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«Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o prigioniero... e non ti abbiamo assistito?» (Mt 25,44)


Cesare Bissoli

(NPG 00-09-50)

 

 

* Preghiera

«Passavo sulla tangenziale est di Roma. Davanti a me avvenne un incidente: auto contro motorino. Un giovane a terra. Avevo un appuntamento in città. Tirai avanti. Feci cento metri, un interrogativo cominciò ad inquietarmi: Perché non mi sono fermato? E se quel poveraccio avesse avuto bisogno del mio aiuto per chiamare il pronto soccorso, o i suoi familiari? Mi dico cristiano, Signore, ma lo sono stato veramente in quel momento?

Mi vado convincendo che l’incontro con l’altro, che è nel bisogno, se non ci lascia indifferenti, ci vede però troppo facilmente inadempienti, evasori di amore per diffidenza o per paura di… Eppure tu, Signore, nel Vangelo ci hai dato delle prove indimenticabili di scomodarti per malati, peccatori, affamati, pubblicani. Annunciare il Regno per te era non soltanto dire, ma dare alle persone escluse la possibilità di entrarvi.

Mettendoci alla tua compagnia, vorremmo parlare con te, Signore, sulle ragioni, sulle tue ragioni di doverci occupare di quanti soffrono nell’anima e nel corpo».

 

 

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

 

*  Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa ad alta voce la lettura di Mt 25,31-46, cui segue la traccia di spiegazione.

 

1. Un sguardo di insieme

– Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo di Matteo prima del racconto della passione. Sono le ultime parole di Gesù, hanno il sapore del testamento, sono particolarmente importanti perché toccano non un tema secondario, ma la salvezza stessa, offrendo un criterio decisivo, valido per tutte le stagioni e sotto tutti i cieli: amare il prossimo in difficoltà, come ha fatto Gesù, determina l’entrata nel Regno dei cieli.

– Si tratta di un discorso di Gesù, di taglio apocalittico o escatologico, dunque una visione profetica, che tocca la realtà dell’ultimo giudizio di Dio sull’uomo. «Si impone all’attenzione non solo per la forza del suo messaggio. Ma anche per la suggestione della scenografia, animata dal duplice dialogo» (R. Fabris). Il discorso non esprime evidentemente le modalità concrete del giudizio finale, ma certamente tale giudizio ci sarà e la relazione verso il prossimo sarà decisiva agli occhi di Dio.

– Le domande che ne sorgono sono tante. Ecco le maggiori, atte a stimolare la ricerca di una risposta:

* Gesù si rivolge ai cristiani o dona un quadro di riferimento valido per ogni uomo?

* Sono soltanto le opere di carità materiale verso il prossimo, bene indicate nel discorso, l’unico criterio di valutazione?

* Chi sono questi fratelli più piccoli con cui il glorioso Figlio dell’uomo si identifica?

 

2. La dinamica della vicenda

È la dinamica di una vicenda processuale, espressa secondo una accurata strategia, cogliendo la quale si capta il messaggio inteso, in profondità e secondo anche un riconoscibile tasso di pressione emotiva che il Maestro intende esercitare sull’uditorio. In questo modo di parlare di Gesù si avverte la sua preoccupazione di farsi ben capire, di mettere in guardia da facili illusioni di salvezza, di dare concretezza al discepolato cristiano, di consegnare gli elementi di autenticità di una vera relazione con il prossimo.

Ecco le caratterizzazioni maggiori prima graficamente, poi con un commento:

 

 

Attori                                                           I giudicati: tutte le genti

Giudice: il Figlio dell’Uomo

I giudicati: tutte le genti «Capri»                                  una netta separazione i giusti – «benedetti»                 gli altri «maledetti»

L’azione giudicante:

«Pecore»

«Capri»

gli altri «maledetti»                                        eterno

La sentenza

Regno – vita eterna                                       Mancato aiuto ai bisognosi

Fuoco eterno – supplizio eterno

Il dispositivo della sentenza (criterio di base del giudizio) Non l’avete fatto a me

Aiuto ai bisognosi

Uno dei fratelli più piccoli

L’avete fatto me

Mancato aiuto ai bisognosi

Uno dei fratelli più piccoli

Non l’avete fatto a me

 

– Balza agli occhi il ruolo predominante e in certo modo esclusivo del Figlio dell’uomo giudice. È Gesù come il Signore che verrà. Egli apre il giudizio e chiude la scena della storia. Ogni persona ha a che fare con Lui, in rapporto al Regno del Padre suo. È evento teologico al massimo.

– Avviene, come è proprio di un giudizio, un dialogo fra le parti: fra il Figlio dell’uomo e i «giusti», fra Lui e gli «altri». Il dialogo significa esposizione di pensiero, presa di coscienza, invito alla risposta. Si noterà la forma di ritornello catechistico, come l’impegno del bravo catechista che dice la lezione e poi la fa ripetere dagli allievi perché si convincano della sua importanza.

– I contenuti del dialogo (i bisogni del prossimo e la loro cura o non cura) devono stare veramente a cuore del Giudice se, con leggera variazione di ampiezza, sono detti per ben quattro volte: in bocca al Giudice e all’uditorio, prima di destra e poi di sinistra.

– Soprattutto colpisce la chiara contrapposizione dei due gruppi, non tanto fra di loro, quanto rispetto al Giudice. Di fronte a Lui, sul finale della storia, non ci sta un gruppo compatto omogeneo di brave persone, ma una drammatica frattura di umanità. Non è un asserto storico, tanto meno un destino cieco, che vi sia tale bipolarizzazione, ma è certamente una possibilità da non scartare, possibilità affidata ultimamente alla decisione di ogni singola persona.

– Infine non può non balzare agli occhi l’universalità del quadro, non soltanto perché si tratta di un giudizio che riguarda tutti, cristiani e non cristiani, ma perché tutti sono esposti ad una valutazione che pare prescindere da un contenuto confessionale della propria religione o visione laica di vita, e che addirittura può essere fuori dal campo di una consapevole intenzionalità: la relazione di aiuto al prossimo, se ne sappia o meno il segreto e inestimabile valore.

 

3. I personaggi

Chiaramente al centro del brano non accadono avvenimenti particolari, ma compaiono delle persone che si incontrano nell’evento ultimo, unico e unitario del giudizio di Dio.

Quale che sia stata la loro esistenza precedente, qui non interessa, o meglio viene codificata in materia di giudizio su cui interagiscono il giudice e i giudicati.

La posizione è chiaramente asimmetrica, l’asimmetria della realtà, ove Gesù è giudice, noi i giudicati.

Finito il giudizio, non vi è ritorno all’indietro nella storia di ogni giorno, come avviene nei tribunali umani, ma il giudizio cambia la stessa storia, che sarà proseguimento verso «il supplizio eterno» o «la vita eterna».

Ma vediamo come tutto è esposto dallo stesso Gesù.

 

Gesù

* È il protagonista, è il giudice supremo costituito da Dio. Il «Padre mio» e il suo «Regno» sono i referenti ultimi che fondano e motivano questo agire sovrano del Cristo. Quindi apre la scena e dà spessore infinito alla sua decisione.

* Viene chiamato con il solenne titolo di Figlio dell’uomo, ossia, secondo la profezia di Daniele (7,13-14), come il ministro plenipotenziario di Dio per il giudizio definitivo del mondo proprio dei tempi messianici e dunque per la definitiva venuta del Regno: «Mi è stato da Dio ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18) È titolo messianico ampiamente ricordato ai tempi di Gesù e usato da lui stesso sempre in terza persona per indicare la sua dignità giudiziale, pur nel nascondimento quotidiano (cf Mt 16,27;19,28). La presenza degli angeli (cf pure Mt 13,41; 24,31) convalida l’impressionante serietà dell’ora.

* È inaudita e paradossale, ma è vera e solida come un pronunciamento giudiziario, la sua pratica identificazione con i piccoli e i poveri, chiamati fratelli, a partire da uno solo. Si noterà che Gesù non dice: «Avete fatto (o non fatto) bene ad un indigente, e quindi l’avete (o non avete) fatto a me». Ma parte immediatamente con: «Io ho avuto fame, e mi avete dato da mangiar… (o non dato)». Parte dalla identità, per poi arrivare ad una distinzione, invocata dagli interlocutori più che da lui stesso. Per lui il bene all’altro lo tocca direttamente! Si tratti di un atto per quanto piccolo purché sia concreto, e per quanto sia rivolto ai più piccoli tra gli indigenti, perché sono suoi fratelli.

Ne possiamo avvertire le ragioni espresse da Gesù nel Discorso della Montagna: la paternità universale di Dio che vede tutti come figli e dunque tra loro come fratelli (cf Mt 5,45).

* In nome di tale criterio, altrettanto chiara e indiscutibile è la netta distinzione, anzi separazione, che il Giudice fa tra «pecore e capri», tra i facienti il bene e gli evasori. Gesù aveva accennato alla commistione tra bene e male nel mondo in maniera inestricabile, fino al momento della chiarezza senza ambiguità (Mt 13,24-30.47-50). È stata avvertito un accento predestinazionistico nelle parole di Gesù («fin dalla fondazione del mondo») che rettamente inteso non fa altro che confermare la inevitabilità di una separazione finale e definitiva tra ciò che è bene e ciò che è male.

* Allora la sentenza è matura: appartiene totalmente al Giudice, è motivata, è definitiva («eterna»), prevede una alternativa radicale corrispondente agli esiti alternativi radicali dei giusti e dei condannati: nel Regno o fuori, nella vita eterna o nel fuoco eterno. Al di sotto del linguaggio apocalittico riteniamo il linguaggio più personalistico di Gesù: «Venite nel Regno», dunque state con me; «Via da me, maledetti». La salvezza e la dannazione hanno il loro contenuto ultimamente nella comunione o nella separazione da Gesù (cf 2 Tess 1,9).

I giudicati

* Sono «tutte le genti», quindi tutti i popoli, senza separazione fra cristiani e non, pur dovendo ammettere la distinzione di dono e di compiti dei primi rispetto agli altri.

* Il giudizio verte sulla condotta tenuta verso delle persone nel bisogno. Nella religione biblica erano stati bene evidenziati tali bisogni primari componendo una sorta di schemi della indigenza (cf Is 58,7; Ez 18,7; Giob 31,32; Tob 4,16). Lo si vede in bocca a Gesù. Sono sei situazioni: avere fame e sete, essere forestiero, nudo, ammalato, in carcere. Chiaramente sono espressioni emblematiche comprensive di ogni situazione di indigenza che può essere materiale, ma anche spirituale, l’indigenza di non poter vivere secondo gli ordinamenti giusti di Dio.

* Colpisce lo «stupore» dei giudicati: si meritano un destino eterno, senza saperne formalmente la ragione (= aiutare un fratello più piccolo è aiutare Gesù). Formalmente possono non saperlo, ma sostanzialmente sì: fare del bene (o non farlo) al prossimo in difficoltà è toccare Cristo e decidere della propria salvezza. Il bene come amore del prossimo vale come tale senza una denominazione confessionale.

* Colpisce pure come l’atteggiamento anche su un singolo povero e piccolo abbia questo potenziale enorme di far entrare od escludere dal Regno.

* Infine la storia letta dal capolinea appare come formata dal duplice corteo dei «benedetti» e dei «maledetti», per una duplice destinazione: «Regno, vita eterna» e «fuoco, supplizio eterno».

Ma non sono perfettamente simmetrici. Quelli del «supplizio eterno» rimarranno nel buio del loro fallimento. Chi farà parlare di sé, chi darà alla storia dei rapporti umani un volto nuovo, sono i generosi, per questo «benedetti» da Dio e dagli uomini.

 

4. Il messaggio

È ricco e complesso (vedi sopra le «domande» che vi sono connesse). Cerchiamo di fare un po’ di sintesi.

 

* Affermazione globale: Gesù pone come metro di giudizio ultimo, e dunque della salvezza o perdizione dell’uomo, l’aiuto prestato o negato verso il prossimo in difficoltà. Non lo lega per sé ad un atto di culto, ma di carità (anche se l’atto di culto può diventare grande gesto di carità). Non lo lega per sé ad una appartenenza confessionale, ma alla propria natura di persone umane verso persone umane.

La ragione profonda di tale decisivo valore non sta in qualche sorta di ricetta miracolosa nell’azione positiva o negativa verso l’indigente, ma nel fatto che con l’indigente Gesù ha una relazione di comunione e dunque di comunicazione: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete (o non lo avete) fatto a me».

Implicita è la conseguenza: riconoscere Cristo per imparare ad amare, ma insieme amare per riconoscere Cristo.

 

* A chi si dirige Gesù? Si è oscillato tra una lettura universalistica e una lettura ristretta o confessionale (i soli cristiani). Oggi, in forza della chiarezza delle parole, si tende a vedere interpellati tutti gli uomini, anche quelli che non conoscono Gesù. Ma chiaramente ne sono toccati anzitutto coloro che lo seguono nella sua comunità, sono suoi discepoli, con la tensione ad una apertura di orizzonti che tocca ogni creatura (cf Mt 28,16-20).

È questo l’unico criterio per il giudizio ultimo? Alla luce di altre parole di Gesù e di altri passi del NT, emergono altri punti di riferimento, come la fedeltà al Maestro nelle tribolazioni, la testimonianza a suo favore di fronte agli uomini, il perdono totale dei debiti altrui, l’ascolto operoso della Parola di Dio, la vigilanza attiva, il saggio impiego dei talenti ricevuti (cf l’intero discorso escatologico di Gesù in Mt 24-25, la finale del discorso della montagna, in Mt 7, o delle parabole in Mt 13). Ma certamente la carità verso gli indigenti occupa un ruolo specifico e immancabile. Si potrebbe dire che la carità è come l’anima di ogni altra pur richiesta qualità della vita.

Chi sono questi fratelli più piccoli? La risposta riguarda certamente i missionari itineranti e perseguitati della prima ora di cui Gesù parla nel discorso della missione (Mt 10), da capire nella prospettiva più ampia: da quando Gesù ha rivelato la paternità di Dio e ne ha dato segni concreti, il mondo dei poveri, degli indigenti, di quanti sopportano la prova della fame, sete, ecc. resta sempre il mondo dei figli e dei fratelli.

 

* Paradigma esemplare, modello sicuro di tutte le direttive che Gesù dice ai suoi discepoli rimane sempre la sua condotta. Egli per primo ha riconosciuto come figli del Padre e dunque trattato concretamente da fratelli i poveri e gli indigenti. La moltiplicazione dei pani, la cura dei malati, l’attenzione ad ogni bisogno del corpo e dell’anima, tra cui il perdono e la riconciliazione, la difesa coraggiosa di quanti erano discriminati… attestano il significato delle parole: il senso del giudizio ultimo e la doverosità dell’impegno. La parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37) dice icasticamente il discorso finale che abbiamo meditato.

 

* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

 

 

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA

 

«Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato (o non dato) da mangiare?». Lo stupore dei «giudicati» ricade su tutti noi e questa pagina di vangelo appare per quello che è: una rivelazione di fondamentale importanza e risonanza. È una prospettiva, più che una ricetta, una prospettiva entro cui rileggere e riscoprire il volto di Dio, del Cristo, dell’uomo, della condotta, diventando lezione vitale e indimenticabile per il discepolo.

 

1. Dio è Padre di tutti, lo è con peculiare apprensione degli svantaggiati, dei figli dal respiro difficile, dei «poveri». Lo è perché è Padre, e dunque antecedentemente ogni spiegazione, tale verità costituisce il nucleo duro di ogni successiva rivelazione. Per questo Gesù può permettersi di parlarne direttamente. Lo stupore nostro è segno del nostro oblio sulla vera realtà di Dio, che rischia di essere sequestrato dalle confessioni se non appare come Dio di tutti, in particolare dei poveri! Qui si colloca il grande filone biblico dell’uomo creato ad immagine di Dio e della generosa legislazione a favore del «povero, della vedova, del forestiero».

 

2. Gesù è il Figlio di Dio e fratello dell’uomo, che si pone come colui che chiude il triangolo tra noi e il prossimo povero. Tale relazione con cui ogni giorno siamo confrontati non è mai questione bilaterale, ma trilaterale: noi, il povero e Cristo (Dio). Nel triangolo non si può mai eliminare la conclusione della figura. Tale conclusione è Gesù, nel giudizio ultimo come svelamento, lungo la sua vita storica come esempio e modello, nella nostra vita spirituale come monito e consolazione.

 

3. Non basta essere persone per essere brave persone. Si potrà far parte delle «pecore», dei «giusti», dei «benedetti dal Padre», soltanto attraverso l’impegno della carità, o meglio adempiendo ogni altro impegno della vita richiesto dalla dignità di persone, ma non senza che sia attraversato (non basta dire accompagnato di tanto in tanto!), dall’esercizio effettivo, concreto, analitico della carità verso gli altri. Il giudizio dell’uomo, e dunque la sua realizzazione di salvezza o condanna, avviene in base all’attuazione dell’amore al prossimo. Vuol dire che esiste una rivelazione di verità a cui tutte le genti partecipano: aiutare l’altro è bene, corrisponde alla volontà di Dio.

 

4. Ma qui conviene articolare bene il senso di questo primordiale nucleo della rivelazione di Dio con la rivelazione di Gesù. È Gesù che ce ne parla, per cui il testo matteano di 25,31-46 va pure inquadrato con la globalità dell’insegnamento di Gesù. Ecco alcune esplicitazioni.

– Per Gesù l’atto di carità ha valore così decisivo non per forza magica o perché lo faccio io, per mio merito, ma perché vi soggiace immanente la destinazione allo stesso giudice divino da cui proviene il valore dell’azione o il disvalore dell’omissione. Chi tocca il povero tocca Cristo, nell’accoglienza o nel rifiuto. Ai cristiani toccherà far conoscere almeno questo «segreto» di Gesù. È la sostanza di quel Vangelo che sono inviati ad annunciare a «tutte le genti» (cf Mt 28,19; Mc 16,15).

– Tra i cristiani sarà il luogo privilegiato di attenzione e attuazione delle parole di Gesù con ancora maggiore delicatezza per le ragioni della fraternità ecclesiale. Non di certo in termini esclusivistici, ma missionari, come testimonianza che convince gli altri che non lo sanno. Ai cristiani non sarà concesso lo stupore di non saperlo a chi va a finire l’atto di carità, ma certamente anche per loro vi è la gioia di praticarlo e di stupirsi pure loro – perché questo è inevitabile – di quanto sia enorme la sproporzione tra un bicchiere d’acqua fresca dato ad un povero e il saper che Cristo lo riceve con un cuore grande come il suo. È anche da dire che la storia cristiana apparirà come la storia della carità fatta od omessa.

– I cristiani mostrano una particolare sensibilità verso chiunque fa della carità al prossimo: lo riconosce, l’apprezza, l’incoraggia. La carità è la più alta forma di ecumenismo, è in se stessa comunione di grazia.

– I casi di indigenza elencati da Gesù formano il contenuto delle cosiddette opere di misericordia corporale (cui dalla tradizione verrà aggiunta la settima: seppellire i morti). Hanno valore paradigmatico od esemplare per tutti gli altri servizi che capiteranno di fare. Si sono aggiunte in seguito le opere di misericordia spirituale. L’importante è rispettare la concretezza e il riferimento alla persona, con la preferenza dei più piccoli.

– Infine accenniamo almeno alla sporgenza cosmica e in certo modo laica, aconfessionale o pre-confessionale del pensiero di Gesù, una specie di filosofia di base, substrato creaturale di ogni riflessione antropologica ed etica. Vi ritroviamo i seguenti «cenni assiomatici»: il prossimo nella sua condizione di povertà è icona del Mistero, rimanda ad una precisa partecipazione del Figlio di Dio; ogni persona è chiamata a dare positivamente una mano al suo prossimo, ad essere una persona solidale con il povero; fare ciò è fare il bene che porta alla piena realizzazione di sé (felicità); è male già il non fare questo bene, tanto più il fare offesa e cattiveria verso il prossimo; la storia va considerata anche, se non precipuamente, come l’ambito del sì e del no al prossimo in difficoltà, la storia nuova, quella che scaturisce dal giudizio del Figlio dell’uomo e percorre tutta l’eternità, è la memoria del sì all’altro nel Regno di Dio, in compagnia con Gesù. È inimmaginabile, per la sua tragicità, la condizione di chi ha detto no al prossimo, «lontani» dal volto del Signore.

 

 

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

 

1. Mt 25, 31-46 è certamente uno dei testi più dirompenti del Vangelo. Non è il tutto di esso, ma tutto deve essere riletto secondo i parametri ivi esposti dal Signore. Si può dire che tale testo sia conosciuto nel mondo dei giovani? Viene a loro presentato nel modo conveniente?

 

2. Va riconosciuto il timbro matteano del testo attuale. Matteo «si rivolge sempre alla sua chiesa, bisognosa di ritrovare, unitamente all’attenzione spirituale per il futuro, una fedeltà operante di vita… È uno sguardo profetico sul futuro teso a fondare escatologicamente un’etica presente per la chiesa» (G. Barbaglio). Si può dire che nelle nostre comunità l’escatologia così come è presentata ha influenza nel comportamento cristiano? Il futuro giudiziale definitivo stimola il presente, almeno dei cristiani, o rimane una scatola vuota, che si riempie di pie intenzioni più che di solida carità?

 

3. Solo la carità salva. Nella logica di Gesù ciò comporta più di una rapida considerazione, esige un cammino di riflessione e di esperienza che porta alla maturazione. Non si nasce capaci di questa carità, lo si deve diventare.

– Vi è da riconoscere che esiste il prossimo indigente da diversi punti di vista (fisico, economico, sociale, culturale, spirituale, etico, religioso…), anzi che ogni prossimo patisce qualche bisogno cui andare incontro. Sembra chiaro, aprendo il giornale, ma chiuso questo, sembra che si chiuda la questione, che i poveri spariscano. Sovente il povero è il pezzo di carta che ne parla, il cronista che lo registra come fatto di cronaca.

– Vi è pure da riconoscere e far «funzionare» il segreto dell’azione di carità: incontro lo stesso Gesù, sono chiamato a farla secondo lui, per le motivazioni che sono le sue, per lo stile che è stato il suo, per la responsabilità cui egli stesso richiama nell’ultimo giorno.

– Non può mancare un excursus storico, di ieri e di oggi, sugli uomini e donne, che hanno fatto la loro biografia sulle parole del Maestro. Oggi come non pensare all’Abbè Pierre, a Madre Teresa, a Don Benzi, a fratel Ettore, a Don Ciotti, a S. Egidio, alle Caritas…, all’esercito dei volontari noti e ignoti chini su carcerati, disabili, malati di AIDS, barboni, immigrati, minorenni in marginalità… Cerco fatti di Vangelo è il titolo di un libro luminoso di L. Accattoli. E li ha trovati.

 

4. Proviamo a stendere nelle nostre comunità la mappa dei bisogni giovanili e leggiamoli secondo il paradigma di Gesù. Verifichiamo se si fa maggioranza il raduno dei «benedetti» o dei «maledetti». Cerchiamone le cause e i rimedi. In particolare proviamo a stendere un cammino formativo giovanile dove è al centro una pedagogia della carità, ossia una traduzione educativa di Mt 25,31-46.

 

«Matteo propone con una specie di parabola profetica sul giudizio ultimo un esempio impressionante sul come vivere oggi nell’attesa responsabile della venuta del Figlio dell’uomo: il test definitivo della propria verità e fedeltà di uomini, condizione essenziale per la salvezza o la rovina definitiva, si gioca oggi nei rapporti quotidiani di accoglienza o rifiuto dell’uomo bisognoso, segno oggettivo della presenza umile e nascosta del Figlio dell’uomo» (R. Fabris).

 

* Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

 

* Una preghiera finale, magari con libere intenzioni conclude l’itinerario di fede compiuto.

 

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