Autocritica pastorale


(NPG 1970-03-04) 

 

Ho letto l'articolo «Anche la dinamica di gruppo negli esercizi spirituali?». Condivido l'impostazione strutturale del discorso: il primato della persona, con le conseguenze che ne derivano (direi meglio: «primato delle persone», perché vanno tenute presenti, insieme, le esigenze della Persona-Dio e le esigenze della persona-giovane).
Desidero aggiungere alcune osservazioni.
Nell'articolo citato si ricavava l'esigenza di introdurre la dinamica di gruppo negli esercizi spirituali, dalla struttura psicologica del giovane. Mi pare che si potrebbe richiamare anche qualche prospettiva teologica.
Mi chiedo: «Dove noi facciamo esperienza di Dio?».
«Rientrando in noi stessi», secondo il monito agostiniano «noli foras exire: in teipsum redi. In interiore homine habitat Veritas»? C'è tutta una lunga tradizione della Chiesa che ha considerato la «solitudine», il «silenzio» come condizione «privilegiata» per far esperienza di Dio. Si insisteva anche di «immergersi nella natura», per trovare Dio. In ogni caso, si doveva fuggire il dialogo con gli uomini, ritenuto «concorrenziale» al dialogo con Dio. Sembrava che... i rapporti umani allontanassero da Dio. Che ci sia in questa prospettiva della verità, è chiaro. Ma che non sia tutta la verità, è altrettanto chiaro, per me.
Per conto mio, credo che si trovi Dio «al fondo» del rapporto umano.
Bisognerebbe far vedere ai giovani che l'esperienza del «primo amore» (che è la prima esperienza di uscire da se stessi, nell'incontro con l'altro) è fondamentalmente un inizio di esperienza religiosa: la verticalità è immanente sulla orizzontalità. Più imparo a «parlare» (nel senso plenario di questa parola) con gli uomini, più imparo a parlare con Dio.
Il bambino comincia a far esperienza di Dio, fin dal primo istante di esistenza, nel rapporto vitale con papà e mamma.
Se è vero tutto questo, io concluderei che gli esercizi spirituali, in tanto condurranno alla esperienza di Dio, in quanto si realizzerà una profonda comunione umana.
Addirittura io penso che un campo
di lavoro ben impostato possa essere una forma eccellente di esercizi spirituali.
• Esercizi dice essenzialmente attività.
•  Lavorare sodo, insieme, per gli altri (non per guadagnare, ma per donare).
Può essere una esperienza veramente profonda, per il giovane, un'esperienza capace di segnare una svolta nella vita. Se lo scopo degli esercizi è la conversione e convertirsi è «decentrarsi» (non «centrarsi» su di sé, ma sugli altri e su Dio): devo dire che questo scopo viene raggiunto nei campi di lavoro. Si sentono testimonianze continue, da parte di coloro che vi hanno partecipato.
Naturalmente il campo di lavoro è «una» possibile esperienza di Dio: non l'unica.
Ho fatto un esempio, per dire che il primato della persona, portato avanti con coerenza, può condurre lontano: in pratica ad un pluralismo di forme di esercizi spirituali.
Ci sarà anche posto per gli esercizi intesi come momento contemplativo, di comunione solitaria con Dio, di meditazione e riflessione essenzialmente individuale.
L'importante è l'attenzione alla persona dei giovani: creare metodi e strumenti che siano veramente funzionali per loro.
(a. b. - Verona)

Ci pare un ottimo contributo, a completamento ideale del nostro studio sugli esercizi spirituali. La seconda parte ha aperto uno squarcio stimolante: campi di lavoro come esercizi spirituali?
La risposta non può venire dalla riflessione teorica: si corre il rischio di ipotizzare situazioni e atteggiamenti, di intervenire a freddo sulla pelle altrui. Deve nascere dall'esperienza: da chi c'è stato dentro, fino al collo. Scottato e sconvolto. O forse solo superficialmente influenzato.
L'attendiamo quindi dai nostri Lettori.