Ivo Paltrinieri

(NPG 1970-02-08)

 

Ciao, don Ivo.
Sei ancora sulla breccia della pastorale giovanile, ma dall'altra parte. Eri convinto, come tutti noi, che la pastorale è azione teandrica, è» fatta in due» (per usare le parole semplici che ti piacevano tanto): ciascuno ha la sua parte e ciascuno è indispensabile, nella economia della salvezza.
Collabori, quindi, ancora con noi. Più di prima. Con più efficacia. E ci dai la speranza di continuare. Anche quando è duro, e tutto, attorno, frana, come neve al sole.
Il nostro collaboratore don Ivo Paltrinieri ci ha lasciato, stroncato nella sua forte e giovanile fibra, dal male che non perdona. Anche sul letto della sofferenza pensava a Note di Pastorale Giovanile.
Questo articolo è uno degli ultimi suoi scritti. È semplice, lineare, ma lo si scopre pieno dei problemi e delle parole di tutti i giorni. Questo era lo stile che preferiva.
Da ogni battuta traspare il suo grande cuore di educatore.
Rileggendolo, chi l'ha conosciuto, vi ritroverà i tratti caratteristici della sua personalità e vedrà scorrere, in panoramica veloce, i mille volti di giovani che l'hanno amato. E per cui, oggi, ha donato la vita.

 

Più che mai il problema della fede e religiosità nei giovani è sentito e discusso oggi da educatori e pedagogisti, come ne fanno fede le numerose pubblicazioni uscite in questi ultimi anni.
Il presente articolo vuole appunto offrire una visione di insieme del problema, partendo dalla realtà dei fatti per arrivare a qualche soluzione, offerta da chi ha a cuore l'educazione e la formazione dei giovani. Per cominciare stralcio da una serie di dichiarazioni di giovani.

DICHIARAZIONI DI GIOVANI

• «Ho 17 anni. Fino a qualche tempo fa ho sempre creduto a tutto ciò che mi si diceva a riguardo della chiesa, dei misteri, della Provvidenza e bontà di Dio... Quando i primi dubbi cominciarono a tormentarmi, mi si disse di non allarmarmi, perché erano piccole crisi inevitabili e necessarie a un rassodamento della fede. Oggi invece le cose sono mutate. Non ho più dubbi, non mi pongo più problemi: sono caduta però in un'apatia che dura almeno da un paio di anni...».
• «Le ho detto tutto... Eppure sento che non ho toccato il nocciolo della questione. Posso dire soltanto questo: non credo più. (E dopo aver espresso che non è per le varie miserie della chiesa e dei credenti...) Ma allora di che si tratta? so solamente che non credo più...».
• «Prima riuscivo a credere; ma quel tempo è ormai passato. Oggi non mi faccio più incantare...».

... e si potrebbe continuare, ma può essere sufficiente per stabilire le posizioni dei giovani di oggi, di fronte alla fede.
Oh, certo: esiste anche una buona parte di giovani, che hanno avuto una formazione cristiana accurata; l'hanno accolta e vi corrispondono, con una testimonianza efficace. Così vogliamo escludere dalla nostra indagine la categoria di quei giovani che nulla sanno della fede o che intenzionalmente sono contro. Fermiamo la nostra attenzione sui giovani delle famiglie che si dicono cristiane; che hanno ricevuto una educazione cristiana e hanno da piccoli professata una religiosità viva e sincera.

LA REALTÀ DEI FATTI

Ebbene, la quasi totalità di questi giovani non offre «segni» di fede e quindi di una autentica vita cristiana. Propriamente parlando non si tratta di chiara scristianizzazione; ma in loro è assenza di cristianesimo vero.
La loro religiosità è vaga: la pratica religiosa man mano si va rallentando, sfociando in una diserzione sempre più ampia. La partecipazione a certe pratiche religiose (ad es. la messa festiva) è più per tradizione e abitudine che per vera convinzione: e ben presto essi sentiranno le influenze esercitate dal mondo presente: sarà una tentazione o un piacere, sarà una necessità o un utile immediato, sarà il rispetto umano... e la fede cesserà. Perché?
La fede, accettata con tanta spontaneità nell'infanzia, non fu sorretta da una conveniente educazione e così, quando essa diventò la fede-turbata della pre-adolescenza, non ha retto, per incapacità di difesa e soprattutto per pigrizia, e sono subentrati il disinteresse, la superficialità, l'incoerenza. Con questa triste preparazione – o meglio impreparazione –, se il giovane specialmente ha modo di prolungare il corso dei suoi studi, ecco che allora pretende ben presto di spiegare tutto il contenuto della fede con procedimenti razionali. Ma poiché questo non è possibile – proprio là dove la fede sconfina col mistero (e non è tutto un mistero questo insieme di verità e di problemi che si assommano nel nome di fede?) – ecco allora arrivare alla conclusione che è impossibile l'evidenza, che il mistero è offensivo alla ragione, che esiste il contrasto fra scienza e fede, che il dubbio è ineliminabile, che la chiesa, nel proporre i suoi dogmi, compie un abuso di autorità contro la libertà: e di qui la diffidenza verso l'autorità della chiesa, nel timore di una sua invadenza nell'ordine temporale.
Questa posizione razionalistica è assai comune nei nostri professionisti di oggi, che furono i giovani di ieri, la prima o meglio la seconda generazione di giovani, che sperimentò la crisi di fede.
Da questo razionalismo è facile il passaggio allo scetticismo e all'agnosticismo; messa in discussione la tesi religiosa e non accolta come verità trascendentale, è facile concludere che tutte le religioni sono buone, che Dio non ha bisogno degli uomini; che dopo tutto Dio non chiede tanto; e infine... che Dio può anche non esistere.

COMPORTAMENTI PRATICI

Se questo può essere più un quadro interiore dell'animo giovanile nei confronti della fede, quali sono i suoi comportamenti pratici? Qualcuno è già stato sottolineato: inoltre:

♦ L'irregolarità delle pratiche religiose. Si comincia col trascurare la preghiera, poi la Messa festiva e infine è l'abbandono della confessione e della comunione.
E non c'è da meravigliarsene. Indebolita la fede, è indebolito il senso del peccato. In una società sfacciata come è questa del giorno d'oggi, il giovane reputa il peccato più come una incrinatura naturale che una vera offesa a Dio. Non si può andare contro corrente, a rischio di una lotta estenuante, che Dio non può imporre, o di una vita piena di scrupoli, che si presenta irrazionale!

 Di qui l'indifferenza e l'apatia verso lo spirituale: dalla preghiera alla grazia.
Si vive, così... l'avventura giovanile, magari scusandola con la necessità delle esperienze, e se si vuole un interesse, questi saranno per lo sport e il divertimento e – si deve pur vivere! – per un impiego facile e redditizio. I tre «M» rimangono pur sempre gli ideali più immediati dei giovani di oggi: moneta, macchina, moglie!

 Il senso morale sensibilmente diminuito, porta il giovane a giudicare le cose nel senso della utilità e del comodo, abdicando ai più saldi princìpi della moralità e sacrificandoli in nome dei diritti della propria personalità, della felicità o della stessa fatalità. Quanti delitti trovano la loro scusa, proprio in questa, davanti alla opinione pubblica!

LE CAUSE

Forse è fin troppo pessimistico il quadro presentato, ma credo di non essermene distanziato tanto.
Quali le cause di questa situazione?
È utile analizzarle, se vorremo poi cogliere i motivi per la nostra azione educativa.

 Ci sono dei fenomeni di natura psichica propri della età evolutiva. La maturazione del proprio Io, porta anzitutto il giovane a un ripiegamento su se stesso, irrigidito verso gli atteggiamenti autoritari che partono dagli adulti. Egli non vuole essere comandato; si sente libero; non sottostà alle imposizioni; vuol vedere dentro le cose: di qui lo spirito di critica verso tutto e tutti. Egli non vuole l'esperienza dell'adulto, che per lo più gli evoca un passato che non l'interessa; vuole compiere da sé la sua esperienza, e non crede agli avvertimenti di pericolo; ma proprio per la sua mancanza di riflessione e di giudizio, si butta volentieri nei pericoli, con ostentazione di libertà e di sincerità.

 Soprattutto nel campo religioso il giovane è tentato a fare da sé: ma il più delle volte questo tentativo non giunge ad una valida maturazione della fede, ma piuttosto alla sua crisi e al suo abbandono. Anche perché non sostenuto dall'ambiente che lo circonda: infatti è proprio la società la più colpevole dell'attuale crisi dei giovani.
Essa, col suo materialismo ed edonismo, con l'orgoglio della scienza e della tecnica, con l'aggressione quotidiana dei mezzi audiovisivi e della pubblicità, con la valutazione esagerata dei valori umani, in contrapposizione ai valori religiosi, proclamati tante volte inefficaci, ha portato l'indifferenza per il sacro e l'attenzione invece del contingente, con tutte le conseguenze esaminate sopra.

 Anche la famiglia e la scuola fanno parte di questa società. La famiglia è impreparata psicologicamente, pedagogicamente e religiosamente ad affrontare i suoi impegni educativi, messi in seconda linea, davanti al predominio delle preoccupazioni materiali della casa e della stessa vita. La famiglia stessa è entrata nella crisi religiosa prima ancora dei propri figli.

 Il clima laicistico della scuola non aiuta certo il giovane nella sua crisi religiosa; anzi il più delle volte l'inizia, l'accentua, la risolve in senso negativo.
Anche la scuola cattolica non ha saputo essere alla altezza della sua missione e nella preoccupazione eccessiva di «preservare» ha lasciato i giovani sprovveduti di fronte agli urti della vita di oggi.

 Siamo entrati nel pieno del campo educativo. Forse ci ha fatto difetto, per tanto tempo, un'opera educativa efficace.
Siamo andati avanti con didattiche errate (si pensi ad un insegnamento puramente verbalistico, mnemonico, moraleggiante, privo di un appello alla riflessione e allo studio personale), e soprattutto con carenze pedagogiche e psicologiche.
Ma anzitutto è qui da rilevare una carenza fondamentale del nostro tempo, che abbraccia tutti, non solo gli insegnanti: la carenza di una testimonianza autenticamente cristiana. Non si può barare con i nostri giovani! «Quando mia madre è partita – diceva una ragazza di quindici anni –, io vedo il traffico che fa mio padre... Allora, a chi volete che io creda?». Soprattutto per una autentica educazione sono vere le parole di 0lléLaprune: «Si agisce più con ciò che si è, che con ciò che si dice, o anche con ciò che si fa».
Si tratta anzitutto di essere. Nulla val meglio dell'esempio, specialmente di fronte all'adolescente, tutto proteso verso il suo equilibrio adulto, in cerca della sua strada: tanto più identificabile, se l'educatore gliela mostra in sé, valida e sicura.

COMPONENTI PSICOLOGICHE

Dopo questo aspetto fondamentale, giova dire che, per la nostra azione educativa, l'adolescenza costituisce il tempo migliore per l'affermarsi di una fede autentica: una infanzia di fede garantisce ben poco in ordine ad una futura vita di fede; mentre adolescenza di fede normalmente sfocia in una vita di fede e, al contrario, una adolescenza senza fede, normalmente continua in una vita senza fede.
Come può essere vero questo, dopo quanto abbiamo detto sopra circa la crisi di fede, cui è soggetta l'adolescenza o perché spinta dal suo carattere o dalla crisi della stessa società?
Proprio perché all'adolescente è offerta la possibilità di una maturazione della sua fede: si tratta di fare a ritroso il cammino verso il suo battesimo: ossia, di abbandonare la fede-cauzione (costituita dalla educazione familiare e catechistica parrocchiale) che l'ha accompagnato dal battesimo fino ad ora, per ritornare alla sorgente della sua fede (il battesimo) con l'animo di adulto: per una scelta lucida, libera, generosa di Gesù Cristo e della sua parola.
Ecco allora che le tappe di questo cammino, che va dall'infanzia alla fede adulta, si svolgono in maniera diversa. Chi le compie in modo armonioso, senza crisi, avrà la gioia, forse di pochi, di poter dire, come il giovane del Vangelo: «Ma questa fede, o Signore, io l'ho intatta dalla mia fanciullezza»!
Per molti tuttavia è un travaglio e un combattimento laborioso.
Ecco quindi come l'educatore deve valersi di quanto la psicologia dell'adolescente gli offre, per aiutarlo a costruirsi una fede da adulto.
• Nel giovane è vivo il sentimento della libertà, e per di più una libertà in azione, in movimento, creatrice di valori di vita.
• Egli è attratto verso le realtà sociali e universali, soprattutto verso il perfezionamento e l'unità dei popoli: quindi è contro la guerra, il razzismo, la fame.
• Infine egli prova una viva sensibilità per le realtà umane e direi temporali: dal senso acuto della vita all'impegno per le conoscenze e il gusto delle cose sensibili. F. Sagan scriveva: «Mi è indifferente essere felice o no: questo non ha importanza: è importante vivere, avere delle voglie, dei progetti, delle ambizioni».
Da queste esigenze però possono derivare ai giovani dei pericoli, che l'educatore non deve sottovalutare.

 Anzitutto quello di credersi sufficienti: il proprio Io, le proprie capacità, i propri successi: in se stesso egli crea il suo paradiso!
La nostra educazione allora cercherà di dare il senso della dipendenza, della limitatezza della propria personalità. È il momento in cui si dovranno presentare al giovane le ragioni della esistenza di Dio, del mistero della salvezza, della umanità del Cristo, della sua presenza nel mondo per una azione di bene per tutti i fratelli.

 Un secondo pericolo: il bisogno di tuffarsi nelle proprie sensazioni, nella soddisfazione delle voglie dei propri istinti. Diceva già sant'Agostino: «Le passioni mi tirano per il vestito della mia carne»! Come dovrà l'educatore contrastare ciò?
Ricordando quanto detto sopra delle caratteristiche verso le realtà umane e temporali, bisognerà aiutare i giovani a scoprire «gli altri», a sentire la propria vocazione alla vita, come un servizio, un aiuto verso gli altri: liberare i giovani da un eccessivo amore verso di sè, per orientarli verso gli altri.
E qui il Vangelo, l'azione misericordiosa di Dio e di Cristo, come della Chiesa, offriranno validi spunti.

 Ultimo grande pericolo: la evasione. Di fronte alla invasione del sociale, attraverso le realizzazioni della industria e della tecnica, c'è il pericolo per il giovane di isolarsi, di evadere da ogni impegno per confondersi in una massa banale e inconsistente per carattere.
Ne dà una prova lo stesso non conformismo dei giovani: mentre da una parte rifiutano quanto l'adulto gli offre di esperienza e di saggezza, ecco dall'altra attuare un conformismo alla rovescia. Tutti noi assistiamo come i giovani vadano dietro, con supina accondiscendenza, agli slogans della moda, del divertimento, della comodità, della utilità.
L'educatore dovrà allora risvegliare la missione personale di ciascuno, insistere sulla partecipazione attiva e presente alla vita di comunità. E in tal senso, non siamo proprio nel cuore del Vangelo?

CONTENUTI CATECHISTICI

In pratica, quali le linee di questa pedagogia alla fede?
Abbiamo già detto che il giovane è aperto ai valori della vita. Bisogna quindi presentargli un Cristo «vivo», un cristianesimo «vivo». Guai a quelli che annunciano un cristianesimo in grigio o soltanto portatore di una gioia di vivere puramente naturale.
Vita, unita alla Pasqua (quindi morte e risurrezione) è quella offerta dal Signore, per crescere, morire, risuscitare nella gloria, in una comunione ricca di tutto il perfezionamento umano, acquisito lungo il cammino terreno.
Non disprezzare la terra, ma guardarla e amarla, come Gesù Cristo l'ha amata: «Guardate i fiori del campo... gli uccelli dell'aria...». Parlare del sacrificio – e la vita è una somma di impegni che vogliono limiti e rinunzie – in relazione all'aspetto felice e glorioso della redenzione, del riscatto, della liberazione dal male, quello più vero e profondo, che è il peccato. Gesù è venuto non per distruggere la vita, ma per donarla: «Nessuno ha amore più grande di colui, che dà la vita per il proprio fratello».
E le stesse verità escatologiche fanno parte di questo dono di vita: hanno bisogno di essere annunciate con serietà e chiarezza, come la dimensione finale di tutto ciò che è: «Il mio regno non è di questo mondo».
Accanto a questi contenuti della catechesi da offrire ai giovani, ecco le vie da seguire, perché l'insegnamento riesca pratico ed efficace.

• Presentare ai giovani la verità, rivelata attraverso la Bibbia: è lì la fonte di cui si è servito Dio per giungere agli uomini. Dopo la creazione, la sua prima presenza nel mondo è stata attraverso la «parola». Conoscenza del libro sacro, rettamente letto: perciò una catechesi guidata dal Magistero della Chiesa. Vi sono certezze da insegnare che vanno ben distinte dalle ipotesi di studio: bisogna stare attenti a non presentare ai giovani come certo, ciò che ancora è nel campo dell'opinabile e dell'ipotesi. E meglio tacere che ingenerare confusioni!

• La rivelazione deve poi diventare partecipazione alla liturgia. E la liturgia che raccoglie le verità e le convoglia verso di noi, secondo il bisogno spirituale di ciascuno.
Far partecipare il giovane alla liturgia: egli non deve essere uno spettatore, ma un attore nella vita liturgica della chiesa: solo così sentirà appieno la presenza di Dio nel mondo e potrà essere partecipe vivo nella più ampia comunità cristiana.

• Con facilità allora si passa ad una terza dimensione: quella missionaria. È spalancare davanti agli occhi del giovane tutto un vasto campo di lavoro, di testimonianza, di presenza. Cosa si può fare per la redenzione del mondo? cosa ognuno può fare nella propria famiglia? nel proprio ambiente di studio o di lavoro? nella propria parrocchia?

E così l'educazione alla fede si realizza mediante l'impegno costante della propria vocazione. Tutti Dio ha chiamati: per ognuno di noi il e suo» posto, nella casa del Padre: «Molte sono le mansioni, nella casa del Padre mio», ha detto Gesù.
Tutte le diverse particolari vocazioni che ogni cristiano reca in sé, devono essere sviluppate, sempre nel rispetto della libertà di ciascuno. E questo il gran bene di cui il giovane è estremamente geloso: sentirsi libero. Ma anche in questo sommo bene, egli va educato, catechizzato. Per molti giovani essere libero significa sottrarsi alla autorità degli altri, anche della chiesa, rifiutare l'oppressione dei princìpi e dei comandi. Bisogna insegnare ai giovani che essi sono veramente liberi, quando amano, quando si donano.
Mai si sono sentiti più liberi i giovani, quando hanno potuto, nella alluvione di Firenze o nel terremoto di Sicilia, donare il meglio di sé e del loro lavoro e delle loro fatiche per gli altri.
La libertà allora sarà definita, come partecipazione all'atto creativo e salvifico di Dio: la più grande libertà consiste nel ricollegarsi con la fede e con l'amore, alla infinita vitalità di Dio: sarà Egli cioè la sorgente di ogni nostra libertà, la quale non sarà il potere di fare ciò che si vuole, ma l'accettazione di Dio in quello che Egli vorrà da me e per la mia salvezza e per la salvezza dei fratelli.
Stabilire Dio come l'Essere necessario per la espansione della mia vitalità e del mio vigore, è il massimo risultato della catechesi. Così il giovane si sentirà libero, perché non è guidato da un altro esterno a lui, ma è Dio, che dall'interno, con una partecipazione della sua stessa vita divina, guida e sollecita la sua azione per la «consacrazione» del mondo, per dare al mondo quell'anima per cui Egli stesso, attraverso Gesù Cristo, si è fatto sua parte, si è fatto uomo.
Ecco come deve essere «sublimata» ogni vocazione all'animo del giovane. L'adolescente è estremamente sensibile alla questione della vocazione: bisogna parlargliene lungamente.
Ogni vocazione così definita, è bella, perché viene dal Dio dell'Amore ed è espansione dell'uomo, gioia di vivere, slancio quasi di creatore. Ma fra tutte le vocazioni ce n'è una ancora più bella: perché sacrifica il contingente per l'Assoluto, una partecipazione alla vita per la Vita per eccellenza che è Dio, un donarsi non per ricevere per giusto contraccambio un altro dono di amore, ma per donarsi all'Amore più grande che è Dio: in una parola la vocazione sacerdotale e religiosa.
Ci sono fra i ragazzi e i giovani questi chiamati. Fortunato l'educatore che li avrà potuto scoprire e soprattutto avrà saputo far maturare questa loro chiamata. È la più grande gioia della loro missione di insegnanti, perché non solo avranno assicurato esseri alla vita, ma li avranno dati a Dio, il quale – come è stato detto – ha bisogno degli uomini! E chi ha donato a Dio, ha donato maggiormente per sé e per il suo Paradiso.

RIASSUMENDO

Partiti da un dato di fatto che ci offre l'esperienza quotidiana circa l'atteggiamento dei giovani in relazione alla fede, ne abbiamo esaminato le cause e le abbiamo soprattutto riscontrate nelle carenze della società, della famiglia, della scuola.
A questo stato di cose bisogna rimediare con una educazione più efficace, che partendo dalla conoscenza psicologica del giovane, ci permette di costruire l'edificio religioso con contenuti catechistici validi, appoggiandoci alla sacra scrittura, alimentandoli con la liturgia e la dimensione missionaria.
Sempre rispettando la libertà del giovane, anzi facendo leva su questo bisogno di libertà, per un efficace inserimento, attraverso l'accettazione della propria vocazione, nel piano di salvezza voluto da Dio.
Così il giovane giunge alla fede non come conclusione di un ragionamento, ma come inserimento nel mistero d'amore di Dio, che, come ha scritto san Giovanni, «così tanto ha amato il mondo!».