L'Assunta,

un anticipo

e una speranza

Alessandro Maggiolini

assunzione

L'Assunta.
Non è facile parlare della Madonna. Si rischia sem­pre l'ingenuità. Ma bisogna rischiarla questa ingenuità quando si parla della mamma: anche se si hanno qua­rant'anni suonati o si sta morendo. Ricordo il ritornel­lo d'una canzone che insiste: Come potrò dire a mia ma­dre che ho paura?
L'Assunta, dunque.
Stiamo al dogma: al termine della propria vita terre­na, per singolare privilegio, Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, unendosi così in modo partico­larissimo al suo Figlio glorioso.
Non vale ripetere che il cielo non è altrove, lontano, facendo dell'Assunzione una sorta di salita ad un fan­tomatico ultimo piano con uno strano ascensore. E cie­lo è il mistero nascosto tra noi. Maria è presente.
Ebbene, se le cose stanno così, buttiamo avanti in modo deciso l'interrogativo che abbiamo dentro: l'As­sunta che cosa dice a noi, uomini d'oggi? O, in modo ancor più netto: in che cosa ci tocca, in che cosa ci coinvolge questo dogma apparentemente tanto astrat­to? Maria è in cielo anche nel corpo. E sia. Ma noi?
Ecco, c'è da vergognarsi a porre le domande così. Ma riflettiamo un istante senza il sussiego di uomini adulti (occorre essere un po' bambini per capire que­ste faccende).
L'Assunta dice a noi che nella gloria, con Cristo, è entrata Maria, nostra Madre. Nella gloria è entrata non solo la mente, ma il cuore, la sensibilità, la premura di una madre; di una madre che ci conosce, che ci se­gue, che trepida e intercede per noi: non come ci può conoscere un registro d'anagrafe o un calcolatore elet­tronico, ma come una madre, appunto, che è attenta alle minuzie che formano la nostra vita, indovina i pensieri quando ci vede rabbuiati, tace quando intui­sce che abbiamo bisogno di soffrire, condivide le gioie quasi nascondendosi, e prima che usciamo, si premu­ra di controllare se abbiamo le scarpe lucide ai piedi e il fazzoletto pulito in tasca... Una madre conosce così: col cuore; e si sa che le cose più importanti sono invi­sibili agli occhi...
E di contro: una madre la si conosce così. Un bimbo richiesto di descrivere la mamma, non si sognerebbe mai di rispondere che ella è nome comune di persona singolare femminile. Ci direbbe che è la più bella e la più buona del mondo, e allargherebbe le braccia per dire che le vuol bene così.
E poi l'Assunta ci è motivo di speranza e anticipo di ciò che saremo.
Il suo destino è il nostro futuro.
Anima e corpo. Ciò significa che anche la pesantez­za e l'opacità del nostro corpo saranno riscattate: non è intuizione da poco, quando si osserva o si esperimenta il disfacimento della malattia e della morte; o quando si avverte che il corpo è ostacolo e schermo invece di essere parola tersa detta all'altro e intenzionalità d'amore manifestata...
Anima e corpo. Ciò significa che ha un senso il no­stro faticare quotidiano e il nostro riposo: il vivere tra i fornelli di cucina o gli altiforni delle fonderie, tra pannolini e biberon o tra scartoffie d'ufficio o tra libri o nel chiasso di un'officina o in una vacanza con ami­ci... Tutto viene recuperato e trasfigurato alle soglie dell'aldilà.
Non c'è lembo d'esistenza che va messo in parentesi perché inutile: tranne il peccato. Ce lo assicura l'Assun­ta: questo ideale d'umanità che è reale come e assai più delle nostre incombenze più immediate.
C'è di che stupirsi. C'è di che impegnarsi. C'è di che ringraziare Maria perché precede e dà senso ai nostri sforzi; o semplicemente perché è lei; perché esiste... Cambia un po' tutto. Davvero.