Dio come non-Dio

La filosofia di Meister Eckhart

Wilhelm Weischedel


A lungo si è ritenuto che la filosofia fosse un privilegio per soli uomini. Ma uno di essi, già 650 anni fa, ha contraddetto questa convinzione: Meister Eckhart. Certo anch'egli tiene lezioni in latino davanti agli adepti del clero. Ma l'ordine cui appartiene lo spinge a predicare anche in conventi femminili, e in lingua tedesca. A tal fine utilizza un vocabolario, da lui stesso curato, perché le brave monache prendano confidenza con le sue idee teologiche e filosofiche. Sono molte quelle che lo ringraziano con poesie di toccante semplicità, e una arriva persino a confessare, sul letto di morte, di aver ricevuto da Eckhart degli impulsi straordinari, avendo appreso "cose così alte e inconcepibili" da scuotere la sua ragione e i suoi sensi.
A prescindere da questi episodi puramente personali, abbiamo della vita di Meister Eckhart una conoscenza per lo più sommaria. Dev'essere nato intorno al 1260, come "Eckhart di Hochheim", discendendo da una stirpe cavalleresca. Assai giovane entra nel convento domenicano di Erfurt. Per quel che si può supporre studia poi a Strasburgo e a Colonia. Diventa priore del convento della sua terra d'origine e, alcuni anni dopo, assume un incarico d'insegnamento a Parigi dove, nel 1302, gli viene conferito il titolo di Magister, da cui deriva il nome "Meister Eckhart". Ritornato da Parigi, viene posto a capo di un nuovo ordine della provincia di Sassonia, che si estende dai Paesi Bassi fino alla Lettonia. Nello stesso periodo diventa vicario generale. della Boemia, dove viene incaricato di preparare una riforma degli ordini monastici. Torna nuova-
mente a Parigi e, in seguito, assume la direzione del collegio dell'ordine a Strasburgo, insegnando in ultimo anche all'Università di Colonia. Muore intorno all'anno 1327; non si conosce il luogo della sepoltura. Il suo testamento spirituale è amplissimo e consiste di dotti scritti latini, e di trattati e di prediche in tedesco.
Tutta la vita di Meister Eckhart è segnata dal suo contrasto con la chiesa ufficiale, che da sempre tollera a fatica e vede con sospetto chi cerca una via autonoma di pensiero e non si mantiene nei binari stabiliti dalla tradizione. Questo è il caso di Eckhart, un caso in sé veramente inquietante, poiché vede un eminente esponente dell'ordine domenicano sottoposto a quell'inquisizione in cui i domenicani si erano sempre distinti. Certo, non ci si avvicinò subito al Maestro, ma si perseguitarono dapprima i laici che sotto la sua influenza sostenevano posizioni non dissimili. Non si cercò tanto di convincerli o di istruirli al meglio, ma si scelsero vie molto più spicce, affogandoli o, peggio ancora, mandandoli al rogo. Sotto la pressione dell'arcivescovo di Colonia, che si era lamentato di Eckhart con lo stesso papa, viene allestito un tribunale dell'inquisizione. Eckhart viene inizialmente assolto: l'ordine domenicano entra in campo energicamente in sua difesa, ed egli stesso spiega di non aver mai avuto opinioni eretiche. Dopo la morte di Eckhart, il papa emana però una bolla in cui condanna ventotto sue proposizioni in parte come eretiche, in parte come altamente sospette.
Questo spiega quell'oblio in cui per molto tempo Eckhart è stato mantenuto; ancor oggi il suo significato e la sua opera sono ampiamente sottovalutati: nelle correnti esposizioni di storia della filosofia egli viene trattato in modo veramente ingrato, e questo perché si tende a privilegiare i motivi del razionalismo, senza tener conto che la storia della filosofia è percorsa da una corrente sotterranea, che solo raramente sale in superficie, il misticismo. Eckhart non è certo il primo a seguire questa via: già nel iii secolo d.C. lo aveva fatto Plotino e poi, nel v, Dionigi Areopagita e, nell'vm, Scoto Eriugena. E in seguito echi del suo pensiero si trovano, oltre che nei suoi allievi, anche in Nicola Cusano, Jakob Béihme e Franz von Baader. Ma il misticismo va ben oltre le sue espressioni più esplicite: il pensiero del tardo Fichte, per esempio, o quello di Schelling e di Hegel non sarebbero stati possibili senza quel tipo di riflessione che Eckhart incarna in maniera esemplare.
In che cosa consiste dunque la filosofia mistica? Non si va da nessuna parte se si vede nella mistica soltanto stranezza e oscurità, speculazione incomprensibile e confuso fervore. Così facendo non se ne coglie il carattere peculiare. Bisogna piuttosto riconoscere che la filosofia mistica è una forma di esperienza, nel senso letterale del termine, è un mettersi in viaggio, in cammino; e proprio lungo questo percorso si mostra ciò di cui si fa esperienza. Se si vuole comprendere ciò che Meister Eckhart insegna, bisogna allora osservare il suo cammino d'esperienza, e intenderlo non come un cammino astratto, bensì come un itinerario effettivamente percorso.
Il cammino mistico conduce innanzitutto a negare l'intera realtà mondana; tramite esso l'uomo giunge infatti al "distacco". Questo è un concetto fondamentale di Eckhart: "Quando predico mi curo sempre di parlare del distacco". La via mistica di Eckhart è così in primo luogo un cammino di separazione, un prendere congedo. L'uomo non deve più occuparsi né preoccuparsi di nulla d'esterno. Deve essere "vuoto di ogni creatura", "distaccato da ogni cosa"; deve raggiungere una pura "dimenticanza di tutte le creature".
L'esperienza mistica non implica all'inizio un trascendere estatico, per pochi eletti. Il distacco è piuttosto un compito cui ogni uomo è chiamato e che deve essere perseguito tanto nell'agire interiore quanto nell'esistenza quotidiana. Nel bel mezzo del mondo l'uomo deve affrancarsi dalla schiavitù delle cose: "Presso il fuoco e nella stalla". In questo senso Eckhart può dire: "Un maestro di vita vale più di mille maestri di dottrina".
Chi riesce ad affrancarsi dal mondo guadagna la pura interiorità. L'atteggiamento mistico è "un chiamare a raccolta, un far rimpatriare tutte le forze disperse nelle cose con un'azione interiore", poiché "l'uomo porta ogni verità essenzialmente dentro di sé".
Ma questa via mistica implica un secondo stadio: il distacco da se stessi, l'autorinuncia. L'uomo deve rinunciare alle sue inclinazioni e ai suoi desideri, alla sua stessa volontà, deve distaccarsi da se stesso. Egli deve aver "abbandonato se stesso" e, nel far ciò, aver "ottenuto la completa serenità". Deve aver trovato "l'abbandono", che non è soltanto la quiete dell'anima, ma anche e originariamente un aver abbandonato se stessi. In questa condizione di sereno abbandono, l'uomo sta in una "povertà dello spirito" che "nulla vuole, nulla sa e nulla possiede".
Questa via è però particolarmente pericolosa. Cosa rimane all'uomo, infatti, se deve abbandonare ciò che vuole, sa e possiede? La via mistica, così come l'annuncia Eckhart, non finisce per condurre a un puro annullamento? Eppure, Eckhart pretende che si abbia il coraggio di osare. "L'abbandono vuole essere nulla", "posa su un puro nulla", nel senso che "tocca il nulla così da vicino che tra il totale abbandono e il nulla non può esserci alcuna cosa". E proprio perché l'autentica essenza dell'uomo si realizza nel distacco, Eckhart può dire: "tutto il nostro essere non è nient'altro che un divenir nulla".
Questo non significa però che nell'estrema negazione del mondo e del Sé, l'io vada completamente perduto. Al contrario, proprio la separazione dal mondo e dal Sé offre alla realtà più autentica dell'uomo, "alla parte più interna dell'anima", "al suo fondamento" la possibilità di mostrarsi. Eckhart tenta di descrivere in modi diversi questa ineffabile interiorità umana, chiamandola il "principio dell'anima", la "luce dello spirito", la "ragionevolezza", la "piccola fortezza nell'anima", o anche e preferibilmente, la "piccola scintilla dell'anima". Ma tutte queste denominazioni non riescono a cogliere ciò che intendono: questo infatti è "più innominato di quanti nomi abbia, e più sconosciuto di quanto sia conosciuto".
È in questo punto che il pensiero di Eckhart doveva risultare scandaloso per la chiesa ufficiale. Il problema era se la parte più profonda dell'anima dovesse essere considerata creata o increata; qualora la si concepisse come increata, si finirebbe ad attribuire all'uomo una proprietà che, in senso stretto, deve essere riservata a Dio. Eckhart non è chiaro al riguardo: egli scrive infatti che la piccola scintilla dell'anima sarebbe "creata da Dio", ma di essa parla anche come se fosse "infondata", "increata". Non sorprende quindi che, proprio per questa ambiguità, sia stato oggetto di critiche da parte dei rappresentanti della chiesa.
Applicando alla teologia l'idea della parte più interiore dell'anima, Eckhart afferma che se l'uomo si immerge nella profondità del Sé, trova, nel fondo della sua anima, un rapporto immediato con Dio; "nessuno tocca il fondo dell'anima se non Dio solo". Questa è l'esperienza fondamentale di Eckhart, da cui dipende anche la sua immagine dell'anima. Questa è, nel suo fondamento, di natura divina, nel senso che rivela una parentela con Dio; essa, infatti, reca in sé "un'immagine di natura divina", è cioè lei stessa di natura divina, in quanto "Dio giace nascosto nel profondo dell'anima".
È dunque immergendosi nella sua profondità che l'anima può conoscere originariamente Dio: "la piccola scintilla dell'anima comprende la luce divina". Ma questa conoscenza di Dio può essere attinta solo e unicamente nell'esperienza del distacco. "Toccare la profondità della propria anima significa giungere a Dio". Chi giunge così a un perfetto distacco, giunge "in prossimità del divino", anzi, a una "più forte" unione con Dio: "Dio – scrive Eckhart – penetra nell'anima profondamente". Di fatto questo incontro con la realtà divina giunge a compimento nel pieno fervore non solo dell'uomo ma anche di Dio. Dio è presente "nel profondo dell'anima con tutta la sua divinità".
Eckhart non si stanca di celebrare questa totale unione del profondo dell'anima con Dio: "La vicinanza di Dio e dell'anima non conosce in verità nessuna differenza" tanto che "nessuna unione è più grande". "Qui il profondo di Dio è il mio stesso profondo e il mio profondo è il profondo di Dio"; "Dio e io siamo uno". Ma anche in questo caso la chiesa ufficiale non può non considerare eretiche simili affermazioni.
Alla luce dell'idea dell'unione con Dio anche il nullificarsi dell'io, che si compie nel distacco, rivela il suo autentico significato. Non si tratta, infatti, di un annientamento assoluto, bensì di un tramonto in Dio e con ciò di una rinascita: "L'anima, che è sepolta nel divino, sfuma nel nulla"; "diviene quieta solo e unicamente nell'essenza di Dio". Proprio quando l'unicità dell'io scompare totalmente, può accadere la nascita di Dio nell'anima; allora "Dio padre dà alla luce suo figlio nel profondo dell'anima e nella sua essenza e così si riunisce a lei". L'unione che ha luogo nella nascita di Dio è così perfetta che Eckhart può dire che Dio "dà alla luce me come sé e sé come me e me come sua essenza e natura".
I concetti tradizionali non permettono però di chiarire come ciò possa accadere: l'anima "sente bene che è, ma non sa come e che cosa sia". Resta solo il "non sapere", "il conoscere non conosciuto". Ma "per quanto lo si chiami un non sapere e una inconoscibilità, ha tuttavia in sé più di quanto ogni sapere e ogni conoscere ha al di fuori di sé", poiché questo non sapere è l'autentico e vero sapere di Dio. Scrive Eckhart: "Dal sapere si deve giungere a un non sapere e allora il nostro non sapere è nobilitato e trasfigurato dal sapere sovrannaturale".
La fondamentale esperienza mistica permette il dispiegarsi di quella che nella teologia filosofica di Eckhart può essere definita la "speculazione su Dio". Egli è, innanzitutto, l'Essere, e questa designazione corrisponde in fondo alla tradizione del pensiero cristiano: "A chi chieda, riferendosi a Dio, che cosa o chi Egli sia, si risponde: Egli è l'Essere".
Che Dio sia "l'Essere per eccellenza" significa che Egli è "l'origine di tutte le cose". Ma Eckhart non si limita a questo pensiero, peraltro condiviso da tutta la tradizione cristiana. Dio non è soltanto creatore dell'ente, bensì anche, e questo costituisce un aspetto più problematico, Essere nell'ente: infatti, le cose create non sono nulla di per sé, ma sono soltanto per grazia dell'essere di Dio. Dio è "natura di tutte le nature, è la luce delle luci, è la vita del vivente, è l'essenza di ciò che è, è la parola del parlante". Eckhart osa infine l'audace affermazione, dal tono panteistico e perciò eretico: "tutte le cose sono Dio stesso". Tutta la realtà viene interpretata pertanto come orientata a Dio nella sua totalità: "Tutte le creature sono una parola di Dio. Tutte le creature vorrebbero ripetere Dio in tutte le loro opere. Esse sono tutte chiamate a ritornare là da dove sono scaturite. Tutta la loro vita e la loro essenza è un chiamare e un affrettarsi di nuovo verso ciò da cui sono originate". Questo riguarda in particolar modo l'uomo: "L'essenza di Dío è la mia vita. Se la mia vita è l'essenza di Dio, allora l'essere di Dio dev'essere il mio e l'essenzialità di Dio la mia essenzialità".
Tuttavia Eckhart va qui incontro a una difficoltà. Infatti, se non si vuole semplicemente paragonare Dio alle cose, non si deve comprendere il suo essere nel senso dell'essere delle cose create. Eckhart afferma perciò espressamente, in apparente contrasto con quanto detto sopra, che "a Dio non inerisce l'essere, né Egli è un ente, bensì qualcosa di píù alto dell'ente"; se così non fosse, Dio sarebbe messo sullo stesso piano delle cose. Ma, per come lo intende Eckhart, questo qualcosa di più alto può essere soltanto lo spirituale, la "comprensione" e l'" intellectus" , visto che Dio, nella tradizione cristiana, viene concepito, quanto alla sua essenza, come spirito. Per questo, secondo Eckhart, il vero modo d'essere di Dio è la "comprensione", che è "più alta dell'essere". Il concetto dell'essere viene completamente sussunto, in relazione a Dio, nel concetto del comprendere: "Dio è pura comprensione, e tutto il suo essere è il comprendere stesso".
Ma anche questa determinazione dell'essere di Dio come intelligenza non adempie completamente all'esperienza che l'uomo fa nel distacco. Da questa esperienza cresce piuttosto un pensiero che si fa strada dietro a un Dio concepito come essere e intelligenza. Il pensiero incontra il "fondo della divinità", il "quieto deserto", incontra Dio nella sua "abissale profondità", nel "mare della sua immensa profondità".
Qui il linguaggio viene meno. Eckhart può ancora soltanto mostrare l'"inconoscibilità della divinità nascosta", la "nascosta oscurità dell'eterno nascondimento": "Dio è innominabile, perché di Lui nessuno può dire e comprendere nulla". Il pensiero che vuole cogliere l'estremo deve inoltrarsi al di là del concetto di Dio. Perché Dio è "un'essenza che si libra al di sopra e una nullità che è presente sopra".
Il modo essenziale di conoscere Dio consiste perciò paradossalmente "nel divenire assenti di Dio". "Se tu ami Dio come Egli è, come spirito, come persona, come immagine, tutto svanisce". "Tu lo devi amare come Egli è: un non-Dio, un non-spirito, una non-persona, una non-immagine; ancora di più, come un Uno forte, puro e chiaro, separato da ogni doppiezza, e in questo Uno dobbiamo eternamente sprofondare di nulla in nulla".
Con ciò il distacco è giunto alla sua più estrema difficoltà. Poiché "la cosa più alta e più vicina che l'uomo può abbandonare è abbandonare Dio a causa di Dio".

(La filosofia dalla scala di servizio. I grandi filosofi tra pensiero e vita quotidiana, Raffaello Cortina 1996, pp. 105-112)