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«Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori»? (Mc 2,16)


Cesare Bissoli

(NPG 00-04-58)

 

* Preghiera

«Signore, oggi il cristiano si trova ad affrontare più di ieri una esperienza non facile. Come trattare, per dirla con i Vangeli, ‘i pubblicani e i peccatori’, ossia quelli che stanno, o paiono stare, ai margini della morale comune? Se andiamo con loro, ci denunciano, ma ancora prima avvertiamo nella nostra coscienza di diventare collaboratori del male, gente di malaffare. Se ne stiamo lontano rischiamo di fare ghetto, di formare il gruppo dei benpensanti… È possibile frequentare persone di dubbia fama, senza condividerne le opere? Come riuscire a testimoniare il vangelo in frontiera senza perdere l’anima? Chi è, Signore, il ‘peccatore’ ai tuoi occhi? Vi è una salvezza per i cosiddetti lontani? In questo clima di pluralismo e omogeneizzazione, come può un giovane che ha fatto una scelta cristiana mantenere la sua identità senza farne un tesoro geloso, ma traducendola in dialogo con quanti vivono in un’altra sponda? Sono domande, Signore, con cui apriamo il nostro incontro con te, lasciandoci illuminare dalla tua parola».

 

 

PRIMO MOMENTO:

LA LETTURA DEL TESTO

 

 

* Dopo la preghiera di apertura viene fatta la lettura ad alta voce di Mc 2,13-17, cui segue la traccia di spiegazione.

 

1. Uno sguardo di insieme

* Il brano una di quelle dispute o conflitti che Gesù ebbe con i farisei nella sua missione in Galilea. Marco ne ha raccolte insieme cinque e formano il cosiddetto «libretto delle controversie galilaiche» (2,1-3,6). Un altro « libretto delle controversie a Gerusalemme» è stato collocato verso la parte finale del suo Vangelo (cc. 11-12). Da ciò spicca subito un dato: Gesù non ebbe una missione facile, fu contestato vivacemente e sappiamo che fine gli hanno fatto fare. Il Regno di Dio – lo disse lui – cresce come un piccolissimo chicco in un terreno per tre quarti negativo (cf Mc 4,1-9), dove la zizzania si infiltra. Fuori di metafora, dobbiamo riconoscere un tratto costitutivo della fede cristiana: essa si fa in situazioni di contrasto, che però non hanno mai l’ultima parola. In ogni disputa Gesù riesce vittorioso, non con la tracotanza della minaccia, ma con la trasparenza della logica della fede che egli abilmente sa dimostrare.

 

* Le cinque dispute riguardano la condotta di Gesù in determinati fatti di vita dove egli si trova, e sempre con i discepoli.

Gesù affronta in un certo modo la realtà, gli avversari gli fanno obiezione, Gesù controbatte vigorosamente con un «detto», una massima che riguarda la sua persona e i suoi discepoli. In tal modo, con l’efficacia che proviene da un dibattito dialettico, veniamo a conoscere più incisivamente tratti essenziali dell’io di Gesù (quale coscienza aveva di sé) e della identità del discepolo (quale coscienza richiede a noi).

 

2. La dinamica della vicenda

* Il racconto comprende una introduzione che fa da sfondo (Gesù è in piena azione missionaria) e tre parti:

– L’incontro e la chiamata di Levi, un pubblicano o esattore di tasse (v.13-14). Secondo la tradizione sarebbe Matteo (cf Mt 11,9). Ha la forma di racconto di vocazione (cf Mc 1,16-20).

Un banchetto (v. 15). «In casa sua»: di chi? Tradizionalmente si pensa nella casa di Levi, nella linea dell’esperienza di Zaccheo (cf Lc 19,1-10). Ma può essere anche la casa di Gesù (e dunque di Pietro, dove Gesù alloggiava). In ogni caso vi sono con lui «pubblicani e peccatori».

– Un confronto dialettico tra scribi e Gesù (vv. 16-17): «Mangia con i peccatori»; «Sono venuto per chiamare i peccatori».

 

* Si vorrà notare l’intreccio del racconto a triplice cerchio concentrico:

– primo cerchio esterno: il fatto, ossia questa comunione di vita di Gesù con un tipo di persone considerate «impure» dai capi religiosi;

– secondo cerchio: l’obiezione a Gesù: mangia con i peccatori;

– terzo cerchio: la risposta perentoria di Gesù: egli è venuto per i peccatori come il medico lo è per i malati.

In questo modo assume rilievo centrale il detto finale di Gesù (v.17).

Esso è il messaggio. Ad esso si dovrà la maggiore attenzione.

 

3. I personaggi

Li possiamo radunare in cinque categorie: la folla, i discepoli, Levi con pubblicani e peccatori, gli scribi dei farisei, Gesù.

I primi tre sono agenti passivi, l’oggetto della disputa; scribi e Gesù sono gli agenti protagonisti in posizione contrapposta.

 

La folla

Rimane sulla soglia. L’episodio avviene in «casa». Ma «quanto succede di nascosto – avverte Gesù – verrà detto sui tetti» (Mt 10,27), sarà oggetto di insegnamento pubblico.

È tra la folla che vivono i peccatori. È sulla folla che Gesù «si commuove come pecore senza pastore» (Mc 6,34). E per la gente che Gesù fa il «medico» di tante malattie (cf Mc 7,3-12).

 

I discepoli

Essi sono coinvolti in due ruoli contrapposti di relazione con Gesù:

– relazione a favore: sono con Gesù alla tavola dei peccatori (v. 15);

– relazione contro: sono tirati in ballo dagli scribi per dissociarli e contrapporli a Gesù. Sono loro infatti i destinatari dell’obiezione degli avversari. È chiara la mossa: staccare da Gesù i suoi. Sarà compito di Gesù con il detto finale far capire la verità della sua posizione.

Da allora in poi i discepoli continueranno ad essere intermediari per capire il Maestro, ma in termini positivi, e lo saranno perciò anche loro nel travaglio dell’opposizione. «Il discepolo non è più del maestro. Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Mt 10,21).

 

Levi, i pubblicani e i peccatori

* Levi (= Matteo?) è un pubblicano, esattore di imposte a Cafarnao, dogana assai importante in quanto nodo commerciale nella strada per Damasco. Svolgeva il servizio sotto Erode Antipa (l’Erode della passione di Gesù), ed ultimamente a favore degli esosi dominatori romani. Come sotto diciamo, la professione non era bene apprezzata per l’oggettiva esposizione all’ingiustizia.

* I «pubblicani e peccatori» diventano qui una formula unica per indicare – aggiungendo le prostitute (cf Mt 21,31) – quanti sono fuori della legge di Dio e dunque del Regno. Sono coloro che conducono una vita immorale come truffatori, ladri, adulteri, ma anche quanti avevano un mestiere che poteva portare a trasgressione morale, e anche semplicemente rituale a riguardo della pulizia del corpo e di tantissimi altri precetti di purità o mondezza (cf Mc 7,12). Tali erano pastori (furono i primi testimoni del Natale! Lc 2,1 ss), asinai, venditori ambulanti, conciatori e questi «telones», esattori di imposta. A sentire Zaccheo, molti erano frodatori e ladri (cf Lc 19,8)

* Però qui non si accenna ad una posizione scorretta di Levi. Non perché non ci potesse essere, ma perché a Gesù importava ciò che poteva venire dopo la colpa. Egli vede e vuole Levi come discepolo. «Seguimi». E Levi subito «lo seguì». È il classico schema di vocazione, che Marco ha proposto come paradigma all’inizio del vangelo, nella chiamata dei primi discepoli (1,4-16), e che ora si attua in misura brillante, allora abbandonando le reti, ora i denari.

Nessuna persona, per quanto esposta a situazioni pericolose di vita ed anzi compromessa nel male, può essere esclusa dalla chiamata del Regno, quindi dall’essere discepolo di Cristo (si noterà che «molti peccatori seguivano Gesù», v. 15).

È su una questione teologica, e non di galateo, che si gioca il confronto di Gesù con gli avversari.

 

Gli scribi della setta dei farisei

* Gli scribi erano gli uomini di cultura del tempo, studiosi ed interpreti della legge. Appartenevano al gruppo religioso dei farisei, caratterizzato da una osservanza della legge fino al dettaglio. Godevano di enorme prestigio presso il popolo.

Chiaramente non potevano accettare, secondo la loro tradizione religiosa, questa frequentazione di Gesù, un Rabbi come loro!, con i «peccatori», così da loro stessi esplicitamente classificati, tanto più nell’intimità di un banchetto! Ne facevano una questione di principio, per cui Gesù veniva giudicato come ebreo non osservante. La questione è seria. Perciò l’intervento di Gesù suona ancora più significativo, un vero atto di solenne  magistero.

* Vedremo questi avversari lungo tutto l’arco della missione di Gesù, in particolare nelle dispute. Si noterà che essi non entrano dentro la casa, non si vogliono contaminare; ed ancora non osano attaccare direttamente Cristo (lo faranno nelle dispute successive), ma si rivolgono ai discepoli, quasi a denunciare la loro cattiva scelta di aver «seguito» Gesù; non finiscono con l’assomigliare in tutto a «pubblicani e peccatori», a quel discutibile personaggio di Levi?

Insomma assistiamo ad un attacco vero e proprio contro questo giovane e scandaloso Rabbi, e al suo modo di intendere il discepolato.

 

Gesù

* Da tutte le dispute appare come il «signore della parola», colui che sovranamente decide per un suo intrinseco potere, senza chiedere alle «autorità competenti» o agli intellettuali del tempo. Il racconto parte con una scelta sovrana ad un pubblicano: «Seguimi», e termina con una motivazione di principio che sgorga dalla sua identità ed autorità: «Sono venuto (= mandato dal Padre) per chiamare i peccatori».

* Non significa oscurare la verità di chi vive nel male, ma di vederlo dal punto di vista di Dio, come uno chiamato dalla misericordia a partecipare al Regno e dunque a «convertirsi e credere nel Vangelo» (cf Mc 1,15). «Seguire Gesù» significa fare un cammino con lui per tutta la sua vita, accettandone le implicanze di croce (cf Mc 8,34). Quindi la chiamata dei peccatori entra nella logica della chiamata del Regno con le esigenze di dono e di compito. Non è una rapida assoluzione, ma l’impostazione di un serio percorso.

* Certamente la tensione del racconto mette in chiaro una predilezione di Cristo per i peccatori, non come scelta di classe, ma semmai come scelta di chi è più in pericolo, ed ha maggiormente bisogno del Regno. Per questo lo vediamo continuamente alla loro ricerca e vivere in mezzo a loro, come già nel Battesimo (cf Mc 1,4-5.9). «I malati hanno bisogno del medico». Vi è forse una sottile ironia nelle parole di Gesù: chi è abbastanza sano e giusto da non aver bisogno di essere convocato dal «medico» Cristo? Gli stessi scribi criticando Cristo si mettono dalla parte dei peccatori, e dunque anche per essi Gesù è venuto, annunciando la misericordia del Padre. Infatti li frequenta ed ha amici tra loro (cf Lc 7,36;14,1s; Mc 12,28.34; 15,42). Purtroppo rifiutano, perché sono «ciechi e guide di ciechi» (cf Mt 15,14).

* Ma più che le parole in certo modo colpisce il gesto. Egli «mangia con loro», fa comunione con loro, secondo la forte risonanza di tale atto nel mondo antico. Se si accetta poi come plausibile che sia lo stesso Gesù ad invitare a «casa sua» Levi e i suoi amici, la comunione si fa di pane e di tetto, dunque di anima, diventando gesto di un «medico totale».

Si sa che questa era prassi di Cristo, tanto da essere chiamato «mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Mt 11,19).

 

4. Il messaggio

* Gesù è venuto a fare il medico dell’uomo, a curarlo nella sua malattia, di corpo e di anima, annunciando a lui il Regno di Dio. Egli si definisce «venuto», quindi mandato da Dio per questo. Fuori di questo atteggiamento di «salute-salvezza» a nome di Dio, verso l’uomo peccatore, Gesù è svalutato, svenduto, deformato, tradito.

* Il suo servizio non si lascia bloccare da valutazioni che ostacolino la sua missione di misericordia per l’uomo, fosse anche la grande «legge di Dio», sia perché Dio intende essere quello che Gesù rappresenta (la sua legge definitiva è quella dell’amore), sia perché le autorità che interpretano la legge la restringono su cose esteriori e secondarie, contro cui Gesù si batterà fino alla fine (cf queste dispute galilaiche e Mc 7,1-23). Ciò appare con chiarezza nel racconto di Matteo, che tra il detto sul medico e la chiamata dei peccatori (Mc 2,17) introduce il luminoso criterio: «Andate dunque e imparate che cosa significhi ‘misericordia io voglio e non sacrificio’» (Mt 9,13).

 

* La missione di medico Gesù la compie «chiamando a seguirlo»: vocazione generosa e sequela incondizionata a Gesù garantiscono la «guarigione» di Gesù. Da questo punto di vista le tante guarigioni di Gesù sono più di un atto di bontà, diventano sacramento del Cristo medico, che guarisce tutto l’uomo.

 

* Gesù non discrimina nessuno. Si sentano incoraggiati i peccatori, perché Dio stesso li va a cercare per primi. I giusti non ne sono esclusi, se accettando di aver bisogno di Cristo, non si autoescludono come il fariseo del Vangelo (cf Lc 18,9-14), e purtroppo come questi scribi della disputa.

 

* Riecheggia nel testo il cammino non facile della prima comunità cristiana spinta dallo Spirito verso i non giudei, i pagani, gli «impuri» per eccellenza, in mezzo a tante opposizioni dei giudaizzanti (si veda in Atti). Il detto evangelico di Gesù e la sua prassi diventano una luminosa e ineliminabile direttrice missionaria.

 

* Infine si ricordi la sostanza di vita che sta dentro il racconto. Gesù non fa sconti.

Non fa sconti sulla misericordia del Padre universale che egli interpreta senza frontiere; ma non fa sconti nemmeno sulla responsabilità del chiamato, racchiusa in quell’imperativo senza indugio «seguimi», e da quella risposta senza tentennamenti «lo seguì». La pregnanza del termine (sequela) basta a dire la radicalità del dono e del compito.

 

* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

 

 

SECONDO MOMENTO:

IL RIFERIMENTO ALLA VITA

 

È un episodio della vita di Gesù, non tra i più importanti, ma certamente nitido nel manifestare la sua identità con le sue stesse parole (in prima persona!), e carico di modernità per la materia che tocca. Cogliamo alcuni aspetti di quell’umanesimo evangelico, che forma l’eredità permanente del Cristo.

 

1. Tipico dell’umanesimo evangelico è di porsi all’uomo come divina «grazia terapeutica», per cui Dio non si limita a crearlo, ma sapendo delle sue sofferenze, malattie, cadute, si impegna a curarlo, con la preoccupazione che si tratta di una situazione seria, tanto più quanto l’uomo non se ne rende conto, dichiarandosi «sano», «giusto».

 

2. Gesù è questo»guaritore». Lo sappiamo dalle tante scene del Vangelo. È importante però superare l’immagine di superficie. Come per il «miracolo di Cana» Gesù non vuol affermare un particolare valore del vino e nemmeno per sé venire incontro a degli sposi in difficoltà, bensì dare un segno della straordinaria ricchezza del regno messianico che era venuto ad annunciare, così con le sue guarigioni il nuovo Rabbi non intende fare soltanto atti di pietà, ma esprime la volontà di far trasparire la potenza del Regno sulla infermità o debolezza totale della persona, ove la cura dell’anima traspare nella serietà della cura del corpo e la cura di questo diventa segno della cura di quella, secondo il racconto del paralitico calato dal tetto, guarito e perdonato (cf Mc 2,1-12).

 

3. Il Vangelo come è proprio di una medicina ha il coraggio di essere amaro, ossia denuncia anzitutto che tutti ne hanno bisogno, perché tutti gli uomini hanno peccato, tutti sono feriti, tutti quindi necessitano della misericordia di Dio. «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7). Bisogna accettare il verdetto implacabile che tutti siamo povera gente, abbiamo bisogno della «cura» di Dio. Chi dice di no, è quello che ne ha bisogno di più! Insomma il Vangelo è pura grazia, non nasce dai meriti dell’uomo, ma aiuta l’uomo a farsene!

 

4. Avviene purtroppo che sia l’uomo a discriminare gli altri davanti a Dio, mettendosi nella categoria dei giusti e ponendo gli altri in quella dei peccatori. Gesù rompe decisamente questo schema, andando dichiaratamente verso i rifiutati. Ancora una volta non perché siano diversi da quelli che possono essere, cioè peccatori, ma perché sono figli di Dio perduti due volte: dai loro peccati e dalla emarginazione dei benpensanti.

 

5. Gesù insegna che i peccatori sono un segno provvidenziale della misericordia di Dio, perché non solo hanno la possibilità di riceverla, ma perché di fatto Dio in Gesù li va cercando, li invita a casa sua, ed ancora perché, altrettanto di fatto, molti, come Levi, Zaccheo, la Maddalena si rendono disposti a seguirlo.

 

6. È pericoloso perciò autodirsi giusto. Non basta per sé la propria coscienza, se non quando la si apre alla misericordia di Dio, e sull’esempio di Gesù si è capaci di fare banchetto con i peccatori, per condividere con gli altri la misericordia che io per primo ho ricevuto. In questa prospettiva è vero anche il contrario. Faremmo il peccato degli scribi se, ponendoci dalla parte dei peccatori, giudichiamo quelli con durezza, non proponendo anche a loro la chiamata del medico celeste. L’umanesimo evangelico che traspare da questo racconto afferma che l’unico modo di rapportarsi tra le persone è non la contrapposizione o la marginalizzazione, ma il dialogo di poveri peccatori chiamati e graziati da Dio.

 

7. Infine, dato paradossale, sembra che la verità del Vangelo nasca nel travaglio dell’opposizione.

Così è tutta la storia di Gesù, così è la disputa che ci interessa. È una verità faticosa che emerge nello smascheramento di umanesimi ridotti, anche ammantati di religioso. Di questo parto difficile, Gesù è il maieuta fondamentale. Gli scribi si rivolgono ai discepoli, ma è solo Cristo che risponde.

 

 

TERZO MOMENTO:

PER LA CONDIVISIONE

 

Il racconto non manca di provocazioni che stimolano una riflessione di gruppo.

 

1. La prima provocazione riguarda la nostra personale relazione con Cristo. Siamo giunti a considerarlo nella sua peculiarità di medico? Di conseguenza avvertiamo la nostra condizione di essere dei poveri peccatori (lo diciamo nelle classiche preghiere del Padre Nostro e dell’Ave Maria), bisognosi di Lui? Di quali fragilità umane (fisiche, morali, religiose) ognuno si sente portatore, da umilmente manifestare al nostro Medico?

 

2. Come valutiamo i cosiddetti «peccatori», i «lontani»? Li segreghiamo come persone pericolose e irrecuperabili? Li incontriamo senza tenere conto del loro essere ricercati dalla misericordia di Dio, avallando la loro condotta, come se Gesù non fosse venuto a curare le loro «malattie»? O riusciamo ad avvertire sotto pensieri e comportamenti scorretti, che pure non possiamo accettare, il mistero di una persona invitata alla sequela di Gesù, a partecipare alla sua mensa? Ci comportiamo di conseguenza nei loro confronti con un atteggiamento di preghiera, di testimonianza esemplare, di disponibilità, di dialogo?

 

3. Siamo esposti al complesso degli scribi giudicanti che in nome di una «fede secondo loro» si chiudono ai grandi orizzonti di speranza aperti da Gesù? Vi è del «settario» nel nostro pensare, parlare, agire nel confronto di quanti sono diversi da noi? Ci lasciamo muovere dal senso positivo, ottimistico del Vangelo, capace in questo terzo millennio di far sorgere figli di Dio come nel primo?

 

4. Ancora una sottolineatura: lo scriba valuta gli altri stando fuori dalla sala della mensa del Signore. Egli crede più alle dottrine, ai codici, ai rituali, alle tradizioni. Ama intervenire secondo criteri teorici. Invece si tratta di dover entrare nel mondo delle persone, di sporcarsi le mani dialogando con i peccatori, conservando come metro di valutazione l’esempio di Gesù, del tutto dedito non a scusare il peccato, ma a guarire il peccatore. Siamo capaci di vivere questa distinzione tra peccato, da condannare, e peccatore, da guarire? Nel giro delle nostre amicizie come viviamo il racconto del Vangelo che abbiamo meditato?

 

* Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

 

* Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude l’itinerario di fede.

 

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