(NPG 1970-06/07-95)

 

Pozzoleone: una comunità di circa 1.200 abitanti, in una zona esclusivamente agricola. Una popolazione dagli usi e costumi tradizionalmente sani, non ancora intaccati dagli aspetti negativi della società tecnologica e dello pseudo benessere.
Con un gruppo di architetti torinesi, Pozzoleone è diventata protagonista di un'esperienza significativa:
• per le caratteristiche del centro giovanile costruito;
• per il metodo adottato nell'affrontare il problema;
• per il metodo di progettazione;
• per la condotta pastorale;
• per i criteri di autenticità in limiti contenuti di costo.

LA STORIA

Un adulto, tornato tra i giovani del paese natio, dopo esperienza di gruppo e di attività giovanili delle più disparate caratteristiche, non vede altra soluzione al problema dell'isolazionismo, dell'inazione sociale e del tradizionalismo religioso che quello della creazione di un centro giovanile. Ne parla ad un amico prete ed architetto; vengono coinvolti altri giovani architetti insieme a gruppi già costituiti di operai, impiegati, studenti. Dal Piemonte a Pozzoleone, a più riprese, per incontri di amicizia, dibattiti, verifiche: le idee vengono lanciate, discusse, contrastate.
I giovani di Pozzoleone iniziano a percorrere una nuova strada.
Le prime incertezze e i primi contrasti sono superati con l'aiuto del parroco e di qualche adulto che ha capito.
Il problema del centro giovanile entra così nelle famiglie, nei bar, nelle riunioni zonali, nella messa domenicale, nel consiglio comunale: tutta la comunità viene coinvolta.
Anche le realizzazioni non tardano a venire:
• si indicono assemblee di giovani: la partecipazione è numerosa, anche al di là dei gruppi formali cattolici;
• per la prima volta, a quel livello, si trovano assieme ragazzi e ragazze, anche nelle ore serali;
• si lancia un questionario, ottenendo risposte elevatissime;
• si costituisce un comitato di animazione;
• si inizia la redazione di un ciclostilato, per far circolare idee;
• i giovani dibattono i loro problemi, assieme agli adulti, nel consiglio comunale: chiedono e ottengono dalle autorità una sede provvisoria.
Il fatto più nuovo è che il parroco decide di alienare i due terzi del beneficio parrocchiale, per l'acquisto dell'area necessaria al centro e per il finanziamento della costruzione, prevedendo i termini per affidare l'intera gestione amministrativa alla comunità giovanile.
L'interesse della comunità viene talmente ad acuirsi che il reperimento dell'area necessaria provoca lo sblocco di una annosa, disagiata situazione urbanistica.
Il metaprogetto del centro giovanile viene definito dai giovani stessi. Sono più preoccupati gli adulti degli impianti sportivi che non i giovani. Ad essi interessa aver soprattutto un luogo d'incontro, per trovarsi in clima di amicizia a ricercare assieme, ad imparare, a cogliere responsabilità, a decidere realizzazioni.
Ed ecco gli architetti, preoccupati di rispondere alle istanze dei giovani, rinnovare i loro viaggi per verificare a livello assembleare i progetti, accettando suggerimenti, cogliendo suggestioni, spiegando soluzioni proposte.
Ora il centro giovanile, sotto l'aspetto edilizio, è in fase di realizzazione. I giovani, ormai lanciati, proseguono la loro attività, continuando a mantenere i contatti con tutti coloro che hanno incontrato agli inizi.
A completamento del discorso, riportiamo le impressioni dirette dei giovani protagonisti e la relazione tecnica dei progettisti.

I GIOVANI PARLANO DEL LORO PROGETTO

Facciamo il centro giovanile. Da un po' di tempo noi giovani ne parlavamo.
Le idee non erano molto chiare. Ci vuole l'«Oratorio» dicevano i più. Ci vogliono il campo sportivo ed alcune sale da giuoco, dicevano molti. Ma qualcuno di noi pensava anche ad un «Centro» che fosse il luogo d'incontro di tutti i giovani per tutte le attività di carattere formativo e culturale. La soluzione più facile era il solito «Oratorio». Non c'erano problemi di paternità poiché l'avrebbe costruito la parrocchia e non poneva particolari problemi. Ma le soluzioni più facili non sono sempre le migliori.
Fu prospettata l'idea che il «Centro» dovesse essere costruito dalla comunità civile. La tradizione era contro una simile impostazione. Lentamente però, con l'apporto soprattutto di nostre discussioni con giovani estranei all'ambiente (studenti ed operai di Torino e Rivoli), l'idea nuova cominciò a crescere. Contemporaneamente però crescevano anche le difficoltà. Il comune, per motivi comprensibili anche se non del tutto giustificabili, dichiarava la sua impossibilità a realizzare un'opera del genere.
A questo punto la parrocchia, che fin dall'inizio aveva caldeggiato il sorgere di un centro per giovani, dichiarava la sua disponibilità in termini di supplenza alle carenze civili. Il «Centro», cioè, veniva sì costruito sul terreno della parrocchia e prevalentemente col contributo della parrocchia ma i giovani, tutti i giovani, sarebbero rimasti i protagonisti del «Centro» stesso. I giovani, cioè noi giovani, ci riunimmo e decidemmo anche uno statuto ed eleggemmo un comitato.
Dopo soli due anni statuto e comitato venivano considerati superati. Statuto e comitato presuppongono: limiti e programmi ben definiti; giovani responsabili («capi» e «trascinatori») ed un'enorme massa informe, di solito, tra l'altro, mai soddisfatta di quello che i «capi» propongono o realizzano.
Un «Centro» aperto, invece, lascia spazio a qualsiasi gruppo e a qualsiasi giovane che abbiano qualche cosa di più o meno valido da proporre. Qualcuno ha visto in questo un chiaro pericolo di anarchia o di assoluta inattività: lo riteniamo un giudizio pessimistico, incapace di cogliere i valori che i giovani in un clima di vera libertà sanno sempre esprimere. Continuiamo ad essere convinti che il «Centro giovanile», inteso come «struttura», è necessario. Siamo però altrettanto sicuri che l'essenza sta nel nuovo modo di concepire la comunità giovanile.
Non abbiamo realizzato molto su questo piano, ma siamo convinti che è già molto l'esserci incamminati su questa strada.

RELAZIONE REDATTA DAGLI ARCHITETTI

Una serie di incontri con la gioventù di Pozzoleone e con l'ambiente «parrocchiale» ha permesso di verificare la possibilità di realizzare quanto si auspicava a livello teorico.
Gli incontri ovviamente non sono avvenuti tra i giovani di «A.C.», bensì tra tutti i giovani (maschi e femmine) della comunità di Pozzo-leone, con il gruppo degli architetti e con i giovani di Torino e di Rivoli, delle più diverse estrazioni sociali (lavoratori - studenti - professionisti), già legati ed interessati al problema in nome della riscoperta del valore umano dell'amicizia tra i giovani.
Il discorso, in quanto rivolto a tutti i giovani, e non solo a quelli che abitualmente frequentano gli ambienti parrocchiali, non è stato di facile recezione; anzi, è stato proprio dai giovani impegnati in organizzazioni parrocchiali tradizionali che si sono avute le maggiori reazioni.
Determinante è stato in questo caso l'atteggiamento del parroco, più giovane dei suoi giovani, che con apertura conciliare ha guidato la ricerca attraverso evidenti difficoltà interne.
Quello cui si tendeva era di ottenere il superamento del tradizionale «curriculum» che hanno le realizzazioni di questo tipo; frutto normalmente di un atto di volontà (paternalismo) dei preposti nei confronti del... gregge.
L'edificio, così voluto dal parroco, avrebbe potuto essere lo stesso ma sarebbe parso ai giovani un prodotto di consumo e mai uno strumento proprio ricercato e realizzato per facilitare una crescita comunitaria.

♦ Un'inchiesta tra la gioventù, cui ha risposto l'85 per cento dei giovani, ha fornito dati significativi.
Benché, ad esempio, la maggioranza si fosse espressa per gestione «parrocchiale», il parroco coerentemente a quanto sopra ha voluto la costituzione di un «comitato giovanile» liberamente eletto, incaricato di dibattere i problemi inerenti alla realizzazione del «Centro giovanile», avviando nel contempo la futura attività del Centro stesso.
È necessario pervenire al superamento del concetto tradizionale di ora. torio per arrivare a quello di centro giovanile, quale spazio aperto a tutti i giovani di «buona volontà», ossia seriamente impegnati nel progresso di maturazione al di là di ogni barriera ideologica, perché possano costituirsi comunità di intenti e di azione attraverso libere scelte dopo aver ricercato insieme delle mète da raggiungere sul piano dell'impegno personale e sociale.

 È difficile dire con precisione quello che dovrebbe essere un centro giovanile; è senz'altro più facile dire quello che assolutamente non deve essere:
• insieme di sale da gioco (carte - biliardo - flippers - calcio balilla - ecc.);
• cinematografo (a sfondo commerciale);
• bar;
• attività sportive vincolanti per orari ed esigenze economiche.

 L'individuazione e l'armonizzazione di particolari attività tese a realizzare quanto sopra sono state alla base anche nella ricerca della forma architettonica.
Le attività individuate dai giovani stessi sono prevalentemente di carattere culturale, pur non trascurando tutte le manifestazioni di carattere ricreativo, volendo dare però al termine «ricreazione» il suo genuino significato etimologico cioè: rimessa a punto del fisico per un più perfetto equilibrio dell'uomo.
Il fatto che tale ricerca sia avvenuta a livello comunitario e tendente a soddisfare le esigenze della collettività, trascurando quelle individualistiche, ha permesso di trovare soluzioni che, pur perfettibili, vogliono essere armoniche.
Alla concretizzazione di tali attività dovevano evidentemente contribuire anche le forme architettoniche.
Il centro giovanile troverà posto nel prato recentemente acquistato (con la vendita di terreni del beneficio parrocchiale), sul lato ovest del grande volume della chiesa parrocchiale.
• Una strada aperta parallelamente alla facciata della chiesa permetterà l'accesso al centro giovanile dallo spiazzo antistante alla chiesa, che può essere considerato qual centro urbanistico di tutto il paese.
• L'edificio si articola in volumi distinti secondo le funzioni, legati tra di loro da una grande piastra. La piastra ricopre una grande hall, punto di incontro di tutti i giovani, con spazi di sosta.

 A chi entra offre la possibilità di trovarsi in maniera informale con i giovani di diversi gruppi di diversi interessi e quindi di conoscere e di scegliere tra le diverse attività che si svolgono all'interno del Centro. A chi svolge abituale attività di gruppo, di partecipare agli altri le proprie esperienze e di conoscere quelle dei diversi gruppi.
Dalla hall si può accedere direttamente ai cinque ambienti del centro:

• il grande salone destinato agli incontri comunitari non solo giovanili ma di tutta la popolazione.
La capienza è di 300 posti. Al suo interno possono svolgersi attività culturali (cineforum, dibattiti, audizioni, spettacoli scenici - musicali), come pure attività ricreative (pallavolo, ginnastica);
• la scuola enuclea in un'aula comune per le attività che interessano simultaneamente le diverse classi e in quattro aule particolari per i lavori di gruppo.
È prevista una presenza scolastica (scuola d'obbligo) di circa 75 ragazzi, tenendo conto della possibile partecipazione degli alunni di Friola e di Scaldaferro.
Si sono pensati questi spazi usufruibili per corsi di qualificazione professionale e di recupero.
Si fa notare che la scuola in quanto tale ha a disposizione tutti gli altri ambienti del Centro (palestra, biblioteca, laboratori, anfiteatro, campi da gioco, ecc.);
• gli ambienti culturali così distinti: emeroteca, biblioteca, discoteca. I diversi ambienti, pur facendo parte di un unico spazio interno, offrono una graduale riservatezza per permettere lo svolgimento di quelle attività da realizzarsi nel massimo raccoglimento;
• i laboratori situati sotto gli ambienti culturali sono articolati in modo da offrire spazio per diverse specializzazioni di hobbies e di apprendimento tecnico professionale;
• lo spazio esterno, modellato ad anfiteatro, che può sostituire durante i mesi estivi il salone per tutte le attività di carattere comunitario.

Attorno all'edificio hanno trovato posto aree verdi per sosta tranquilla e giochi bimbi e campi gioco per calcio, pallavolo, pallacanestro, bocce, ecc.
Si è volutamente cercato di evitare qualunque forma di trionfalismo tendendo piuttosto, attraverso la chiarezza dell'impianto planimetrico e del linguaggio architettonico, a facilitare l'impostazione di un discorso chiaro e lineare che dovrebbe prender vita in questi spazi.
Il tutto è stato progettato in modo che potesse essere eseguito con criteri di massima economicità. Si è stabilita come misura unificata di larghezza di manica il m. 7 in modo da permettere per gli orizzontamenti l'uso di travetti prefabbricati in cemento armato unificati, poggianti su muri perimetrali portanti da eseguirsi in muratura.
Si fa eccezione per il salone, le cui dimensioni variate permettono ancora l'uso di travi a Y prefabbricati di m. 14 di luce.
È bene notare come il tutto possa essere eseguito in lotti successivi anche se sani criteri di economia consigliano l'esecuzione contemporanea di tutto il rustico.

I progettisti:
architetti Bagliani Domenico - Bersano Andrea - Corsico Virgilio - Del-piano Franco - Giriodi Sisto - Roncarolo Sandra

Veduta globale (plastico)

1970-06 07-101

 

1970-06 07-102
1970-06 07-103

La redazione dell'articolo è stata curata da Franco Delpiano.