"Cristo, da ricco che era,

si è fatto povero per voi"

Lectio su 2Cor 8,9

Enzo Bianchi


Introduzione

Cristo Gesù,
pur essendo in forma di Dio,
non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio,
ma svuotò se stesso assumendo la condizione di schiavo (Fil 2,5-7).

Colui che non conobbe il peccato, Dio lo ha fatto peccato per noi (2Cor 5,21).

Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi (2Cor 8,9).

Questi tre testi paralleli, che costituiscono lo sfondo della nostra meditazione, sono tesi a confessare il grande mistero dell'incarnazione, dell'umanizzazione di Dio in Gesù Cristo: il mistero dell'incarnazione, infatti è sempre mistero della povertà di Dio, di Cristo.

1. Poveri, povertà

"Poveri" e "povertà" sono parole molto frequenti nel nostro linguaggio, sono termini che tentano di significare situazioni e realtà alquanto diverse. Soprattutto nella tradizione cristiana appare necessario operare un discernimento, fare delle distinzioni e cogliere le diverse forme di povertà nelle quali ci imbattiamo quando incontriamo uomini e donne o quando giungiamo a considerare noi stessi.
Prima di leggere la povertà sotto l'ispirazione del Vangelo, è dunque bene fare alcune precisazioni su di essa. Potremmo distinguere diverse formae paupertatis:
una povertà antropologica,
una povertà come condizione materiale,
una povertà spirituale, interiore.

a) Povertà antropologica

La povertà più evidente è certamente quella antropologica, quella precarietà, quella fragilità che ha l'apice nella mortalità inerente alla condizione umana. Nasciamo nella nudità, viviamo nella precarietà, moriamo nella solitudine. La morte, soprattutto, ci incute paura, rende la nostra condizione "alienata" (cf. Eb 2,15), e in questa fragilità soffriamo una mancanza. L'uomo è radicalmente povero, sempre bisognoso innanzitutto dell'altro, degli altri, dell'Altro, costantemente tentato di fuggire questa povertà, di non vederla e di rimuoverla, elaborando strategie per sottrarsi a essa. Perché accumuliamo ricchezza, perché siamo preda della frenesia del consumo, perché siamo tentati dalla vertigine del piacere, perché cerchiamo il potere e il successo? Perché la nostra povertà radicale ci fa soffrire, perché la prospettiva della morte ci pare ingiusta e noi cerchiamo di combatterla, di negarla, di renderla il più possibile inefficace.
Molti testi biblici esprimono con efficacia questa povertà. Eccone solo due esempi:

Ogni uomo è come l'erba
e la sua gloria è come un fiore del campo ...
Secca l'erba, appassisce il fiore,
ma la parola del nostro Dio rimane in eterno (Is 40,6.8).

Fammi conoscere, Signore, la mia fine,
quale sia la misura dei miei giorni,
e saprò come sono fragile (Sal 39,5).

I filosofi non hanno mai smesso di meditare su questa condizione umana di povertà, vulnerabilità, fragilità, precarietà. Tutti gli uomini e le donne conoscono questa povertà umana, anche se la vivono in modi molto diversi, più o meno alienati dalla paura della morte, spinti all'idolatria, dove "l'idolo", che "è un falso antropologico prima che teologico" (Adolphe Gesché), sembra liberare dalla povertà, dalla condizione di mancanza e di bisogno. Questa povertà non è scelta, può essere rimossa e occultata, ma resta la condizione umana fondamentale.

b) Povertà come condizione materiale

La povertà reale, materiale, è quella che può essere misurata sul piano sociale, economico, culturale. Per comprenderla, è molto meglio parlare di poveri, ovvero persone che si trovano in una condizione di indigenza, che mancano di beni necessari (casa, vestito, cibo, salute) e anche di beni essenziali, anche se non "cose", come la libertà, il riconoscimento, la giustizia. Si riconoscono bene i poveri solo quando li si incontra, nella prossimità, nella possibilità dell'incontro dei volti, occhio contro occhio, nell'ascolto dei loro bisogni, nella capacità di sentirsi responsabili nei loro confronti.
I poveri sono sempre segno dell'ingiustizia, dell'oppressione degli uomini su altri uomini, sono generati dalle relazioni interpersonali: qui si misurano giustizia e ingiustizia, fraternità e non riconoscimento del fratello. Sempre i poveri sono vittime di un non riconoscimento da parte di altri. Le forme della povertà materiale sono molte e diversificate, e il rinvenimento del povero è un'operazione non facile nelle nostre società. Questo però senza mai dimenticare che ogni uomo è radicalmente un povero: spetta a noi, solo nella prossimità, ascoltare e leggere la povertà in cui ci imbattiamo incontrando una persona.
Questi poveri reali, nel linguaggio del Nuovo Testamento e nella traduzione greca del testo ebraico della Bibbia, sono designati soprattutto con il termine ptochoí, persone senza mezzi che devono ricorrere all'aiuto degli altri, che sono in una situazione di dipendenza e di marginalità. Sono questi poveri ai quali è rivolta la prima beatitudine dei Gesù nel vangelo secondo Luca: "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio" (Lc 6,20). Sono questi poveri che gridano a Dio nella loro condizione di sofferenza, di privazione, di ingiustizia, di oppressione da parte di altri uomini o di poteri di questo mondo. Pauper rinvia alla condizione di colui che ha poco, che manca di qualcosa. Sono questi poveri di fronte ai quali stanno i ricchi che "hanno": hanno beni, hanno case e campi, hanno denaro, hanno terre, possiedono e hanno il potere...

c) Povertà spirituale, interiore

Ma c'è anche un'altra povertà, rilevata soprattutto dalle Scritture: quella povertà interiorizzata, spirituale, che si nutre di un distacco dai beni, dalle ricchezze, dal potere, dal successo, non per una filosofia cinica o stoica, neppure in parallelo al distacco buddhista, ma come una mancanza che si vive per una grande fede-fiducia nel Signore. In questa povertà interiore, infatti, non si cerca una "serenità", uri "atarassia" per non soffrire, ma si vuole essere colmati dalla presenza del Signore, si vuole avere solo Gesù Cristo come Signore da seguire, da amare, da servire negli altri. È una povertà animata e sostenuta dallo Spirito santo, che con le sue energie permette un abbandono in Dio, una fiducia in lui, un non fidarsi dei beni, del potere, del successo.
Questi poveri sono quelli che Matteo individua come "poveri nello spirito" (Mt 5,3), cioè aventi il soffio, il respiro del povero, poveri anche nel cuore e non solo materialmente; sono gli 'anawim indicati dai profeti come il resto, la porzione fedele al Signore e in sua attesa; nel linguaggio del Nuovo Testamento sono i tapeinoí, i poveri, i piccoli, gli ultimi, gli umili e umiliati. Nel suo cantico Maria magnifica il Signore perché ha guardato proprio a questa sua tapeínosís, "povertà, umiltà" (Lc 1,48).
Dopo queste brevi e certamente insufficienti precisazioni, possiamo ora cercare di capire il legame tra la povertà così intesa e il Vangelo. Infatti, è per Cristo, con Cristo e in Cristo che lo scandalo della povertà può diventare rivelazione e beatitudine.

2. Gesù e la povertà

La povertà – come vedremo in seguito – è un tema cristologico, cioè non è possibile dare un'identità a Gesù di Nazaret senza la povertà. Non a caso l'Apostolo Paolo sintetizza la venuta di Gesù quale Figlio di Dio sulla terra come una discesa dalla ricchezza alla povertà: "Da ricco che era si fece povero per noi" (cf. 2Cor 8,9).
Ma cominciamo a interrogarci sulla povertà nella sua vita, sulla sua condizione sociale, sulla sua posizione economica. Gesù non apparteneva alle classi più povere della società palestinese, non era un misero, un indigente. La famiglia in cui era nato e cresciuto era sostenuta dal padre Giuseppe, un artigiano di villaggio, dunque non era una famiglia di ultimi della società. Non sappiamo nulla di certo sui suoi "anni oscuri", dalla giovinezza fino all'apparizione pubblica quale predicatore itinerante, ma sappiamo che non ha frequentato scuole di rabbini (tutte a pagamento) e che non ha conseguito titoli che potevano dargli un riconoscimento.
Se questo riconoscimento c'era da parte di uomini e donne, era dovuto al suo essere carismatico, alla sua autorevolezza (exousia: Mc 1,22.27) che gli derivava dalla coerenza, non da gradi, titoli o appartenenze conseguite. Se ha vissuto, come dicono i vangeli, quale discepolo del Battista nel deserto, possiamo intuire la povertà ascetica della sua vita, come quella del suo maestro e profeta Giovanni. Possedeva una casa? Difficile dirlo. I vangeli ci parlano di uno "stare in casa" di Gesù, e per devozione si è dedotto che fosse la casa di Pietro a Cafarnao, ma può darsi che fosse la casa della sua compagnia vissuta con i discepoli. La sua vita era itinerante, semplice, sobria, e il suo tenore di vita era determinato dal lavoro della pesca fatto dai discepoli, dall'accoglienza ricevuta in casa di amici e simpatizzanti, da una "cassa comune" (Gv 12,6; 13,29) della comunità nella quale affluivano anche doni (Luca ci riferisce che alcune donne lo aiutavano con i loro beni: cf. Lc 8,2-3) e da inviti a tavola che Gesù non disdegnava presso persone ricche, notabili o pubblicamente peccatrici. E non si dimentichi il suo celibato, da lui definito eunuchia (cf. Mt 19,12, ripresa del termine offensivo usato dai suoi avversari), condizione disprezzata: anche questa è stata per
lui una forma paupertatis.
Insomma, Gesù non era un benestante, tanto meno ricco, ma nella sua vita non ha sofferto la fame o la grave indigenza: una vita di povera gente, semplice ma decorosa... Questa povertà di Gesù si fa evidente nella sua postura di persona che aveva "rotto" con la famiglia, con il clan di provenienza, che in quella società era determinante, non riconoscendo a essa il limite ultimo e invalicabile del proprio sistema di valori. La parentela per lui significava soltanto un legame che non poteva essere l'ultimo riferimento di interesse, né un'appartenenza più forte delle altre: povertà, dunque, come non possibilità di aiuto e di solidarietà familiare.
Resta significativo che, come fu presentato al tempio, dopo quaranta giorni dalla nascita, con l'offerta del povero ("una coppia di tortore o due giovani colombi": Lc 2,24; cf. Lv 12,8), così morì: in un processo ingiusto in cui nessuno lo difese, in cui invece c'erano falsi testimoni pagati da chi aveva denaro e potere, senza che nessuno facesse manifestazioni o rimostranze pubbliche in suo favore. Povertà fino alla solitudine dell'abbandonato, di chi conta poco, di uno schiavo degno dunque della croce.
Questa la forma paupertatis di Gesù di Nazaret, che si innestava sulla sua assunzione della povertà radicale, umana. Lui che come Figlio di Dio "era in condizione divina" di potenza, gloria e onore, anziché tenere stretta e conservare gelosamente questa situazione come un privilegio, la abbandonò per assumere la condizione umana radicalmente povera e alienata, quella della schiavitù. "Svuotò se stesso" (verbo kenóo), dimenticò, mise per così dire tra parentesi quei privilegi, quelle prerogative divine e si fece uomo, scírx, carne mortale e fragile. Non solo si fece uomo nella povertà esistenziale, ma assunse la povertà dello schiavo, alienato, ridotto a res, oppresso e condannato dagli uomini, "fino alla morte e alla morte di croce" (cf. Fil
2,6-8).
In questa esistenza umana Gesù accettò la forma paupertatis materiale, assunse quella umana, esistenziale, e visse nella povertà interiorizzata del credente che spera solo nel Signore, dell"anaw, il curvato dagli uomini su cui regna soltanto Dio. Anche la sua formazione era avvenuta in ambienti caratterizzati da figure come Zaccaria, Elisabetta, i suoi genitori, le comunità a forte tonalità escatologica presso il mar Morto, 'anawim in attesa del giorno del Signore, chiamati non a caso anche ebionim"poveri".
La povertà di Gesù? La definirei quella
di un uomo come noi,
di un povero tra poveri,
di un "Messia al contrario",
che si è manifestato solo come un "servo del Signore", l"ebed JHWH.

In Gesù dobbiamo contemplare
la scelta della kénosis, di diventare sárx (cf. Gv 1,14),
la sua fedeltà alla comunità degli 'anawim,
la sua scelta della povertà di vita e di missione, ben espressa nel racconto delle tentazioni, dove Gesù rifiutò il possesso dei beni e il successo messianico (cf. Mt 4,1-13; Lc 1,13).

Dovremmo tornare molto più spesso al verbo kenóo e al sostantivo derivato kénosis, per cogliere la "situazione" di Cristo Gesù: azione di chi si svuota, si spoglia (heautòn ekénosen: Fil 2,7), perde ciò che ha. Dovremmo anche meditare sul verbo tapeínóo, "abbassarsi, umiliarsi" (etapeínosen heautòn: Fil 2,8), fino a una sottomissione obbediente a Dio (eulábeia: Eb 5,7) e a una piena solidarietà con gli uomini, con noi (cf. Eb 2,17-18; 4,15). Uno svuotarsi e un umiliarsi, quelli di Gesù, per non affermare se stesso – anche se questo è ciò che gli uomini attendevano da lui come Messia –, al prezzo di mettersi in contraddizione con quanti lo seguivano (i Dodici e soprattutto Pietro: cf. Mc 8,33). Servo invece che capo, profeta invece che re, umile invece che imponente!
È su questa povertà di Gesù che si gioca la nostra fede cristiana, è in questa contemplazione che conosciamo la povertà non solo come tema etico, morale, ma altamente cristologico. È la povertà, infatti, la forma incarnationis, la forma ostensionis Christi, la forma in cui Gesù, il Figlio di Dio, ci ha salvati. Paolo dichiarerà questa povertà "parola della croce" (ho lógos ho toû stauroû: 1Cor 1,18), povertà estrema fino alla croce. Quando l'Apostolo proclama: "In mezzo a voi non ho voluto conoscere se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (1Cor 2,2), è come se dicesse: "Ho voluto conoscere solo Gesù Cristo, povero all'estremo".

3. Il messaggio di Gesù per i poveri

Tutti i vangeli contengono testimonianze sull'attenzione di Gesù per i poveri, sul suo discernimento dei poveri quali primi destinatari della buona notizia del Vangelo, ma è soprattutto Luca che ricorda frequentemente parole e azioni di Gesù verso di loro.
Nell'orizzonte della predicazione di Gesù c'è il regno di Dio che viene, cioè l'annuncio che il Signore viene a regnare dentro il cuore di chi ascolta, in e tra (entós: Lc 17,21) coloro che accolgono il giogo del regno di Dio, là dove i credenti rifiutano che altri regnino su di loro ma permettono solo a Dio di regnare, di determinare la loro vita. Se davvero c'è questa ricezione del regnare di Dio, allora i poveri (tapeinoí) sono innalzati, i potenti (dynàstai) sono rovesciati, i ricchi sono rimandati a mani vuote e gli affamati sono ricolmati di beni (cf. Lc 1,52-53). Il già citato Magnificat di Maria canta questa venuta del regno di Dio, che porta ai poveri la gioia messianica e la salvezza tanto attesa.
Già il Battista, nel preparare la via alla venuta del Signore, chiedeva una conversione del cuore e della mente, capace di produrre gesti concreti di condivisione e di giustizia. Alla domanda delle folle: "Che cosa dobbiamo fare?", la risposta era concreta, semplice: "Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto" (Lc 3,10-11). Ecco la necessaria condivisione, in vista di un'equità, di una giustizia che premetta agli uomini di sentirsi veramente solidali e fratelli.
Gesù, l'annunciatore definitivo della venuta del regno di Dio, è stato consacrato dal Padre con l'unzione dello Spirito che è sempre con lui, proprio per portare questa buona notizia ai poveri (euangelísasthai ptochois: Lc 4,18-19; cf. Is 61,12). Questi poveri, poveri di una povertà materiale, sono quelli che si trovano in una condizione più propizia per accogliere il Regno: non vivono bene, aspettano, un'altra situazione, sono in attesa di essere liberati dalla loro condizione, sono sofferenti e non soddisfatti, quindi sono più disposti ad accogliere la predicazione di Gesù. Per questo sono i destinatari primi, i clienti di diritto del Vangelo: come i malati, i sofferenti, i peccatori consapevoli di essere tali. Di conseguenza questi poveri sono anche beati: "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio" (Lc 6,20). La loro situazione sta per finire, secondo la volontà di Dio questa ingiustizia non deve perdurare, ed ecco che Dio interviene per innalzarli dal letame (cf. 1Sam 2,8; Sal 113,7), per dare loro la liberazione.
E se sono poveri non solo materialmente, ma anche nel "soffio", nel cuore (ptochoì tó pneúmati: Mt 5,3), allora sono ancora più beati, perché già sanno leggere la loro situazione come preludio alla salvezza. Gesù dà ai poveri un futuro, dice che la loro indigenza non è giusta e non è l'ultima parola per loro, proclama che proprio loro sono quelli verso i quali va l'attenzione di Dio e la predicazione del Messia. E si badi bene: Gesù non promette ai poveri di diventare ricchi o di giungere a una rivalsa sui ricchi, sulla classe dominante, ma garantisce che la loro sofferenza ha un termine e che per loro è più facile desiderare e accogliere il Signore che viene con il suo Regno di giustizia e di pace.
Di conseguenza ai ricchi Gesù rivolge un "guai": "Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione" (Lc 6,24). Con la venuta del Regno, la situazione dei ricchi sta per essere mutata: saranno spogliati, saranno abbassati, e proprio perché qui hanno vissuto senza accorgersi dei poveri, degli innocenti muti, di ogni Lazzaro che sta alla loro porta, allora saranno privi di salvezza, privi del Regno dove invece ci sono Abramo e gli autentici credenti (cf. Lc 16,19-31). Gesù dice a voce alta ai discepoli: "Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!" (Lc 18,24 e par.). Attaccati alle ricchezze e al loro possesso, non bisognosi degli altri né dell'aiuto di Dio, garantiti dai beni nel loro vivere quotidiano, resi idolatri di Mammona, il denaro in cui si mette fiducia (Mamon, dalla radice verbale aman: cf. Mt 6,24; Lc 16,13), i ricchi non conoscono qui sulla terra la gioia del condividere, e di là non conosceranno la gioia di chi è stato "salvato" del Signore.
Dunque ptochoi e tapeinoí.'anawim sono i destinatari primi della predicazione di Gesù e del suo Regno. Questo annuncio di Gesù comporta però che chi accoglie il Regno e il suo giogo sulle proprie spalle faccia un cammino di conversione, di ritorno a Dio, di conformazione a ciò che Dio vuole, alla sua volontà. E Dio, in vista dell'equità e della giustizia che instaurano la fraternità, vuole la condivisione. Se la vocazione degli uomini è alla comunione, occorre che s'instauri anche la condivisione di ciò che si possiede, dei beni e dei doni che uno ha. Per questo alcuni che seguono Gesù abbandonano i beni, vi rinunciano (cf. Lc 5,1; 18,28); ad altri è richiesto di venderli e di darli ai poveri (cf. Lc 18,22); a Zaccheo è chiesto un segno di mutamento del comportamento, per cui egli dà la metà dei suoi beni ai poveri e restituisce il quadruplo a quanti aveva derubato (cf. Lc 19,8). Gesù chiede cioè che tra i discepoli che lo seguono s'instauri una dinamica di condivisione, perché il Regno e regno di giustizia e di pace, è fraternità dei figli di Dio e dei fratelli di Gesù.
Dice bene Paolo, interpretando questa esigenza: "Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8,9). Per questo occorre realizzare la condivisione: "Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia equità" (ex isótetos: 2Cor 8,13). Uguaglianza, equità nella comunità cristiana sono segni dell'intenzione della fraternità, della ricerca della comunione, e per questo è assolutamente necessaria questa opzione di condivisione di ciò che si possiede, perché i beni sono destinati a tutti, perché non ci dovrebbe essere nessun povero nella comunità del Signore (cf. At 4,34; Dt 15,4), perché "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35). Non c'è dunque demonizzazione dei beni, ma diffidenza verso il loro accumulo, perché i beni schiavizzano, le ricchezze alienano e asserviscono, l'accumulo di ricchezze intontisce spiritualmente e rende duro il cuore (si vedano le figure del ricco che ha accumulato provviste abbondanti nei suoi magazzini e del cosiddetto "ricco epulone": cf. Lc 12,16-21; 16,19-31).
Sigillo di tutta la predicazione di Gesù riguardo ai poveri e ai bisognosi è la sua profezia del giudizio (cf. Mt 25,31-46). Il giudizio alla fine della storia, del mondo, in realtà si consuma nella nostra vita ogni giorno, oggi! Allora ci sarà solo l'epifania di ciò che abbiamo fatto o non fatto nella nostra vita di ogni giorno: conosceremo che aver dato da mangiare a un affamato, vestito un ignudo, visitato un carcerato, avuto cura di malato, accolto uno straniero, è aver fatto ciò che il Signore desidera, perché lui ama noi uomini come se stesso. Ciò che abbiamo fatto o non fatto a un uomo l'abbiamo fatto o non fatto a Cristo. In quel giorno vedremo i volti dei poveri e dei bisognosi nel volto di Cristo che ci chiama al Regno o ci esclude da esso: ma siamo stati noi, qui e ora, nella nostra vita quotidiana, a decidere il nostro destino ultimo, il nostro esito eterno.

Conclusione

Tutto ciò che è scritto e testimoniato dai vangeli su Gesù, sulle sue parole e sulla sua vita, è stato scritto per chi vuole seguire Gesù, per la comunità di Gesù, la chiesa. Discepoli e comunità cristiana sono chiamati a essere cristiani, cioè a conformare la loro vita a quella di Gesù, il loro stile a quello di Gesù.
Per Gesù la povertà è stata un tratto essenziale della sua missione: quello della povertà è dunque un tema cristologico decisivo, e innanzitutto sulla povertà la chiesa gioca la sua fedeltà al Signore. Per questo troviamo nei vangeli parole chiare e abbondanti di Gesù sullo stile del discepolo-inviato-apostolo, stile di povertà, stile che deve mostrare la debolezza dell'evangelizzatore, la gratuità e il disinteresse personale del predicatore, la semplicità e la libertà di chi annuncia la venuta del regno di Dio (cf. Lc 9,1-6 e par.; 10,1-20). Le direttive sulla missione sono proprio quelle che sono state evase, tradite, vorrei dire anche pervertite ipocritamente da noi cristiani, soprattutto da chi aveva la missione di evangelizzare. Solo chi è libero e disinteressato al denaro e ai beni mostra che è Dio a regnare su di lui, mostra di non avere interessi personali nel suo ministero, mostra la gratuità della buona notizia indirizzata a tutti, ma con l'opzione preferenziale per i poveri.
Papa Giovanni per primo nei nostri giorni, durante il concilio, indicò profeticamente alla chiesa che questa era l'ora dei poveri, della chiesa dei poveri, e il concilio ha tentato qua e là di tradurre questa intenzione, riprendendo parole del Vangelo e dei padri della chiesa come determinanti per il nostro oggi. Spetta a noi di non dimenticare questo messaggio e di ricordare che la chiesa nata dalla Pentecoste ha innanzitutto cercato (nella chiesa si cerca e si tenta sempre, non si realizza mai!) di essere assemblea del Signore in cui Dio regna e il suo Regno significa anche condivisione, dinamica di comunione tra i cristiani. La chiesa è sottomessa alla logica della koinonía, e per questo ogni giorno decide di vedere nel povero il Cristo, decide di instaurare la giustizia e l'equità, mette in comune ciò che ha, imparando la forma vera della koinonía dalla celebrazione eucaristica.
La celebrazione dell'eucaristia è davvero il magistero primo e decisivo per la koinonía ecclesiale: in essa c'è anche il mistero della povertà e la presenza dei poveri che il Signore predilige. Non si dimentichino né il messaggio degli Atti degli apostoli né quello dell'Apostolo Paolo: se i cristiani non sanno praticare la condivisione (cf. At 2,42-47; 4,32-35), allora "non riconoscono il corpo del Signore, e così mangiano e bevono la propria condanna" (cf. 1Cor 11,29) e "gettano il disprezzo sulla chiesa di Dio, facendo vergognare il povero" (cf. 1Cor 11,22), proprio mentre praticano il sacramento che dovrebbe ispirare amore, condivisione, giustizia, equità, in vista della vita piena, dello shalom...
A nessuno, neppure alla chiesa, è concesso di essere tranquillo a proposito della povertà, perché – lo ricordo un'ultima volta – si tratta di un tema cristologico prima di essere un tema di etica cristiana. Proprio per questo motivo, mi piace concludere citando un passo della Lumen gentium che purtroppo negli ultimi decenni è stato dimenticato. Si legge in questo testo, posto a conclusione della riflessione sul mistero della chiesa (capitolo 1):

Come Cristo ha compiuto la sua opera redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così anche la Chiesa è chiamata a percorrere la stessa via per comunicare agli uomini la salvezza. Gesù Cristo "essendo nella condizione di Dio... svuotò se stesso, assumendo la condizione di schiavo" (Fil 2,6-7) e per noi "da ricco che era si è fatto povero" (2Cor 8,9): così anche la chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, ma per far conoscere, con il suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione (§ 8).

Ecco l'umiltà come forma costitutiva della chiesa, che la impegna nel suo servizio dei poveri come servizio irrinunciabile della sua missione, a imitazione del suo Signore: "come Cristo ... così la chiesa". Solo una chiesa imita a Cristo, coinvolta nella sua vita umana, che cerca di conformarsi a Cristo, cioè di dare la forma della vita di Cristo a quella della propria vita, è chiesa di Cristo, è la sua sposa: altrimenti non lo è. Senza questa condizione, verrebbe meno la sacra mentalità della chiesa.
La chiesa è chiesa di poveri, dei poveri, dunque povera, prima di essere chiesa per i poveri; e questo in ragione del suo intimo rapporto con Cristo povero e umile.
Per la chiesa, così come per il cristiano, è questione di conformità a "colui che, da ricco che era, si è fatto povero per noi".

(Ritiro spirituale del clero - Casa Diocesana "Card. Salvatore Pappalardo" Baida - 21 marzo 2017 - Palermo)