Educare

attra(verso) Auschwitz

Raffaele Mantegazza

 

Amaro sapere, quello che si ricava dal viaggiare!
Il mondo, piccolo e monotono
oggi come ieri, come domani, come sempre,
ci mostra la nostra immagine:
un’oasi d'orrore in un deserto di noia! Partire? Restare?
Se puoi, resta, se è necessario, parti
Charles Baudelaire, Il Viaggio

Agenzia di viaggi

Auschwitz dovrebbe essere un luogo abbandonato. Dovrebbero crescervi le ortiche e nessuno dovrebbe mai più metterci piede. Dovrebbe essere come un pianta definitivamente abbandonato dalla vita o la profondità di un Oceano che non importa esplorare. In una società decente la lezione di Auschwitz dovrebbe essere stata fatta propria da qualsiasi essere umano, trasmessa quasi automaticamente di generazione in generazione, dovrebbe essere entrata sottopelle come un costume, un’abitudine, un patrimonio genetico del’umanità. Una volta realizzata la società giusta potremo fare quello che giustamente oggi è considerato il peggiore dei crimini: dimenticare Auschwitz. Se per educare all’antirazzismo e alla democrazia abbiamo ancora bisogno di portare i ragazzi ad Auschwitz significa che non abbiamo nemmeno iniziato a vincere la sfida: finché si organizzeranno viaggi della memoria, vorrà dire che la lezione di Auschwitz non sarà stata ancora capita.
Dal viaggio ad Auschwitz allora riportiamo a casa la nostra immagine, l’immagine di un mondo che oggi, adesso, sta perpetuando Auschwitz, l’immagine di un’oasi d’orrore in un deserto di noia. Amaro sapere quello che si ricava dai viaggi della memoria: sapere che ci ricorda che è necessario ricordare perché non possiamo ancora vivere al riparo dall’orrore quotidiano. Visto che non possiamo restare, perché ci spinge a viaggiare l’orrore di tutti i giorni, allora è necessario partire. Sapendo che andiamo a trovare noi stessi, e che ci rechiamo laggiù per vedere con occhi diversi il mondo di qui, il mondo di adesso, il mondo di oggi.

Biglietteria

Nessuno può essere obbligato a compiere un viaggio della memoria. I biglietti per Auschwitz sono differenti da quelli per le altre destinazioni perché richiedono ai viaggiatori una determinata struttura della personalità, una forza, una identità sufficientemente integrata da non andare in pezzi. Imporre una esperienza di questo tipo, soprattutto a persone giovani o giovanissime, rischia di ottenere effetti incontrollabili. Ci sono ragazzi la cui sensibilità non sopporterebbe la vista di questi luoghi. Non è affatto cinico affermare che si può crescere ottimi cittadini democratici e antifascisti anche senza mai avere visto Schindler’s List, avere letto Se questo o un uomo o avere varcato il cancello con la scritta Arbeit Macht Frei. Ci sono adulti che lottano contro il razzismo dando corpo a una profonda e sincera esigenza etica che non si è necessariamente nutrita della lettura di Etty Hillesum.
Non stiamo ovviamente dicendo che i viaggi della memoria sono inutili, anzi le precauzioni che proponiamo testimoniano la loro straordinaria importanza. Ma proprio per questo, prima di proporre a una intera classe, gruppo scout, squadra di calcio, insomma a un gruppo già esistente un viaggio della memoria occorre essere ragionevolmente certi che tutte le persone in quel gruppo siano in grado di coglierne il valore educativo e formativo; e questo lo possono sapere solamente gli adulti che di quel gruppo sono responsabili. Per questo secondo noi il viaggio deve essere proposto e non imposto, l’adesione deve essere volontaria, chi non se la sentisse di venire deve poter rimanere a casa.
Il biglietto richiede come prezzo un percorso di formazione: ovviamente parliamo di formazione in senso anche contenutistico (le tanto aborrite nozioni!) perché non è possibile andare nei lager pensando che il Ventennio fascista si sia concluso nel 1979 o che la II Guerra Mondiale l’abbiano vinta i tedeschi (sono esempi di risposte reali da parte di alcuni nostri studenti). Chi parte per un viaggio della memoria deve sapere che altro è Auschwitz, altro è Gusen; una cosa è Mauthausen nel 1936, un’altra è Mauthausen nel 1944; deve sapere cosa significa “soluzione finale”, “Zyklon B”, “musulmano”, deve sapere chi è un ebreo, chi è un israelita, chi è un israeliano e non confondere questi termini; deve conoscere la differenza tra “campo di concentramento”, “gulag”, “campo di sterminio”.
Ma oltre all’aspetto dei contenuti, ineludibile, la formazione deve altrettanto necessariamente prendere in esame le dinamiche specifiche di quel gruppo; e se il viaggio è proposto a ragazzi che non si conoscono tra loro, è necessario un training preliminare sulle dinamiche, che metta al centro dell’attenzione i temi del potere, dell’intolleranza, dell’odio e dell’amore dell’amicizia e del conflitto, della violenza tra coetanei, del razzismo tra adolescenti, dell’omofobia a scuola e nella squadra di calcio.
Nessun contenuto proposto a scuola o comunque in una situazione educativa, che sia un teorema di matematica o una poesia sulla Shoah, attecchisce se non viene accolto dalla dimensione affettiva ed emotiva dei ragazzi; ma la dimensione emotiva lasciata a se stessa è come un campo fertile sul quale non venga seminato nulla. Qualsiasi insegnamento è fecondo se opera un cortocircuito tra dimensione emotiva e dimensione affettiva: parafrasando Kant, potremmo dire che le emozioni senza i contenuti sono cieche, le nozioni senza gli affetti sono vuote. Ma allora, se nel gruppo è presente un ragazzo omosessuale, magari preso i giro dai compagni, questo influirà sulla percezione dei triangoli rosa esposti nei lager; se c’è una dinamica maschilista questa non resterà inattiva quando si parlerà del machismo dei nazisti e del ruolo della donna; se la ragazzina di origini rom è fatta oggetto di sarcasmo, oppure di pietismo o ancora di iperprotettività, tutto questo reagirà chimicamente quando si parlerà del “porrajmos”.
Auschwitz funziona come un enorme potenziatore dell’esistente, una specie di motore turbo che aumenta al massimo le prestazioni, sia quelle dell’indignazione e della condivisione, sia quelle della complicità, dell’immedesimazione con l’aguzzino, del razzismo. Da Auschwitz si può anche tornare convinti che i nazisti hanno fatto una gran cosa, il che peraltro è diabolicamente vero. Non si deve sottovalutare il potere di penetrazione e di seduzione del male soprattutto su coscienze fragili e giovani e in presenza di dinamiche di isolamento, bullismo, vessazione già attive in un gruppo. Occorre che il biglietto per il viaggio della memoria non si tramuti, all’insaputa e alle spalle degli organizzatori, in una specie di invito a un corso di aggiornamento su come si diventa (neo)nazisti.

Carrozza bagagli al seguito

Cosa mettere in valigia per un viaggio verso Auschwitz?
Anzitutto la capacità di viaggiare, anche questa da non dare per scontata. Intendiamo la capacità di affrontare un viaggio nella sua carnalità e fisicità: soprattutto se pensiamo a ragazzi così asserviti alla logica delle Nuove tecnologie che quando scendono dall’autobus a Parigi prima fotografano la Torre Eiffel con i loro dispositivi alla moda e poi (se proprio avanza tempo) le danno un’occhiata; quasi mai la toccano, si siedono alla sua ombra, ci salgono sopra. E’ difficile oggi proporre il viaggio come opzione educativa a ragazzi che esprimono ogni giorno la volontà di non-essere-qui, ma non nel senso di essere carnalmente altrove, ma di essere in un inesistente mondo virtuale, come che la studentessa di un nostro corso che, mentre una compagnia teatrale di ragazzi disabili recitava in aula, non li guardava perché usava il suo i-pod per cercare su Wikipedia “sindrome di Down”; senza capire che i ragazzi dopo un’ora se ne sarebbero andati mentre Wikipedia (purtroppo) sarebbe rimasta fruibile anche il giorno successivo.
In questo senso, se possibile, il viaggio ad Auschwitz non dovrebbe essere la prima esperienza di viaggio del gruppo; se si tratta di una classe, nelle gite di istruzione degli anni precedenti gli insegnanti saranno stati in grado di constatare se e quanto i ragazzi sanno apprezzare la fisicità del viaggio, la sua dimensione avventurosa, se e quanto avranno permesso al viaggio di cambiarli, di agire su di loro, di modificarli. Se sono capaci di viaggiare, che è una delle cose più difficili del mondo.
In valigia va poi messa la capacità di contestualizzazione delle esperienze compiute: nel mondo a una dimensione del web nel quale tutto è spalmato su una dimensione orizzontale, in modo che sono abolite le gerarchie di saperi e il differente peso delle informazioni, è difficile che i ragazzi imparino a dare un contesto a ciò che vedono, leggono, ascoltano. Nel duplice senso: contesto oggettivo (che storia ha ciò che sto vedendo? Cosa c’era prima? Cosa c’è stato dopo? Cosa avrebbe potuto esserci in alternativa? Cosa c’è stato di simile, prima, durante, dopo?) e contesto soggettivo (quanto conta per me, adesso, qui, questa esperienza? Come si connette a quanto ho fatto ieri e a quanto devo fare o spero di poter fare domani? Che relazione ha con altre esperienze analoghe? Ho visitato un carcere: Auschwitz è diverso, e quanto è diverso? Conosco una persona che è stata picchiata selvaggiamente in discoteca: quanto tutto ciò c’entra con le torture che mi vengono raccontate? Mi dà fastidio dormire in camera con un’altra persona: cosa provo davanti a questi pancacci sui quali si dormiva in quattro, con i piedi dell’altro in faccia? Mi vergogno a fare la doccia nudo all’allenamento di calcio: quale brivido sento quando mi raccontano della spoliazione forzata dei deportati?). La decontestualizzazione delle esperienze, delle frasi, delle testimonianze è una delle armi vincenti del revisionismo; sapere trovare uno sfondo oggettivo e soggettivo a quanto si vede e si vive è una competenza non innata, la si impara a scuola, prima di partire per Auschwitz.
Ben salda nella valigia deve esser posizionata la capacità di visione e di ascolto: come pensare che ragazzi che schiamazzano quando compiono una visita a un museo, gruppi che non riescono ad ascoltare per più di dieci minuti un adulto che parla, giovani che non sanno stare fermi per cinque minuti durante la proiezione di un video possano cambiare magicamente cambiare comportamento appena entrati nel campo di sterminio? Questo vale per tutto ciò che viene proposto a proposito della Shoah: facciamo vedere Schindler’s List: ma i ragazzi sanno decodificare un film (lunghissimo, per di più)? Mostriamo i disegni di Terezin: ma qual è il livello di lettura iconica dei nostri allievi? Assegniamo venti pagine de La tregua da leggere per compito: ma non ricordiamo che la scorsa settimana i ragazzi hanno scaricato da Yahoo il riassunto delle venti pagine di Manzoni che avevamo assegnato? Il calcolo delle precomprensioni cognitive e comportamentali è fondamentale per capire che cosa i ragazzi vedranno, sentiranno, capiranno durante il viaggio. Un libro sulla Shoah è prima di tutto il libro, Un sopravvissuto di Varsavia è prima di tutto un brano musicale: le capacità di lettura sono anch’esse da acquisire a scuola, non nascono dal nulla o da un afflato etico.
Bagaglio piuttosto pesante, dunque; perché non è facile viaggiare, e soprattutto per viaggiare nella memoria occorre sempre essere sicuri di portare con sè tutti se stessi.

Ai binari

La partenza è già il viaggi; lo è negli atteggiamenti, nei comportamenti, nei saluti. Lo è nel mezzo di trasporto, quel treno che deve essere presentato e analizzato a livello simbolico all’interno del percorso di formazione, magari attraverso l’ascolto di Different Trains di Steve Reich, da far reagire con altre suggestioni artistiche, da Trans Europe Express dei Krafkwerk a Gospel Train di Tom Waits, dal treno assassino di La bestia umana di Zola al treno pieno di assassini di Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, dalle stazioni di Monet a quelle di Sironi. Pensiamo alla forza di penetrazione di un percorso multidisciplinare sul treno, riattivata al momento di partire per Auschwitz.
Sarebbe molto interessante ed educativo che la partenza di un viaggio della memoria fosse un momento pubblico, che prevedesse la presenza non solo degli amici e dei genitori dei ragazzi ma di rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni. La partenza potrebbe dunque essere il momento di un saluto alla città o alla scuola, che si prende in carico simbolicamente nella sua interezza della responsabilità educativa di questa esperienza. In questo modo tra l’altro si mostrerebbe ai ragazzi che dietro l’iniziativa c’è la condivisione e la progettazione di tutta una istituzione (anche più d’una) e non si tratta solamente dell’idea di qualche associazione o di un paio di insegnanti motivati. Pensiamo a un momento ritualizzato, che non esageri con la retorica (questa precauzione dovrebbe valere per qualsiasi progetto sulla Shoah) ma che dia un senso alla partenza: la lettura di una poesia, due parole da parte di uno dei ragazzi, la consegna ai partenti di un diario di bordo da parte di chi resta, diario che sarà restituito al ritorno.
Ci sembra importante lasciare scegliere ai ragazzi l’assegnazione dei posti sul treno, in modo che si formino gruppi più o meno spontanei: come diremo in seguito, sarà successiva l’attenzione a mescolare i gruppi, per il momento ci sembra opportuno che gli amici viaggino insieme, soprattutto dovendo condividere il delicato momento della notte.
Infine occorre a nostro parere patteggiare immediatamente i comportamenti su temi delicati: uso di alcool e di sigarette, eventuale ascolto o produzione di musica (volume, orari ecc.), uso e abuso dei cellulari e delle relative suonerie, tono della voce ecc..

Non sono previste fermate intermedie

Il viaggio è lungo e stancante; anche se i ragazzi sono pieni di energie non è detto che siano abituati a una esperienza di questo tipo. Per questo motivo ci sembra che le iniziative durante il viaggio (gruppi di lettura, lezioni ecc.) debbano essere poche e brevi, ben preparate e concretate. Occorre che il viaggio non costituisca un “pieno” di emozioni relative alla Shoah, rischiando così di coprire in qualche modo l’emozione profonda che si proverà all’ingresso del campo di sterminio. Un incontro di un’ora e mezza nel vagone ristorante, magari a turni e in piccoli gruppi (abbiamo imparato dall’esperienza e diffidare delle adunate oceaniche quando si trattano temi così delicati e profondi), ci sembra più che sufficiente, se ben organizzato. E’ questo il momento adatto per mescolare i gruppi, per fare in modo che ragazzi di diverse classi e di diverse età possano incontrarsi e confrontarsi tra loro: non facciamo che anche il viaggio della memoria sia qualcosa di simile ai compartimenti stagno nei quali la scuola divide i ragazzi, per cui la I B è ermeticamente divisa per cinque anni dalla I A e al massimo la sfida sul campo di calcio.
Ci sembra utile attrezzare un vagone biblioteca, con libri, un personal computer con video caricati, e altro materiale a disposizione di chi volesse leggere e documentarsi. Ma per il resto il viaggio deve essere il più possibile lasciato libero da eccessivi interventi. Ovviamente deve essere un viaggio sobrio: schiamazzi, urla e cori da stadio devono essere evitati. Ma non deve nemmeno essere un viaggio ascetico; diffidiamo di coloro che trasformano un pellegrinaggio ad Auschwitz in una sorta di via crucis preventiva. Se un ragazzo ascolta musica con le sue cuffie, se un gruppo si mette a discutere di calcio in modo non disturbante, se una coppietta si isola per baciarsi, ricordiamo che siamo in presenza di adolescenti che stanno compiendo una esperienza di vita, e che proprio la loro vitalità temperata con un minimo di rispetto, può essere già in segno resistenziale rispetto a ciò che si andrà a visitare.
Un momento delicato del viaggio è il sonno non è detto che i ragazzi siano abituati a dormire insieme e comunque il sonno su un treno non è certamente dei più comodi. Occorre che gli adulti sappiano presidiare questo momento, imponendo il momento del silenzio e garantendo il massimo possibile del silenzio e dell’intimità. Anche per i ragazzi più duri spogliarsi, mettersi sotto le coperte e cercare di addormentarsi in una situazione simile non per nulla una cosa semplice né scontata.

Posto riservato

Spesso accade che i ragazzi siano accompagnati nel loro viaggio da un testimone. A volte non si prepara sufficientemente il gruppo alla relazione con questa persona, ad esempio non si insiste sul fatto che per lui/lei questo viaggio è comunque una esperienza dolorosa, lo/la costringe a rievocare e rivivere dolori e umiliazioni che non riusciamo nemmeno a immaginare, come non capiremo mai cosa vuol dire varcare il cancello del campo dopo mezzo secolo. Anche i “salvati” hanno sommerso qualcosa ad Auschwitz, e per loro e per noi è bene che sia così.
Ci sembra anzitutto importante dire ai ragazzi che, almeno fino alla porta del Lager, il testimone è un compagno di viaggio con il quale parlare di calcio e di politica e commentare il tempo atmosferico; ci sembra importante che il viaggio recuperi, sia per i ragazzi che per l’ex-deportato, un connotato di normalità. E ci sembra ancora più importante sottolineare che il testimone ha bisogno anche di essere lasciato in pace: sarà lui/lei a decidere quando e come parlare, e occorre fare attenzione al diluvio di domande che i ragazzi possono scatenare, in perfetta buona fede. Allora è assolutamente importante che i giovani sappiano ascoltare in silenzio (merce sempre più rara in alcune delle nostre scuole) e prima di fare una domanda riflettere sull’opportunità di porla e di porla proprio in quel determinato momento.
All’interno del campo, il testimone racconta solo se lo desidera. E anche qui occorre distogliere i ragazzi da una sorta di maniacale attenzione al dettaglio, che li porta a confrontare le parole del testimone con i documenti letti o con la piantina del lager (“ma la porta di cui Lei parla è questa a sinistra o quella là in fondo a destra”?). Occorre ricordare che la testimonianza è sempre soggettiva, che due persone non racconteranno mai la stessa esperienza con le stesse parole (anche perché due persone non faranno mai la stessa esperienza), che il testimone può sbagliarsi e confondersi a proposito dei particolari e che correggerlo o chiedergli spiegazioni rischia di sposare inconsapevolmente la strategia del negazionismo radicale, che a partire da un singolo errore di una testimonianza smentisce e invalida la testimonianza intera (“se il deportato ha scritto che il 3 dicembre 1944 è caduto nella neve e le foto aeree mostrano che in quella data il campo non era innevato, allora tutto ciò che dice il deportato è falso: ergo, le camere a gas non esistono”. Non si pensi che si tratta di un ragionamento folle: ha tutta la logica razionale dello sterminio e del neonazismo, pericoloso perché follemente lucido e razionalmente demenziale).
Il testimone è prezioso per il suo coraggio, per il tono di voce, per il modo in cui ci mostra gli oggetti, per le storie individuali e soggettive che ci racconta, per il modo in cui ci stringe il braccio davanti al crematorio: farne una specie di enciclopedia vivente significa fare violenza a lui e all’irripetibilità della sua testimonianza.

Capolinea

Scesi dal treno, soprattutto se la visita al campo è prevista immediatamente, occorre che il clima cambi: deve essere chiaro per tutto il gruppo il cambio di passo, il nuovo ritmo assunto dalle voci e dai corpi, quasi per rendere visibile il fatto che stiamo entrando in una dimensione nuova. Siamo arrivati a destinazione e dobbiamo entrare nel clima del campo e della visita. Di solito il trasferimento dalla stazione (o dall’albergo) al campo avviene in autobus: crediamo che il percorso debba essere caratterizzato dal silenzio, che può essere simile al silenzio dello spogliatoio prima della partita: un silenzio teso a carico di attesa. Al massimo si può mettere una leggera musica, ma crediamo che siano del tutto da evitare lezioni, presentazioni, interventi didattici.
Il rispetto del silenzio ci sembra un concetto che debba valere per tutta la visita. Conosciamo bene le polemiche attorno alle guide polacche e a determinate interpretazioni della Shoah che alcune di esse diffondono durante la visita. Anche per questo motivo (ma non solo) ci sembra opportuno che la parte didattica e di preparazione si svolga il più possibile fuori dal campo: i ragazzi devono arrivare ad Auschwitz preparati a quello che verranno, sapere che cos’è lo Zyklon B e e come veniva usato: che poi vedano precisamente in quale buco venivano immessi i cristalli e con quale frequenza non ci sembra francamente importante, soprattutto in un momento che è caratterizzato da una tale altezza emotiva che questa informazione non verrà mai immagazzinata. Potremo sembra fornirla successivamente, se la riteniamo utile. Ad Auschwitz si arriva con le nozioni, ma non vi si apprendono nozioni.
La visita dunque avviene in silenzio, certo ascoltando le informazioni e leggendo i cartelli, ma soprattutto rispettando i silenzi, che significa anche rispettare le lacrime (e le non lacrime: non è certo detto che chi non piange non stia soffrendo per quello che vede, che il ragazzino con la faccia dura non stia sentendo dentro di sé il nonsenso dello sterminio) e i momenti di crisi: abbracciare un ragazzo che sta piangendo è un gesto che ha già in sé un mondo, è già un gesto sintonizzato su Auschwitz e sul suo messaggio; non c’è bisogno di sottolinearlo con le parole.
Anche se la dimensione del gruppo ha giustamente caratterizzato l’esperienza fino a questo punto, per certi versi la visita al campo di sterminio è sempre una visita individuale. Ognuno mette la propria sensibilità in campo, ognuno sceglie il proprio livello di esposizione e di censura, ognuno sceglie quando e cosa comunicare. Ma non solo: gli elementi dell’universo complesso del lager, del suo dispositivo, parleranno in modo differente a ciascun ragazzo. Il forno crematorio racconta a ciascuno dei giovani una storia maniera differente; qualcuno si emozionerà davanti alla tettarella conservata nella bacheca degli oggetti dei piccoli deportati, qualcuno davanti al muro delle fucilazioni, per un ragazzo potrà essere insostenibile un particolare apparentemente banale come una fessura nel muro della baracca dalla quale si vede la neve. Qualcuno potrà non voler entrare in una determinata stanza, qualcuno avrà bisogno di un momento di sosta, qualcuno vorrà appartarsi per pregare. Il risultato di una visita a un campo di sterminio è sempre una costellazione di esperienze che hanno colpito in maniera diversa i ragazzi, non certo una specie di ordine del giorno che dice a ciascuno quando e come emozionarsi. Del resto, ci sembra che questo debba essere il risultato di ogni esperienza didattica e significativa.
Ovviamente, lo vedremo più avanti, verrà il momento della socializzazione di quanto si è visto ed eventualmente di quanto si è vissuto (siamo sempre convinti che la socializzazione dei vissuti sia qualcosa di delicatissimo e che spesso in campo educativo se ne abusi): anche nella visita però ci sono momenti di condivisione delle emozioni, per cui sosteniamo che per gli adulti è più importante ascoltare ciò che i ragazzi dicono tra loro che insistere con lezioni e interventi didattici. Guardiamo i ragazzi, osserviamoli piangere e reagire e cogliamo al volo e in modo non invasivo le frasi che le due ragazzine abbracciate si scambiano: questo silenzio dell’ascolto è fortemente educativo, fortemente adulto.
Quanto dura la visita al campo? Spesso dura troppo, con il risultato che la stanchezza e l’eccessivo carico di emozioni la rendono meno significativa. Occorre soprattutto non farsi sedurre dalla tentazione di vedere tutto, di leggere ogni cartello, di analizzare ogni angolo. La visita ad Auschwitz ha un aspetto intensivo piuttosto che estensivo, e condivide con tutte le esperienze didattiche serie il privilegiare la qualità che va in profondità a scapito della quantità spalmata in orizzontale.

Biglietto di ritorno

Il viaggio di ritorno è il momento più difficile, più trascurato e più educativo del viaggio. Caduta la tensione, smorzate le emozioni forti, si rischia lo smarrimento o addirittura la totale confusione, lo sbandamento emotivo e comportamentale. È invece questo un primo momento di socializzazione del vissuto e delle esperienze, che va preparato in anticipo, con molta cura. Anche qui qualche ragazzo potrà non desiderare condividere, parlare, esporsi, ma a differenza che nel viaggio di andata crediamo che in queste ore sul treno la presenza adulta, sempre non eccessiva e non invasiva, deve essere forte. Non basta esporre i ragazzi alle emozioni per educarli: occorre che le emozioni trovino poi un modo per essere condivise, scambiate, espresse. Pensiamo dunque a momenti (non immediati: lasciamo passare qualche ora dalla partenza) di incontri a piccoli gruppi nei quali ogni ragazzo può, se lo vuole, condividere una immagine, una frase, un’emozione e capire in quali modi differenti le sensibilità dei suoi compagni sono state toccate dal viaggio; sta qui nascendo la costellazione di vissuti che è tipica dell’esperienza di gruppo, una costellazione, lo ripetiamo, che non può nascere nel campo ma non deve essere nemmeno rimandata eccessivamente
Rimandato deve essere invece un secondo, necessario momento di restituzione: da programmare a un paio di settimane dal viaggio, con una consegna precisa per ogni ragazzo (portare uno scritto, un video, una poesia, qualcosa che serva a sedimentare, a oggettivare le emozioni, che è poi il compito della scuola e in generale dell’educazione. E ci sembra fondamentale che in questo secondo momento i ragazzi, in gruppo, producano qualcosa che rimanga, un’opera, un testo teatrale, una poesia collettiva, un clip, qualcosa da socializzare e da restituire alle stesse persone che li hanno salutati alla partenza. Anche alla fine del viaggio dunque c’è un momento pubblico: perché il lavoro su Auschwitz è un lavoro politico, che parte dall’irripetibilità del soggetto e delle sue emozioni per farne un lavoro collettivo e sociale; come la vera politica dovrebbe sempre saper fare.

Nuovi orari

Ma dal treno occorre scendere. Lavorando da anni sul tema della memoria della Shoah siamo arrivati alla conclusione che tale memoria può essere estremamente pericolosa, perché può creare un pericolosissimo doppio legame: “Se dimentico sono prigioniero della Shoah, se ricordo sono prigioniero della Shoah”, ovvero “comunque io mi comporti nei confronti della memoria, non uscirò mai dalla trappola della Shoah che è comunque e soprattutto una trappola di auto colpevolizzazione”. Dimenticare Auschwitz è un crimine morale, ricordare solo Auschwitz rischia di significare rendersi ciechi e sordi rispetto all’attuale configurazione della barbarie. Un pestaggio a un ragazzo omosessuale, l’incendio di un campo rom, la violenza a una donna non sono la Shoah, un carcere non è un lager, un ospedale psichiatrico non è Mauthausen; ma solo chi ha lavorato sulla Shoah può capire come le dinamiche di dominio che sono oggi all’opera sono figlie di quel’esperienza; non nel senso chela ripetono fedelmente, ma che studiare quelle ci aiuta a capire queste. Questo significa che il treno deve ritornare, Auschwitz deve essere lasciata alle nostre spalle, occorre ripartire. E spesso capita che dopo la visita al campo i ragazzi abbiano bisogno di manifestare gioia e allegria, con la moro musica e il loro reciproco scambiarsi affetto. Solo un falso moralismo adulto può negare ai ragazzi il diritto di essere felici dopo avere visitato un campo di sterminio. Felici di essere vivi, felici di avere compiuto una esperienza così dura, felici di poter essere testimoni.
Cha cosa fa un ragazzo di ritorno dal viaggio della memoria: “forse il nostro giovanissimo amico (…) potrà leggere qualche testo, incontrare qualche testimone, visitare qualche sito dell’Aned; ma quello che noi speriamo (…) è che il ragazzino ricordi lo sterminio degli omosessuali per capire perché i due suoi compagni maschi che si sono accarezzati durante l’intervallo sono stati presi in giro dai loro amici (e forse anche da lui); che pensi alla Shoah dei rom per comprendere come mai sono ancora i rom ad essere al centro delle politiche e dei discorsi razzisti nel nostro Paese; che rifletta sulla Aktion T4 contro i disabili per osservare con occhio diverso le barriere architettoniche che costringono il suo compagno sulla sedia a rotelle a chiedere sempre l’aiuto di due amici per salire il gradino che porta in biblioteca” [1]. 
Questo a nostro parere è il senso profondo di tutto il lavoro sulla Shoah. Si fa memoria della Shoah per riuscire ad essere più efficaci nel denunciare qui e ora ciò che sta accadendo: non tanto perchè Auschwitz “potrebbe ripetersi” ma perché Auschwitz non è la cosa peggiore che può capitare a un essere umano anche se per ora è la cosa peggiore che sia capitata all’Umanità.
Allora i ragazzi e le ragazze che tornano da un viaggio della memoria sono diventati testimoni: hanno raccolto una eredità, hanno visto, sentito e annusato e hanno il dovere civico di cercare nel loro presente quei grigi ossessivi, quegli atroci lamenti e quegli odori esiziali. E di inventare colori brillanti, musiche gioiose e teneri profumi per una nuova modalità di vivere nel mondo.
E’ stato necessario partire. Ma ora dobbiamo restare, consultando nuovi orari per nuovi treni che ci portino non più nello spazio ma nel tempo, in un futuro in cui Auschwitz possa essere finalmente un posto abbandonato e dimenticato. Fino ad allora, ogni ragazzo e ogni ragazza, quando il treno ormai sarà ricoverato nel suo hangar, dovrà tenere nella mente e nel corpo il compito che ognuno dei sei milioni di morti gli ha assegnato nel giorno della visita al lager: “ma quando tu sarai nel dolce mondo,/priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:/più non ti dico e più non ti rispondo” [2].


NOTE

1 Raffaele Mantegazza, Diventare testimoni. Riflessioni e strategie sulla Giornata della Memoria a scuola. Parma, Junior, 2014, pag.
2 Dante Alighieri, Commedia. Inferno, VI, 88-90