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«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17)

 

GUIDA ALLA LETTURA

Proponiamo dieci incontri biblici per gruppi giovanili (adolescenti e giovani).

* L’obiettivo è “ripartire da Cristo”, come ha proposto Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa all’inizio del Terzo Millennio (NMI, c. 3). Significa ritrovare nella sua storia le radici del credere e vivere da cristiano. È il contributo di questi dieci itinerari guidati dal Vangelo, il Libro che il Papa ha consegnato ai giovani della GMG nella indimenticabile notte di Tor Vergata.

*  I contenuti sono costituiti da brani evangelici che focalizzano ”domande a/su Gesù” così come le hanno espresse i suoi ascoltatori, in modo da rinvigorire quella via preziosa a Cristo che è il farsi domande su di Lui e così apprendere meglio la genuinità della sua risposta. Un filo logico lega gli incontri: la prima domanda riguarda il domicilio di Gesù, dove e come incontrarlo per entrare in dialogo con Lui (1), poi domande sui suoi insegnamenti (2-3) e sulle sue azioni (4-5-6), per giungere alle domande essenziali sulla sua identità (7-8-9), di cui Emmaus è lo svelamento decisivo (10).

* Il metodo rispecchia la Lectio Divina opportunamente adattata. Tre sono i momenti costitutivi: la lettura e spiegazione del testo, secondo un metodo di lettura analitica, esegeticamente fondata e facile da seguire; il riferimento alla vita, ampliato con delle piste per una condivisione; infine ogni incontro si apre e conclude con una preghiera per avere una corretta comprensione e assimilazione della Parola. Una scheggia finale attinta da qualche scrittore significativo sottolinea come l’efficacia del testo evangelico continui nella storia.

Nell’esposizione abbiamo cercato di mantenere un certo spessore culturale ed esistenziale che richiede perciò attenzione e riflessione adeguate.

* Alcune avvertenze: stare al senso del testo, magari avendone in mano una copia; realizzare tutti e tre i momenti, con l’aiuto di un animatore preparato; stimolare l’intervento di tanti, di tutti; mantenere un tempo tra 45 minuti e l’ora; valutare gli esiti dell’esperienza, i fattori che favoriscono o che disturbano, in vista di una migliore competenza e gusto della Parola di Dio.

 

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17)

Cesare Bissoli

 

 

Preghiera

 

Sì, è una domanda che ci interessa: come avere la vita eter­na? Nella vita, Signore, ci siamo, e ci vogliamo restare da gio­vani, ma la vita corre, ci scappa quasi di mano. E non è sempre una bella vita, tra incertezza del lavoro, disagio per il futuro, e nel frattempo infortuni vari... Ecco, conseguire una vita miglio­re ci sta a cuore, sapere di cosa si tratta, e come si ottiene, e tu come c'entri, Gesù, persona stimabile, ma di altri tempi. Ci mettiamo in ascolto con la serietà dovuta a questioni di vita, ma aiutaci, Gesù, a situarci in un atteggiamento di leale aper­tura a quanto ci vorrai dire, giacché prevediamo, trattandosi di qualità della vita, che le tue parole saranno come sempre belle, ma esigenti, belle proprio perché esigenti. Ma, come è proprio di te, parole non impossibili e soprattutto dagli esiti sicuri. Amen.


PRIMO MOMENTO:

LA LETTURA DEL TESTO

 

* Viene fatta ad alta voce la lettura di Mc 10,17-31.

 

Uno sguardo di insieme

- Viene comunemente chiamato il brano del «giovane ric­co». Per la verità che si tratti di un «giovane» viene esplicita-mente detto in Mt 19,22. Ne accogliamo la suggestione, parlan­do anche noi di «giovane ricco», come del resto ha fatto Gio­vanni Paolo II nella sua Lettera ai giovani e alle giovani del mondo nel 1985. In questo modo focalizziamo ancora meglio, a servizio dei giovani, una tematica che riguarda ogni persona che voglia essere discepolo di Gesù: il problema della ricchez­za, dei beni materiali in relazione al Regno di Dio.

 

- Ma come sempre Gesù ne parla in un contesto che arreca un accento specifico alle sue parole.

In Marco, come pure in Matteo (19,16-26) e Luca (18,18­27), il racconto è situato nella seconda parte del vangelo (8,27­16,9), quando finalmente Gesù può manifestare apertamente il «segreto» della sua missione per il Regno. Non consiste nel suc­cesso dei miracoli e nel brillante vigore degli insegnamenti, co­me è stato nella prima parte (1,1-8,26), ma risiede nella sua to­tale fedeltà al Padre, per il quale è disposto ad andare sulla cro­ce. Non che il Padre voglia la croce del Figlio, ma sono gli uo­mini a volerla, non accogliendo il messianismo di Gesù, affatto nazionalista né temporale, ma orientato anzitutto a salvare l'uo­mo dal suo peccato e proporgli una nuova via di vita.

* Per questo, a partire dalla confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù fa i tre inauditi annunci pasquali (passione, morte e risurrezione) che rivelano la sua identità profonda di Messia Servo sofferente e glorioso (8,31-32; 9,30-31; 10,32­34) e contemporaneamente rivela l'identità del discepolo.

* Il discepolo è colui che segue da vicino Gesù portando la croce della fedeltà a Lui (8,34-38). Concretamente Gesù non fa delle teorie sul vero discepolo, ma mostra come va vissuto il vangelo in alcune situazioni di vita, situazioni comuni e signifi­cative: a riguardo dell'amore uomo-donna e della famiglia (di­vorzio e bambini), a riguardo delle ricchezze, a riguardo del po­tere (9,33-10,52).

 

- Qui si situa il nostro brano, detto anche il brano sulle ric­chezze. Va letto in collegamento al secondo annuncio pasquale (9,30-31), quindi va mantenuto nel grande orizzonte di rivelazione della vera identità di Cristo e del cristiano. Non si tratta di risolvere un caso relativo ai beni materiali, ma con l'episodio raccontato viene affrontata una dimensione costitutiva della vi­ta di una persona: l'inevitabile possesso delle cose, il contatto con le ricchezze, che rapporto ha con la vita eterna, con il Re­gno annunciato da Gesù, con la salvezza? Le parole di Gesù non sono dunque una soluzione notarile, ma una comunicazione che coinvolge il destino di un uomo, la sua salvezza o meno. Di qui la necessità di continuare il testo, che si riferisce stretta­mente al giovane ricco (10,17-22), con quando viene di segui­to, cioè l'importante dialogo di Gesù con i discepoli e con Pie­tro (10,23-31).

 

La dinamica del racconto

 

Comprende due parti differenti nel genere, ma unite nell'in­tento.

- La prima parte consiste nel racconto dell'uomo ricco che chiede a Gesù sul come conseguire la vita eterna, che nel Van­gelo equivale alla salvezza e all'entrata nel Regno. È un rac­conto sotto forma di dialogo, fatto di domande, risposte, senti­menti, e una finale piuttosto amara. Il giovane se ne va triste, incapace di fare la scelta radicale cui lo chiama il Maestro con intenso affetto.

- La seconda parte, come dicevamo, si unisce alla preceden­te in ragione del contenuto (salvezza-ricchezza/povertà) e ha funzione di teoria e di prova storica. Consiste anche qui in un dialogo, ma con i discepoli e Pietro, che hanno compiuto la scelta di abbandonare tutto per seguire Gesù.

- Quindi le due parti vanno lette come un'unica lezione di Gesù in due tempi, secondo quello che era il suo stile: un fatto di vita assume valore emblematico (come una parabola), cui se­gue la spiegazione familiare ai discepoli (cf Mc 4,33-34). Non basterebbe dunque la verità del racconto della prima parte per capire fino in fondo il pensiero di Gesù sui beni materiali; ma èanche vero che tale pensiero non vuole restare sulla carta, chie­de pratica esecuzione nella vita, e può capitare che nemmeno Gesù riesca ad avere successo.

 

I personaggi

 

Sono materialmente quattro: Gesù, il giovane ricco, i disce­poli, Pietro. In realtà come altre volte, sono due: Gesù e gli al­tri. Gesù sta al centro; a lui si riferiscono in progressione: il gio­vane ricco che appare il più lontano, i discepoli che capiscono il pensiero di Gesù, non lo rifiutano, ma ne restano «stupefatti», «sbigottiti», infine Pietro che ne parla come di una scelta esi­stenzialmente realizzata, diventando chiaramente la figura di opposizione al giovane ricco.

Procediamo per abbinamento: il giovane-Gesù, i discepoli-Gesù, Pietro-Gesù.

 

Il giovane ricco e Gesù

L'intreccio del dialogo è interessante comprende due fasi:

- La fase della normalità religiosa, o la condizione del pio giudeo, o il canone di santità prima di Gesù (10,17-20).

Qui l'azione parte dal giovane, raggiunge Gesù e ritorna sul giovane, che si trova approvato dal Maestro, ma che non è capace di restare con Lui.

IL GIOVANE

- Realizza un incontro, che è chiaramente intenzionale, voluto: «corse incontro» a Gesù e lo blocca.

- Ha un atteggiamento di fi­ducia vera: «gettandosi in gi­nocchio», lo chiama» maestro (rabbi) buono, cioè competente, degno di fiducia.

- Con una domanda seria: «per avere la vita eterna». Nel linguaggio biblico è la vita oltre la morte, nel senso di Abramo, presso Dio (cf Lc 17,22).

- E dona una risposta vera, attestata: «ho osservato i comandamenti fin dalla mia giovinezza».

GESÙ

- È in movimento missiona­rio: «in viaggio» (cf Mc 1,38)

- Accetta il dialogo, ma cor­regge e qualifica la fiducia del giovane, dandovi la vera motivazione: «solo Dio è buono», ossia solo a partire da Lui Gesù è buono, e dunque merita la fiducia e può rispondere con verità.

- La risposta di Gesù è quella classica: «conosci (e dunque pratica) i comandamenti». Gesù ne elenca sei per dirli tutti. Vengono alla mente le classiche pagine dell'allean­za e del decalogo: Es 20,12­16; Dt 5,1-20; 24,14.

A questo punto abbiamo una importante conclusione da trar­re: questo giovane è un pio ebreo, di cui Dio si compiace vera­mente e che quindi Gesù stesso «ama» (v. sotto). Qui la legge non appare affatto dannosa, come sarà in Paolo, la sua osser­vanza è positiva, rende giusti e graditi a Dio chi l'osserva. Ep­pure non basta. Non fa ottenere la vita eterna.

- Da qui parte una seconda fase: la fase della perfezione evangelica, o la condizione di chi è discepolo di Gesù pasquale (10,21-22).

Adesso si rovesciano i ruoli, è il Maestro che prende l'ini­ziativa, perché si tratta di un'operazione del tutto Medita nella storia e nella legge della alleanza ebraica. Il racconto però ter­mina in un modo inatteso e sgradito.

GESÙ

- Esprime un atteggiamento di ri­cambiata fiducia verso il giovane, anzi ancora più: «fissatolo, lo amò». Indica la penetrazione della verità che è propria degli occhi di Dio (Sal 139) ed insieme la predile­zione del Padre per i puri di cuore (cf Gv 14,21: la coniugazione di comandamenti e amore di Cristo e del Padre). È più che una affezione naturale: quel giovane è chiamato ad essere luogo di rivelazione del nuovo progetto di Dio (Mt 11,27).

- Avviene la proposta nuova, sotto forma di verità indiscutibile ed in­sieme sottomessa alla libertà del giovane interlocutore: «Vieni e se­guimi».

Comprende tre elementi:

* vi è una deficienza da colmare: «una cosa ti manca», che l'antica alleanza non ti può dare, ossia la decisione radicale per la sequela di Gesù;

* ciò richiede di fare del possesso non un idolo, ma un dono «ai po­veri», cosa che nei canoni antichi ottiene il tesoro nel cielo (cf la pa­rabola del ricco stolto in Lc 12,13­21.33-34; e ancora Tobia 12,7-10);

* per Gesù è condizione necessaria per essere discepolo di Gesù: «poi vieni e seguimi».

certamente di gioia, di festa, perché vada e stia con colui che pur con fiducia aveva chiamato «maestro buono», a cui anzi aveva chiesto (se­condo Mt 19,20): «Co­sa mi manca ancora?».

IL GIOVANE

- È sotto lo sguardo di predilezione di Gesù (di Dio), e quindi ne è interpellato in un clima certamente di gioia, di festa, perché vada e stia con colui che pur con fiducia aveva chiamato «mastro buono», a cui anzi aveva chiesto (secondo Mt 19,20): «Cosa mi manca ancora?».

- Assistiamo ad un fal­limento spirituale e ad una dissociazione an­che materiale: le parole di Gesù generano «tri­stezza e afflizione», sicché al «vieni» di Ge­sù, egli risponde con un inconciliabile e incre­dibile «se ne andò».

- La ragione di questa totale incorrispondenza è netta: «aveva molte ricchezze». Facilmente nel mondo ebraico il ricco si stimava un be­nedetto. Per Gesù la benedizione passa solo attraverso di Lui.

Vi sono significati tre fondamentali valori: Gesù è la porta, il mediatore indispensabile per conseguire la vita eterna; tutto consiste nel condividere il proprio destino con quello di Gesù (ta­le è la portata della sequela) (cf 8,35s); ma ciò richiede di sotto­mettervi come penultimo ogni altro valore, quale la ricchezza.


I discepoli e Gesù (10,23-27)

Ricordiamo brevemente il pensiero espresso che appare an­che qui in una doppia cornice.

I DISCEPOLI

Di essi si dicono tre cose:

- sono sotto diretto magistero di Gesù;

- provano un vivace choc («stupiti, sbigottiti»);

- non    possono che     domandare legittimamente: «Chi potrà salvarsi?», dato che nella       mentalità comune ricchezza e benedizione erano intimamente unite...

Non riescono da soli a dare una risposta plausibile. Solo Gesù può.

GESÙ

Fa tre interventi di insegnamento ai discepoli che chiama «figlioli» per indicare una amichevole vicinanza, adesso che la distanza del messaggio li sta turbando profondamente (cf lo stesso termine affettivo all'emorroissa: 5,34).

- Un detto generale fa piazza pulita di una mentalità verità diffusa, secondo cui salvezza e ricchezza siano interfaccia della vita eterna: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio».

- Un secondo detto ribadisce con la potenza dell'immagine la prima verità: «È più facile che un cammello passi per una cruna di ago, che un ricco si salvi».

- Il terzo detto risponde ad una domanda di principio sulla possibilità della salvezza, avendo tutti un certo rapporto con la ricchezza. Gesù rimanda la possibilità a Dio che ha voluto questo nuovo ordine di cose. È una risposta di principio, del tutto insondabile, che non dice le modalità concrete. «Tutto è possibile a Dio».

Detto di alta densità biblica come appare in Gn 18,14 (il figlio ad Abramo); 14,36 (il calice del dolore per Cristo); Lc 1,37 (il figlio per Maria).

 

Pietro e Gesù (10,28-31)

Più che una verifica delle parole di Gesù, è la solenne (4n verità, in verità») promessa per quanti hanno fatto la scelta che il giovane ricco ha rifiutato.

PIETRO

A nome di tutti i discepoli, afferma la scelta dell'abbandono delle cose e della sequela del Maestro.

Propone al positivo quanto il giovane ricco aveva proposto al negativo.

GESÙ

Sui discepoli che hanno abbandonato ciò che radica l'uomo sulla terra: casa, terra,

famiglia, avviene la benedizione che è stata di Abramo (cf Gn 12,1-9), con significative precisazioni:

- si deve trattare di abbandono in relazione a Gesù e al suo Vangelo;

- comporta necessariamente il segno della croce (persecuzioni, secondo Mc 8, 34s);

- ha la sua visibilità nella nuova famiglia messianica di Dio (cf 3,34-35) e la sua definitività nel futuro.

È quella «vita eterna» che il giovane ricco aveva domandato, ma la cui strada, tracciata da Cristo, aveva rigettato.

 

Il messaggio

 

- Nella rivelazione biblica, Gesù si presenta come il deter­minante per la vita eterna (o salvezza). Occorre incrociarlo per arrivarci, occorre letteralmente andare sulla sua strada, cammi­nargli dietro: «Vieni e seguimi».

- Gesù non svuota, ma innalza il livello della rivelazione del suo tempo. Si tratta della vita eterna da intendere come Regno di Dio. Il decalogo e ogni altra legge pur necessari vanno as­sunti nella prospettiva dell'evento del Regno e concretamente inquadrati nella sequela di Gesù. Paolo con altre parole denun­cerà l'insufficienza di osservanza della legge fuori della atten­zione alla Parola di Gesù.

- Tale sequela esige di riconoscere a Cristo il valore-prima­to, a cui le cose, i beni, le ricchezze vanno sottomesse.

- È una tale in-subordinazione che Gesù condanna, non la ricchezza in se stessa. Condanna chi ne fa un segno di benedi­zione assicurata di Dio, pegno di salvezza, ne fa un sostituto di Dio, un idolo. E con un giudizio di constatazione storica e non di natura metafisica, ne conferma la pericolosità, anzi la inevi­tabile negatività. La paradossale immagine tutta orientale del «cammello e della cruna di ago» dice in maniera efficacissima l'estrema debolezza di quella ricchezza che comunemente è ri­tenuta suprema potenza.

- Vi è una forma concreta per ben collocare la ricchezza nel­la sequela: è lo stesso principio per cui Gesù è venuto a noi fa­cendosi povero, è la carità verso i poveri.

- Il problema soggiacente della salvezza e dunque la corret­ta comprensione dei mezzi per raggiungerla (la sequela e non la ricchezza) solo Dio può risolverlo. Egli solo è colui che è «buo­no», l'unico capace di superare le antinomie evangeliche, insu­perabili alle risorse umane, quali: ricchezza = perdizione, po­vertà = felicità.

- Ci si è chiesti se la salvezza di cui parla Gesù è soltanto escatologica, o una salvezza che tocca anche il presente. Ulti­mamente non può essere che nel futuro del Regno definitivo. Ma il Regno per Gesù comincia oggi (cf Mc 1,15). Ai suoi occhi anche il presente, vissuto nella sua sequela, trova riscontri posi­tivi (i beni della fraternità cristiana), per cui si riceve ciò che si abbandona; ma chiaramente sono riscontri marcati dalla novità del vangelo («a causa mia e a causa del vangelo»), dunque dal segno della croce («persecuzioni»).

- Gesù avallando la scelta di Pietro e dei suoi compagni, fonda una qualità essenziale del discepolato cristiano, già iniziato con la chiamata dei primi discepoli (Mc 1,6-20): farsi po­veri per stare con Gesù. Ma quanti scelgono visibilmente la se­quela di Cristo come unico bene, dunque in una vita povera, non lo fanno per avere un monopolio della virtù, ma per inco­raggiare fratelli e sorelle cristiani a fare altrettanto nel quotidia­no della loro vita.

 

Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

 

 

SECONDO MOMENTO:

IL RIFERIMENTO ALLA VITA

 

Ci troviamo di fronte ad una pagina di vangelo che viene a toccare un esistenziale tra i più sentiti dall'uomo di ogni tempo: quello della ricchezza, della produzione di beni, del possesso della propria sicurezza. Ciò è tanto più sentito oggi, ove è l'ac­cumulo dei beni, reale e potenziale (v. banche), che permette il lavoro, il guadagno, l'investimento... tutti pilastri dell'odierna concezione di vita. Come può entrarci l'insegnamento di Gesù senza cadere in una caricatura del fattore economico?

 

1. È doveroso affermare che per Gesù il discorso non parte dalle ricchezze ma dalla «vita eterna». È dalla prospettiva della vita in pienezza che Egli si lascia interrogare dal giovane ricco. Si aggiunga che la prospettiva della domanda sulla vita si in­treccia strettamente con l'altra di tipo religioso, secondo cui la vita viene da Dio, a fortiori la vita eterna. È dunque soltanto dal nesso di questa doppia prospettiva che va compreso il giudizio di Gesù sui beni materiali.

 

2. Ebbene Gesù afferma in piena sintonia con la rivelazione biblica che solo Dio è capace di vita perché è capace di salvez­za. Fuori di Lui, tutto deve essere sotto di Lui, ha perciò valore penultimo. Tali sono i beni, non condannati perché beni, ma sol­tanto nella misura in cui l'uomo li fa diventare il Bene. Il di­scorso di Gesù richiama implicitamente quel primo comandamento che non aveva nominato tra quelli citati al suo giovane interlocutore: «Non avrai altro Dio all'infuori di me» (Es 20,3). Con chiarezza indiscutibile Gesù ha denunciato: «Nessuno può servire a due padroni... non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24). Il suo è un pensiero tipicamente teologico e non so­ciologico.

 

3. È un pensiero certamente critico e demistificante. Toglie brutalmente ogni valore teologico e benedizionale al possesso di beni, come se chi li possedesse fosse automaticamente vir­tuoso, amico di Dio. Al contrario vi può essere il fondato so­spetto che vi si annidi un peccato di idolatria che rende impos­sibile l'entrata nella terra promessa, nel Regno di Dio. Per cui il «guai ai ricchi...» nasce dal «guai» al male oscuro della separa­tezza da Dio, cui i ricchi vanno incontro. Si aggiunga che nel male-essere della ricchezza si ritrovano anche coinvolti e cal­pestati il quinto comandamento («Non uccidere»), e il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo («non rubare, non imbrogliare, non concupire»). Non vi è certamente un entusiasmante amore al prossimo. La storia biblica lo dice sovente che il ricco diventa insaziabile ed empio (cf 1 Re 21); Anania e Saffira non mettono i beni al servizio della comunità (At 5,1-11). Il ricco epulone ne è parabola netta (Lc 16,19-31).

 

4. Ma Gesù non fa il teorico fondamentalista. Parla così per­ché trova riscontro nei sentimenti umani. A Lui, maestro di sa­pienza, che coglie il mistero di Dio nelle pieghe dell'esperienza, non sfugge affatto il dato storico di come la ricchezza non fac­cia la felicità, la vita. Alla scuola dei salmi e dei sapienziali (Sal 49; Qo), egli la denuncia come affanno (cf Mt 6,19-21.25), co­me ingorda avidità che riempie ogni spazio della vita tanto da soffocarla (cf Lc 12,13-21). La storia insegna. Come resta vero che a livello anche umano il distacco dalle cose alleggerisce il cuore e rende più buoni.

 

5. Vi è una sola via per cui la ricchezza si rende utile, fecon­da: farla diventare carità. La parabola dell'amministratore, infedele come amministratore, saggio come donatore, fa parte dell'insegnamento di Gesù (cf Lc 16,1-8), che con un tocco di astuzia levantina, ma con la saggezza che deriva dai fatti con­clude: «Ebbene io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa vi verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9). E con determinazione arriva a dire: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i la­dri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vo­stro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,33-34).

 

6. Gesù porta dunque nel mondo un'antropologia della ric­chezza e della povertà veramente innovativa e sfidante il senso comune. Né l'una né l'altra hanno ragione di fine, ma sono cer­tamente mezzi necessari per raggiungere il fine necessario che è il Regno, attraverso la via indispensabile che è la sequela di Gesù. È dunque solo una ragione di amore, come il Padre in Cristo ci ha manifestato, che investe di senso i beni del mondo, e spinge a farne volontaria privazione, in modo da «non ante­porre nulla all'amore di Cristo» (S. Benedetto).

 

7. Notiamo infine come tutto parta da un giovane che fa una domanda globale a Gesù, domanda che riguarda tutta la vita. A parte la «cattiva figura» del giovane, rimane vero che con il Ge­sù del vangelo ha forza di rivelazione solo la domanda seria, di totalità: la vita eterna. Senza queste qualità, Gesù sembra essere preso in giro, perché in fondo siamo noi stessi a prenderci in gi­ro con domande troppo piccole!

 

 

TERZO MOMENTO:

PER LA CONDIVISIONE

 

Abbiamo toccato un nodo nevralgico della nostra vita che non può non suscitare condivisione.

 

1. Dopo una breve riflessione, realizziamo un brain-stor­ming di interventi, in cui ognuno dice la sua impressione sul tema trattato: apprezzamenti, difficoltà, cercando con attenzione di trovare connessione con la propria esperienza.

 

2. Il Vangelo mette in netto rilievo il problema della vita eterna collegandolo a quello della salvezza, sottraendo così un valore decisivo alle ricchezze e chiedendo di scegliere piuttosto uno stile di carità, determinato appunto dalla privazione delle ricchezze. Allora soltanto si può seguire Gesù, fare strada insie­me, diventare suoi discepoli, e dunque ottenere la vita eterna, come certamente capiterà a Pietro e ai discepoli che questa scel­ta inaudita hanno compiuto. Ti è chiaro questo messaggio? Co­sa ti attrae, cosa ti respinge?

 

3. Non possiamo tralasciare di osservare che si tratta di un «giovane» (secondo Matteo) che fa cilecca nei confronti del Cristo, esattamente un «giovane ricco». Giovanni Paolo II nella Lettera ai giovani già citata arriva a dire che «sulla decisione di quel giovane interlocutore di allontanarsi da Cristo hanno pesa­to in definitiva solo le ricchezze esteriori, ciò che quel giovane possedeva ("i beni"). Non ciò che egli era! Ciò che egli era, pro­prio in quanto giovane uomo – cioè la ricchezza interiore che si nasconde nella giovinezza umana – l'aveva condotto da Gesù... a porgli quelle domande, in cui si tratta nella maniera più chiara del progetto di tutta la vita». Cosa pensare di questa audace «di­fesa» del giovane da parte del Papa dei giovani?

Quale può essere la sua anima di verità? Da dove attinge la sua certezza Giovanni Paolo II?

 

4. Vi è capitato di trovarvi in conflitto di interessi, tra quelli che sono cari a Cristo e quelli che sono cari a noi uomini, a me? Come li risolviamo? La nostra fede sa essere coraggiosa?

 

5. Povertà e ricchezza, beni materiali e beni spirituali, pos­sesso e carità: vi è un riscontro della visione evangelica nella società di oggi? Nel mondo giovanile di oggi? Forse la propo­sta evangelica resterà utopica, ma indubbiamente è sempre af­fascinante: per quale ragione?

 

6. Se tu fossi stato quel giovane del vangelo, dopo le parole di Cristo, te ne saresti andato? Gli avresti risposto?

 

Preghiera conclusiva

Un'ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

(Si consiglia di suscitare tra i partecipanti una invocazione aderente al tema. Vi possono rientrare anche le seguenti.)

- Signore, ho inteso «Guai ai ricchi» e ne ho provato delu­sione, perché le cose sembrano andare avanti come se fosse ve­ro il contrario: «Beati i ricchi». Aiutami a capire bene il senso delle tue parole e applicarle anzitutto a me stesso.

- «Signore, chi potrà salvarsi?», te lo diciamo anche noi ve­dendo l'altezza sublime della tua proposta. Ma accogliamo su­bito la tua risposta altrettanto sublime e decisiva: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio. Tutto è possibile a Dio».

- Mi ha colpito assai quel «fissatolo lo amò», perché ho scoperto che anche Dio ha un cuore e Gesù ne è lo specchio. Forse quel mio coetaneo del vangelo non se n'è accorto e quin­di se ne andò triste.

Fa', o Signore, che la mia sia una religione del cuore, per accogliere nella fiducia del tuo amore imperativi talora così esi­genti come questo sulle ricchezze.

- Signore, mi sento di fare una preghiera per i ricchi, per­ché, poveretti, devono affrontare la prova di far passare un cam­mello per la cruna di un ago. Non ce la faranno, o meglio, sì, potranno farlo, solo allargando il foro dell'ago con la carità. O Si­gnore, che si convertano alla carità.

- Signore, ti offro questa mia giovinezza e mi decido a se­guirti fino in fondo. Fammi capire la mia vocazione, e ciò che ho e sono siano a servizio della tua chiamata.

 

Signore, grazie di averci aperti gli occhi. I nostri schemi, quelli del Fondo monetario, delle Banche centrali, delle Borse di New York e di Francoforte..., alla luce delle tue parole, sal­tano tutti, e credo che i rottami ci vengono addosso magari fa­cendosi soffrire (quale finanziaria stimerà come giusta questa politica economica del Vangelo?). Ma, seguendo le tue parole, e i tanti esempi di illustri testimoni, antichi e moderni, ci ritro­viamo inseriti in un'area di salvezza, in una zona in cui la vita è bella e senza fine, ed insieme ci accorgiamo che ci realizzia­mo «più uomini», perché, come dice il Papa, veniamo presi da Cristo per quello che siamo (il nostro potenziale di giovinezza), e non per quello che abbiamo. Donaci la grazia di resistere al­le sirene che da tutte le parti ci modulano che la felicità sta nel­l'avere tanti soldi. Accettiamo invece l'equazione felicità = ca­rità, carità che è servita proprio dalle ricchezze quando l'uomo ricco si apre alla Parola di Dio e investe in opere di solidarietà, di aiuto senza limiti. Amen.

Quando ci poniamo di fronte a Cristo, quando egli diventa il confidente degli interrogativi della nostra giovinezza, non possiamo porre la domanda diversa­mente da quel giovane del Vangelo: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Ogni altra domanda sul senso e sul valore della nostra vita sarebbe, di fronte a Cristo, insufficiente e non essenziale (Gio­vanni Paolo II).

 

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