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«Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22)


Cesare Bissoli

NPG 00-06-57)


Preghiera

«Signore, siamo fatti così: quanto più uno è diverso da noi, tanto più siamo propensi non a ritenerlo migliore di noi, ma semmai da guardare con sospetto, come uno che sbanda dalla norma… Se poi conosciamo qualche suo lato debole, fosse anche onesto ed integro, tendiamo a ritenere finzione ciò che vediamo, pensiamo che sia uno che fa il doppio gioco, un millantatore… Insomma, Signore, che difficoltà ad essere diversi… Devi averne fatto la prova tu che per forza dovevi essere diverso da noi per salvarci… Una prova amara, perché avvenuta a casa tua, a Nazaret, quel giorno.

Gesù, aprici cervello e cuore per accoglierti come sei, non come ti vorremmo! Amen».

 

 

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

 

Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa ad alta voce la lettura di Lc 4,14-30, cui segue la traccia di spiegazione.

1. Un sguardo di insieme

– Il brano è posto all’inizio del ministero di Gesù (pur non essendo un inizio assoluto, cf 4, 14-15), ed assume quindi, come capita sovente nei vangeli, un valore emblematico. Non per niente viene chiamato, almeno per i vv. 14-21, «il manifesto di Gesù», una sintesi programmatica della sua missione. È l’equivalente dell’annuncio del Regno di Dio presente in Marco e Matteo (cf Mc 1,14-15; Mt 4,17), i quali da parte loro portano l’episodio di Nazaret più avanti nel tempo, e non con la ricchezza dei particolari di Luca (cf Mc 6,1-6; Mt 13,53-58).

– Ma il brano è emblematico anche nel delineare la reazione degli uomini che lo ascoltano.

Reazione così fortemente negativa da suscitare da parte di Gesù la smentita dell’uditorio e da parte dell’uditorio il rigetto di Gesù. Sicché il racconto finisce in dramma, raggiungendo un alto grado emotivo che ancora di più evidenzia il valore del messaggio racchiuso.

In questo scenario drammatico, prende forte rilievo l’unico interrogativo del brano: «Non è il figlio di Giuseppe?». È a partire da esso che si compie la frattura tra uditori e Maestro. Ci interessa esaminarlo in profondità, in quanto testifica un atteggiamento che Gesù non può accettare.

Ancora una volta viene alla luce il nodo cruciale della fede e si delinea il problema della vera domanda, dell’interrogativo autentico che permette alla ricerca di arrivare alla verità.

In sintesi, leggere questo testo vuol dire dunque imbattersi in una «dichiarazione di intenti», in un «progetto fondamentale», in una chiave di lettura di tutta l’avventura di Gesù.

2. La dinamica della vicenda

Possiamo raccoglierla in quattro fasi.

– Il contesto storico-sacrale (vv. 14-16.20-21). Il racconto avviene nel giorno del sabato, nel momento solenne di lettura della Parola di Dio nella sinagoga riunita, nella comunità di appartenenza, da parte del «figlio illustre» diventato Rabbi, a cui come di consuetudine è dato di compiere il gesto più «ecclesiale»: il commento omiletico. Ciò che avverrà avrà i connotati dell’azione sacra.

– Il grande annuncio: il Messia è qui (vv. 7-19.21). L’inizio è luminoso. Al giovane Rabbi capita di leggere uno dei testi più belli del messianismo biblico, dove tutto traspira consolazione e speranza: Is 61,1-2. Poi, come tutti i maestri, si siede sulla cattedra e svolge la sua omelia. Di essa Luca non dice nulla, tranne un punto che costituisce perciò il fulcro centrale e decisivo del suo pensiero, come anche la causa della reazione degli uditori: egli è colui che realizza la promessa profetica, egli è il Messia.

– Lo scontro: «Non è il figlio di Giuseppe?» (vv. 22-28).

Si noterà l’intreccio di atteggiamenti contrastanti: da una parte l’uditorio che reagisce con una domanda di implicita incredulità: «Non è il figlio di Giuseppe?», uno come noi?; dall’altra Gesù che smaschera l’incredulità con espressioni polemiche, rivelando la bramosia del miracolo e la sfiducia che ha in Israele radici secolari, per cui Dio nel passato fu costretto a portare ad altri, non israeliti, la sua salvezza, profezia di quello che dovrà fare.

– Il drammatico rifiuto: «Lo cacciarono fuori e lo condussero sul monte per gettarlo giù» (vv. 28-30). Continua l’intreccio delle opposte posizioni, che ora si traducono in atti:

* da una parte, si scatena «l’ira» dell’uditorio, che opera il doppio atto della eliminazione morale (la cacciata dalla Sinagoga e dalla città, dal luogo cioè della Parola di Dio e del popolo di Dio!) e della eliminazione fisica (gettarlo dal monte);

* dall’altra, si afferma la «verità» di Gesù, che gli dà quella sicurezza per cui può passare in mezzo a tutti e continuare la sua missione altrove.

 

3. I personaggi

Questo racconto vive nei suoi personaggi tanto sono centrali nella vicenda. Si polarizzano attorno a Gesù Maestro e all’uditorio nel suo insieme. Ognuno svolge un ruolo significativo, nell’intreccio però delle reciproche azioni. Vi è un terzo personaggio, implicito, ma inevitabile, il lettore-ascoltatore del Vangelo oggi, provocato a prendere posizione.

 

L’uditorio.

 

– È costituito dagli abitanti di Nazaret che il giorno del sabato vanno alla sinagoga (oggi ai pellegrini viene mostrata la sinagoga di Gesù, ma storicamente non pare essere quella), sono persone osservanti. Tra di essi vi saranno stati verosimilmente i familiari di Gesù. Vi è l’arcisinagogo, sono presenti le autorità religiose e civili della comunità.

Ciò che avverrà sarà un fatto pubblico, rilevante, innegabile.

 

– L’atteggiamento dell’uditorio segue una traiettoria quanto mai significativa, che possiamo chiamare «un cammino (abortito) della fede».

* Comincia con il verbo ovviamente dell’ascoltare, ma Luca insiste sul «vedere» («gli occhi fissi su di lui»), come gente «curiosa», quasi a dire «vediamo cosa è capace di dirci!».

* Fa seguito un doppio atteggiamento reattivo: da una parte «danno testimonianza», cioè non possono negare che parli bene, ma insieme si «meravigliano» che sia lui a dire ciò dice. Non si può dire che il tasso di stima sia elevato!

* Comincia infatti una ermeneutica del «sospetto», espresso con due affermazioni: una affermazione esplicita: «Non è il figlio di Giuseppe?», cioè «non è uno come noi?». A rafforzare questa «omologazione dal basso», Marco e Matteo aggiungono: «Non è costui il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E la sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui» (Mc 6,3; cf Mt 13,55); e una affermazione implicita, inconfessabile, che Gesù stesso denuncia e svela nel loro cuore: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che hai compiuto a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!» (Lc 4,23).

È la sete di miracolismo fine a se stesso, cosa che non corrisponde certo all’ottica del Regno di Dio che inizia, ma si consuma a mero vantaggio dell’orgoglio etnocentrico del paesino natale: «Che bravo compatriota! Lo zio d’America è arrivato!».

 

– La decisione omicida, ma non vittoriosa.

Alla denuncia senza mezzi termini che Gesù fa della fede così equivoca e materialista dei suoi concittadini, questi rispondono con un chiaro progetto omicida, testimonianza di un cammino di fede mal impostato e peggio portato avanti.

Ecco la sequenza dei verbi negativi:

* «tutti furono pieni di ira», madre del rigetto;

* «si levarono in piedi», dichiarando con questo una fine traumatica dell’assemblea sinagogale;

* «lo cacciarono fuori», non solo dalla sinagoga, ma «dalla città», come uno scomunicato e uno straniero decisamente mal visto;

* «per gettarlo giù» dal monte: una condanna a morte in piena regola. Non si sa secondo quale criterio giudiziario!

Ma l’esito è fallimentare. Nel Regno di Dio la malvagità del malvagio non riesce a prevalere. L’hanno in mano, verrebbe da dire, eppure Gesù «se ne andò».

 

Gesù.

È al centro della scena: svolge un compito, ne definisce il senso, smaschera l’opposizione, procede oltre la miopia spirituale e la cattiveria degli uomini. È una pagina di alta rivelazione. Di lui, Luca mette in luce un’azione in quattro fasi.

 

– Egli fa la missione «con la potenza dello Spirito Santo» (v. il Battesimo, 3,22), cioè sono l’autorità e la potenza stesse di Dio che lo animano e garantiscono l’autenticità divina della sua opera. Ciò determina la diffusione della sua fama e le «grandi lodi» della gente. E questa irradiazione delle «parole ed opere» del Regno, arriva fino a Nazaret (Lc 4,14-15). La logica della fede vorrebbe un’accoglienza generosa e gioiosa. Ed invece…

 

– Gesù compie il suo servizio di Maestro e si manifesta Messia. A questo proposito lo vediamo attore di diverse operazioni:

 

* la prima è ampiamente sottolineata come un’azione di insegnamento, di magistero (cf 4,15.16.21.22.24.25), qui adempiuto secondo le regole della liturgia sinagogale: «prende il rotolo, legge, siede, annuncia». Ha in proprio la manifestazione di una competenza che qui come altrove, suscita ammirazione («come uno che ha autorità e non come gli scribi»: Mc 1,22);

* come argomento svolge il testo di Isaia 61. Profeta postesilico che annuncia una irruzione dello Spirito che trasforma il profeta (l’unzione), lo invia in missione circostanziata che è annuncio di consolazione (per i poveri) e opera di liberazione (per prigionieri, ciechi ed oppressi), per cui viene instaurato «un anno di grazia».

 

Questo «anno di grazia» viene visto come un richiamo che il profeta Isaia nel tempo del postesilico fa all’anno sabbatico o giubilare (cf Deut 5,1-18; Lev 25, 1-20). In verità non ci è dato di sapere se tale istituzione funzionasse ai tempi di Gesù; però possiamo dire che se nella sua bocca questo «anno di grazia» non corrispondesse al Giubileo biblico in termini formali, lo è in termini sostanziali, giacché i contenuti sono gli stessi (liberazione, remissione, aiuto ai poveri).

 

Si noterà come a quest’«anno di grazia» corrispondono «le parole di grazia» in bocca a Gesù (Lc 4,22), ma a differenza degli altri rabbi che commentavano il passo in funzione di «uno che deve venire» (= il Messia) (cf Mt 11,3), Gesù fa una affermazione inaudita ed unica: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (4, 21).

 

L’«oggi» lucano sta a dire che il Regno di Dio – che è al cuore del pensiero di Cristo – si adempie nel tempo presente, oggi si attua la decisione di Dio di essere il Padre di tutti, di esprimere una misericordia piena a favore degli uomini; ma è un «oggi» di Dio che avviene nella storia di Gesù, per cui egli è il Messia che realizza l’annuncio della bella notizia e compie fatti di liberazione degli oppressi. Si ricordi l’ambasciata del Battista a Gesù in Mt 11, 1-6 (cf la LD proposta nel numero di febbraio).

 

A questo annuncio schietto e vero, fa seguito la reazione di scandalo dei suoi, cui egli a sua volta fa fronte assumendo il ruolo di profeta della verità. Vengono alla luce alcuni tratti della sua personalità.

* Gesù è certamente «il figlio di Giuseppe» (e di Maria: in Mc 6,3). Vuol dire che Giuseppe era ancora vivo? Può darsi.

 

Serve ad ogni modo a connotare il suo profondo radicamento familiare e biblico (nazaretano): egli stato un bambino «allevato» (educato) secondo i parametri del tempo, tra cui la frequentazione della sinagoga, luogo di preghiera e scuola di cultura; partecipa alla vita sociale e religiosa della sua gente, con una buona memoria della prestigiosa e travagliata storia comune, prendendo posizione su diversi problemi come i vangeli testimoniano; infine appare pure come membro di un ceppo familiare (clan) piuttosto numeroso e petulante (tale è il senso motivatamente di quella ben nota attestazione di «fratelli e sorelle di Gesù», dove «fratello» vuol dire anche parente e non necessariamente congiunto di sangue). Parenti in ogni caso gelosi e golosi del prestigio di questo loro «fratello», tanto da suscitare la diffidenza di Gesù (cf Gv 7,5).

 

* Come abbiamo visto sopra, Gesù strappa il velo del perbenismo religioso dei compatrioti, così avidi di miracoli e di prestigio locale: pretendono il dono come diritto, e ciò che è essenzialmente un segno per la fede lo pretendono come una risorsa per la propria esaltazione.

* Questa palpabile carenza di fede equivale al rifiuto di Gesù nella sua identità profonda di mandato da Dio. Egli lo sottolinea molto bene, ponendo tale rifiuto sulla stessa linea del rifiuto che gli israeliti ebbero per i loro profeti. E qui Gesù cita il profeta più grande, Elia, che fu costretto a fare le grandi azioni di Dio proprio fuori del popolo di Dio Qui Gesù ricorda i due miracoli di Elia per il lebbroso Naaman, che era un generale siro, e per la vedova di Sarepta, che abitava in territorio fenicio (cf 1 Re 17,7-16; 2 Re 5,1-14).

 

– L’ultimo atto di Gesù è di non mostrare affatto paura delle ingiuste ed ingiuriose minacce dei suoi compatrioti.

Con la libertà di chi è nella verità di Dio, «passando in mezzo a loro, se ne andò». Con ciò vengono abbozzati due dati: l’esposizione ostile che continuerà lungo la vita di Gesù fino alla sua crudele eliminazione finale, ma anche la superiorità di Gesù, di cui la risurrezione finale è il sigillo incontrovertibile, per cui Gesù non può essere condizionato né bloccato dai disegni degli uomini. Egli è colui che «passa facendo del bene a tutti e liberando quanti erano oppressi dal diavolo» (At 10,38).

 

4. Il messaggio

La densità del testo ha sempre colpito. Ricaviamone alcuni tratti fondamentali che fanno sintesi di quanto fin qui detto.

 

– Nella persona ed opera di Gesù si compiono le promesse messianiche. Egli è «l’oggi di Dio», la manifestazione della sua salvezza nel mondo. La serie di «oggi» del terzo vangelo situano la missione di Gesù al centro del tempo di Dio, nel cuore del suo piano di salvezza: Lc 2,11; 5,26;12,28; 13,32.33; 19,5.9; 22,34.

 

– L’«anno di grazia» di cui Gesù si appropria, sviluppato con «parole di grazia», è visto dalla tradizione cristiana come la sostanza dell’anno giubilare, che è fatto di liberazione degli schiavi, remissione di debiti/peccati, esperienza di paternità divina e di fraternità condivisa. Gesù vorrebbe rivestire di queste qualità superiori il legame puramente razziale e culturale che tiene unite le persone, a partire dalla sua patria. Gesù che «l’oggi» di Dio fa della sua persona il Giubileo di Dio in apertura permanente! «Io sono la porta» (Gv 10,9).

 

– Specifico della missione messianica di Gesù sono da una parte la potenza dello Spirito Santo con i suoi segni; e dall’altra, l’annuncio del Vangelo, ossia della Parola di Dio come liberazione e consolazione. Luca lo richiama in maniera continua.

Per lo Spirito, vedi Lc 1,15.35. 41.67.80; 2,25.26.27; 4,1.14.18; 10,21; 11.13.

Per l’azione evangelizzatrice, vedi Lc 1,19;2,10; 3,18; 4,18.43; 7,22; 8,1; 9,6; 16,16;20,1.

 

– Gesù è Rabbi o Maestro, riconosciuto anche professionalmente, ma si mostra anche profeta, come appare nettamente nella denuncia dell’errato atteggiamento di fede dei suoi, ricalcando per questo la figura più grande, il profeta Elia. Ma il modo con cui imposta la sua relazione con la Parola di Dio di cui si proclama «l’oggi» della presenza, l’attualizzazione vivente, e la indisponibilità della sua vita nei confronti del malvagio fino all’ora stabilita dal Padre indica una identità che va oltre, rivela una qualità messianica e introduce al mistero stesso di Dio.

 

– Fa parte dell’esperienza-manifesto di Nazaret evidenziare cosa si attende Dio dalla persona che incontra Gesù messia. È l’atteggiamento della fede, ma esattamente al contrario dell’impostazione che vi hanno dato i nazaretani. Credere veramente è sì ascoltare, vedere, meravigliarsi, ma anche traslocare dai propri schemi alla novità che apre Gesù, non volere possedere, ma lasciarsi possedere dal Vangelo.

 

– Il caso, non unico nella storia di Gesù, di gente che rifiuta «l’anno di grazia» che Dio propone in Lui, mette in rilievo la fatica della verità del vangelo nell’affermarsi nel cuore dell’uomo, anche di quanti, e forse ancora di più, si sentono vicini, quasi «imparentati» con quanto il Rabbi-Messia va insegnando. Non ogni fede è la giusta fede che Dio attende nei confronti del suo Figlio e Messia Gesù.

 

Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

 

 

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA

 

Chi legge il testo è inevitabilmente coinvolto nell’evento drammatico della sinagoga ed è provocato a rispondere. Non è difficile infatti cogliere l’incidenza esistenziale del «manifesto» di Nazaret. È una incidenza che tocca ancora una volta la relazione di Dio in Cristo con l’uomo e dunque riguarda i due poli del rapporto.

 

1. Gesù propone la sua realtà di inviato di Dio, come testimone di un Dio-per-l’uomo. L’unzione dello Spirito che lo abilita alla missione è tutta mirata ad annunciare il Vangelo, a dire cioè oggi la verità come buona notizia del Regno che viene, traducendola in atti di liberazione e di salvezza. È un bellissimo quadro dell’umanesimo evangelico che si manifesta in ogni occasione dell’agire di Gesù. Per Gesù «la via di Dio è l’uomo».

 

2. Il discepolo di Gesù ha la sorpresa di scoprire che se Dio può trovare estraneità e rifiuto da parte dei suoi, però cerca ospitalità e la trova presso popoli che così diventano suoi. I casi di Elia che guarisce stranieri e di Gesù che li incontra nelle figure della cananea, del centurione, dei samaritani… dicono come «l’anno di grazia» di Gesù sia aperto a tutti i popoli. È la retta fede in Dio che costituisce la migliore ospitalità per Lui.

 

3. Il detto proverbiale «medico, cura te stesso» esprime un criterio popolare, secondo cui uno non può fare il bene lontano, se non lo realizza per chi sta vicino. Gesù non accetta questa logica, come abbiamo visto nel punto precedente.

Non è la logica mondana, sovente così figlia del proprio interesse, ma la fede, che stabilisce la giusta linea di demarcazione per comprendere ed accogliere l’azione di Dio.

 

4. «Non è costui il figlio di Giuseppe?» mette in risalto che la domanda, che pur si apre su Dio, può essere mal posta, cioè può derivare da un io interiore che non accetta fino in fondo la logica della domanda, che è di restare aperta alla libertà della risposta comunque sia, ma in realtà ne pregiudica l’autenticità per via del pregiudizio. Dobbiamo ammettere che su questo settore della fede, i legami familiari, le consuetudini, le tradizioni… possono fare da ostacolo.

 

5. Quel «nessun profeta in patria» che Gesù dice di sé, non è una affermazione apodittica, ma esprime una costante che diventa quasi una legge dell’esperienza religiosa: l’eccessiva frequentazione con la componente religiosa rischia di svuotarla o con la magia e con il rigetto.

 

6. La lettura dei vangeli, e più ampiamente della Bibbia, manifesta spesso una polarizzazione dialettica tra Dio (il suo pensiero, la sua azione) e l’uomo (la sua comprensione della realtà, le sue scelte di vita). Gesù è l’area storica per eccellenza di questo confronto, che può diventare scontro o discepolato. Non bisogna perciò avere paura di questa dialettica, ma semmai preoccuparsi quando essa è assente (allora probabilmente la fede è addormentata) o diventa irriconciliabile (allora la fede è certamente scarsa perché appare troppo autocentrata).

 

7. Dal «manifesto» di Nazaret emerge anche la sconfortante notizia che gli uomini possono decidere di «buttar dal monte» Dio, Cristo, la fede, la Chiesa, i valori religiosi. Ma per fortuna Cristo, e ciò che egli rappresenta, si sottrae a nostre decisioni che si fanno così autodistruttive. Per nostra fortuna, passa oltre, ma per ritrovarci al momento opportuno, secondo il principio che «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ez 18,23).

 

 

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

 

La provocazione del racconto invita a considerare insieme alcuni aspetti della realtà della fede e del suo contenuto centrale.

 

1. La categoria di «manifesto» applicato all’esperienza di Nazaret richiama alla memoria una questione previa: quale conoscenza abbiamo della verità del Vangelo annunciata da Gesù? Secondo le nostre conoscenze, che «manifesto» riusciamo a fare di Lui?

 

2. Non ogni domanda su Dio, su Cristo, sulla religione è una vera domanda. Vi sono domande vere e domande false o pseudodomande. È un dato che riguarda l’esperienza umana, ma certamente ricade su quella religiosa. Alla luce del testo meditato dove sta l’errore dei nazaretani nei confronti di Cristo? Da quali false domande religiose sentiamo di essere contagiati?

 

3. «Noi lo conosciamo troppo bene per credere alle mirabolanti cose che va dicendo» è in fondo il convincimento dei compatrioti di Cristo. Viene così in primo piano una specie di domanda su Gesù che è la domanda sospettosa, l’atteggiamento di chi non intende lasciarsi coinvolgere. Ma come può nascere un tale preconcetto capace di portare all’eliminazione dell’Altro?

 

4. È inevitabile una certa tensione dialettica tra il dato cristiano e il dato umano (ragione, istintività, consensi culturali…). Come lo riscontriamo in noi? Arriva a punti di rottura? Per quali aspetti?

5. Ci siamo fin qui data coscienza dell’esistenza di Cristo come «anno di grazia», di vangelo e di liberazione per le persone? Vi sono nella chiesa espressioni concrete che ne danno conferma?

 

6. «Non è costui figlio di Giuseppe?». Ciascuno di noi è figlio di un padre e di una madre. E possiede un ricco parentado.

Come la componente familiare ha determinato e va determinando, in bene o in male, la propria impostazione di fede?

 

Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude l’itinerario di fede compiuto.

 

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