Tempo e silenzio

Max Picard

stagioni
Permeato di silenzio è il tempo.
I giorni si succedono in pieno silenzio e ogni nuovo giorno sorge impercettibilmente dal precedente, come se un dio lo avesse creato traendolo dalla sua silenziosità.
Silenziosamente si muovono i giorni nell'anno, si muovono nel ritmo del silenzio: rumoroso è il contenuto del giorno, ma il suo avvento è silenzioso.
I giorni sono legati l'uno all'altro non tanto dalla stessa quantità di ore, ma piuttosto dalla medesima dose di silenzio che li sostiene.

Silenziosamente si succedono le stagioni dell'anno.
La primavera non proviene dall'inverno, ma viene dal silenzio, da cui venne anche l'inverno e come questo l'estate e l'autunno.
Una bella mattina di primavera il ciliegio è fiorito: i bianchi fiori non sembrano cresciuti sull'albero, ma piovuti dal cribro del silenzio. Non si è udito nulla, sono scivolati lungo il silenzio e ne divennero bianchi. Gli uccelli cantarono nell'albero, era come se il silenzio avesse scosso da sé le ultime note: come toni beccati di silenzio è il canto degli uccelli.
Improvvisamente anche il verde ricopre gli alberi. Gli alberi stanno verdi l'uno accanto all'altro come se il verde fosse silenziosamente trapassato da un albero all'altro alla stregua della parola che nel discorso passa da un interlocutore all'altro.
Così all'improvviso è venuta la primavera: tutti guardano lontano per scorgere colui che sta scomparendo dopo aver silenziosamente portato la primavera. In primavera glí occhi dell'uomo guardano lontano.
I segni della primavera sono talmente delicati che non hanno dovuto oltrepassare le solide pareti del tempo con grande rumore: sono scivolati impercettibilmente attraverso le fessure del tempo e d'improvviso sono qui.
I bambini sulle piazze sono i primi ad essere passati attraverso quelle fessure; sono apparsi ancora prima dei fiori, lanciando in aria palloni e con le biglie a rotolar per terra.
Sono giunti improvvisamente, come se invece di uscire dalle loro case provenissero proprio dalle fessure, insieme alla primavera. I primi arrivati lanciano altissimi i palloni e gridano ad alta voce, come se volessero mostrare la via ai prossimi segni della primavera.
Ma dietro a tutti gli schiamazzi della primavera resta il silenzio del tempo. È una parete, sulla quale le parole dei bambini rimbalzano, come i palloni sui muri della casa.
I fiori sugli alberi si sono fatti così leggeri come se volessero poggiarsi sul silenzio restando impercettibili anche allo stesso silenzio, per farsi da questo trasportare nella prossima primavera attraverso il ciclo delle stagioni, come uccelli che si posano su una nave per farsi trasportare lontano.

E poi, d'un tratto, ecco l'estate.
È come un'irruzione improvvisa, e l'aria si è arroventata per la violenza del colpo. D'estate le cose stanno intorno a noi come fossero fuoriuscite da un involucro esploso, eppure nessuno udì sopraggiungere l'estate; anche l'estate giunse in silenzio, nel silenzio si ruppe l'involucro che avvolgeva la sua abbondanza; nessuno udì il rumore dello scoppio quando il tempo depositava l'estate, tutto si svolgeva nel silenzio.
Ma adesso che è qui, tutto diventa rumoroso nell'estate: le voci degli animali si fanno più forti, gli uomini gettano in aria le loro parole come fossero palloni, dai giardini e dalle osterie fuoriescono voci quasi che i giardini e le case fossero diventati troppo angusti. È come se il fragore delle cose estive trionfi ora sul silenzio.
Il silenzio è ora nascosto nella foresta. La foresta è una verde galleria che dal chiasso dell'estate conduce al silenzio. E come talvolta in una galleria si scorgono luci, così i caprioli nel bosco appaiono fulminei da-vanti ai nostri occhi come lumi che rischiarano il silenzio. Il silenzio è ora in un nascondiglio, ma ad ogni istante può uscirne e ricoprire tutto: nel meriggio di un caldo giorno d'estate ogni fragore dell'estate è assorbito nel silenzio, a cui ogni cosa appartiene.

A volte è come se l'estate restasse sempre così immobile; pare starsene così saldamente come se non volesse più dipartirsi da questa immobilità e la sua immagine sembra impressa per sempre nell'aria.

Poi però, come dopo un nuovo respiro del silenzio, giunge l'autunno.
Come uccelli che prima di migrare sostano insieme sui fili, così stanno le mele sui rami. Di tanto in tanto, quando una mela cade dall'albero nasce un attimo di quiete: come se il silenzio si fosse proteso per accogliere la mela staccatasi dal ramo.
I colori delle foglie e della frutta diventano più vivaci. Si direbbe che a scalfirle emettano un suono. Gli acini scuri dell'uva sono come le teste di note musicali, sicché nelle scure teste degli acini stanno già condensati i canti che poi intoneranno i bevitori. In autunno ogni cosa sembra avvicinarsi alla parola; nelle pause delle canzoni dei vendemmiatori pure il silenzio sembra intonare le sue note.

In inverno il silenzio diventa visibile: la neve è silenzio, silenzio fattosi visibile.
Lo spazio tra il cielo e la terra è occupato dal silenzio e cielo e terra sono soltanto i bordi di questo niveo silenzio.
I fiocchi di neve si incontrano nell'aria e cadono insieme sulla terra, già avvolta dal candore del silenzio: silenzio che incontra silenzio.
Gli uomini ai bordi delle strade ammutoliscono, le loro parole sono ricoperte dalla neve del silenzio. Dell'uomo resta la figura, quasi fosse una pietra miliare del silenzio; gli uomini rimangono immobili e tra loro circola il silenzio.

Il tempo è dunque accompagnato dal silenzio e da questo anche determinato: la sua assenza di voce deriva dal silenzio che lo abita. Il suono del tempo misurato, il ritmo e la battuta del tempo, viene sopraffatto dal silenzio.
Il tempo si dilata nel silenzio.
Se il silenzio prevale sul tempo quanto basta per dissolverlo, allora il tempo si ferma. Non resta allora nient'altro che silenzio: è il silenzio dell'eternità.
Ma se non vi è più silenzio nel tempo, allora si sente il fruscìo del suo scorrere, che risuona come il meccanismo di un movimento in corso. In tal caso non vi è più alcun tempo, ma solo gli scatti del suo scorrere, a tanto si riduce allora il tempo. Gli uomini e le cose si trovano allora come sospinti dal moto del tempo, vi vengono coinvolti e diventano essi stessi parte del moto, non hanno più alcuna presenza, ma sono sempre altrove in corsa. Gli uomini, le cose e il tempo stanno ora in competizione e sembra esistano solamente in questa gara.

Senza il silenzio che abita il tempo non vi sarebbe né oblio né perdono. Siccome nel silenzio il tempo medesimo trapassa, in esso trapassa anche quanto accade nel tempo e per questo, grazie al silenzio che abita nel tempo, l'uomo è indotto a dimenticare e a perdonare.
Quando il tempo si è dissolto interamente nel silenzio, nell'eternità, non può rimanere che il sommo oblìo e il sommo perdono, poiché l'eternità è permeata dal grande silenzio nel quale ogni evento ricade prima di scomparire.
Certo, lo spirito sovrasta il tempo e il silenzio che abita il tempo, e certo è lo spirito a determinare l'oblio e il perdono. Ma per lo spirito diviene più facile dimenticare e perdonare quando nel tempo incontra il silenzio: il silenzio gli ricorda l'eternità che è sommo silenzio e sommo perdono.

(Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 103-106)