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Nel pieno canto

dell'allodola

La croce, la risurrezione, le donne

Rosanna Virgili

«Era l’allodola, messaggera dell’alba», dice Romeo, preoccupato, a una Giulietta ancora dolcemente assopita. Un mattino che verrà a interrompere la notte del loro sospeso amore. Forse anche le diacone di Gesù non erano pronte al canto dell’allodola. Avrebbero voluto custodire il tepore di quel Sabato infinito, congiungere il circuito della vita con il sacro torpore della morte, officiata dalle loro stesse mani, nelle carezze rituali dei profumi. Nei loro gesti devoti, le mirofore avrebbero celebrato il silenzio di una resa ubbidiente, carica di dignità, ma docile contro la violenza che quella morte aveva eseguito, senza protesta, senza querela.
Mentre i Dodici, tutti, se n’erano andati, loro sole, le donne, erano rimaste col Maestro.
Egli, che aveva chiamato gli apostoli «perché stessero con lui», si ritrovò, alla fine, con un "corpo" solidale di sorelle. Esse sole non avevano avuto paura di seguirlo nelle periferie dell’odio, del diritto corrotto, della menzogna, della crudeltà, della vergogna, della maledizione in cui era stato gettato. Senza dire una parola avevano salito il monte della Croce, insieme a lui. Le perle delle loro lacrime segnavano quella strada di fango, mescolandosi alle gocce di sangue che cadevano dalla fronte coronata del Messia.
Nella pietas verso il cadavere esse mostravano il segno di una semplice umanità e, allo stesso tempo, di un’altissima tradizione. Adesso la storia era finita. L’ha detto anche papa Francesco: esse si recarono al Sepolcro con la mestizia di «chi va al cimitero», come avevano fatto, fin dalla notte dei tempi, tutte le loro antenate. Nessun suono di nuovo, ma solo il vuoto del dolore e della remissione nell’esito triste di quel Sabato. Non immaginavano certo che l’allodola avrebbe cantato. Urtato il loro rito con un canto di risveglio, con una agitazione fuori dal copione.
Un verso che chiamava alla corsa, alla ricerca, alla disubbidienza. Una spaccatura di fiori, sulla roccia dello scontato. La vita inaspettata è un miracolo scomodo, quasi un disturbo, una bellezza troppo urgente. Un segno di contraddizione che chiede più coraggio di quanto non serva a chi debba sganciare una bomba da una scrivania. No, non c’è cadavere da ungere! Non c’è più tempo per completare il corso delle cose. Non c’è più spazio per i riti.
La vita grida e si deve abbandonare il sepolcro. C’è tutto da inventare fuori da qui, oltre la pietra. C’è da credere, guardare, correre, ricordare, annunciare, liberare le 'buone notizie' per domani. Fu così quella mattina di Pasqua e di Pasquetta che la Chiesa sta ancora festeggiando. Il viaggio ordinario delle donne dovette cambiare il suo programma. Erano venute per restare 'qui' e dovettero andare 'oltre'. Erano a Gerusalemme, ma furono inviate in Galilea. La Vita è Evento e quando si mette in moto travolge, sconvolge, sovverte, rovescia. Nessuno la può fermare.
Che accada la Speranza è l’unica vera rivoluzione. Mentre la morte è prevedibile, la Vita è fantasia, genio, smarginatura. Voce dell’Angelo 'navigatore' del Sogno. Di un primo Amore che le donne non si sono lasciare rubare. Il Lunedì dell’Ottava di Pasqua ho sentito una suora ad Aleppo. «Come mai sei lì?», le ho chiesto. «Son venuta per il Venerdì Santo, per stare con il Dio crocifisso. Ho pianto sulle Sue membra dilaniate nelle membra dei 68 bambini andati in schegge nell’aria della Siria. Perché nella mia voce il loro silenzio si facesse profezia, denuncia, palpito di risurrezione». Mi è tornato in mente un versetto della sapienza ebraica: «Il Signore ha creato le madri, perché Egli non può essere ovunque».
Le madri, appunto, per piangere e soccorrere, ma anche per accogliere e rimettere in grembo l’officina della vita. Pronte ad abbandonare il ministero del dolore per consacrarsi a quello della Gioia. Donne diverse e davvero forti, donne matrici della fede cristiana, mediaticamente per lo più sommerse, forse le vere 'governatrici' del mondo. Donne che sono là dove la vita accade. Donne altre rispetto a una Marine Le Pen che accusa il Papa di «impicciarsi di cose che non lo riguardano », quando parla di poveri immigrati in Europa. Non sa quello che dice. E non conosce il canto dell’allodola che invita a far presto, perché l’aurora, essa sì, non può né aspettare, né tardare. Quella stessa aurora che anche Shakespeare avrebbe voluto all’inizio di un giorno diverso.

(Avvenire - 18 aprile 2017)

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