(NPG 1970-06/07-03)

 

Viviamo nell'epoca dei «fatti nuovi». Tanto che il ricondurre episodi e tensioni a questo denominatore, può avere il sapore del luogo comune, trito e abusato. Ma a proposito della presenza dei giovani in oratori e centri giovanili, c'è veramente qualcosa di nuovo; una novità, come tutte le cose di quaggiù, con due facce: il positivo è frammisto a ciò che preoccupa.
Molti centri giovanili si stanno spopolando, con un ritmo spesso vertiginoso, che mozza il fiato. Non sono più il luogo di ritrovo abituale dei giovani della zona: il tempo libero è speso fuori, nei centri culturali, nei clubs, nei cinematografi, nelle sale da ballo, all'aria aperta.
La vita ha voltato pagina: chi tenta di arginarne la concorrenza, si ritrova, spesso, con le tasche vuote e con gli ambienti ancora deserti.
Contemporaneamente, si è bruciato lo standard del giovane, consumatore passivo di quanto noi mettevamo in tavola. Ci contestano il paternalismo, il tuttofare, la voglia di manovrare, lontani e nascosti, i fili della loro vita.
I giovani si sentono responsabili.
Si contano; si rimboccano le maniche. E decidono di entrare in dialogo con «gli altri», con la realtà più quotidiana.
Lo fanno, talvolta, con uno sprezzo del rischio che ci fa stare con il cuore in gola. Lo fanno a costo di ferite e di delusioni. Ma hanno fame di avventura. Le pareti di protezione che avevamo innalzato in anni di cure affannose, le buttano giù, una dopo l'altra, con il sorriso sulle labbra.
E le «scoperte» a cui approdano, i giovani più impegnati (i più fidati, d'un tempo) le gridano ad alta voce: i fogli ciclostilati si moltiplicano per proclamare che è ora di smettere con una certa prassi pastorale, che lo scopo dell'oratorio è un altro, che c'è da cambiare, radicalmente, dalle fondamenta, che i lontani hanno ragione, che si è rimasti indietro di cent'anni.
Tutto ciò ci fa male: è aprire, forzosamente, una ferita che tarda, da sola, a rimarginare.
Qualche operatore pastorale ha perso fiducia nella «struttura» oratorio. E ha chiuso i battenti: dove un tempo si leggeva a caratteri cubitali «Oratorio San...»,
ora danza al vento un timido cartello, con timbri e marche da bollo: «In vendita».
È la strada della pastorale giovanile degli anni 70, segnati dalla secolarizzazione, dal pluralismo, dall'industrializzazione?
Note di Pastorale Giovanile si è posto il problema, con molta sincerità e disponibilità. Non ci piace essere i difensori, a tutti i costi, dell'intoccabile.
La nostra risposta è questa monografia, che nell'impostazione e nelle indicazioni di studio rispecchia il parere unanime del consiglio di redazione.
Ci pare che l'oratorio e il centro giovanile abbiano una funzione insostituibile, anche oggi. Molto però, del loro volto, va cambiato; e presto. Per rendere credibile la riconfermata validità.
La monografia ne traccia alcune linee, raccolte dalla confluenza di tre voci:
• lo studio teorico;
• il parere dei giovani;
• il dato dell'esperienza.
La sintesi, ancora una volta, è nelle mani di chi c'è dentro.