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La corresponsabilità: una cosa seria


Riccardo Tonelli

(NPG 1972-08/09-77)

 

IL QUADRO DELLE RIFLESSIONI

Il tema della corresponsabilità può essere analizzato a partire da due angoli di attenzione diversi.
Si può parlare di corresponsabilità mirando direttamente ad una cogestione, alla costituzione di uno spazio di vita personalizzata per tutti i membri di una convivenza. Oppure si può parlare di corresponsabilità tenendo conto del contesto ecclesiale al cui interno ci si vuole situare e mirando perciò ad una presa di coscienza matura di un «essere chiesa».
Preferisco scegliere questa seconda strada.
Per questo, mi pare sia importante spostare l'angolo di attenzione dall'affermare che la corresponsabilità è un diritto di ogni uomo perché «persona», a ricordare che la corresponsabilità è prima di tutto un dovere perché essa è l'elemento che qualifica l'appartenenza alla chiesa. Per il fatto che faccio parte di una comunità, ho il dovere di sentirmi corresponsabile di tutto quello che si sta svolgendo all'interno di questa comunità.
È chiaro che queste due accezioni non sono aspetti contraddittori, ma dialettici: sono due momenti intermedi di uno stesso cammino. Il più delle volte è necessario incominciare ad affermare con chiarezza che la corresponsabilità è un «diritto». Quando la appartenenza ad una comunità è solo esterna e formale, un solo «nome «o peggio un alibi per coprire con parole grosse una realtà che non esiste, sarà necessario incominciare a sottolineare che ogni persona ha dei diritti inalienabili; l'essere considerato «corresponsabile» fa parte di questi diritti. Ma si tratterà sempre non del punto d'arrivo, ma del punto di partenza. Punto d'arrivo è il superamento di una visione individualistica (la corresponsabilità come diritto) per giungere alla percezione che prima di tutto è un mio grosso dovere, perché faccio parte di una comunità, e perché questa comunità è una comunità ecclesiale.

L'ESERCIZIO DELLA CORRESPONSABILITÀ

Per individuare il cammino e gli sbocchi relativi alla scelta dell'elemento che «fonda» la corresponsabilità (diritto o dovere), si analizzano i possibili sviluppi operativi dei due momenti. La descrizione è spesso tracciata a linee grossolane, proprio per evidenziarne gli aspetti caratteristici.

Corresponsabilità: un diritto della persona

Incomincio a studiare lo sviluppo della corresponsabilità a partire dall'affermazione che essa è un «diritto «di ogni persona. Si tratta di una visione molto parziale, quindi da superare. Qualche volta può essere utile per sbloccare delle posizioni troppo rigide.
Le linee di sviluppo possono essere le seguenti:

• È un fatto sociologicamente pacifico che ogni struttura, di natura sua, diventa spontaneamente rigida: non esiste una struttura che sia malleabile. Colui che ha il potere (qualsiasi tipo di potere) tende a conservarlo, magari con la forza. Nessuno lo cede spontaneamente.
• È possibile ottenere dei bricioli di corresponsabilità soltanto con la forza,
soltanto rivendicandola. Se colui che ha il potere lo conserva, chi ha la coscienza di aver diritto a parteciparne, si pone sul piano della lotta, rivendicando fortemente, tenacemente, i suoi diritti.
• Tutte le volte che si fanno concessioni, si tratta sempre di concessioni limitate. Quel tanto che è richiesto! Le concessioni, inoltre, sono il più delle volte finalizzate al sistema: le concessioni sono date perché il sistema possa continuare a sopravvivere. E quindi ogni concessione è fatta facilmente rientrare.
• E, ultima conseguenza, quando si arriva ad ottenere qualche cosa, si verifica uno spostamento di ruoli di potere. I «giovani «si sostituiscono agli «educatori» nella gestione autonoma.

Già la linea di sviluppo è fortemente negativa. Ma mi pare necessario aggiungere altri aspetti negativi.
• Se la corresponsabilità è solo un diritto, ciascuno ha la possibilità di rinunciare a tutti i suoi diritti. Quando ci si accorge che la lotta all'interno di una comunità è troppo dura, basta uscirne!
• Seconda conseguenza: se non si percepisce che la corresponsabilità fa parte della maturazione di una persona, non rientra tra i problemi educativi. Solo quando si avverte che la corresponsabilità è un fatto di maturità personale, che qualifica l'appartenenza ad una comunità, essa fa parte dei problemi educativi. La conseguenza è la diseducazione e il disimpegno sociale di molti cristiani.
• Terza conseguenza: se le cose stanno così, più un giovane è superficiale, più è premiato dal «sistema». Appena diventa riflessivo, diventa uno che contesta, uno che vuole rendersi conto, che vuole essere cioè corresponsabile.
E quindi lo si conserva a questo livello, addormentandolo e facendogli centrare l'attenzione su problemi marginali.
Basta confrontare i «modelli» tante volte presentati e premiati.

La corresponsabilità come movimento della comunità

Questa posizione va superata, radicalmente. Per permettere ciò, avanzo alcune linee di analisi nell'esercizio di una corresponsabilità avvertita come respiro dell'appartenenza ad una comunità, soprattutto se «ecclesiale». Questo «modo di fare» è punto di arrivo, quindi oggetto di una tensione continua.
Quali sono gli elementi che caratterizzano questo tipo di corresponsabilità?
È possibile parlare di corresponsabilità soltanto se la comunità assume alcuni movimenti» come modo abituale di essere e di agire. Ne sottolineo, soprattutto, quelli che mi paiono più «tecnici», presupponendo elementi dí ordine più direttamente «soprannaturale».

♦ Ciascuno, all'interno della comunità, deve arrivare a percepire che ha bisogno dell'altro; scoprire, cioè con onestà, con verità, il ruolo essenziale dell'altro. Perché questo sia possibile, è necessario sentirsi tutti in stato di ricerca. Chi si considera arrivato, chi pensa di aver già imparato tutto... entrerà in rapporto con l'altro solo in atteggiamento di donare e mai di ricevere.
Per realizzare questo, sarà necessario improntare i rapporti reciproci a schemi non ufficiali, a schemi non trincerati dietro il biglietto da visita «della propria carica o dignità».

 Denominatore di fondo: la coscienza di essere «uno che serve». Sentirsi al servizio degli altri, vuol dire rompere ogni schema di rivendicazione; vuoi dire comprendere che non si può mai dire: «Con te è impossibile dialogare». Perché questo sia possibile, dobbiamo ricuperare un valore che oggi la società ci ha fatto perdere: l'impulso cristiano del «gratuito». Il Signore mi ha voluto bene senza che in tasca non gli venisse niente! È possibile oggi voler bene, essendo sicuri che in tasca non ce ne viene niente?
Ancora, capacità di pagare di persona per ottenere il bene comune. Se si esce dalla comunità perché in questa comunità è impossibile lavorare, si accetta praticamente la morte della comunità.

 Maturità della comunità. Descrivo la maturità con tre elementi.
• Il ricupero del senso del «noi», cioè il ricupero dell'interesse per la vita del gruppo e della fiducia nella possibilità di migliorare. Con un atteggiamento di pessimismo, non possiamo sentirci un «noi «protesi e impegnati ad andare avanti;
• fiducia interpersonale, rinunciando agli atteggiamenti di difesa e di aggressione;
• ampio limite di tolleranza, attraverso un controllo sugli stereotipi. Mi spiego. Ogni gruppo – e questo ce lo insegna la dinamica di gruppo – si crea degli atteggiamenti che sono ufficiali per il gruppo; al di là di questi atteggiamenti, c'è la emarginazione. Se la comunità non ha un limite di tolleranza molto vasto, è impossibile dialogare, ricercando la verità. Il punto di arrivo di ogni ricerca, coinciderà di fatto con la valutazione previa di «buoni» e «cattivi».

 Capacità oggettiva di prendere delle decisioni. È possibile impostare un discorso di corresponsabilità, soltanto se si è capaci di prendere delle decisioni. Può sembrare una capacità ovvia. Eppure, di fatto, lo è molto meno di quello che possa apparire a prima vista.
Annoto alcuni elementi:
• Diffusione capillare dell'informazione. È possibile decidere soltanto se si è informati. La corresponsabilità richiede una diffusione capillare delle informazioni, a tutti, in egual misura: attraverso la circolazione delle idee, attraverso la motivazione degli ordini.
• Controllo sulla pressione di conformità nella comunità (cfr. Note di Pastorale Giovanile, 1972 /4, pag. 40 ss.).
• Superamento della dialettica maggioranza/minoranza. Questo rapporto contraddice la natura ecclesiale della comunità, producendo divisioni, disimpegno, emarginazione. Produce l'eliminazione dei contributi che la parte esclusa potrebbe recare. È la vita della comunità che dovrebbe condurre ad un equilibrio di pareri.
È interessante un fatto: la caratteristica dei gruppi primari è l'equilibrio dei pareri, tant'è vero che l'educatore-animatore è invitato a controllare questa pressione di conformità proprio per realizzare una disponibile ricerca di verità. Se nelle nostre comunità l'equilibrio di pareri è un sogno molto lontano, tutto ciò fa toccare con mano che la comunità è molto lontana dall'essere una realtà.

 Non soltanto è necessario che la comunità sia in grado di prendere delle decisioni, ma è necessario che le decisioni che la comunità prende non siano manipolate. Le decisioni sono manipolate, quando entrano in concorrenza questi elementi:
• Quando è in gioco nella discussione la sopravvivenza della comunità. Se la comunità non è riuscita a liberarsi del complesso di «sopravvivenza», ogni volta che nella discussione, viene sul tappeto anche solo un timore lontano a questo proposito, la decisione non sarà che univoca.
• Quando la decisione cozza contro i vari sistemi personali di valori e di atteggiamenti. Se serpeggia una deformazione precostituita di bene e di male, essa definizione è praticamente insormontabile.
• Quando il livello di informazione personale e del gruppo è scarso. La frequenza con cui ritorna questo argomento dice l'importanza che esso assume;
• Quando la pressione della struttura formale e della autorità ufficiale entra a costringere ad una svolta. Alcune frasi misteriose: «Mi pare che i superiori siano decisamente contrari a questo», bloccano irrimediabilmente tutto.
• La pressione può essere esercitata anche dalla struttura informale (all'interno di ogni comunità esiste una struttura formale, ufficiale, ed una struttura informale che ripartisce simpatie e antipatie).
• Livello del morale del gruppo: se la comunità è demoralizzata, è molto difficile che sia in stato di ricerca oggettiva. Il morale del gruppo è facilissimamente manipolabile dall'esterno. Se nella comunità ci sono degli elementi perturbatori, il morale della comunità è basso, essa è preoccupata. Spargere notizie, voci preoccupate, oscure minacce... sono tutti elementi capaci di condizionare il tono del gruppo;

♦ La costruzione di strutture minime in cui incarnare la corresponsabilità. necessario per essere corresponsabili, inventare quelle strutture in cui la corresponsabilità possa incarnarsi.

CONCLUSIONE

Concludo sottolineando due cose.
Queste riflessioni sulla corresponsabilità dichiarano la morte dell'autorità? Assolutamente no. Anzi dovrebbero far recuperare il volto giusto dell'autorità. La autorità nella chiesa è dentro la comunità e non sopra: si pensi alla Lumen Gentium. Superiori e sudditi sono alla ricerca di una stessa Persona che trascende tutti.
Inoltre, ciò che qualifica l'essere cristiano è la capacità di servire. Nella comunità l'autorità presiede; ma quando questo suo presiedere non è un «presiedere nella carità», essa rinuncia ad essere «autorità cristiana». Soltanto se colui che ha l'autorità continuamente cerca il modo giusto di presiedere servendo – ed è un'invenzione da fare ogni giorno –, soltanto se va ricercando ogni giorno, il modo giusto di essere al servizio presiedendo, l'esercizio dell'autorità è «cristiano».
Quindi, per realizzare la corresponsabilità, è necessario che ogni comunità si converta ad alcuni atteggiamenti di fondo. Le riflessioni fatte investono la comunità nella sua essenza ed i suoi atteggiamenti di fondo. Per arrivare alla corresponsabilità è necessario avere il coraggio di centrare il problema a questo livello.
La corresponsabilità è quindi un fatto di continua maturazione. È un cammino lento, che si sviluppa nel tempo ed avrà il suo compimento nel giorno della resurrezione. Oggi siamo chiamati a volere la corresponsabilità ed a lavorare per costruirla.
Essa non può derivare soltanto da un cambio di struttura: non si può salvare la società modificando le strutture! Ma neppure però da una semplice conversione personale. Una conversione personale, che non comporti anche il relativo cambio strutturale, è una conversione destinata all'inefficacia, nell'ambito della comunità.
In concreto, è necessario operare, con contemporaneità, una conversione personale e una conversione strutturale.
Attraverso queste due strade, filigranate una coll'altra, si potrà finalmente cominciare un discorso reale di corresponsabilità.

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