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«Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,38)


Cesare Bissoli

(NPG 01-07-59)


PREGHIERA


Signore, questa domanda fa piacere ed insieme un po’ mortifica. Ci fa arrossire che proprio un scriba, un competente, anzi un maestro della Legge di Dio, non sappia più quale sia il comandamento più importante, quello che sostiene il rapporto con Dio, che nutre una vita di fede genuina. In verità in regime di pluralismo e di fronte a tanti maestri di sapienza, nel pensiero, nella politica, nel costume... anche noi abbiamo perso la gerarchia delle verità se non la verità stessa. Infatti a chi ci chiedesse quale è il primo di tutti i comandamenti, sapremmo rispondere? Ci fa perciò piacere, Signore, che questo scriba, tuo collega, si sia rivolto a te, chiamandoti maestro. Chi meglio di te, uomo profondamente di Dio e del tuo popolo, ha delle risposte più convincenti? Eccoci, alla tua scuola, Gesù, come quello scriba, perché possiamo sentire, come lui, quel giudizio con cui hai elogiato la sua ricerca di verità: «Non sei lontano dal Regno di Dio» (Mc 12,34).

 

 

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

 

* Viene fatta ad alta voce la lettura di Mc 12,28-34.

 

Uno sguardo di insieme

* Il brano appartiene al cosiddetto «libretto delle controversie di Gerusalemme» (Mc 11,27-12,34), ossia a quella serie di confronti talora aspri che Gesù dovette sostenere nella Città Santa verso la fine della sua vita. Come prima viene l’obiezione dei capi sull’autorità di Gesù che ha osato «purificare il Tempio», poi il quesito insidioso sul tributo da pagare a Cesare, e ancora la domanda altrettanto cattiva circa la possibilità della risurrezione dei morti, e come quarto, anche se con tono più disteso, viene questo interrogativo sul primo comandamento. Siamo dunque in clima di tensione.

Chi parla a Gesù, lo fa da inquisitore sospettoso, per fare piena chiarezza su questo giovane Maestro galileo, che pratica la stessa professione di Rabbi, ma con novità così inaudite di pensiero e di prassi, fare chiarezza per coglierlo in errore e condannarlo. Attenzione dunque: la risposta di Gesù è da prendersi con la carica di chi fa un pronunciamento meditato, allo scoperto, con piena coscienza delle sue parole. Ciò che egli dice riecheggia la solennità del famoso: «Ma io vi dico» del Discorso della montagna (Mt 5,21-48), dove peraltro il nostro argomento viene in parte toccato (Mt 5,43s).

 

* Vi è però in Marco, rispetto a Matteo (22,34-40), una differenza di clima rispetto alle dispute precedenti. Come vedremo, l’atteggiamento e il tono dello scriba è positivo, anzi di stima. Per questo diversi esegeti ritengono che il brano rispecchi una situazione antecedente la stesura evangelica, quando gli apostoli operavano nella missione presso i pagani, o giudei abitanti in terra pagana. Espresso con tono conciliante, come del resto doveva corrispondere allo stile di Gesù, il dialogo serviva, anche nella mitezza del tono, a mostrare come l’amore è il perno di ogni norma, l’amore a Dio che si manifesta quale divina filantropia verso il prossimo, e come su tale precetto a doppia faccia converge pienamente la rivelazione biblica (Legge). Sicché oggi le parole di Gesù risentono della calda sottolineatura delle prime comunità: quello che più conta è amare Dio e il prossimo, e questo è possibile anche in terra pagana. In questa esperienza viene a convergere la grande rivelazione fatta ai padri, trova unità profonda il mondo ebraico e pagano, e Gesù ne è maestro veritiero e incomparabile testimone.

 

La dinamica del colloquio


* Comprende due parti concatenate: la domanda dello scriba e la risposta di Gesù (vv. 28-31); la replica dello scriba seguita dall’apprezzamento di Gesù (vv. 32-34). Le parole centrali di Gesù appaiono così enfatizzate attraverso la conferma dello scriba e la conferma... della conferma da parte di Gesù. L’ultima parola è sempre di Gesù.

 

* Si noterà, all’inizio e fine del brano, un duplice, significativo nesso: lo scriba riconosce che Gesù ha «risposto bene» ai suoi interlocutori avversari; Gesù alla fine ricambia la stima riconoscendo che lo scriba ha «risposto saggiamente» a lui, il rivelatore di Dio. In questa reciprocità positiva assume ancora più rilievo, come incastonato in una solida cornice, il gioiello dell’unico amore a doppia faccia. A questo punto, giunti al vertice e al cuore della Legge, «nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo»: da parte degli avversari, per mancanza di appigli vincenti; da parte di ogni persona onesta, perché si era giunti al cuore della Parola di Dio e delle attese dell’uomo.

 

I personaggi

 

Sono due, lo scriba e Gesù, testa a testa. Se, come Marco afferma, lo scriba faceva parte del gruppo di coloro che avevano discusso con Gesù, ora è da solo, come anche Gesù appare da solo, anche se i discepoli erano con Lui (cf Mc 11,12.19).

Si tratta di un colloquio tra due maestri, situati entrambi sul versante della verità e del rispetto reciproco, anche se evidentemente non sullo stesso piano di valore.

 

Uno scriba desideroso di certezze è dunque l’interlocutore

 

* Ai tempi di Gesù equivaleva a «maestro religioso», uno che esercitava anche professionalmente una sorta di ministero con la competenza dello studioso. Nei vangeli sono i diretti interlocutori di Gesù perché erano come lui «tecnici» della verità della fede e della vita, quindi della Torah, la Legge. Però loro si ritenevano superiori a Gesù, in quanto egli passava come un autodidatta, senza aver frequentato l’accademia (cf Gv 7,15). È interessante che qui un maestro patentato mostri di non sapere, e il maestro che agli occhi dell’establishment non dovrebbe sapere, in realtà fa da maestro, raccogliendo anzi l’approvazione dell’interlocutore.

* Gli scribi erano laici, e appartenevano a scuole (ideologie) diverse, la maggioranza al gruppo dei farisei più ligi alla lettera della Legge, che conoscevano perfettamente e con cui cercavano di «ingabbiare» in certo modo tutta la vita. Per questo compare spesso nei vangeli il binomio «scribi e farisei» che sta appunto per «scribi dei farisei». Si sa che con Gesù ebbero uno scontro continuo (v. nel libretto ora citato delle dispute di Gerusalemme); ad essi Gesù dovette opporsi frontalmente denunciandone un sapere troppo astratto, ipocrita e impositivo (cf la tremenda requisitoria in Mt 23).

 

* Però, come abbiamo visto, questo scriba innominato è differente. Egli porta un vero problema, non capzioso, come quello del tributo da pagare a Cesare (cf Mc 12,13) e lo porta con un atteggiamento adeguato di chi vuol apprendere verso uno che riconosce capace di risposte valide («belle», dice il testo greco, v.28).

– Quanto al problema, esso riguarda il primo dei comandamenti, o più esattamente che cosa tra i comandamenti è prima di tutto: corrisponde cioè alla fonte dei comandamenti, alla stessa volontà di Dio.

- Quanto all’atteggiamento, vi è da restare stupefatti, trattandosi di uno specialista della Legge, ma qui sta la positività dello scriba che Gesù coglie appieno: sa di non sapere e perciò domanda. E nella globalità del dialogo appare come «l’allievo docile del maestro Gesù», uno che si lascia veramente ammaestrare da lui e porta quello che sa, non per contraddire, ma per confermare la posizione corretta di Gesù («Hai detto bene, maestro»). Finalmente uno scriba, uno studioso che si lascia ammaestrare, che pratica alla lettera lo «Shemà Israel» ricordato da Gesù. Per questo Gesù lo elogia (la prima e unica volta): «Non sei lontano dal Regno di Dio».

Qui conviene ricordare un bisogno oggettivo sempre presente nel popolo di Dio, specie ai tempi di Gesù. La volontà di essere fedeli a Dio portava a fissare norme e precetti per ogni dettaglio della vita. Secondo la tradizione rabbinica gli ordinamenti della Torah (= il Pentateuco) erano stati ramificati in 613 prescrizioni, comprendenti 365 proibizioni, una per ogni giorno dell’anno, e 248 precetti positivi, tanti quanti gli elementi pensati comporre il corpo umano. Da sempre si avvertiva perciò la necessità di stabilire una gerarchia di verità. Secondo i rabbini la legge per Davide si riduceva a undici prescrizioni (Sal 15,2.5), per Isaia a sei (Is 33,15), per Michea a tre (Mi 6,8), per Amos a due (Am 5,4), per Abacuc ad una sola: «Il giusto vivrà per la sua fede»(Abc 2,4).

 

* Non era dunque semplice volontà di sistemazione formale, casistica, la domanda dello scriba, né frutto di confusione od oblio, ma un voler cogliere il cuore di ogni comandamento. Egli dava espressione nella maniera più nobile e giusta alla ininterrotta ricerca di quello che più conta nell’osservanza della legge di Dio. Il livello perciò in cui Gesù si trova a rispondere è alto, non si riduce alla risposta di un quiz: si tratta di dare un’anima a chi la cerca. Almeno così l’intende Gesù nella sua risposta.

 

Il centro della scena è Gesù Maestro

 

Glielo riconosce chiaramente lo scriba che si fa suo discepolo. E Gesù, provocato a fare il maestro, non si tira indietro, perché lo è: «Voi mi chiamate maestro e Signore, e fate bene perché io lo sono» (Gv 13,13).

Lasciando sotto nel «messaggio» il contenuto del suo insegnamento, notiamo la sua metodologia che entra pur essa a far parte dei contenuti.

 

* Gesù accoglie anzitutto la domanda e non si sottrae, anche se poteva motivatamente presumere che si trattasse di un provocatore come gli altri. La domanda gli interessa, è fondamentale adesso e per tutti i discepoli futuri: «Cosa sta soprattutto a cuore a Dio e quindi diventa la norma della norma, il motivo che fonda la condotta?».

 

* Si noterà che la risposta non sgorga da un sapere del tutto autonomo di Gesù. Egli non può che riferirsi a Dio per esprimerne il vero pensiero. Ecco quindi il richiamo ad uno dei punti più solenni della Torah (Deut 6,4-5): «Shemà Israel, Ascolta Israele…». Gesù si appella dunque alle Scritture, come farà tante volte nella sua vita (cf Mc 2, 23s; 7,6; 8,17) e altri faranno a proposito della sua persona (cf Mt 1-2; 25-28).

 

* «Shemà Israel» formava il cuore della preghiera quotidiana del pio ebreo.

Gesù sembra modulare un triplice avviso:

– è nella preghiera a Dio che si rivela e si accoglie il comandamento primario di Dio;

– questa preghiera è il cibo quotidiano di ogni vero ebreo, che in questo modo ogni giorno riceve la giusta regola della sua condotta;

– peccato (e qui forse potrebbe esserci un filo di ironia in bocca a Gesù) che questi ardenti e prolissi oranti (cf Mt 6,5-6) nemmeno se ne rendano conto, non avvertano che anche questa preghiera è sotto comando di Dio e dunque va vivificata dall’amore di Dio e del prossimo.

 

* Infine con fine didattica il maestro Gesù accetta, non senza una prevedibile, gradita e per noi leggermente comica sorpresa (Gesù promosso dal suo alunno!), l’elogio dello scriba. Accetta e ricambia, aprendogli la strada sul dono più grande di cui Gesù dispone: il Regno di Dio.

 

Il messaggio

 

* Ne intuiamo subito l’importanza: riguarda il primo dei comandamenti di Dio, quello che dirige e anima ogni altra prescrizione; se ne fa portavoce, quanto mai autorevole, Gesù stesso, formalmente interrogato; chi interroga non è uno qualsiasi, ma un maestro della Legge, guida del popolo.

 

* Comprende l’amore a Dio e al prossimo fra loro congiunti. Ma sarebbe troppo povera questa peraltro giusta affermazione. Notiamo più in profondità:

L’amore anzitutto riguarda Dio, non il prossimo. Ma attenzione, Gesù non si riferisce ad una concezione generica di divinità, ma lo qualifica come «il Signore Dio nostro che è l’unico Signore». Gesù non inventa questo dovere di amore, tramite una riflessione filosofica, ma lo assume dalla Scrittura, va dunque capito dentro una storia di amore, talora difficile, in cui – è fondamentale notarlo – Dio ha amato per primo (Os 3,1; 11,1; Ger 31,3; 1 Gv 4,10.19). Il Deuteronomio è la testimonianza per eccellenza di queste prove di amore di Dio al popolo (Deut 4,37; 7,8; 10,15), e dunque anche della risposta del popolo a Dio. «Ascolta, Israele» quanto sei amato, e quindi ama chi ti ama.

– Subito il comando dell’amore a Dio è chiaramente segnato da qualità: «deve essere intero, abbracciando la totalità delle radici spirituali dell’uomo, delle sue facoltà» (S. Legasse): il «cuore» è il principio della vita sensibile, intellettuale e morale, sintesi dell’uomo interiore in opposizione all’uomo esteriore o carnale. Solo Dio è in grado di conoscerlo; l’anima (psiche) è la vita, l’esistenza individuale e concreta, ciò che è di più prezioso agli occhi di Dio, tanto da dovervi rinunciare per testimoniare la fede fino al martirio (Mc 8, 35-37); la «mente» o pensiero, già contenuto nel cuore, precisa la partecipazione dell’uomo intelligente e riflessivo all’amore per Dio; la «forza» significa tutto il potenziale delle energie intime che vanno quindi mobilitate.

 

Non si tratta quindi anzitutto di atti o di riti, ma di un atteggiamento totalizzante che coinvolge tutta la persona nell’intimo dell’intelligenza, della libertà, delle decisioni e dunque anche del fisico. Insomma a Chi è tutto dono, l’uomo non può rispondere che con il dono di tutto.

* Interrogato sul primo comandamento che riguarda necessariamente Dio, Gesù fa un sorprendente e fondamentale passo avanti. Afferma un secondo comandamento, che Matteo dice «simile al primo «(Mt 22,39): «Ama il prossimo tuo come te stesso». In verità lo scriba gli aveva chiesto il primo dei comandamenti. Gesù vi fa rientrare un altro, come se il primo non si potesse esprimere compiutamente senza il secondo. Il riferimento è chiaramente a Lev 19,17-18.

Ma qui vi stanno degli accenti sorprendenti posti da Gesù:

– nel Levitico il prossimo è il compagno israelita, per Gesù è chiunque ci accosta, e soprattutto se ha bisogno di aiuto (cf Mt 5,43-48);

– in secondo luogo Gesù unisce i due amori entro un comandamento unitario a doppia faccia. Non è che fosse del tutto assente nel giudaismo, ma qui è certamente un dato quanto mai luminoso e universale, chiaramente dovuto alla concezione «nuova» di Dio apportata da Gesù;

– in terzo luogo con questa affermazione Gesù non elimina gli altri precetti, ma vi dà un’anima: ogni osservanza vale se è lievitata dall’amore a Dio e al prossimo.

 

* Raccogliendo diversi spunti detti in precedenza possiamo completare il pensiero di Gesù:

– nella singolare promozione dello scriba verso il Maestro vi sta un solare riconoscimento, per di più proveniente da una classe di colleghi che non gli voleva bene, che la rivelazione di Dio, la Scrittura è dalla parte di Gesù. Gesù ha ragione, dice la verità di Dio;

– la rinnovata concezione di amore è fondata da Gesù sull’ascolto (shemà) della storia di Dio con il suo popolo; da lì si attingono motivazioni e forme di amare Dio e i fratelli;

– e ciò è connesso con un atto di preghiera: dire di amare Dio e il prossimo è contenuto di preghiera, lo sarà chiaramente anche la pratica effettiva, che anzi «vale più di tutti gli olocausti e sacrifici». Lo aveva detto Gesù stesso, parlando della sua relazione accogliente dei peccatori (Mt 9, 13) riprendendo il profeta Osea 6,6.

* Un gioiello religioso di così alto valore che esprime l’elevatezza di questo nuovo Scriba diventa ancora più splendido perché si fa credibile in Gesù che ne diventa testimone convincente. Tutta la sua vita diventa esegesi pratica del primo dei comandamenti e del secondo che gli è simile.

 

* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

 

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA


Una cosa è evidente e immediatamente comprensibile: qui si tratta di comandamenti e dell’amore a Dio e al prossimo come unitario comandamento-guida. La ricaduta esistenziale è patente, ma non per questo meno esigente.

 

1. Per Gesù la vita di ogni uomo è avvolta come da una rete di leggi. Quello che conta è rendersi conto per quale via la legge si rapporta a Dio. In verità anche soltanto una rapida considerazione del contesto in cui viviamo ci avverte di quanti precetti siamo circondati, di ogni tipo e valori.

Gesù afferma i comandamenti manifestando le radici divine di essi, da ascoltare dunque e non da inventare, attuandoli con una responsabilità personale e fedele.

 

SCHEDA


TENDENZA UMANA

Debolezza o assenza di motivazioni serie, con il rischio di superficialità e infedeltà            

Confusione sull’intrinseco valore delle leggi, con il rischio dell’appiattimento e di una osservanza gravosa

Arbitrarietà nell’osservanza, facendo dipendere normatività o meno, valore o meno, dalla soggettività personale

PUNTO DI VISTA DI GESÙ

La legge va ultimamente ritrovata nella sua origine divina e come tale va osservata con serietà e fedeltà

Per Gesù non tutte le leggi religiose sono eguali: vi è una gerarchia di valori e di primato da rispettare

I comandamenti di Dio sono anzitutto suoi, quindi vanno riconosciuti e accolti con docilità e integralità

2. Gesù propone il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo come centro del volere di Dio e dunque della condotta umana. Nasce la necessità di comprendere bene di che amore si tratta. Bisogna sfogliare la Bibbia. Appare chiarissimo – deve assolutamente esserlo! – che «prima» del «primo comandamento» sta l’amore che Dio ha per noi, il cui riconoscimento soltanto motiva e rende possibile la risposta di amore di noi a Lui. «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1 Gv 4,10). Anche per l’amore al prossimo, solo la spinta amorosa di Dio verso gli uomini considerati come figli (si pensi al figlio prodigo) permette ai figli di amarsi come fratelli. Non vi è soltanto dunque una filantropia da esercitare, ma un amore che viene da Dio e ritorna a Lui con la stessa intenzionalità, intensità, ampiezza. «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36).

 

3. Cosa vuol dire amare Dio? L’accumulazione delle risorse di «anima, cuore, mente e corpo» sta ad indicare uno stile di amore che è assai di più che una osservanza rituale o fatta di singoli gesti. Gesù chiede all’uomo un innamoramento di Dio che sia totale, radicale, per sempre. La mistica diventa norma per il credente. Una mistica peraltro con i piedi per terra, secondo il richiamo frequente di Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Si tratta di un amore operativo e trasformante. La base biblica che fa da supporto lo dice chiaramente: all’amore storico di Dio verso l’uomo deve poter corrispondere l’amore storicamente provato dell’uomo verso Dio.

Chiaramente non può essere la paura o il timore, la base della relazione con Dio, ma la qualità di un amore così bello, e per questo anche così impegnativo.

 

4. E amare il prossimo? Da quanto abbiamo visto, tale amore ha radici divine. Gesù, con molto realismo, pone alcuni «paletti», come si dice, dà dei criteri:

- Occorre amare il prossimo come se stessi, ossia partendo dal principio evidente che nessuno vuole male a se stesso, dunque: «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (cf Mt 7,12).

- Si tratta poi di un amore legato a filo doppio a quello di Dio, nella duplice direzione, per cui tale amore esprime in certo modo agli altri l’amore che Dio ha verso di loro (cf Mt 19,21-35), e d’altra parte deve nutrirsi sempre dell’amore di Dio («Amatevi come io vi ho amato»: Gv 14,34). L’amore del prossimo diventa una sorta di sacramento dell’amore di Dio: «come puoi dire amare Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi?» (cf 1 Gv 4,20).

Per questa sua potenza costitutiva, avviene che l’altro inteso come prossimo e assunto responsabilmente come nostro tu, diventa fonte della propria identità positiva, realizza la parte migliore di sé, giacché «il volto di Dio sta nel volto dell’altro» (E. Lévinas).

 

5. I segni concreti di questo amore a Dio e al prossimo sono vasti: la preghiera, la carità, la pazienza, l’aiuto. Ha una interiorità, vive di sentimenti, si esprime in gesti, nutre la speranza, genera gioia. L’amore a Dio è costitutivamente fiducia in lui, ascoltarlo e ubbidire generosamente e con fedeltà anche in quelle cose che non si riescono a capire. L’amore al prossimo è incontro, stima, rispetto, disponibilità all’incontro, aiuto.

 

6. Capaci di amare non si nasce, ma si diventa, si diventa andando come lo Scriba a scuola di Gesù, cercando la verità delle cose, il giusto ordine. Riconosciamo tre tratti che entrano di diritto nel pensiero di Gesù:

- ricerca dell’essenzializzazione nel campo delle verità e dei valori, per cui quello che conta di più ha diritto di guidare il resto. L’amore a Dio e al prossimo è per Gesù tale criterio di essenzialità. Chi fa secondo tale amore, va sempre al centro e fa sempre centro. La carità non finisce mai (cf 1 Cor 13);

– la possibilità di amare è per Gesù legata alla preghiera, intesa come ascolto della Parola di Dio, quindi come meditazione, interiorità, dialogo con Dio. La carità attinge necessariamente dalla preghiera, la quale porta per sua logica intrinseca alla carità. Dio infatti è amore. Per questo la carità vale di più degli olocausti, ossia dell’atto di culto più alto nel popolo di Dio. È dono totale di anima di una persona, mentre l’olocausto è soltanto del corpo di una vittima animale;

- la testimonianza di Gesù e dei cristiani migliori sono l’inesauribile miniera di motivazioni e di modelli.

 

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

 

Il brano meditato porta con sé tanti stimoli che spingono a fare condivisione. Eccone alcuni.

 

1. «Se uno ti chiedesse: tu sei cristiano, raccontami ciò che è essenziale e primario nella tua fede: che cosa gli risponderemmo?». Siamo capaci di motivare il primato dell’amore di Dio e al prossimo affermato da Gesù come cuore di ogni comandamento? Più in là ancora, pensiamo di avere una fede che ha in sé la giusta gerarchia delle verità e dei precetti? O credo a tutto o un po’ di tutto?

 

2. Uno scriba, un maestro, interroga Gesù per avere un giusto quadro di riferimento sulle cose che contano nell’ordine delle verità e dei valori. Riflettendo sulle stesse cose, ci troviamo in stato di sincera ricerca, o abbiamo spento la domanda? Gesù di Nazaret è giunto ad essere per noi maestro credibile e affidabile?

 

3. Amare Dio con tutto se stessi viene da Gesù proposto come ispirazione sostanziale della vita cristiana. Proviamo a esprimere con semplicità cosa significa per ciascuno di noi «amare Dio»: se lo amiamo veramente, in che cosa concretizziamo tale amore, quali esperienze portiamo dentro di noi, se abbiamo incontrato persone che ci hanno colpito perché amano Dio, quali sono i segni di ciò…

 

4. Amare il prossimo come se stessi è il secondo comandamento simile al primo. Chiediamoci se veramente amiamo il prossimo con l’ampiezza data da Gesù; se lo amiamo in forza dell’amore di Dio, di Cristo, o ci muoviamo secondo tendenza umana di simpatia, solidarietà, filantropia. Che cosa apporta l’amore a Dio all’impegno di amore del prossimo? E l’amore al prossimo riesce a rafforzare la fede e la speranza in Dio?

 

5. Abbiamo riflettuto sullo straordinario modo di amare da parte di Gesù. Cosa ci ha colpito di più nelle sue parole, nei suoi gesti e comportamenti? Confrontandoci con altre prassi di amore e altri insegnamenti (filosofia, altre religioni, testimonianze laiche…), che cosa contraddistingue lo stile di Gesù? Su quali aspetti convergono il suo modo di amare e quello di testimoni di altra provenienza?

 

6. Le parole «amore, cuore» e simili sono di uso frequente. Cerca di stabilire un dialogo tra la mentalità e la prassi di amore dell’uomo (giovane) di oggi e quelle espresse dal Vangelo. Dove si incontrano? Dove si scontrano? Gesù come evangelizzerebbe questo inquieto cuore dell’uomo? I cristiani cosa dovrebbero fare per rendere credibili le parole sull’amore a Dio e al prossimo proposte dal loro Maestro?

* Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

 

PREGHIERA CONCLUSIVA


(Si consiglia di suscitare tra i partecipanti una invocazione aderente al tema. Vi possono rientrare anche le seguenti.)

– Il comando di amare te, o Dio, appare a noi giovani un po’ retorico, una frase fatta, forse perché l’abbiamo sentito tante volte da ragazzi. Signore, accogliamo oggi il tuo invito dentro il crogiolo talora bruciante e deludente del nostro amore umano. Signore ti amo.

– È una sfida «amare il prossimo come me stesso», ma l’accettiamo sulla tua parola e con la tua grazia. È una sfida perché sembra impraticabile, ma non praticandola ci vogliamo male, stiamo male insieme. Signore, insegnaci ad amarci come ci ami tu.

– Sentendo questo scriba o esperto del Vangelo che ti chiede chiarezza su ciò che avrebbe dovuto sapere, ho provato, Signore, sconcerto e attrazione. Te lo chiedo anch’io: aiutami, Signore, a mettere ordine nella mia vita: il primo sia primo, il penultimo e l’ultimo siano tali. Il più urgente è che Tu sia il primo. E con te il mio prossimo.

– Signore, ti amo. È una bella espressione che adopero con la mia ragazza. Ma con te, che senso devo dargli, quali contenuti mettervi, che non mi privino dell’amore alla mia ragazza? Fammi capire, Signore.

– È bellissimo amare e essere amati. Rinnova il miracolo della tua presenza di allora in Palestina nei nostri quartieri, condomini, famiglie, dentro di me. Ti prego così, Signore.

Signore, ascoltando le tue parole sul primo comandamento, con quell’accento posto sull’amare «con tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente», avvertiamo una duplice scossa interiore: è assolutamente vero che amare come tu hai mostrato, è l’eredità più bella che ci hai lasciato, il lato più ammirato, invidiato della tua vita; ma vi è anche una scossa di sorpresa, anzi di paura. Ma ce la faremo ad imitarti? Crediamo che qui tocca a te, quale medico perspicace e capace, di farci con il bisturì del tuo Santo Spirito una operazione di «cuore, anima e mente». Signore, vorremmo saper amare, vorremmo portare fissato dentro nella nostra coscienza il primo comandamento che ci hai insegnato e con esso misurare tutti gli obblighi, piaceri e dolori della nostra vita. Amen.

 

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me, ma io ero fuori di te. E là ti cercavo gettandomi sulle belle realtà che tu hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te… Ma tu mi hai chiamato, hai gridato squarciando la mia sordità. Hai fatto balenare un bagliore di te e hai fatto dileguare la mia cecità. Hai effuso il tuo profumo: io l’ho aspirato e ora anelo a te. Ti ho assaporato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo del desiderio della tua pace» (S. Agostino, Confessioni).

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