha mai completamente smesso dí fare ricerca.

L'incontro fuori dai luoghi comuni

Le «dieci ipotesi» attorno alle quali convocammo «Cose da fare con i giovani», il convegno nazionale che si è svolto a Rovereto nel 2015, formulavano un'indicazione essenziale: se, come operatori sociali, vogliamo ancora lavorare con i giovani dobbiamo cambiare sguardo. Era un appello a disertare i simulacri, le etichette, le classificazioni con le quali vengono inquadrate le nuove generazioni: smetterla di pensare agli sdraiati, ai fragili e spavaldi, ai Neet e avviarsi a una decolonizzazione del proprio immaginario sui giovani.
Congedare gli stereotipi e le designazioni veniva posta come condizione preliminare per pensare alla possibilità – ancora – di un lavoro sociale con i giovani, suggerendo alcune traiettorie lungo le quali compiere questo cambiamento di approccio, questo mutamento ottico.

Una postura che chiede curiosità
La prima traiettoria indica il passaggio dall'analisi dei bisogni all'ascolto dei desideri. Si tratta dell'invito urgente a congedare ogni pretesa di conoscere la condizione dei giovani e i loro bisogni, per mettersi in una posizione curiosa di ascolto nei confronti di chi è un soggetto in formazione, in ricerca, spesso portatore sano di desideri.
È un mutamento dí posizione per l'operatore sociale, invitato a mettere tra parentesi l'analisi dei bisogni che, troppo spesso, è condizionata dalla risposta standardizzata che orienta la stessa analisi: i ragazzi hanno bisogno di consulenza individuale e quindi abbiamo lo sportello; i ragazzi hanno bisogno di essere accompagnati nel mercato del lavoro e quindi abbiamo Garanzia giovani. Un mutamento di postura che chiede, invece, di accostarsi in modo attento, curioso e non valutante, per intercettare il movimento dei loro desideri che si esprimono proprio in quel margine nel quale «la domanda si strappa dal bisogno».

Una prefigurazione nel presente dei segnali di futuro
La seconda traiettoria suggerisce un passaggio dallo sguardo postumo ancorato al passato a un'attenzione al presente, alla prefigurazione nel presente dei segnali di futuro. In questo passaggio si evidenzia la necessità di congedare schemi interpretativi e criteri di valutazione che sono ancorati a un periodo storico-culturale tramontato, ovvero a quel mito fondativo dell'animazione sociale che risiede nelle pratiche dell'agire politico e sociale degli anni '60 e '70 del Novecento.
È l'invito a smetterla di guardare attraverso uno specchietto retrovisore í processi partecipativi, le forme dí espressività, il modo di vivere e attraversare la gruppalità, il modo di apprendere e produrre conoscenza delle nuove generazioni. È la constatazione che spesso ciò che non vediamo, che non riconosciamo è dato – appunto – da un difetto del nostro sguardo che ci impedisce di scorgere le logiche reticolari, aperte, intermittenti, ibride, poco lineari, inclusive che configurano il crossover lungo il quale si muovono, si esprimono, imparano, agiscono molti giovani.
Senza compiere questo mutamento dí sguardo non saremo mai in grado di seguire le tracce di percorsi che si nutrono di sconfinamenti continui, di accostamenti che ci sembrano improbabili, dí contaminazione impreviste, eleggendo la logica del bricolage ad autentica prospettiva di ricerca. La posta in gioco è la possibilità di alimentare la capacità di prefigurazione di scenari altri, riconoscendo ciò che è già eppure non è ancora pensato, resistendo all'omologazione, al pensiero unico, all'assenza di alternative.

Lo sguardo attento alla presa sulla realtà
La terza traiettoria entra nel merito delle proposte e raccomanda il passaggio dalla fiction alla presa sulla realtà. Si condensano in questo punto tutte le riflessioni sulla necessità di prendere le distanze dalle simulazioni, dalle proposte fittizie, dalle pratiche virtuali che hanno caratterizzato per molto tempo i contesti sociali ed educativi di interazione con i giovani, per disporsi ad allestire proposte orientate a ottenere un impatto sulla realtà, a lasciare un segno, a determinare cambiamenti effettivi e consistenti.
Sí tratta di riconoscere tutta l'insostenibilità delle partiture sociali dí stampo beckettiano che stanno congelando í giovani in una condizione di eterna attesa, di assoluta virtualità, di distanza dal reale, per tornare a scoprire il valore dell'esperienza, del compito, della messa alla prova, della proposta sfidante.
È in questo passaggio che risiede tutto il pragmatismo – cose da fare con i giovani – necessario per accostarsi ai giovani nei termini di un'attivazione capacitante e di un'interazione generatrice, che prendano sul serio la domanda di ricerca dell'appuntamento con il mondo che passa attraverso un corpo a corpo con la realtà.

Le condizioni per inediti sguardi

Dire semplicemente che dobbiamo cambiare sguardo rischia di essere un'ingiunzione paradossale. Non si cambia sguardo semplicemente decidendolo, con un atto di volontà, guardandosi una mattina allo specchio e decidendo che da oggi in poi si assumono nuove lenti per interpretare la realtà. Il nostro immaginario è l'esito di un'accumulazione culturale che si è saldamente sedimentata e che continua a essere nutrita dalle riproduzioni mediatiche e dalla produzione culturale diffusa.
Un cambiamento simile richiede alcune condizioni che possano favorire una rottura degli schemi e la scoperta di nuove fonti, di nuove sorgenti per nutrire il nostro sguardo.
Nell'individuazione di queste condizioni c'è una scelta di metodo importante, che è forse la cifra di tutta questa proposta e che riguarda il rapporto con le esperienze, ovvero la necessità di fare altre esperienze e di disporsi a imparare dalla riflessione, dallo studio, dal lavoro di estrazione metodologica che si può generare pensando l'esperienza.

Lo sconfinamento verso mondi inattesi
La prima condizione che può facilitare il cambiamento di approccio è lo sconfinamento. Si tratta di confrontarsi con altri mondi, altri saperi, altri contesti, lasciando i perimetri dei servizi sociali e delle politiche giovanili, per uscire di casa, disporsi a incontri inattesi, al confronto con altri linguaggi. È l'invito a frequentare altri tavoli, ad accostarsi – per esempio – ai mondi che stanno sperimentando forme di economia collaborativa e condivisa, agli esperimenti dí rigenerazione urbana che nascono dal basso, ma anche alle forme di impegno civile che prendono forma ai margini delle politiche istituzionali.
Accostarsi a un FABLAB dove l'ingegnere in pensione, lo studente universitario e il giovane professionista si confrontano alla ricerca di nuove soluzioni nel campo della fabbricazione digitale di oggetti, così come avvicinarsi ai movimenti che sostengono informalmente l'accoglienza dei richiedenti asilo fuori dalle stazioni e dai punti di transito, oppure entrare in contatto con i promotori di una social street, può farci scoprire un mondo nel quale la presenza giovanile – non esclusivamente giovanile – si muove fuori dai circoli viziosi della fiction. Cí sono giovani che sono tra i sensori e i promotori di processi che prendono forma oltre i nostri perimetri: prenderli sul serio è il primo passo di un riconoscimento che apre alla possibilità di renderli attori delle dinamiche di cambiamento.

La disponibilità alla contaminazione e all'ibridazione
La seconda condizione investe la disponibilità alla contaminazione e all'ibridazione. È un movimento di apertura dei propri spazi, progetti e servizi all'incontro inatteso con altre competenze e risorse che si muovono sul territorio, provando a sperimentare forme di collaborazione attorno a un problema comune. Si tratta di un movimento che non può limitarsi al singolo operatore o gruppo di lavoro, ma che investe anche le organizzazioni alle quali si chiede di curare le connessioni, condividere le risorse, creare i collegamenti tra mondi differenti all'interno della comunità locale, praticando sconfinamenti inediti tra servizi e imprese, tra associazionismo ed istituzioni, tra gruppi e singoli e – ovviamente – tra adulti e giovani.

L'incontro con testimonianze di futuro possibile
La terza condizione è dí ordine culturale e formativo e riguarda la necessità di nutrire il proprio sguardo attraverso la ricerca della bellezza e delle domande di senso, cercando – in questa direzione – alleanza con chi è sintonizzato su questo stesso piano di ricerca, selezionando incontri con testimoni autorevoli del nostro tempo, frequentando proposte culturali, artistiche, spirituali con le quali interagire insieme ai giovani con i quali si intende operare.
Per rendersi conto se il proprio sguardo sta cambiando, grazie agli sconfinamenti, alle contaminazioni, agli incontri, può essere utile interrogare la propria capacità di stupirsi. Lo sguardo cambia se proviamo stupore, se veniamo sorpresi, non necessariamente da grandi imprese e da eventi eclatanti, ma da qualcosa che abbiamo visto muoversi tra i giovani e che, appunto, non corrisponde alle nostre aspettative.
Lo sguardo cambia se proviamo effetti di spaesamento, entrando in contatto anche con i rumori molesti, con le stonature, le provocazioni che provengono dai mondi giovanili. Lo stupore e lo spiazzamento possono rappresentare il segno di un mutamento di prospettiva, consentendo dí congedarci dalle icone mediatiche o dalle etichette scientifiche, per tornare a interagire con le soggettività che prendono forma nelle realtà giovanili

La conferma di una opzione metodologica

Dopo avere riassunto i presupposti e gli obiettivi essenziali che hanno ispirato le «dieci ipotesi per lavorare ancora con i giovani» ci accingiamo a un rilancio verso un secondo appuntamento nazionale che riprenda il filo del discorso, valutandone l'impatto in questi due anni trascorsi così rapidamente.
Ancora una volta confermiamo l'opzione metodologica come cifra di un appuntamento nazionale per operatori, amministratori, cittadini che intendono impegnarsi nel lavoro sociale insieme ai giovani. La scelta di una prospettiva metodologica risulta coerente con il ruolo di una rivista come Animazione Sociale, da sempre impegnata nella promozione di riflessività e nella produzione dí sapere, a partire dal quotidiano agire degli operatori sociali.

L'enucleazione di costellazioni per orientarsi
In questo caso è importante ricordarci che parlare di metodo non significa ridurre tutto a qualche strumento e tecnica, ma il metodo rimane l'opzione di chi si colloca in ricerca, alla ricerca di una via da tracciare strada facendo, consapevole dei limiti, delle assenze di orizzonti e di soluzioni sistemiche, ma ostinato nello stare sulla strada ad imparare, cercando il desiderio che abita nella realtà.
Il metodo è l'obiettivo e – al tempo stesso – la caratterizzazione di questo appuntamento che intende ripartire dalle esperienze – dalla selezione di alcune esperienze – da studiare, analizzare negli aspetti processuali, nelle condizioni, ma anche nella semantica nei significati che vi sí possono scorgere.
È un approccio che potremmo definire micrologico, chinato sulla località e specificità dei contesti e delle storie, alla ricerca di significati più ampi che sono contenuti e contemplati da queste esperienze. C'è una frase attribuita a Goethe, ma che si trova nell'introduzione a un testo di John Berger sullo sguardo che forse riassume meglio di altre parole quanto stiamo dicendo: «Esiste una forma delicata di empirismo che si identifica così intimamente con il suo oggetto da trasformarsi in teoria».
Si riparte, quindi, dalle esperienze entro le quali rintracciare alcuni temi generatori, alcuni nuclei di significato, attorno alle quali si addensano domande e snodi e con le quali è possibile focalizzare alcuni contenuti che ci sembrano interessanti per la nostra prospettiva.
Non è semplice scegliere, tra i tanti possibili, alcuni temi che possano risultare particolarmente in grado di generare una riflessione che dalla particolarità delle esperienze ci possa consegnare spunti e significati più generalizzabíli.
Ne indichiamo tre che sono, in realtà, delle vere e proprie costellazioni tematiche.

Il riconoscimento dei contesti e assetti capacitanti
La prima riguarda due categorie rilevanti nel dibattito antropologico contemporaneo: la capacitazione da una parte e l'aspirazione, la capacità di aspirare dall'altra. Proveremo a chiederci quali possono essere e come possono essere riconosciuti i contesti e gli assetti capacitanti, ovvero in grado di mettere i soggetti nelle condizioni di nutrire la propria capacità di costruire, determinare, prefigurare nel presente un ponte verso il futuro.
Sappiamo, grazie al contributo di Appadurai, che la capacità di aspirare è quella competenza culturale che rintraccia il futuro nel quotidiano, prendendo forma, nella prassi, attraverso la ricerca di soluzioni possibili ai problemi concreti che investono la vita dei soggetti.
Ci interrogheremo allora sulle esperienze, sui luoghi, sulle sperimentazioni locali che alimentano questa capacità di mobilitazione dell'immaginario alla ricerca di spazi di possibilità di fronte a problemi e domande con le quali si stanno confrontando creativamente alcuni settori delle nuove generazioni. Ragioneremo attorno alle condizioni che possono favorire l'allestimento dí contesti dove gli scambi intergenerazionali e le interazioni tra attori differenti siano orientate a promuovere condivisione e mobilitazione di saperi, di intelligenza collettiva, di espressività, per generare capacità diffusa di navigare nel presente.

Le nuove frontiere della collaborazione
La seconda è la costellazione che comprende le nuove frontiere della collaborazione e della condivisone. Proveremo a sfogliare questi termini nelle loro inevitabili ambivalenze, cercando di capire cosa significhi oggi collaborare e condividere e come queste pratiche stiano, per certi aspetti, mettendo in discussione I confini, le appartenenze, le delimitazioni di campo: tra formazione e lavoro, tra gioco e impegno, tra gruppalità e individualità, tra solidarietà e competizione, ad esempio.
Questi sono gli anni della sharing economy, dell'economia circolare e della collaborazione per cui non possiamo pensare che questi paradigmi non coinvolgano la formazione delle soggettività delle nuove generazioni. Ci interessa un confronto critico con questi mondi, per comprenderne le potenzialità e i limiti, senza adesioni ideologiche, ma con la ricerca della giusta vicinanza, per creare le contaminazioni più adeguate.

La connessione con le molteplici forme di generatività
La terza costellazione si addensa attorno alle retoriche della generatività. Proveremo a capire quali contesti e quali modalità esperienziali risultano maggiormente generativi, ovvero capaci di generare cambiamenti, impatti, trasformazioni che investono sia i soggetti che ne sono coinvolti come protagonisti, sia gli ambienti sociali che ne sono attraversati. Anche ín questo caso si tratterà di indagare e sfogliare questo termine per comprendere cosa significhi, oggi, essere generativi socialmente, quale nesso possa esistere tra imprese esistenziali e intraprese sociali, quali siano gli effetti della generatività stessa.
Oggi, la generatività sembra una prospettiva ineluttabile, però appare fondamentale distinguere le pratiche virtuose dalle retoriche della generatività che nascondono tagli dí spesa sociale, dequalificazione dei servizi e sfruttamento del capitale sociale.
Si tratta, ancora una volta, dí un approccio critico, orientato a distinguere gli usi strumentali ed estrattivi da quelli coesi e realmente generativi. Ma ciò che ci interessa maggiormente è indagare il nesso tra le nuove generazioni e le forme altre della generatività contemporanea, dove sembra emergere una combinazione originale tra l'io e il noi, tra la dimensione individuale e gruppale, tra la propria ricerca soggettiva di appuntamento con il mondo e la necessità, insieme ad altri, di lasciare un segno che possa cambiare il senso di ciò che sembra privo dí alternative.

Snodi e dubbi nel cambiamento di sguardo

Non rimuoviamo gli attriti, i punti di tensione e di trazione e le contraddizioni che – in parte – sono il frutto stesso del cambiamento di sguardo che stiamo cercando dí promuovere. Anche in questo caso una selezione necessaria e complicata.

Come stare nei solchi scavati dalle diseguaglianze?
Il primo punto investe la questione della disparità, delle diseguaglianze, dei veri e propri solchi che si stanno aprendo nella società e quindi anche – e forse in forme ancora più accentuate – all'interno dei mondi giovanili. Dare attenzione ai movimenti, alle forme più creative e generative che caratterizzano i mondi giovanili, non può farci dimenticare la diseguale distribuzione delle vulnerabilità che ci caratterizza.
Sappiamo che c'è chi, nativo della società delle crisi e dell'incertezza, si sta muovendo in modo creativo nei flussi, accumulando capitale sociale, legami, contaminazioni, alla ricerca di nuove soluzioni per non perdere il proprio appuntamento con il mondo. Sappiamo anche che in questa crisi che investe tutti i principali sistemi sociali ed educativi aumenta e si dilata la soglia dell'esclusione sociale; così come cí accorgiamo quanto sia diffusa la fragilità emotiva e psicologica che investe, fino a bloccare, le forme dí nascita sociale.
Tra i giovani innovatori e i giovani esclusi, c'è un'ampia fascia di vulnerabilità che caratterizza forse la componente maggioritaria del mondo giovanile, a rispecchiare l'ampia fascia di vulnerabilità che investe il ceto medio impoverito. C'è una domanda di riconoscimento di queste differenze, di questa disparità e dei fattori di rischio, ma soprattutto una domanda che riguarda il come tenere insieme le pratiche più creative e generative con la palude nella quale sembra arrestarsi la maggioranza.

Quale innovazione è spazio di inclusione?
Sí richiama così il secondo punto di attenzione, che riguarda il rapporto tra innovazione e inclusione: come e se diventa possibile innovare le pratiche di inclusione – tornando a interrogare il significato possibile dell'essere inclusi oggi – così come interrogarsi sulla possibilità che nell'innovazione trovi spazio la capacità di inclusione, il coinvolgimento di chi ha meno voce e meno strumenti per accedere a contesti capacitanti. Si tratta di provare a comprendere come non fermare una sana tensione all'innovazione che abbia con sé la capacità e gli strumenti di «garanzia» tali da permettere dí tenere il passo anche a chi è più distante, più lontano, con meno possibilità. Si tratta di interrogarsi attorno a quella polarizzazione di competenze, di capitale sociale, per evitare che involontariamente il nostro agire finisca per alimentare la separazione tra innovatori ed esclusi.

Quale eredità alimenta la prefigurazione?
Infine, proprio la tensione a congedare schemi novecenteschi, ad abbandonare uno sguardo postumo e retrovisivo, a guardare ai segnali del futuro nel presente, ci richiama alla relazione tra eredità e prefigurazione. Una questione di carattere generale, che ovviamente investe le relazioni intergenerazionali, ma che ci vede implicati specificamente come operatori sociali.
Da una parte c'è da interrogarsi sull'eredità del lavoro sociale, dell'animazione, delle esperienze della cooperazione, dei servizi, per capire cosa stiamo lasciando e consegnando, nei passaggi di testimone che stanno avvenendo, ad esempio, con le nuove generazioni di operatori sociali che in modo evidente non trovano più alcun legame di senso con i miti fondativi e con i riferimenti alla fase aurorale pionieristica del lavoro sociale. Dall'altra, la necessità di riflettere sulle prefigurazioni possibili, le sperimentazioni, le nuove frontiere – appunto i pionieri – per comprendere cosa possiamo ancora utilmente mettere a disposizione della nostra storia, del nostro metodo, della nostra stessa esperienza che è stata, almeno per molto tempo, un'esperienza istituente.

Le questioni non rinunciabili per lavorare

Dicevamo che intendiamo partire dalle esperienze, provando a rintracciarvi dei temi generatori, cercando dí utilizzarle per affrontare alcuni nodi e contraddizioni. Ci sono poi alcune focalizzazioni che ci sembrano utili per individuare e selezionare le esperienze attorno alle quali confrontarci, ma anche per rinnovare l'agenda tematica dell'operatore sociale. Sono tagli tematici, ovvero questioni non rinunciabili per lavorare ancora con i giovani, perché sembrano alludere a ciò che è parte del problema e forse anche della soluzione.

Luoghi ad alta intensità di relazioni e di pratiche
In prima istanza troviamo í luoghi che ci sembra stiano tornando a essere una presenza cruciale.
Utilizziamo il termine luoghi al posto di spazi per diverse ragioni: per mettere l'accento sull'intensità relazionale, sui vissuti e sulle pratiche, ma anche per andare oltre la tradizionale associazione tra spazi, aggregazione e socialità. Pensiamo a luoghi che si stanno configurando come eterotopie, allestendo ecosistemi ibridi dove convivono mondi diversi e pratiche differenti: tra gioco e lavoro, tra esperienze formative e loisir, tra sviluppo locale e rigenerazione urbana, tra nuove forme di cittadinanza attiva e nuovi laboratori dell'impresa sociale e comunitaria.
Pensiamo innanzitutto a luoghi circoscritti dove le dimensioni fisiche sostengano la tenuta relazionale: luoghi anche piccoli e decentrati, senza la pretesa di individuare modelli immediatamente riproducibili in tutti i contesti.
Pensiamo a luoghi attorno ai quali prendono forma degli ecosistemi territoriali, articolati attorno a network plurali che vedono la collaborazione tra operatori, organizzazioni, istituzioni, giovani e soggetti profit. Luoghi che siano attraversati da una catena di valore capace di tenere insieme dimensione sociale e sviluppo locale, dove sia possibile stabilire connessioni tra il micro e il macro, tra i processi locali e quelli globali, tra la profonda territorializzazione e una sana interazione con il fuori da sé.

I modi di apprendere e produrre sapere
La seconda focalizzazione riguarda specificamente íl cambiamento che investe il modo di apprendere e di produrre sapere, proprio con particolare riferimento al rapporto tra esperienza e conoscenza.
Anche in questo caso non intendiamo confinarci nelle più tradizionali classificazioni che investono i sistemi formativi: possiamo parlare di scuole che sí aprono al territorio, ma anche dí luoghi di sperimentazione sociale dove si acquisiscono competenze, di un FABLAB che interagisce con la formazione professionale, così come di progettualità che stanno combinando comunicazioni virtuali, scambi sociali e produzione culturale. Ci interessano, ancora una volta, gli sconfinamenti dalle filiere della formazione, dove la ricerca sí nutra dell'agire sociale, dove l'apprendimento nasca dall'incontro tra l'impegno effettivo per la soluzione di un problema e la rielaborazione di questa esperienza, dove le competenze chiave di cittadinanza non restino una dichiarazione, ma diventino un programma capace di mobilitare le risorse di un contesto.

La connotazione politica dell'agire sociale
Una terza focalizzazione coinvolge un aspetto che appare sempre meno presente nelle rappresentazioni sociali dominanti e nel campo di visibilità: l'impegno politico, l'agire sociale.
Pensiamo che questa focalizzazione sia utile per connotare il pragmatismo che caratterizza la proposta: mettiamo al centro il fare, il fare insieme ai giovani, ma proviamo a riconoscere anche quelle situazioni che permettono al fare di trasformarsi in agire pubblico, orientato intenzionalmente a finalità che perseguono la giustizia sociale, la promozione e la tutela dei diritti, il riscatto.
Alludiamo aí movimenti più spontanei e informali, come quelli che si sono determinati al fianco dei migranti richiedenti asilo, così come alla rilevante partecipazione giovanile nelle mobilitazioni sui diritti civili, ma anche alle imprese collettive che contengono una forte componente di impegno, alle molte esperienze di rigenerazione che prendono forma sui beni confiscati alla criminalità organizzata, ai movimenti che si sono innescati in coincidenza con disastri ambientali.
Trova così spazio una questione che sembrava derubricata e formattata, ma che emerge, ancora una volta, con tutto il suo carico di ambivalenza, quando si prende sul serio l'impatto con la realtà: è la questione del conflitto, dell'inserzione critica nei confronti delle condizioni esistenti, dell'espressione di punti di vista che – forse ormai emancipati dalle incombenze ideologiche – si misurano con il merito delle decisioni e delle scelte che investono la responsabilità individuale e collettiva.

I criteri di selezione delle esperienze

Le esperienze saranno cruciali in questo secondo appuntamento a Rovereto. Se í temi generatori, í nodi problematici, le focalizzazioni, orienteranno la ricerca e la selezione delle esperienze, pensiamo che sia utile esplicitare altri criteri più trasversali per la ricerca e l'ingaggio con i testimoni.
• Prima di tutto: non ci interessano la vetrina e la fiera delle buone pratiche. Pensiamo sia utile invitare anche esperienze che sono tramontate, che sono state caratterizzate da insuccessi, da battute d'arresto. Si tratta di dare valore agli errori, ai passaggi critici, per dare sostanza a un approccio di autentica ricerca formativa.
• Ci interessano anche esperienze aurorali, embrionali: chi si sta accingendo a partire per un'intrapresa collettiva e intende condividere i presupposti, gli obiettivi e il metodo di lavoro. Al tempo stesso, pur con la difficoltà di ingaggio, ci interessano esperienze spontanee, informali, non necessariamente riconducibili a reti consolidate.
• Intendiamo convocare sia esperienze che prefigurano un vero e proprio sistema, che investono lo sviluppo locale, mobilitando energie e competenze di un contesto territoriale, sia esperienze micro, esperimenti locali, che non hanno un impatto sistemico, ma attraversano e sollecitano i temi e le domande che ci stiamo ponendo.
• Ci interessa particolarmente coinvolgere esperienze che provengano davvero da altri mondi, ovvero che hanno preso forma al di fuori dei confini tradizionali delle politiche giovanili. Ad esempio, esperienze che provengano dall'economia collaborativa, rigenerazione urbana, movimenti per i diritti civili, esperimenti connessi alla ricerca di stili di vita sostenibili.
• Infine – ma non per importanza – convocando le esperienze e quindi le testimonianze, intendiamo dare parola ai giovani. Questo non significa che queste esperienze debbano essere esclusivamente giovanili, ma ci interessa particolarmente ascoltare la testimonianza di giovani che ne sono protagonisti e che le stanno attraversando. Questo è il passaggio determinante per essere coerenti con le premesse e con l'invito a pensare cose da fare con i giovani.

Lo scarto tra esperienze e quotidiano lavoro

Ripensando al primo appuntamento di Rovereto, al lavoro nei gruppi, torna alla mente lo scarto che è emerso tra le suggestioni provenienti dalle esperienze selezionate e sostenute nelle dieci ipotesi e l'esperienza quotidiana di molti operatori. «Tutto molto interessante, ma cosa posso farmene ío che lavoro con un piccolo gruppo di adolescenti in un centro diurno, oppure io che sono alle prese con la riduzione delle risorse e degli orari di apertura del mio centro di aggregazione giovanile?».

Un necessario sconfinamento tra mondi
Questo scarto probabilmente si presenterà nuovamente, anche in questa edizione. Se pensiamo sia utile sconfinare, incontreremo esperienze che non solo saranno fuori dai perimetri delle politiche giovanili, ma anche dai confini del «sociale». Se pensiamo sia opportuno confrontarci con altri mondi, ascolteremo storie che alluderanno ad altre economie, a esperimenti di rigenerazione urbana, a pratiche di collaborazione e condivisione nel campo dei servizi.
Siamo convinti che questo sia uno scarto utile e determinante. Utile, ancora una volta, per nutrire diversamente il nostro sguardo. Determinante per aprire una prospettiva metodologica che possa farci tornare a casa con idee, spunti progettuali, ma soprattutto appunti di metodo che si possano tradurre nella quotidianità, anche all'interno di ciò che resta del sistema dei servizi per adolescenti e giovani.

La possibilità di lasciare un segno sulla realtà
Uscire dalla fiction significa che io, con il mio piccolo gruppo di adolescenti nel centro diurno, devo pormi la domanda di quali sfide, di quali prove, di quali occasioni per misurarci con la possibilità di lasciare un segno sulla realtà, sto provando a perseguire con loro.
Coltivare la capacità di aspirare significa che io, con il mio gruppo di lavoro, con il mio servizio ridotto ai minimi termini e con i ragazzi che ancora lo frequentano, mi devo porre la domanda attorno alla scelta di percorsi che possano farci aspirare a qualcosa di meglio, a un cambiamento, a un futuro possibile. Riconoscere il valore strategico dell'ibridazione e della contaminazione significa che nel mio Progetto giovani devo iniziare a mappare il territorio con altre lenti, provare a frequentare altri tavoli, cercare connessioni con altri mondi. Sconfinare significa andare oltre i perimetri del mio servizio, della mia sede fisica, della mia rete di riferimento. Magari per chiedere ospitalità all'interno di quegli ecosistemi territoriali che prendono forma al di fuori dei circuiti peculiari del lavoro sociale professionale, oppure per cercare alleanze con chi sta cercando di conciliare innovazione ed inclusione sociale.

Il desiderio di alimentare il loro desiderio
Certo, sappiamo che lo scarto tra la mia quotidianità e le altre esperienze può essere perturbante, può generare fughe difensive o ripiegamenti depressivi. Ma è in questo scarto che, forse, possiamo rintracciare il desiderio inteso come il fattore decisivo per lavorare ancora con i giovani: il desiderio di alimentare il loro desiderio, ovvero la componente educativa di ogni forma di desiderio, ma anche il desiderio di desiderare ancora, come operatori e cittadini. Sempre consapevoli che il desiderio abita nella realtà, nell'esperienza: punto di partenza e dI approdo del ricercare.

NOTA

Riprendiamo il lavoro iniziato a Rovereto nel febbraio 2015 su «Cose da fare con í giovani», in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e con il Comune di Rovereto. Ci ritroveremo nella stessa città il 24-25 febbraio del 2017 con uno slogan: «Nuove generazioni, altre generatività». Abbiamo lavorato a un nuovo documento, dopo le «Dieci ipotesi per lavorare ancora con i giovani» (n. 286, 2014), che volentieri inoltriamo ai lettori. Hanno collaborato: Carlo Andorlini, Nicola Basile, Barbara Di Tommaso, Franco Floris, Michele Gagliardo, Andrea Marchesi, Michele Marmo, Debora Nicoletto, Francesca Paini.

* Andrea Marchesi, pedagogista, lavora alla coop. Arti&mestieri sociali di San Giuliano Milanese: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Michele Marmo è il presidente di AssociAnimazione: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Franco Floris è direttore di Animazione Sociale: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


(FONTE: Animazione sociale n. 307, settembre-ottobre 2016)

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