La certezza giuridica

di Gesù morto in croce

José Tolentino Mendonça

croceges

Su alcuni fatti le cronache romane e quelle ebraiche confermano i Vangeli. La verità della crocifissione porta con sé ineludibili prodromi legali e relative conseguenze

Non è facile capire quello che accadde esattamente. In tutte le ricerche storiche c’è forse un unico punto fermo: la certezza che Gesù morì su una croce. Su questo, abbiamo l’accordo delle fonti non solo cristiane (Lettere di Paolo, Vangeli canonici e apocrifi, altri scritti protocristiani), ma anche del mondo giudaico e delle fonti greco-romane. Tacito (55120 d.C.), l’antico storiografo, parla del supplicium di Gesù, ossia della pena capitale, la croce, a cui si somma la tortura. La stessa cosa dice Luciano di Samosata (120-190 d.C.) quando disprezza i cristiani poiché adorano «un sofista crocifisso». Nella stessa linea vanno le testimonianze di Marco Cornelio, Celso e Flavio Giuseppe tra gli altri. Ora, dato che Gesù morì su una croce, ne possiamo inferire un insieme di informazioni. E in primo luogo si profilano le seguenti: 1) la sua condanna fu sottoscritta dall’autorità romana, visto che essa sola aveva la competenza di comminare la pena capitale della crocifissione; 2) il motivo dell’eliminazione di Gesù ebbe necessariamente, oltre a questioni religiose, una dimensione politica. Nel caso di Gesù, però, la situazione si fa più complessa allorché consideriamo il coinvolgimento delle autorità ebraiche. È questo un aspetto sul quale i quattro Vangeli convergono, differenziandosi solo nei dettagli. Secondo Marco, i soldati che catturarono Gesù erano stati inviati dai sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, che è come dire: il sinedrio.
Matteo nomina solo i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo. Luca chiama in causa direttamente i sommi sacerdoti, le autorità del tempio e gli anziani. Quanto a Giovanni, oltre che dei sommi sacerdoti e dei farisei riferisce di una coorte e di un capo militare. Non sembra invece molto verosimile che i sommi sacerdoti si siano dislocati personalmente per catturare Gesù: l’ordine di cattura sarà certo partito da un sommo sacerdote in esercizio, visto che l’apparato giudiziario romano concedeva all’autorità ebraica la capacità di istruzione di processi giudiziali. E, per altro verso, se un contingente romano avesse eseguito la cattura di Gesù, come san Giovanni racconta, questi sarebbe stato immediatamente condotto da Pilato e non dal sommo sacerdote Caifa. Un fatto, in ogni caso, è certo: Gesù fu messo agli arresti e, curiosamente, nessuno dei discepoli fu preso con lui. Ciò significa che non venne opposta resistenza alla cattura, e che il mandato aveva chiaramente per oggetto la persona di Gesù. C’è da aggiungere ancora un elemento: come collaboratore delle autorità appare uno dei suoi discepoli, Giuda Iscariota, quantunque i suoi motivi rimangano sottaciuti nei Vangeli. Il fatto che la cattura sia avvenuta a mezzanotte può indicare che c’era fretta di risolvere la questione, o che si temeva che, tra i pellegrini a Gerusalemme per quella Pasqua, ci fossero dei simpatizzanti di Gesù pronti a manifestargli il loro sostegno.
Per questo le procedure vengono estremamente accelerate. Il Vangelo di Marco (15,1) narra che il sinedrio, che consegnerà Gesù in manette a Pilato, si riunì di primo mattino. Esso svolse probabilmente un’investigazione preliminare da presentare al processo romano. Pilato, da parte sua, avrebbe potuto far giustiziare Gesù senza alcuna formalità, però si risolse per un processo. È questo un altro punto in cui si registra consenso tra le fonti. Il diritto romano si reggeva su quattro principi: 1) garanzia di un giudizio pubblico; 2) un’accusa fatta sotto riserva; 3) diritto alla difesa, 4) una sentenza risultante da un consilium. Quella mattina in cui s’incontrò con un profeta sotto accusa, Pilato era occupato a giudicare altri casi, come dimostrano il fatto dei due banditi crocifissi con Gesù e l’amnistia concessa a un agitatore di nome Barabba. E come andò a finire, lo sappiamo. Si svolge poi la via crucis. L’itinerario fra il pretorio e il luogo dell’esecuzione attraversa la parte alta della città. La moltitudine si agglomera per veder passare i condannati che portano il patibulum (la trave orizzontale della croce, mentre il palo verticale era già pronto nel sito prescelto). Li accompagna un drappello di soldati, che non scongiurano le manifestazioni di scherno nei confronti di Gesù né le note singolari, ma intensissime, di compassione che spontaneamente si producono lungo il cammino. Una donna viene a pulirgli il volto. Un uomo scelto a casaccio lo aiuta a portare il patibulum. Le donne della città piangono su di lui. E, anche quando non è visibile, a seguirlo per tutto il percorso c’è l’imponderabile sguardo di sua madre. Prima del tramonto, Gesù è giustiziato.

(Avvenire, 14 aprile 2017)

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