Le nostre pratiche

spirituali quotidiane

Christophe André - Alexander Jollien - Matthieu Ricard


ALEXANDRE: Quando sono arrivato in Nepal nel monastero in cui tu vivi, Matthieu, mi sono meravigliato di come la vita spirituale e la pratica del dharma risplendessero nel cuore della vostra realtà quotidiana. Rispetto a voi, io sono solo un chiacchierone... Accogliendomi, mi hai donato una copia dei Cento consigli di Padampa Sangye con una splendida dedica: «Che la durata della tua pratica spirituale possa coincidere con quella della tua vita». E dunque necessario per me credere e fare esperienza della possibilità di scoprire in ogni istante un'occasione di crescita interiore. Niente davvero può opporsi al Risveglio e all'unione con Dio, neanche l'ostinazione con cui ci assillano quotidianamente i nostri difetti. Ogni aspetto della vita può diventare il campo per mettere in pratica un esercizio spirituale, anche e soprattutto ciò che di norma ci fa vacillare. Se non proviamo a volgere in positivo le situazioni problematiche nelle quali incappiamo, allora saremo perduti. Dunque possiamo inaugurare quest'impresa con semplicità e in un momento qualsiasi, ad esempio imparando a esercitare le nostre virtù in situazioni ordinarie: «Ecco là qualcuno che mi fa tremendamente innervosire! Quale migliore occasione per cercare di sbarazzarmi della mia dannatissima insofferenza?» Quando invece le angosce ci ronzano intorno come vespe fastidiose, mettiamoci di corsa a meditare! Non ci sono problemi o difficoltà tanto grandi da impedirci di portare avanti il nostro percorso di liberazione. I momenti di turbamento, al contrario, possono servire come segnali d'allarme per impegnarsi ancora più a fondo e per tentare la strada della non fissazione, o anche semplicemente per trovare in noi l'umiltà di chiedere aiuto. Tuttavia, quando tali allarmi si mettono a suonare all'impazzata, preferisco ignorarli o schivarli del tutto. Ribadisco il fatto che è pericoloso imparare a nuotare quando ci si trova già in alto mare. Cominciamo dunque da subito!

Trasformare le giornate in uno spazio per fare esperienza

ALEXANDRE: È arrivato il momento di focalizzarsi su ciò che costituisce l'essenziale nella pratica quotidiana. E siccome quest'ultima dovrebbe accompagnare costantemente il tempo della nostra vita, è bene prestarvi molta attenzione... Ecco dunque alcuni spunti di riflessione che mi sono d'aiuto ogni giorno.
Il primo passo nel cammino spirituale consiste senza dubbio nel dedicare la propria giornata agli altri, in particolar modo ai più deboli e a coloro che soffrono. Mentre stiamo parlando, alcune persone hanno appena saputo di essere malate di cancro, altre stanno perdendo un figlio, moltissime muoiono di fame... Dobbiamo pertanto volgerci col cuore e con lo spirito ai miliardi di esseri umani che si dibattono nell'immenso oceano della sofferenza, un magma ribollente che da un giorno all'altro potrebbe inghiottire anche noi privandoci della libertà e violando la nostra dignità. Bisogna tenere sempre a mente il fatto che non ci dedichiamo alla pratica spirituale per vezzeggiare l'ego, ma – riprendendo l'espressione di padre Arrupe – con lo scopo di diventare uomini e donne per gli altri, ossia persone consacrate all'amore e all'aiuto del prossimo.
Certo, alcuni potrebbero ribattere: «Cosa importa a chi è disperato che tu gli dedichi la tua giornata?» Dopotutto, se un telefono portatile si può collegare a un'antenna (ossia a un insieme di ferraglie che emettono delle onde), perché non immaginare che al cuore dell'interiorità vi sia un legame profondo che ci unisce a ogni essere vivente? Riconoscere che tutto su questa terra è interconnesso non significa votarsi all'occultismo... Sono convinto che porre le nostre giornate sotto il segno della generosità ci renda persone migliori; è un esercizio utile per liberarsi di quell'egoismo coriaceo che è radicato in ognuno di noi e che è tanto difficile da estirpare.
Nelle fasi iniziali del nostro rapporto, ero solito assillare il mio maestro con una montagna di domande: «Chi è Dio?», «Perché dobbiamo soffrire?», «Quando guarirò dalle mie sofferenze?» ecc. Ogni volta, con infinita dolcezza, lui mi invitava a volgermi al presente, ossia al luogo dove l'eternità entra in gioco, e mi spiegava che smarrirsi in discorsi vani sull'ascesi non serve a nulla: non c'è pratica più importante dell'esercizio della generosità.
In concreto, cerco di seguire essenzialmente quattro tipi di esercizi spirituali. Il primo riprende l'invito di papa Giovanni xxiii a compiere ogni gesto della nostra vita come se fossimo stati creati da Dio appositamente per quello scopo. Ad esempio, incontrando una persona, cerco di ricordarmi che in quel momento per me è la più importante del mondo. Allo stesso modo, quando mi lavo i denti, mi dedico a quell'attività anima e corpo, senza lasciare che il mio spirito si perda nei pensieri... Il maestro Yunmen ha sintetizzato in una formula straordinaria quest'eccezionale arte di vivere: «Quando sei seduto, stai seduto. Quando ti metti in marcia, cammina. Soprattutto, non esitare».
L'idea che il saggio non provi emozioni è fondata su un grosso malinteso; egli, invece, le vive in profondità ma è capace di lasciarle evaporare prima che diventino dannose. In sostanza, se è incollerito non sente il bisogno di lanciare i piatti contro il muro... Ecco in cosa consiste la vera sfida: vivere con intensità anche ciò che ci tormenta e procedere ugualmente nel cammino della vita con estrema dolcezza. Per molto tempo, mi è sembrata tremenda l'idea di accettare ciò che la vita ci offre. Spesso crediamo che questo equivalga a rifiutare e a soffocare le emozioni, invece significa riconoscerle e accoglierle in noi come se fossero nostre figlie, senza giudicarle. Così, quando mi fa visita un rimpianto, non lo accantono, perché l'esperienza completa di tale tristezza mi permette di voltare pagina e di passare a un altro capitolo della vita. Da piccolo, non mi abbandonavo mai del tutto ai morsi della sofferenza, ma ho sempre cercato di resisterle fino allo sfinimento. Oggi invece, quando sono abbattuto, cerco di lasciar scivolare il tempo e di non mettermi in guerra contro i tormenti interiori. Accorgersi che le emozioni non hanno il potere di uccidere ci restituisce, in fin dei conti, una grande fiducia. In un certo senso, mi verrebbe da dire che le tempeste ci aiutano; non c'è nulla di più contrario al proposito di dire sì alla vita che soccombere e chiudere gli occhi davanti a ciò che ci turba.
Il secondo tipo di esercizio è quello che nutre di più il mio spirito e consiste nel "lasciar correre". Mille volte al giorno, è necessario aspettare che le angosce, le paure e le emozioni volino via come api che ci ronzano intorno alla testa: più cerchiamo di scacciarle, più si agitano. Lasciamo semplicemente che si allontanino, senza accennare la minima reazione.
Nel Sutra del diamante vi è una frase che mi supporta di momento in momento nella conversione interiore: «Il Buddha non è il Buddha, ed è per questo che lo chiamo il Buddha». Ecco dunque un terzo tipo di pratica spirituale che mi impegna quasi a tempo pieno e che mi aiuta ad accettare gli alti e bassi della vita. Quando sono abbattuto, apro quel libro non per trovarvi delle armi da utilizzare nella battaglia con il mondo, ma uno strumento per rafforzare la mia esistenza: «La disabilità non è la disabilità, ed è per questo che la chiamo disabilità». Quell'adagio mi ricorda di non dare nulla per scontato e di riconoscere che un certo aspetto della vita può essere allo stesso tempo una calamità e una risorsa. È importante abbandonare la prigione del dualismo, che ci incatena alla logica binaria. In ogni momento, posso vivere la condizione della disabilità in un modo diverso. Quando la mente tende a calare nella realtà i pensieri volatili e ad applicare schemi preconcetti a ogni cosa, mi ripeto senza sosta: «Alexandre non è Alexandre, ed è per questo che lo chiamo Alexandre». Questa formula è straordinaria nella misura in cui ci aiuta a non farci identificare con le nostre mancanze, senza tuttavia spingerci a negarle. Dobbiamo accorgerci che in generale passiamo il tempo ad appiccicare etichette su ogni aspetto della realtà per poi scollarle a poco a poco. Senza essere ingenuo, posso allora chiamare le cose con il loro nome pur sapendo che la realtà è molto più complessa di quanto non creda. Da molti anni continuo a esercitarmi nel distacco e nella presa di distanza dalle fissazioni incentrate sull'ego, e provo ad assecondare senza sosta il movimento della vita... Ripetersi: «La mia donna non è la mia donna, ed è per questo che la chiamo la mia donna» significa accorgersi di essere ogni giorno a fianco di una persona nuova, impossibile da rinchiudere all'interno delle mie rappresentazioni. Inoltre, sapere che nel mio spirito scorre incessantemente un fiume di pensieri ed emozioni vuol dire prendere con le pinze tutto quello che mi passa per la testa.
Infine, vi è un ultimo tipo di esercizio spirituale che traggo in prestito da un libro dell'Antico Testamento perfettamente in sintonia con il buddhismo, l'Ecclesiaste. Con i suoi toni pessimistici, quel testo mirabile riesce a minare e a mettere in crisi le nostre illusioni a una a una. Mi ripeto spesso il suo celebre adagio: «Vanità delle vanità, tutto è vanità»; essere consapevole che in questo mondo tutto è fragile e precario mi aiuta a raggiungere un livello di libertà più profondo, ed ecco che così la mia anima è guarita dalla tendenza a cercare facili consolazioni. In fondo, si può trovare la pace anche nel mezzo del caos. Tutto scorre, ma purtroppo non sono molto abile nel lasciar scorrere. mi aggrappo a fragili appigli, e finisco per soffrire ancora di più... In fin dei conti, l'Ecclesiaste mi ha guarito dall'idea stessa di guarigione. Per aprire le porte alla serenità occorre infrangere a una a una le illusioni e le false speranze; la lotta si interrompe, e il faticoso combattimento della vita lascia spazio alla pace.
Costruire un cammino spirituale all'incrocio fra tradizioni diverse è un'operazione non priva di rischi. Bisogna fare attenzione, da un lato, a non assolutizzare uno dei possibili percorsi, e, dall'altro, a non disperdersi nel sincretismo. Per quanto mi riguarda, cerco di seguire l'esempio di Cristo, e su questa strada il buddhismo mi aiuta ad alleggerirmi dal peso dell'io. Ogni giorno cerco di tornare alle pagine dei Vangeli e di impostare un'autentica vita di preghiera. Pregare, secondo me, è mettersi realmente a nudo, liberarsi dalle maschere per restare in ascolto del trascendente e trovare il coraggio per affidarsi a qualcosa che è più grande di noi. In questo processo, le etichette, gli schemi mentali e le false aspettative vanno in fumo e l'io può eclissarsi. Ci vuole molto coraggio per lasciarsi trasportare nel profondo della nostra interiorità, e per non fare niente, non dire niente e non volere niente, lasciando che Dio si occupi di Dio. Pregare significa dire sì a tutto ciò che la vita ci offre, senza preconcetti. In tal modo, senza quasi che interveniamo, i meccanismi di difesa, le esitazioni e le manie di controllo abbandonano il nostro spirito, il quale diventa così spoglio da osare l'impensabile, ossia chiamare Dio, Padre. Questo cammino può essere difficile e talvolta severo perché l'io oppone resistenza a tutti i tentativi di metterlo alle strette; eppure, lo percorro con un'immensa gioia nel cuore, e con un senso di libertà che mi spinge a sbarazzarmi dei sostegni per andare avanti e amare in maniera incondizionata.

Gli ostacoli alla pratica spirituale

ALEXANDRE: Tra i mille intralci che possiamo incontrare sul nostro cammino, ce n'è uno che ritengo particolarmente temibile: la mondanità. Se mi allontano dal mio maestro e dalla mia famiglia, finisco presto intrappolato in una forma di agitazione che mi distoglie dall'interiorità. Che dire poi della tentazione alla maldicenza, che non è mai lontana una volta che abbiamo varcato le soglie di certi ambienti... Come riuscire a esprimere il nostro bisogno di una mezz'ora di meditazione quando siamo tra persone impermeabili, se non addirittura ostili, a qualsiasi forma di spiritualità? Come richiamarsi a quella fede in Dio che ci dà tanto conforto quando troppi tabù e pregiudizi intorno a noi impediscono anche solo di ascoltare senza giudicare? Mi è capitato di dover accampare il pretesto di un affaticamento passeggero per potermi concedere un'ora di tranquillità e così tagliarmi fuori da un modo di vivere troppo schiacciante.
Per addentrarsi nel cammino della spiritualità è richiesta a volte una grande docilità e altre una determinazione inscalfibile. Ora, devo ammettere che, da quando mi sveglio a quando vado a dormire, mi concedo un mucchio di deroghe a quelli che dovrebbero essere i miei principi-guida. A volte non riesco neanche ad attenermi a questa semplice regola: sii presente a te stesso, qui e ora. Addirittura, certe volte mi sorprendo a fare pipì mentre mi lavo i denti e mentre cerco di rispondere al telefono... che pericolosa acrobazia!
Quando ho appoggiato le valigie a terra, a Seul, avevo una grande sete di progressi nell'ambito della vita spirituale. Mi sentivo pronto a tutto per raggiungere il Risveglio, l'unione con Dio. Poi, nel giro di qualche settimana, il mio entusiasmo aveva finito già per intiepidirsi, e mi trovavo a dire al mio maestro frasi di questo tipo: «Non potremmo organizzare i ritiri una settimana ogni due?» La mente allora affinava i suoi stratagemmi per tenermi lontano dalla via delle esigenze del cuore. Così continuavo, sperando di cavarmela col minimo sforzo: «Padre, la vera sfida è applicare la pratica spirituale nella quotidianità... perché allora allontanarsi dal mondo?» Ogni giorno dobbiamo tornare alle origini della nostra ispirazione e impegnarci sempre di più. Anche se nella vita abbiamo davvero potere su poche cose, in ogni momento possiamo decidere di dedicarci a fondo alla crescita spirituale, un percorso che non presenta prescrizioni, ricette miracolose o consolazioni immediate. L'essenziale è compiere un passo dopo l'altro, senza essere ossessionati dall'idea di avanzare.

Le mie fonti di sostegno

ALEXANDRE: Per riuscire a perseverare nel cammino senza allontanarmi dalla strada principale, ho promesso al mio maestro di dedicare un'ora della mia giornata alla meditazione. In cinque anni non mi sono mai concesso deroghe, e credo che questo esercizio mi abbia salvato la vita... Il fatto più curioso, a questo proposito, è che certe mattine mi alzo sentendomi già stressato dall'idea di dover trovare lo spazio per la mia ora di meditazione. Oltre a questa pratica, beneficio del supporto spirituale di molti veri amici e di letture istruttive. Se mi capita di sentirmi sfinito, grazie al mio maestro trovo sempre la forza di rimettermi in piedi e di andare avanti. Ogni volta, egli mi riconduce alla radice del mio essere, all'interiorità più profonda. Quando gli parlo, l'esistenza diventa semplice e leggera, e allora mi sembra di non dovermi dedicare ad altro che alla vita spirituale e al tentativo di abbandonarmi completamente a Dio.
Da bambino, quando andavo a messa mi capitava spesso di udire prediche noiose e ordinarie, lontane anni luce dalle aspirazioni che si agitavano nel mio cuore. Oggi invece, a Seul, grazie al mio padre spirituale, vivo la messa come lo spazio della completa nudità spirituale, e come un'occasione per iniziare una nuova vita dopo essere stati rinnovati nell'anima. Nel profondo del mio cuore, sento che potrò ottenere il perdono, che la dittatura dell'ego finirà per crollare e che ritroverò la forza per andare incontro agli altri senza ripiegarmi sempre su me stesso. Non conta se siamo buddhisti, rigidi osservanti oppure atei; l'essenziale, insomma, è scegliere il proprio cammino e percorrerlo fino in fondo, senza lasciarsi andare alle derive del turismo spirituale. Quando scaviamo un pozzo, se vogliamo raggiungere la sorgente d'acqua, dobbiamo proseguire sempre nella stessa direzione.

Una giornata tipo

CHRISTOPHE: I diversi temi che abbiamo preso in considerazione in questo libro costituiscono elementi di tutte quelle pratiche spirituali che ci sforziamo di mettere in atto per amore di coerenza. Per restare invece legati alla vita quotidiana, i lettori potrebbero domandarsi quali delle cose che realizzo in una giornata normale (o forse in una giornata ideale) portano il marchio di un impegno specifico, e non sono dunque il frutto del caso o delle circostanze. Come entrambi voi, inauguro la mia giornata con una meditazione di almeno dieci o quindici minuti, durante la quale resto seduto e cerco di ancorare il mio spirito all'istante e allo scorrere della vita, secondo dopo secondo. In alcuni giorni, mi dedico a esercizi spirituali orientati alla compassione, specialmente quando so che alcuni amici o persone che conosco attraversano un momento di sofferenza. A volte si tratta di esercizi rivolti a persone che soffrono e che non conosco, altre ancora cerco di raggiungere una condizione di gioia ispirata a sentimenti altruistici. Può capitare, inoltre, che mi impegni in esercizi finalizzati alla regolazione delle emozioni, attraverso i quali - come dice Matthieu - cerco degli antidoti per le emozioni dolorose e disturbanti. Se non mi dedico a questo lavoro di pacificazione e pulizia interiore, tali emozioni finiranno per gettare la loro ombra oscura sulla mia giornata, sulle relazioni che intratterrò con il prossimo e sugli impegni di lavoro.
Dopo, faccio il mio ingresso nella vita familiare, e generalmente, in particolar modo negli ultimi anni, incontro innanzitutto le mie figlie, che si alzano presto per andare al liceo o a scuola e che hanno un tragitto abbastanza lungo da percorrere. Prima di rivolgermi a loro, cerco di ricordarmi l'importanza di essere allegro, di inaugurare la giornata con qualche frase gentile, con dei sorrisi e con un po' di buon umore; per quanto mi riguarda, invece, per natura tendo a non essere di buon umore al mattino.
Poi la mia giornata si mette in marcia, e dopo qualche ora cerco di ritagliarmi un minuto di concentrazione per ripensare al fatto che la mia attività professionale non è soltanto qualcosa che mi serve per portare a casa il pane, un'occupazione automatica o un obbligo da espletare, ma una scelta. Nei giorni in cui resto a casa per lavorare ai miei libri, non appena posso mi metto in piedi e appoggio le mani sulla mia poltrona. Mi ripeto che ho la fortuna di scrivere libri di psicologia grazie a ciò che ho appreso e che mi è stato insegnato, e questi libri forse saranno utili a diverse persone, le spingeranno a riflettere su argomenti che non avevano mai affrontato prima e attireranno la loro attenzione sulla possibilità di assumersi impegni alla loro portata. Quando arrivo in ospedale, invece, cerco di prendermi una piccola pausa per pensare a quanto sia fortunato a poter esercitare la mia professione di insegnante e di medico. Se poi devo preparare dei corsi o degli interventi a conferenze o convegni, rifletto su come posso trasmettere agli uditori la voglia di prendersi cura degli altri e di essere d'aiuto al prossimo. Se sono chiamato a intervenire in un contesto d'azienda, mi concentro su come posso contribuire a migliorare le condizioni di lavoro dell'impresa a cui presto i miei servigi.
Un altro obiettivo - importante per me come per molte altre persone nella nostra società - è restare concentrato e lottare contro le distrazioni. A un certo punto mi sono accorto che se non mi fossi sottoposto a un'igiene delle interazioni digitali sarei stato spacciato. Cerco dunque di controllare le e-mail e gli sms e di rispondere al telefono solo in momenti prefissati e limitati della giornata, più o meno di prima mattina, a mezzogiorno e verso sera. Nel resto del tempo, mi sforzo di non cincischiare con il computer o il telefono e di ignorare le chiamate che ricevo, altrimenti sprecherei un gran numero di energie e disperderei inutilmente l'attenzione.
Cerco inoltre di esercitarmi a essere pienamente partecipe nell'incontro con le altre persone. Quando sono con qualcuno cerco di consacrargli del tutto la mia attenzione e mi impegno in questo al massimo delle mie potenzialità, tanto più che la disponibilità verso il prossimo di cui dispongo è comunque limitata. D'improvviso, nel giro di un attimo, la presenza degli altri mi affatica: non ne sono infastidito, però sento bisogno di solitudine e di tranquillità. Questa mia attitudine mi fa capire l'importanza di dare piena attenzione agli altri, anche solo per breve tempo. Ad esempio, se arrivano in ospedale dei pazienti che non hanno preso appuntamento e si piazzano davanti alla mia porta per essere ricevuti, li faccio entrare. Si tratta di imprevisti che scombussolano un po' la gestione della giornata, e una volta mi facevano borbottare tra me e me. Oggi invece mi dico: «Sei qui con loro, e devi donargli quel poco che hai a disposizione; anche solo per cinque minuti, cerca di dedicargli attenzione in modo pieno, totale, assoluto e caloroso». Così, dico a quei pazienti inattesi: «Posso ricevervi solo per cinque minuti» e, trascorso il tempo prefissato: «Mi dispiace, ma dobbiamo fermarci qui». In quei brevi intervalli di tempo, credo di essere molto più attento di quanto non lo fossi una volta, in occasioni diverse.
Un altro momento che, in altri periodi della mia vita, tendeva a turbarmi era quello della firma delle copie dei miei libri.
Pensavo soltanto al pochissimo tempo di cui disponevo per entrare in relazione con la gente che era in coda davanti a me: mi sembrava di essere un contenitore bucato nel quale le persone riversavano aspettative e delusioni, e io non potevo fare nulla per loro. Oggi ho compreso che i miracoli non sono affar mio; eppure, se riesco a restare concentrato per la durata di quei brevi incontri, senz'altro avrò fatto dono di un po' di coraggio, di energia e di conforto, anche se nel giro di un'ora i nomi e le facce delle persone che mi sono passate davanti saranno destinati a confondersi nella mia memoria.
In ogni attività che mi sforzo di portare a termine c'è almeno una parte di quella lotta contro le tendenze all'ansia, allo scoraggiamento e all'insofferenza nella quale sono coinvolti tutti gli esseri umani e io forse ancora di più, dal momento che sono molto sensibile e fragile dal punto di vista emotivo. Mi concedo dunque più tempo per fermarmi a riflettere - come diceva Alex - sul flusso delle mie emozioni, non per sopprimerle o ridurle al silenzio, ma per verificare da dove nascono e in quale direzione mi conducono. Mi stanno facendo allontanare dalla meta che voglio raggiungere, dai miei valori e dagli obiettivi che mi sono prefissato? Oppure mi posso lasciar accompagnare da esse, e dunque concedermi più spesso rispetto a una volta il tempo per meditare su questa presenza interiore?
Un'altra pratica a cui faccio appello regolarmente consiste nel ritagliare all'interno delle mie giornate un po' di tempo sgombro da doveri e occupazioni. Si tratta di momenti nei quali non sono obbligato a incontrare persone, a rivedere un manoscritto, a scrivere un articolo o a preparare una conferenza. Ci ho messo molto tempo per capire quanto fosse importante questa necessità. Anche se per la maggior parte del tempo mi dedico a compiti che mi piacciono insieme a gente alla quale voglio bene, quando la massa di lavoro è troppa e la pressione è alle stelle, allora subentrano la sofferenza e l'irritazione, e questo è totalmente assurdo. Pongo particolare attenzione (e come me ci sono tante persone che ne avrebbero bisogno, perché oberate di impegni) a concedermi del tempo per aprire degli spazi nella giornata in cui posso respirare a pieni polmoni e seguire i pensieri inattesi. Mi è accaduto, in passato, che la mia vita fosse terribilmente contingentata, minuto per minuto, e allora la telefonata di un amico che mi chiedeva un po' di conforto diventava la goccia che faceva traboccare il vaso. Era una situazione assolutamente insensata, quindi ho deciso di impegnarmi a imporre un limite alle sollecitazioni del mondo esterno.
Spesso, cerco di fare attenzione ai momenti in cui mi sento realmente a mio agio, raggiante, aperto, in armonia con gli altri e pronto ad aiutarli. In sostanza, durante quali giornate o attività sperimento questa pace e disponibilità d'animo? Così, cerco di affidarmi a quello che mi suggeriscono le emozioni piacevoli, poiché sono una sorta di barometro che mi segnala i momenti in cui il mio funzionamento interiore, le mie attività e il mio equilibrio procedono a gonfie vele. Mi ritengo fortunato di essere difficilmente soggetto all'influenza di quelle emozioni positive che si possono rivelare tossiche: non mi piace vantarmi e non cerco a tutti i costi di appagare il mio ego. Se qualcuno mostra di provare ammirazione per me, avverto subito un segnale d'allarme che mi fa pensare a un inganno. Inoltre, diffido delle emozioni negative, che spesso mi imbrogliano sulla reale consistenza dei miei problemi.
Un altro esercizio spirituale a cui mi dedico - ma forse sarebbe riduttivo chiamarlo in questo modo - consiste nel mantenere vivo il mio legame con la natura. Come ogni essere umano, ho un enorme bisogno di coltivare questo rapporto, e per fortuna posso passeggiare per un'ora in mezzo al bosco quasi tutti i giorni. Seguo sempre il solito percorso, in modo da non dovermi preoccupare del tragitto. Trovarmi in un contesto naturale mette in moto dentro di me sentimenti di gratitudine, riconoscenza e responsabilità molto importanti. Mi auguro che il maggior numero di persone possibile riesca a beneficiare di questo contatto, e in particolar modo chi verrà dopo di noi. Il deterioramento della natura è forse il più grande crimine di cui l'umanità si sta macchiando.
La mia giornata volge così al termine, e la sera ho bisogno di conservare degli spazi per i rapporti familiari, per verificare che tutto vada bene, per chiacchierare tutti insieme o per restare un po' da solo con ciascun membro della mia famiglia. La fine della giornata è anche il tempo delle preghiere, e in particolare per quelle d'intercessione, che riguardino le altre persone oppure me stesso. In generale però prego per gli altri, mentre, per quanto mi riguarda, mi sembra di essere in grado di darmi da fare da solo e di poter rendere grazie per questo. Esprimo gratitudine per tutte le opportunità che la giornata mi ha offerto e, in attesa del sonno, mi dedico a un piccolo esercizio di psicologia positiva: ripenso a tre avvenimenti piacevoli vissuti nelle ore precedenti, li avvolgo in un sentimento di gratitudine e cerco di prendere coscienza del fatto che nessuno di essi dipende esclusivamente da me, ma tutti quanti sono stati resi possibili dall'intervento di qualcun altro.

Una condizione spirituale complessiva

CHRISTOPHE: Vorrei ora soffermarmi su un esercizio spirituale di più ampio respiro al quale cerco di applicarmi. Il più frequentemente possibile, tento di ricordarmi del fatto che la morte mi potrebbe cogliere nel giro di uno, due o cinque anni, e quindi mi domando: «Se tu fossi sicuro di morire in quel lasso di tempo, cosa faresti?» La prospettiva di dover morire entro un giorno mette in moto comportamenti diversi, poiché dobbiamo dire da subito addio a tutto ciò che amiamo. Se siamo destinati a morire invece tra un anno, continuiamo a portare avanti la nostra vita, ma in modo più accorto. Ogni aspetto dell'esistenza assume peso e importanza. Quando ci congediamo da qualcuno, ad esempio, sappiamo che potrebbe essere per sempre. Ecco, questo atteggiamento ha ridato vigore alla mia vita e ha fatto cambiare in positivo il mio rapporto con la quotidianità. Per assurdo, sapere che potrebbe capitarmi di morire domani o nel giro di un anno porta una ventata di gioia e di energia nella mia esistenza.
Da qualche anno – grazie a te, Matthieu, alle pagine dei maestri che mi hai consigliato di leggere e alla gente che mi hai fatto incontrare – sono maggiormente in grado di valutare, rispetto a prima, se ho fatto qualcosa di buono per le persone che sono intorno a me. Cerco di pensarci la sera e il mattino; non è qualcosa di ritualizzato, ma in quei momenti mi viene più spontaneo. A volte riconosco di essermi comportato abbastanza bene («Però... avrei potuto fare di meglio»), altre invece mi sento decisamente soddisfatto. In ogni caso, beneficio dell'importantissimo supporto dei miei amici, che mi aprono gli occhi su molti punti di vista diversi, e dei lettori, i quali mi scrivono senza rendersi conto di quanto le loro lettere siano importanti per motivarmi nell'aiuto del prossimo. Poter trasmettere le proprie idee attraverso parole, frasi e libri è una risorsa incredibile.
Nelle mie attività, cerco di non assumere atteggiamenti seduttivi, di non promettere più di quanto riesca a mantenere e di non tradire le speranze altrui. Forse è per questo che a volte sembro freddo, distante, eccessivamente prudente: voglio offrire alle persone solo ciò che è a mia disposizione. Non riesco mai a esprimere in maniera abbastanza energica la gioia di stare con gli altri, e forse questo è un aspetto su cui dovrei lavorare, perché a volte per essere rassicuranti occorre mostrare un atteggiamento accattivante; io invece mi limito alla gentilezza, e non mi spingo fino all'entusiasmo. Ecco, queste sono dunque le direzioni verso cui mi muovo con estremo impegno.

La pratica spirituale come integrazione all'ascolto e allo studio

MATTHIEU: Perché consacrarsi a una disciplina spirituale? La risposta è semplice: perché è il complemento indispensabile allo studio e alla riflessione. Leggere e ascoltare con attenzione ci consente di accrescere le nostre conoscenze, ma successivamente dobbiamo riflettere a lungo per vagliare la validità delle nozioni che abbiamo letto o udito. E inoltre molto utile consultare le persone che detengono il sapere di cui siamo alla ricerca (eruditi, esperti, maestri spirituali) e discutere con loro a proposito dei nostri dubbi e delle nostre incertezze. Secondo il buddhismo, però, non bisogna fermarsi a questo livello perché il più importante è proprio quello successivo, ossia integrare ciò che abbiamo appreso con la pratica, un passaggio che deve cambiare il nostro modo di pensare, di parlare e di comportarci. Si conferisce a tale pratica il nome di "meditazione", un termine che i buddhisti definiscono come il processo che ci porta a imparare il controllo di noi stessi. Senza passare per la meditazione, le conoscenze che abbiamo acquisito restano lettera morta, e pertanto rimaniamo come un malato che conserva sotto il cuscino la ricetta del medico senza attenersi alle sue prescrizioni, oppure come un viaggiatore che legge guide turistiche senza mai mettersi in cammino.
Dilgo Khyentse Rinpoche diceva che è possibile valutare i propri progressi nella pratica spirituale osservando come essa si affaccia sulla soglia della nostra vita e come influenza il modo con cui reagiamo alle sfide dell'esistenza. Aggiungeva poi che è facile meditare quando si è seduti al sole con la pancia piena, ma che sono proprio le battaglie e le avversità a «mettere la pratica sul piatto della bilancia».
Il grande maestro tibetano Patrul Rinpoche, che era un monaco errante, si recò un giorno in visita a un eremita che viveva in una grotta. Si sedette in un angolo con un sorriso canzonatorio dipinto in viso e, nel giro di pochi minuti, chiese all'eremita perché vivesse in un luogo così austero e nascosto. «Sono qui da molti anni» rispose costui con tono fiero. «Ora sto meditando sulla perfetta pazienza». «Ah, bella questa» esclamò allora Patrul, «le vecchie volpi come noi riescono sempre a prendere tutti per il naso, vero?» A quel punto, la rabbia dell'eremita esplose. «Ah! Ah!» disse Patrul. «Che fine ha fatto la tua pazienza?»
È chiaro che se qualcuno ritiene di essere un maestro di meditazione e se dopo dieci anni di ascesi le altre persone gli dicono che è bisbetico come prima, qualcosa non ha funzionato. Inoltre, se costui intende mettersi al servizio degli altri deve acquisire le qualità necessarie per rispondere a questa vocazione. Votarsi all'altruismo prima di aver raggiunto un certo grado di libertà, di forza interiore, di discernimento e di compassione equivale a condannarsi al fallimento. È qualcosa di evidente per chi è impegnato nelle iniziative umanitarie. Si parte in quarta a darsi da fare per gli altri, poi a un certo punto i propositi iniziali vanno a farsi benedire. Non perché non ci sia più nulla di cui occuparsi o perché non si disponga di altre risorse economiche. In questo ambito, le disfatte sono più spesso imputabili a conflitti di natura egoistica, a un'insufficiente attenzione ai bisogni altrui e addirittura, nel peggiore dei casi, alla corruzione. Tutto ciò accade perché i soggetti coinvolti non sono pronti ad affrontare le missioni che si prefiggono. Per dedicarsi agli interventi umanitari, la migliore preparazione possibile è passare del tempo a lavorare sul proprio spirito, in modo da non essere mandati in rovina dalle disfatte in cui è inevitabile incappare.

Lo spirito e la sua infinita capacità di trasformarsi

MATTHIEU: In ognuno di noi c'è un miscuglio di luci e ombre, ma ciò non significa che la nostra personalità sia destinata a rimanere tale per sempre. Le abitudini restano le stesse fintanto che non ci si decide a modificarle. Ripetersi «sono fatto così, prendere o lasciare» e abbandonare la corsa verso il cambiamento prima ancora di aver varcato la linea di partenza significa sottostimare la capacità di trasformazione del nostro spirito. Disponiamo di scarsi mezzi per controllare il mondo esterno, ma al contrario abbiamo la facoltà di dominare la nostra interiorità. Mi stupisce sempre quanti sforzi mettiamo in campo nella vita quotidiana per rincorrere imprese tanto vane quanto sfiancanti, mentre sono esigui i tentativi di trovare ciò che ci può restituire una solida felicità.
Molti pensano che allenare il proprio spirito sia un compito eccessivamente lungo e difficile. Eppure sappiamo bene che ci vogliono molti anni per imparare a leggere e a scrivere, per ottenere dei titoli di studio, per imparare un mestiere, per diventare validi artisti o abili sportivi. Perché mai la disciplina dello spirito dovrebbe fare eccezione? Se vogliamo diventare più aperti agli altri, più disponibili, meno confusi e trovare la pace interiore dobbiamo perseverare nel nostro lavoro interiore.
Da un punto di vista fisico, bisogna osservare che le imprese sportive devono confrontarsi con dei limiti insuperabili. A forza di allenarsi, alcuni atleti riescono a saltare sempre più in alto o a essere sempre più veloci nella corsa, ma di fatto guadagnano di volta in volta solo qualche centimetro o pochi millesimi di secondo. È impossibile che un essere umano corra i cento metri in quattro secondi o faccia un salto di più di quattro metri. In compenso, non vedo limiti all'amore e alla pace interiore. Una volta che hanno raggiunto un certo livello, nulla impedisce a questi sentimenti di guadagnare ancora più ampiezza e profondità. I limiti naturali che si applicano al regno della quantità non riguardano quello della qualità.
Per trasformare il proprio spirito non ci sono altri metodi che quello di impegnarsi in una pratica quotidiana. Può sembrare irritante, ma – come diceva Jigme Khyentse Rinpoche – se ci si annoia durante una meditazione il problema non è nella meditazione. La disciplina spirituale ci mette semplicemente davanti alle nostre vecchie abitudini, alle distrazioni che ci tormentano e alla naturale ritrosia dinanzi al cambiamento. La dottrina buddhista sottolinea l'importanza della ripetizione e della regolarità attraverso l'immagine dell'acqua che, scendendo goccia a goccia, finisce per riempire un grande vaso. È meglio dunque impegnarsi in sedute di meditazione brevi ma frequenti, piuttosto che in sessioni prolungate e assai distanziate nel tempo. Le neuroscienze hanno dimostrato che un processo di esercitazione regolare provoca modifiche nel funzionamento del nostro cervello. È questo il fenomeno che viene chiamato plasticità neuronale.
Ora, come possiamo continuare la meditazione anche durante le altre attività quotidiane? In primo luogo, è importante consacrare a questa pratica un certo tempo ogni giorno, anche solo una mezz'ora. Meditare di prima mattina conferisce alla nostra giornata una particolare "fragranza" che impregnerà i nostri atteggiamenti, il modo in cui ci comportiamo e le relazioni che intratteniamo col prossimo. Potremo così ritornare in ogni momento nell'alveo di quella prima esperienza della giornata. Appena avremo un momento libero saremo dunque in grado di reimmergerci nella meditazione e di prolungarne gli effetti benefici. Quegli istanti preziosi ci aiuteranno a collocare gli eventi della vita quotidiana in una prospettiva più ampia e a vivere con maggiore serenità. Così, a poco a poco e grazie alla forza dell'abitudine, il nostro modo di essere potrà evolvere. Le nostre azioni nel mondo diventeranno più efficaci e contribuiranno in misura superiore alla costruzione di una società saggia e altruista.

Un'esperienza individuale

MATTHIEU: Che dire invece del modo in cui personalmente mi dedico alla pratica spirituale? Il ritmo della mia esistenza varia di molto rispetto alle diverse circostanze che mi trovo a vivere. Cosa può esserci infatti di più diverso rispetto all'isolamento nell'Himalaya del Forum economico di Davos? Idealmente, il corpo deve essere l'eremitaggio dello spirito e inoltre, quando la nostra pratica spirituale è abbastanza stabile e profonda, sottende ogni circostanza della vita quotidiana, i momenti di calma così come il caos, la gioia come la tristezza. Questa capacità dipende a sua volta dalla comprensione (acquisita tramite l'esperienza interiore) del fatto che nulla può turbare la coscienza risvegliata, presente da sempre e per sempre dietro la cortina dei pensieri e delle emozioni che sorgono senza interruzione. Per quanto mi riguarda, sono molto lontano dall'aver raggiunto questo livello, ma il tempo che ho passato accanto a grandi maestri spirituali, così come i cinque anni di ritiri solitari per periodi che andavano da poche settimane a un anno, me ne hanno fornito perlomeno un assaggio. Anche se devo ancora percorrere la maggior parte del cammino, la sicurezza sulla bontà della direzione indicatami dai miei maestri mi riempie di gioia.
Qual è dunque la mia giornata tipo, nelle condizioni che considero ottimali (ossia quando mi trovo nell'eremitaggio a due ore di strada da Kathmandu)? Siccome le prime ore della giornata sono propizie alla limpidezza dello spirito, mi alzo verso le quattro e mezzo e mi dedico alla meditazione fino al sorgere del sole. Poi consumo una colazione semplice nello spazio davanti all'eremitaggio contemplando i banchi di nebbia nella valle, gli uccelli che volano nella foresta più in basso e le montagne maestose che in certi giorni si stagliano chiaramente nel cielo, mentre altri giorni meno. Poi proseguo con la meditazione fino a mezzogiorno. Dopo la pausa del pranzo, leggo generalmente dei testi tibetani o lavoro per una o due ore se ho qualche progetto in cantiere.
Il buddhismo tibetano offre una lunga sequela di esercizi spirituali che possono adattarsi ai bisogni e alla disponibilità di ciascuno. Partono generalmente da una riflessione approfondita su quanto sia preziosa un'esistenza libera, sull'impermanenza di ogni cosa, sull'ineluttabilità della catena delle cause (se dunque vogliamo evitare la sofferenza, dobbiamo cessare di alimentarne le cause) e sugli innumerevoli tormenti che affliggono gli esseri umani quando la visione che hanno di loro stessi e del mondo non corrisponde alla realtà. Gli esercizi spirituali possono poi proseguire con le pratiche cosiddette "principali", le quali culminano nella meditazione sulla natura fondamentale dello spirito, ossia la pura coscienza risvegliata al di là del turbinio dei concetti. I giorni, le settimane, i mesi e gli anni si susseguono sulla base di questa disciplina regolare che, lungi dall'essere monotona, riempie il cuore di chi vi si conforma di una gioia pacifica e lo convince di stare utilizzando al meglio il tempo che gli resta da vivere.
Alcune persone pensano che ritirarsi dal mondo sia un atto egoista, ma si sbagliano di grosso perché l'obiettivo principale della pratica spirituale è prendere coscienza in maniera netta degli inganni dell'ego e liberarsi così dalla sua tirannia. Tutto ciò conduce alla benevolenza e alla compassione, grazie alle quali possiamo davvero metterci al servizio degli altri.
Come trovare un equilibrio tra i momenti di ritiro e la vita attiva? In Tibet mi era capitato di conoscere un trentenne ungherese che aveva lavorato per un certo periodo in uno studio legale di Pechino e che un giorno, mentre trascorreva le sue vacanze nel Tibet occidentale, aveva incontrato un importante maestro spirituale. Gli era rimasto accanto per un po' di tempo, poi, dopo la morte dell'uomo, aveva trascorso molti anni in ritiro in alcuni eremitaggi di montagna. I pastori nomadi gli avevano fornito regolarmente dei viveri, come spesso accade in Tibet. Più avanti, sulla via del ritorno dal Tibet e in procinto di abbandonare la Cina, seppi da un amico che quel ragazzo aveva deciso di raggiungere un luogo sacro assai sperduto alla frontiera tra il Tibet e l'India per trascorrervi in ritiro spirituale il resto della vita. Quando poi mi trovai a Hong Kong, immerso nella vita trepidante della città, nel lusso e nel brulichio di ristoranti e grandi magazzini, sentii una profonda nostalgia e mi chiesi se non avrei fatto meglio a seguire l'esempio di quell'ungherese.
Per me è un dilemma decidere quanto tempo consacrare ai periodi di ritiro e quanto alle attività più frenetiche che occupano il resto della mia vita. Una volta ho chiesto un consiglio in proposito al Dalai Lama. Mi ha risposto che se fossi stato certo di raggiungere nel giro di dodici anni il livello di perfezione spirituale di Milarepa (un grande eremita vissuto nel XII secolo la cui biografia è ancora oggi una straordinaria fonte d'ispirazione per la gran parte dei buddhisti), allora avrei dovuto di certo trascorrere tutto il mio tempo in ritiro. Ma se invece non fossi stato sicuro del risultato, allora sarebbe stato preferibile dedicare sei mesi all'anno ai ritiri e gli altri sei ad attività differenti, e in particolar modo ai progetti umanitari. Questa seconda soluzione mi è sembrata più conforme alle mie modeste capacità! Le circostanze della vita poi non mi hanno ancora permesso di potermi riservare sei mesi ogni anno per i ritiri, ma comunque ho l'intenzione di rimediare a questa situazione al più presto. Mi avvicino alla fine della mia esistenza e nel migliore dei casi, ossia se non morirò domani, mi aspettano da vivere non moltissimi anni.
Spero dunque di poter riannodare il filo con la pratica contemplativa, che dopotutto è la ragione principale del mio primo viaggio in India, ossia nell'occasione in cui mi sono messo in cammino per incontrare i maestri dai quali ho tratto ispirazione per tutta la mia vita.

ALEXANDRE: Grazie a voi capisco quanto sia importante non relegare in secondo piano la pratica spirituale. Sono state la determinatezza e la forza di volontà a portare il Buddha all'illuminazione. Per farla finita con la sofferenza, o almeno per affrontarla con determinazione, non abbiamo bisogno di altro che di una guida, di una pratica e di molta perseveranza. Procedere alla cieca, per tentativi, non porta a grandi risultati. Tener duro e non perdere la testa sono i compiti più difficili, ed è per questo che uno slancio profondamente altruistico e una motivazione autentica, libera dalle pungolature dell'ego, restano le forze propulsive più importanti in direzione della crescita interiore. In sostanza, il nucleo della pratica ascetica si può riassumere in poche parole: «Prenditi cura del corpo, del cuore e del prossimo».

Consigli per la pratica quotidiana

MATTHIEU: Ho detto prima che la privazione non consiste nel rinunciare a ciò che è un bene per noi, ma nello sbarazzarci di quanto crea sofferenza. Per raggiungere questo obiettivo occorre innanzitutto lasciar perdere tutte quelle attività che non sono costruttive né per noi stessi né per gli altri. In altre parole, bisogna fare pulizia nella propria vita. Ci sono occupazioni che possono anche sembrare interessanti, ma che in fondo non contribuiscono alla nostra libertà interiore, quando addirittura non la ostacolano. Si racconta di un brahmano, curioso per natura, che si recava spesso al cospetto del Buddha per rivolgergli un sacco di domande del tipo: l'universo è infinito? Ha avuto un inizio? Perché i fiori hanno colori diversi?... A volte il Buddha gli rispondeva, mentre in altre occasioni restava in silenzio. Un giorno, vista l'insistenza del brahmano, il Buddha prese nelle mani un pugno di foglie e gli domandò: «Dov'è che ci sono più foglie, nella foresta o nelle mie mani?» Il brahmano rispose senza difficoltà: «Di sicuro nella foresta». Il Buddha allora gli disse che le cose da conoscere sono innumerevoli come le foglie nella foresta, ma solo un pugno di esse sono indispensabili per raggiungere il Risveglio. Sapere la temperatura delle stelle o il modo in cui i vegetali si riproducono è per molti aspetti appassionante, ma non ci aiuta a capire la natura del nostro spirito, a liberarci dai veleni della mente, ad acquisire una benevolenza illimitata e, in fin dei conti, a raggiungere il Risveglio. Certamente tutto dipende dall'obiettivo che ci si prefigge.
In proposito, dunque, è fondamentale il nostro interrogativo iniziale: «Cos'è davvero importante nella mia esistenza?» Farmi irretire da specchietti per le allodole come la ricchezza, il potere e la notorietà? Le persone che si dedicano sinceramente alla pratica spirituale non hanno difficoltà a rinunciare a questi aspetti futili della vita, poiché provano nei loro confronti tanto interesse quanto ne può provare una tigre per un mucchio di paglia. Si tratta dunque, come diceva Thoreau, di «semplificare, semplificare, semplificare».
In ultima battuta, è importante prendere coscienza del valore del tempo. La vita scorre con estrema velocità. Non possiamo impedire al tempo, così come all'acqua, di scivolare via tra le nostre dita. Tuttavia, se facciamo di esso un uso consapevole, ci permette di dedicarci alle cose essenziali. Nella giornata di un eremita ogni ora può trasformarsi in un tesoro. Come scriveva Khalil Gibran, il tempo è «un flauto nel cui cuore il mormorio delle ore si converte in musica».
Conosciamo tutti il modo di dire "ammazzare il tempo"... Che espressione vuota di senso, abbiamo a disposizione così tante attività appassionanti! Se rimandassimo sempre a domani la scelta di consacrarci all'essenziale, rischieremmo di portarci dietro questa indecisione fino alla morte. Il momento giusto per cominciare è adesso.

 

Gli autori

Christophe André è stato uno dei primi psichiatri a introdurre l'uso della meditazione in psicoterapia. Tra i suoi vari libri ricordiamo: Imperfetti e felici (Corbaccio, 2008) e La stima di sé (TEA, 2009).
Alexander Jollien è un filosofo. Ha trascorso diciassette anni in un istituto specializzato per le persone con disabilità. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Abbandonarsi alla vita (Qiqajon, 2013).
Matthieu Ricard è monaco buddhista da quasi quarant'anni. Vive in Nepal, dove si dedica a progetti umanitari per conto dell'associazione Karuna-Shechen. Tra i suoi libri pubblicati in Italia ricordiamo Il monaco e il filosofo, scritto con Jean François Revel (Neri Pozza, 1997).

(Fonte: Tre amici in cerca di saggezza. Consigli per una vita felice, Superbeat 2016, pp. 323-342)