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«Chi è dunque costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?» (Mc 4,41)

 

Cesare Bissoli

(NPG 2000-03-67)


 

* Preghiera

La lectio divina per la sua natura di incontro diretto con la Parola di Dio, o meglio con Dio che parla, si apre spontaneamente con una preghiera che dica interesse e disponibilità per l’esperienza che si va a fare, opportunamente riflessa nelle nostre domande e attese. Ne proponiamo una come modello.

«Trovarci su una barca in un mare in tempesta ci fa paura. Allora si alza il grido di tutti i naufraghi, SOS. È un simbolo evidente della nostra vita: quanto più ci sentiamo angosciati, perduti, tanto più il soccorso diventa decisivo. Ma chi potrà salvarci? Su questa questione oggi interroghiamo te, Signore, esaltato da 2000 anni come ‘salvatore del mondo’. Chi sei tu veramente? Come puoi salvarci? Il tuo Spirito di verità sia in noi per saperti ascoltare e accogliere. Amen».

 

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

* Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa la lettura ad alta voce di Marco 4, 35-41, a cui segue la traccia di spiegazione.

 

1. Uno sguardo di insieme

– Il racconto di miracolo che ci interessa, ha un legame immediato e intenzionale con il discorso delle parabole che precede (Mc 4,1-34). Con le parabole, Gesù annuncia il Regno di Dio come evento di salvezza ormai prossimo. La predicazione avviene su una barca, tanto grande era la folla, «e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva» (Mc 4,1).

– Ebbene «in quel medesimo giorno» (4,35), entro una «barca», sul «mare», avviene il miracolo. Esso sarà perciò da comprendere come segno del Regno di Dio, una manifestazione potente del suo «valore positivo», e dunque della sua presenza che ha fatto veramente irruzione tra di noi.

– Chiaramente protagonista di quanto avviene, sia nella predicazione che nel miracolo, è Gesù di Nazaret, su di lui rifluisce lo stupore sul suo valore e la domanda sulla sua identità (4,10; 5,41).

 

2. La dinamica della vicenda

Possiamo raggrupparla attorno a quattro fasi:

I preparativi: lungo il giorno vi è stata la predicazione alle folle del Regno Dio, alla sera avviene il trasferimento all’altra riva su comando di Gesù. Si tratta del lago di Genezaret, con una attraversata da ovest ad est, per diversi km. È di sera, quando i venti possono scatenarsi a seguito dell’escursione termica, soprattutto le tenebre incipienti acuiscono il senso del disagio e della paura. Lui solo con i discepoli. La folla non c’è più. Il lettore si trova lui stesso testimone coinvolto in una vicenda forte e decisiva.

La grande tempesta: scoppia immediatamente. È il fattore scatenante il dramma e insieme provoca la «rivelazione» dei personaggi. L’accento sulla pericolosità («gran tempesta di vento», «le onde nella barca, tanto che ormai era piena») in consonanza per altro con la realtà di quel lago si scontra chiaramente con l’altro accento sulla pace veramente olimpica di Gesù («dormiva»). Un sonno che poteva essere la conseguenza della fatica del giorno, ma dall’insieme sta al centro il contrasto: pur nella medesima situazione di pericolo, i discepoli sono estremamente agitati, Cristo rimane calmo e sereno.

Il dialogo drammatico e l’intervento risolutore: avviene a proposito della situazione estrema in cui sono venuti a trovarsi, una situazione mortale. I punti di vista dei discepoli e di Gesù sono tra loro agli antipodi, come tra impotenza totale («moriamo») e sicurezza assoluta («Taci, calmati»): «E vi fu una grande bonaccia». Gesù è il più forte, Gesù ha ragione, Gesù crea fiducia.

Una conclusione aperta: la tempesta sul mare è stata bloccata. Ma si è scatenata una tempesta nel cuore: «Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?». Pur sul binario della giusta soluzione (si noterà che la paura è sostituita dal «timore», tipico atteggiamento davanti alle grandi opere di Dio), la conclusione sulla identità di Gesù rimane aperta per una risposta che non proviene dal miracolo in se stesso, ma da un supplemento di verità che sarà da trovare altrove. Per cui la vicenda spinge in avanti la ricerca, all’appuntamento con la croce di Cristo (cf Mc 15,39).

 

3. I personaggi

Sono due: Gesù e i discepoli; e sullo sfondo la folla.

La folla materialmente è «lasciata» (4,36), si trova lontana, ma interiormente è presente: è pur sempre la stessa «barca» della predicazione del Regno alla gente (4,1) il luogo ove si compie un segno potente del Regno (4,36). È alle folle come pecore perdute che Gesù invia i discepoli a predicare che il regno dei cieli è vicino e a guarire, risuscitare, sanare, cacciare demoni (Mt 10, 6-8). I discepoli sono «pescatori di uomini» (Mc 1,17), perciò la loro esperienza di salvezza miracolosa si prolungherà nel ministero verso la gente (cf Mc 6, 12-13.32-34).

I discepoli vivono una esperienza traumatica, profonda, solcata da domande:

* in una prima parte vivono una piena comunione: sono in barca con Cristo, che riconoscono Maestro, obbediscono al suo comando di attraversare il lago, ne rispettano il sonno;

* sorta la tempesta le cose cambiano: lo svegliano concitati, hanno paura, sottopongono il Maestro ad una insinuazione offensiva: «Tu dormi e noi moriamo?», non sei proprio all’altezza della situazione;

* l’intervento di Gesù li rimprovera seriamente togliendo le stesse ragioni di avere paura e mostrando la causa del loro malessere: non hanno fede in Lui;

* una spaccatura, come una grossa ferita si apre in loro, scuotendo la loro diffidenza, cambiando la domanda: non più quella amara e conclusiva di partenza («Non ti importa che moriamo?»), ma quella prospettica e aperta di conclusione: «Chi è dunque costui?».

Gesù si comporta come protagonista assoluto, sovrano e sereno, intorno a cui tutto gira, proprio come si comporta Dio nell’AT:

* egli predica alla folla tutto il giorno. Egli comanda di attraversare il lago, di dislocarsi altrove. Egli dorme tranquillo a poppa sul cuscino;

* egli non disattende il grido di aiuto dei discepoli, e interviene con potere assoluto, facendo cessare la fonte materiale del trambusto, gli elementi cosmici del vento e del mare. Il ricordo va immediatamente al Dio della creazione e dell’esodo (Es 14; Sal 107,28s). Gesù risolve così il dubbio-paura che oggettivamente attanaglia i discepoli. La potenza del Regno superiore ad ogni minaccia vale anzitutto per loro che il Regno dovranno annunciare;

* ma Gesù interviene anche a livello soggettivo, donando loro la chiave per  non aver mai paura in alcuna situazione per quanto difficile: la fede in Lui. Ma ciò compie appellandosi alla loro coscienza, con una domanda: «Non avete ancora fede?», dove quell’«ancora», è come se dicesse: Sono con voi tanto tempo, avete visto tanti segni, eppure fate così fatica a darmi fiducia! (cf Gv 14,9). Tutto questo dovrebbe farli inquietare e ripensare di nuovo la relazione che i discepoli hanno con lui. Cosa che effettivamente inizia a compiersi, come testimoniano le ultime parole dei discepoli: «Chi è mai costui?».

– Facciamo ora sintesi, evidenziando la relazione dialettica che si stabilisce fra Gesù e i discepoli, relazione che vivacizza tutto il racconto e bene esprime il percorso esigente della fede. Nella situazione estrema in cui si trovano, Gesù e i discepoli, dunque a proposito di vita o non vita, due rimproveri si incrociano. Quello dei discepoli verso Gesù, che nasce dalla paura e li porta a dubitare che Gesù sia capace di risolvere il problema. Il rimprovero di Cristo verso i discepoli, che nasce dal suo agire concreto e vittorioso (si noti la logica fisicamente corretta e dunque convincente di controllare prima il vento e poi le onde del mare), e li porta a varcare la soglia del dubbio per aprirsi alla fiducia della fede.

 

4. Il messaggio

– È grande e per questo ricco di implicanze: riguarda sostanzialmente cosa significa avere fede in Gesù. Non si parla però di fede speculativamente, ma attraverso una prova concreta, l’attraversata rischiosa del lago voluta dal Maestro. Dall’esperienza si evidenziano tre nodi importanti: che cosa motiva la fede, che cosa la nega, che cosa la produce.

– Il miracolo che viene raccontato non è fine a se stesso (un «fantastico» exploit di Gesù!), ma è tutto finalizzato alla fede in Gesù, a stimolarla, mostrando alla fine che la fede è degna di miracolo e insieme è capace di produrlo. Ma a sua volta questo nesso tra fede e miracolo è posto da Gesù nel quadro del grande evento del Regno di Dio, cioè del progetto salvifico di Dio che libera dal male (il mare come tale, tanto più se tempestoso, nel mondo biblico ne è simbolo impressionante, eppure Dio lo domina pienamente: si ricordi il passaggio del Mar Rosso in Es 14, del Giordano in Gios 3-4; Giona, 1; Sal 74,13; 107,28). Gesù è dunque al centro del racconto, descritto come uno che ha l’autorità attribuita a Dio nell’AT su tutto ciò che è malefico per l’uomo: è questo che va ricavato come intenzione primaria del brano. Il mistero di Gesù motiva la fede in Lui e diventa ragione intima per cercarne l’identità. «Chi è mai costui?» si chiedono giustamente i discepoli.

– La fede in Gesù non è un fatto né automatico né «geometrico», ossia lineare, piano. Si tratta di stabilire una corretta relazione dei discepoli con Lui attraverso la accettazione della relazione che egli intende avere con noi. Ebbene ciò si presenta come un robusto processo di riconoscimento in tre tappe: riconoscimento della relazione che i discepoli hanno con Gesù, quella che dovrebbero avere, la via per arrivarci:

* la relazione che di fatto hanno con Gesù: sono «nella stessa barca», sono suoi discepoli come esprime il titolo di «Maestro» che gli rivolgono, vivono cioè una comunione di vita e di destino. Ma ecco sopravvenire la crisi: una situazione umanamente incontrollabile genera la loro protesta verso Gesù: «Non si interessa di noi», mostrando di avere una fede misurata con il proprio metro puramente umano, così miope e chiuso, da giungere all’incredibile goffaggine di ritenere che Gesù li lasci e si lasci andare a fondo;

* la relazione che dovrebbero avere: l’evidenzia l’intervento di Gesù: per quanto sia grande la difficoltà, finché lui è nella stessa barca, e di fatto lo è, non bisogna avere paura. Avere fede in Gesù si riconosce dal tasso di non paura, di superamento dell’angoscia, di fiducia e serenità che egli genera in noi;

* il percorso per arrivarci: è quello stesso dei discepoli. Meditando sugli atti di liberazione di Gesù, bisogna lasciarsi colpire dallo stupore-timore; questo genera e sostiene la domanda su chi è veramente questo Gesù dominatore di elementi così incontenibili; si arriverà così ad una risposta piena, che ora il Vangelo non manifesta, rimandandola all’evento della Croce, come traspare dalle parole del centurione che «vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).

 

* Un seconda lettura del testo conclude la prima tappa del cammino.

 

 

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA

 

1. Il contesto del nostro brano impedisce di perdersi per altre vie di spiegazione, entrando invece nella logica del Regno di Dio e di Cristo in esso.

Questo è già un primo fondamentale contributo per una corretta comprensione dei racconti di miracolo, di questo e di altri, di cui i vangeli danno ampia testimonianza: essi, pur mantenendo la corposità storica che ci è permesso di identificare tramite una analisi seria dei testi, hanno la funzione di segno, di indicare cioè la capacità e volontà di Gesù, a nome di Dio, di cambiare la situazione di malessere dell’uomo, alla condizione che egli abbia fede in Lui.

2. L’angoscia è un esistenziale incombente sulla vita, ossia il sentimento di non farcela più, come i discepoli dentro una barca in un mare in tempesta. È una minaccia che tocca l’area fisica, psichica, spirituale. Allora nasce il grido verso qualcuno che possa aiutarci, salvarci. Il Vangelo propone Gesù «dominatore del vento e del mare». Chi «crede in lui», cioè accetta la sua visione delle cose, il suo stile di vita, e dunque accoglie il mistero di Dio e gli si affida incondizionatamente, senza limiti di spazio e di tempo, non resterà deluso.

 

3. Il discorso allora si sposta sull’eterna questione su cosa voglia dire credere, a chi credere, come credere, cosa comporti una fede religiosa, concretamente in Gesù, così come egli richiede ai discepoli.

* Dal racconto della tempesta sedata veniamo a riconoscere che avere la fede in Gesù esige un percorso di maturazione, non è prodotto spontaneo di un momento religioso; assomiglia più al diploma che si raggiunge dopo un tirocinio, che non ad una gettoniera automatica che dà il suo prodotto con un colpo solo. Anzi comporta prove, sacrifici, stare in barca con un amico talora difficile, incomprensibile, quanto più onde minacciose crescono!

* E in questo cammino di iniziazione, l’«oggetto» centrale di studio è lo stesso dei discepoli: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?», cioè un Gesù accostato e approfondito non con la fantasia, ma nelle parole e opere che ha compiuto…, insomma lasciandoci guidare da Colui che pure andiamo cercando. Non dimenticando un appuntamento inevitabile e decisivo: l’esperienza di Cristo morto e risorto.

* Infine mentre si fa questo tragitto, ricordiamo sempre che egli, il Risorto è con noi. Da quella prima volta sul lago di Genezaret, noi sappiamo una volta per sempre che per quanto affondiamo, egli non affonda mai e non ci lascerà mai cadere nell’abisso

 

4. La «barca» è in Marco una icona vera e propria del discepolato (4,1.36; 5,1.21; 6,45; 8,31). Non si tratta soltanto della «mia» fede, ma della fede che è personale se è condivisa. Per questo nella «barca», lungo la tradizione cristiana, viene raffigurata la comunità della Chiesa, esposta con il Maestro ai mille rischi, per cui non si è veramente cristiani se non si facesse condivisione delle prove che lui stesso ha subito.

Ma vi è anche significata la tentazione permanente di dubitare che egli sia presente o meno sulla barca, cercando quindi vie di salvezza per altre risorse che non siano la fiducia assoluta in lui. È certamente un esame di coscienza, propizio nel tempo di Giubileo, che approda al doppio gesto della «purificazione della memoria» per i non piccoli e non pochi peccati di sfiducia in Cristo da parte dei cristiani in questi venti secoli, e alla «memoria dei martiri» per la fedeltà al Maestro oltre il limite della stessa vita da parte di tantissimi discepoli.

 

 

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

 

Questo testo è ricco di provocazioni e sfide che mettono a fuoco questa mai sopita questione della fede. Ne proponiamo alcuni aspetti come piste di meditazione e discussione.

 

1. La condizione del discepolo di Gesù è paradossale: significa trovarsi nella barca della vita non esenti da tempeste con Uno che alla fine le vince sempre, per cui essere provato a causa di Gesù, significa veramente esserne discepolo. Come ci mettiamo di fronte alle difficoltà delle nostre scelte di fede? Gridiamo impauriti e diffidenti o, pur doverosamente invocandolo, stiamo in pace, non affoghiamo nella nostra angoscia?

 

2. «Egli dorme, ma è presente, anzi è ancora più presente, perché per quanto grandi siano le prove egli è così sicuro delle ragioni del Regno, da concedersi il sonno». Quale è l’anima di verità di questo giudizio di un esegeta sul brano che abbiamo percorso? Quali risorse dona Gesù a chi ha fede in lui? Ma cosa significa avere veramente fede in Gesù?

 

3. La serenità, la calma come segno della fede. È di certo una conclusione del testo marciano. In che cosa si distingue da un sedativo chimico, da una cura terapeutica o da una consolazione professionale, affettiva, filosofica? Quale è la radice della sicurezza che dona la fede in Cristo? Quali effetti produce? Come si compagina con la ricerca di tranquillità e pace che ogni uomo si propone?

 

4. «Chi è costui, al quale i venti e il mare obbediscono?». A che punto si trova la mia ricerca di fede? Per quali passaggi si muove? Trova corrispondenza nell’itinerario indicato dal testo evangelico esaminato?

 

5. Il brano che abbiamo meditato viene chiamato «miracolo della tempesta sedata». È una titolazione piuttosto arcaica ed estrinseca. Prova inventare un titolo che esprima il suo contenuto genuino.

* Un’ultima lettura del testo riporta nell’unità del racconto le tante verità raccolte.

* Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude il cammino compiuto.

Qui proponiamo un bel testo di S. Agostino:

Se senti vacillare la fede per la violenza della tempesta, calmati: Dio ti guarda.

Se ogni cosa che passa cade nel nulla, senza più ritornare, calmati: Dio rimane.

Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza, calmati: Dio perdona.

Se la morte ti spaventa e temi il mistero e l’ombra del sonno notturno, calmati: Dio risveglia.

Dio ci ascolta, quando nulla ci risponde;

è con noi, quando ci crediamo soli; ci ama, anche quando sembra che ci abbandoni.

(Sant’Agostino)

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