La felicità,

un viaggio filosofico

Epilogo

Frédéric Lenoir


Io sono felice e niente ne è la causa.
Christian Bobin [1]

C'era una volta un vecchio seduto all'ingresso della città. Uno straniero si avvicina e gli chiede:
"Non sono mai venuto in questa città. Come sono le persone che vivono qui?"
Il vecchio gli risponde con una domanda. "Come erano le persone nella città da cui vieni?"

"Egoiste e cattive. Del resto è proprio questa la ragione per cui sono partito," dice lo straniero.
Il vecchio riprende:
"Troverai la stessa situazione qui."
Un po' più tardi, un altro straniero si avvicina e chiede al vecchio: "Sono appena arrivato. Dimmi come sono le persone che vivono qui."
Il vecchio gli risponde:
"Dimmi, amico mio, come erano le persone nella città da cui vieni."
"Erano buone e accoglienti. Avevo molti amici. Sono venuto via con fatica."
"Lo stesso troverai qui," risponde il vecchio.

Un mercante che aveva portato i suoi due cammelli a bere sente le due conversazioni. Appena il secondo straniero si allontana, si rivolge al vecchio con tono di rimprovero:
"Come puoi dare due risposte completamente diverse alla stessa domanda?"
"Perché ciascuno porta il suo universo nel suo cuore," risponde il vecchio.

Questo breve racconto sufi esprime benissimo ciò che ci dicono – come abbiamo visto lungo questo libro – tutti i saggi del mondo intero: a conti fatti, la felicità e l'infelicità sono dentro di noi. Un uomo infelice sarà infelice ovunque, un uomo che ha trovato in se stesso la felicità sarà felice ovunque, qualunque sia la situazione in cui si trova. Al pessimismo di Kant, di Schopenhauer e di Freud, che affermano che una felicità completa e duratura è impossibile a causa della natura insaziabile del desiderio umano, i saggi di Oriente e Occidente rispondono che tale felicità è possibile a condizione di non cercare più di adeguare il mondo ai nostri desideri. La saggezza ci insegna a desiderare e amare ciò che è. Ci insegna a "dire sì" alla vita. Una felicità profonda e duratura diventa possibile quando trasformiamo il nostro sguardo sul mondo. Scopriamo allora che felicità e infelicità non dipendono tanto da cause esterne quanto dal nostro "stato d'essere".
Ho iniziato questo libro con una definizione sociologica di felicità: essere felici significa amare la vita che si conduce. Se, al termine di questo percorso, dovessi dare una definizione personale di felicità, direi che è semplicemente "amare la vita". Non solo la vita che si fa qui e ora, e che può riservarci delle soddisfazioni, ma la vita in quanto tale. La vita che domani può dispensarci anche gioie e tristezze, eventi piacevoli o spiacevoli. Essere felici è amare la vita, tutta la vita: con i suoi alti e bassi, i suoi splendori e i suoi momenti bui, i suoi piaceri e le sue pene. È amare tutte le stagioni della vita: l'innocenza dell'infanzia e la fragilità della vecchiaia, i sogni e i tormenti dell'adolescenza, la pienezza e le crepe dell'età matura. È amare la nascita e amare la morte. Attraversare i dolori con pienezza e senza trattenersi, così come gioire con pienezza e senza trattenersi di fronte a tutte le buone occasioni che capitano. È amare i propri cari con cuore aperto. È vivere intensamente ogni istante.
Non confondiamo la sofferenza con l'infelicità. Per quanto paradossale possa sembrare di primo acchito, si può anche soffrire e contemporaneamente essere felici. La sofferenza è ineluttabile, ma non l'infelicità. Si può essere stabilmente felici pur facendo esperienza della sofferenza, la quale, a condizione che sia passeggera, non ci rende necessariamente infelici. La sofferenza è universale, inalterabile. Tutti la sperimentiamo, eppure non siamo tutti infelici. Mentre il piacere non può essere associato a uno stato di sofferenza (fatta eccezione per i masochisti!), si può essere felici pur essendo malati, in una situazione provvisoria di scacco affettivo o professionale. Questo non significa che non si debba fare niente per eliminarla. Al contrario: di fronte alla sofferenza bisogna evitare ogni fatalismo e cercare il più possibile di sopprimerne la causa. Ma se non ci si può fare niente, se si resta impotenti di fronte a una malattia, a una prova della vita, a un'ingiustizia, si può comunque agire interiormente perché tutto ciò non alteri la nostra serenità.
L'importante è non essere mai schiacciati dal dolore, e non lasciarsi incupire dall'infelicità. L'infelicità deriva dalla percezione che abbiamo della sofferenza: uno stesso dolore può renderci infelici o meno. Il sentimento di infelicità è un prodotto dello spirito. I molti individui che possono essere afflitti dallo stesso dolore non saranno mai tutti necessariamente infelici, e anche quelli che lo saranno, lo saranno in misura diversa.
Lo spirito può dare senso alla sofferenza, trasmutarla, inserirla in un più vasto insieme di percezioni. Una donna può allo stesso tempo soffrire fisicamente dei dolori del parto e sentire la pienezza della felicità al pensiero che sta mettendo al mondo il suo bambino: integra il suo dolore fisico in una prospettiva più ampia, quella della venuta al mondo di suo figlio. In modo molto più radicale, i martiri cristiani dell'Antichità si consegnavano gioiosamente al loro supplizio, convinti che gli sarebbe valso una felicità eterna presso un Dio che amavano più di qualsiasi altra cosa.
Il sentimento di felicità o di infelicità proviene, insomma, dallo spirito. Per coloro che non l'hanno ancora sperimentato, questa affermazione è ancora più convincente per il fatto che deriva non solo da professionisti o da lontani saggi dell'Antichità, ma da persone comuni, a noi contemporanee, che lo dicono a partire da una situazione concreta e vissuta. Consiglio qui l'opera del mio amico Alexandre Jollien, che ha trascorso diciassette anni in un istituto specializzato per malati affetti da un grave handicap fisico alla nascita e che testimonia, nei suoi libri, la sua gioia malgrado i momenti di grande sofferenza e di incertezza che ha attraversato. Fra le numerose testimonianze sconvolgenti, vorrei anche citare quella di una giovane donna ebrea olandese, deportata e morta ad Auschwitz nel 1943, all'età di ventinove anni: Etty Hillesum. Nei diari scritti due anni prima del suo arresto, quando sa che avrebbe avuto poche possibilità di sfuggire alla deportazione, scrive: "Quando si ha una vita interiore, poco importa, senza dubbio, da quale parte del campo ci si trova [...]. Ho già subito mille morti in mille campi di concentramento. Tutto mi è noto. Nessuna nuova informazione mi angoscia più. In un modo o in un altro, so già tutto. Eppure, trovo questa vita bella e ricca di senso. Ad ogni istante [...]. Il grande ostacolo è sempre la rappresentazione, non la realtà" (Hillesum, Diario 1941-1943). Qualche settimana prima di essere deportata, si trova nel campo di transito di Westerbork, da cui invia ai suoi amici delle lettere che raccontano le condizioni di vita terribili del campo. Nonostante tutto, l'amore per la vita non l'ha lasciata. "Ci sono poche grandi cose che importano nella vita, bisogna tenere lo sguardo fisso su di esse e lasciar perdere senza timore tutto il resto. E queste poche grandi cose le ritroviamo ovunque. Bisogna imparare a riscoprirle senza sosta in sé per rinnovarsene. E malgrado tutto, si torna sempre alla stessa constatazione: per essenza, la vita è buona. [...] I campi dell'anima e dello spirito sono così vasti, così infiniti, che questa piccola quota di sconforto e di sofferenze fisiche non ha più alcuna importanza; io non ho l'impressione di essere stata privata della mia libertà e in fondo, nessuno può davvero farmi male" (ibid., Lettere di Westerbork, 26 e 29 giugno 1943).

Queste parole ci fanno pensare alla "cittadella interiore" dei saggi stoici e alla libertà ultima di cui parla Spinoza, che non ha niente a che vedere con la libertà di scelta, di movimento o di espressione – Etty Hillesum non godeva più di nessuna di queste forme di libertà – ma che è la manifestazione di una gioia interiore che niente e nessuno può sottrarci.
Seguendo Freud, Pascal Bruckner afferma che la saggezza è d'ora in poi impossibile: "Non c'è in noi, e non ci sarà più probabilmente, saggezza di fronte alla sofferenza, come avevano un tempo gli antichi, come propongono ancora i buddhisti, per la semplice ragione che la saggezza suppone un equilibrio fra l'individuo e il mondo e che questo equilibrio è spezzato da molto tempo, almeno dall'inizio della rivoluzione industriale." [2] Etty Hillesum e Alexandre Jollien, fra gli altri, offrono una sonora smentita a questa asserzione. Poiché possiede uno spirito, l'essere umano può – e potrà sempre, quali che siano gli sconvolgimenti del mondo – accedere alla saggezza. Non potrà sempre cambiare il mondo, ma potrà sempre cambiare il modo di percepirlo e trarre un'inalterabile gioia in questo lavoro di trasformazione interiore.
Una volta ancora, non si decide di essere felici, e talvolta la felicità arriva senza che uno la cerchi. Ma può anche essere il frutto di un'attenzione quotidiana, di una vigilanza, di un lavoro interiore. Ciò che i filosofi greci chiamano askesis ("ascesi") è in senso etimologico un "esercizio", un allenamento dello spirito. Così, seguendo i saggi greci, quelli buddhisti o Spinoza, si può cercare di liberarsi dalla schiavitù dei nostri affetti attraverso un paziente lavoro su di sé. Si può anche, sulla scia di Chuang-tzu o Montaigne, cercare di vivere in modo giusto, con flessibilità e distacco, per gustare la gioia di essere, senza necessariamente perseguire quest'ultima saggezza. Tutta l'etica messa in opera per raggiungere la felicità suprema o per vivere meglio ha senso solo perché la felicità e la vita sono desiderabili. Come scrive Robert Misrahi, "l'etica è l'impresa filosofica di ricostruzione della vita nella prospettiva della gioia". [3] Aggiungo che siamo tutti chiamati a filosofare, vale a dire a pensare meglio e a vivere più vicini ai nostri pensieri.
Si può considerare la gioia in due modi: come un'emozione intensa – gioia di ottenere il diploma di maturità, di vedere vincere la propria squadra di calcio, di ritrovare una persona cara ecc. — o come un sentimento permanente in cui è immerso il nostro essere più profondo. Questa gioia non è una semplice emozione passeggera, è la nostra verità essenziale. Noi la proviamo quando ci troviamo in armonia con noi stessi, gli altri e l'universo. Essa risulta dall'irradiamento della felicità e dell'amore, ed è per questo che la confondiamo spesso con la felicità o l'amore: gioia di vivere, sentimento di gratitudine, sentimento di armonia in noi e fra il mondo e noi. Non è un'acquisizione, come se qualcosa di esterno venisse a innestarsi in noi. È il frutto di uno svelamento: preesiste in noi, e sta a noi farla emergere. Si tratta quindi di fare un lavoro di sgombero: togliere gli ostacoli che ostruiscono l'accesso a questa pace e a questa libertà indistruttibili che sono in noi.
L'esercizio dello spirito consiste perciò nell'eliminare tutto ciò che dentro di noi rappresenta un ostacolo alla gioia di vivere. Noi invece procediamo esattamente all'inverso: cerchiamo di essere più felici eliminando gli ostacoli esterni. Ci impegniamo nell'aumentare il nostro comfort materiale, nel migliorare sul piano professionale, nell'essere più stimati dai nostri cari, nell'essere circondati da persone che ci dispensano piaceri. Concentriamo tutti i nostri sforzi sull'esterno e trascuriamo il lavoro interiore: la conoscenza di sé, il controllo delle pulsioni, l'eliminazione delle emozioni perturbatrici o delle rappresentazioni mentali erronee. Ora, pur senza trascurare gli sforzi verso l'esterno, il lavoro interiore è indispensabile per colui che aspira a una felicità più stabile e profonda, a vivere meglio. La conoscenza filosofica, intesa come esercizio spirituale, permette la liberazione della gioia sepolta nel cuore di ognuno. Come il sole che non smette di brillare al di sopra delle nuvole, così l'amore, la gioia, la pace sono sempre in fondo a noi. La parola greca eudaimon ("felice") lo dice in modo semplice: eu ("bene", "in accordo") daimon ("genio", "divinità"); essere felici, per i greci, significa anzitutto essere in accordo con il nostro genio buono o con la parte di divinità che è in noi. Direi: vibrare col nostro essere più profondo.


NOTE

1 Intervista, in Le monde des religions, novembre-dicembre 2013.
2 Bruckner, L'Euphorie perpétuelle. Essai sur le devoir du bonhoeur, Paris, Grasset, 2000, p. 255
3 Misrahi, Le Bonheur. Essai sur la joie, Nantes, Cécile Defaut, 2011, cit., p. 56.

(Bompiani 2014/15, pp. 311-324)