Erminio De Scalzi

(NPG 1977-06-64)


Le vacanze sono per le istituzioni scolasti che un periodo di pausa e di spopolamento, mentre per i centri giovanili diventano una occasione per moltiplicare le attività. Specialmente per i ragazzi, che sono spesso portati a trascorrere molto tempo fuori casa, gli oratori, i campi estivi, le attività di gruppo, le gite, ecc., diventano una valida risposta alle nuove istanze del tempo libero.
Chi sta con i ragazzi fa la vita dei ragazzi. Sentire con loro, amarli, è rispondere alle loro esigenze, soprattutto in un periodo in cui i ragazzi hanno più bisogno di sostegno. Per questo le vacanze diventano
• un tempo di attività diverse, un periodo che mette a dura prova la fantasia e i nervi dell'educatore, impegnato a non perdere il contatto con i ragazzi neanche in questi mesi di dispersione.
• Tempo di preghiera e di riflessione. Alle volte le attività sono eccessive, manca il tempo per fermarsi, per riflettere, per creare i ritmi e gli stacchi necessari perché i ragazzi stessi non si sentano sazi. È indispensabile soprattutto la preghiera, perché i valori proposti non vadano persi, ma vengano sottolineati quotidianamente.
• Tempo di semina. Cioè tempo per suscitare i leaders, i collaboratori; tempo per favorire la condivisione delle responsabilità. Tempo di qualificazione: è durante questi mesi che si fanno quelle settimane di approfondimento che daranno il timbro a tutto l'anno e permetteranno di individuare quei giovani sui quali fare affidamento per la catechesi e la animazione.
• Tempo di amicizia. L'estate è soprattutto questo. Sono giorni di spontaneità, giorni in E cui ha poco peso il registro e molto il rap-
porto umano. Il sacerdote in modo particolare dovrebbe avere più tempo per ascoltare e allacciare con i ragazzi quelle amicizie personali che permetteranno un rapporto diverso lungo l'anno nella vita di gruppo e nella comunità.

L'Oratorio feriale e il campeggio sono l'aiuto che molte comunità ecclesiali offrono ai ragazzi: un aiuto importante affinché essi non vengano lasciati a se stessi, nella dispersione della disorganizzazione e della noia o nella situazione di indifferenza morale della nostra società.
Il tempo estivo è un'occasione importante per i preadolescenti: non solo perché essi si sentono più a loro agio in un clima di maggior libertà, ma anche perché i rapporti umani tra educatori e ragazzi possono acquistare facilmente il tono della spontaneità. Le vacanze non sono quindi quel tempo di «vendemmia del maligno» a cui tradizionalmente si è fatto riferimento dagli educatori, ma una chance in più nelle loro mani per ottenere risultati di formazione.

Tra poco sarà piena estate: le giornate si faranno più lunghe, le città di giorno in giorno si spopoleranno e i turisti prenderanno il posto di chi se ne é andato. Dopo un anno di lavoro e di studio, finalmente un periodo di meritato riposo!
diventata una necessità impellente ed anche una tradizione, ormai: ricchi e poveri, giovani e vecchi, intere famiglie e gruppi di amici... lasciano a ondate successive la città per sfuggire al caldo di questi mesi.
L'esodo più massiccio avverrà a Ferragosto: chiuse le fabbriche, i negozi, le officine, le scuole, gli uffici. Paralizzata la vita e calmata la frenesia delle corse a destra e a sinistra, delle ansie e delle preoccupazioni, la gente innalzerà la bandiera bianca della tregua e assalendo treni e corriere, facendo la coda lungo le autostrade, si dissolverà sulle spiagge, per le montagne, in riva ai fiumi, ai laghi, ovunque spererà di trovare pace e tranquillità.
E spesso ciò che conta è soltanto il fatto di non sfigurare di fronte al prossimo, di non essere segnati a dito: «quello lì ha passato tutta l'estate in città». Molti tuttavia, soprattutto i ragazzi, che sono forse i più interessati al problema delle ferie, avvertono la rinunzia alle vacanze fuori città non come preoccupazione di non sfigurare, ma come una penosa realtà determinata da difficili situazioni familiari: i figli sono numerosi, il bilancio non permette spese supplementari, non è possibile accedere alle colonie perché è stata superata l'età che dà diritto a usufruire di queste forme assistenziali.
Non mancano poi i genitori sensibili ai problemi educativi che giustamente si chiedono a chi affidare i propri figli durante l'estate. Essi pensano che le vacanze possono rappresentare per i ragazzi l'occasione più opportuna per imparare ad occupare in modo intelligente il tempo di riposo. L'estate è inoltre periodo di esperienze e conoscenze nuove, permette un più libero dilatarsi degli interessi umani e spirituali e quindi può essere usata per una più equilibrata formazione degli adolescenti, per i quali genitori ed educatori costantemente si prodigano e si preoccupano.
Per soddisfare a tali esigenze, sono in atto numerose esperienze e organizzazioni, affidate alle varie parrocchie. Qualcuno potrebbe anche criticare queste attività, potrebbe ritenerle una forma di «indebita supplenza». Non so fino a che punto l'obiezione sia valida, soprattutto se si pensa che si tratta di «servizi» a favore dei meno abbienti e si tratta sempre di vacanze qualificate.
Una comunità parrocchiale che offre ai ragazzi la possibilità di trascorrere un periodo di riposo in campeggio e che organizza delle vacanze di gruppo, mostra quanto sia preoccupata che le vacanze non rappresentino soltanto «una parentesi più o meno felice» nell'itinerario educativo della vita dei ragazzi, ma siano la continuazione di tutto un discorso. L'iniziativa evoca immediatamente alcune condizioni insopprimibili: località amena, molto verde, vita all'aperto ed improntata ad una responsabile libertà, canti, giochi... Un campeggio parrocchiale è tutto questo, ma è soprattutto un momento della vita dei ragazzi, in cui essi, posti nelle condizioni migliori, possono avere esperienza di alcuni valori umani fondamentali: la libertà, la collaborazione, il servizio, il bene. Possono prenderne a poco a poco coscienza, aiuti dall'opera sapiente e discreta dell'educatore e dei suoi collaboratori. Una vacanza così rappresenta un'esperienza educativa che deve essere incoraggiata.
Nelle nostre tradizioni c'è pure un'altra iniziativa, forse da rivedere e aggiornare, non certo però da lasciar cadere: l'oratorio feriale estivo. L'oratorio estivo rappresenta un momento importantissimo nell'educazione del ragazzo: la consuetudine quotidiana con gli educatori, in una vita serena non vincolata dagli obblighi scolastici, incide molto sulla sua formazione. Esso rappresenta inoltre il modo concreto in cui si manifesta la attenzione e la preoccupazione della comunità parrocchiale per i ragazzi che non hanno la fortuna di godere tre mesi di ferie lontani dalla città.
Occorrerà forse rivedere certe impostazioni ormai superate, dovremo «qualificarci» di più e meglio, ma l'iniziativa non va abbandonata: è anche con questi «interventi» che noi manifestiamo concretamente il nostro impegno educativo. Non si tratta di lasciare che i ragazzi giochino e di condurli un momento in Chiesa, bisogna avviarli ad attività che li educhino, abituarli all'uso intelligente del tempo libero, far sì che il loro soggiorno in città non sia caratterizzato dal tempo perso in cose inutili.
Tre saranno i protagonisti di ogni oratorio feriale:
– il ragazzo, per il quale il periodo estivo deve rappresentare il momento più adatto per esprimere le proprie capacità, far esplodere la vivacità in un clima di maggior libertà (rispetto ai condizionamenti della vita abituale) e scoprire i vantaggi della collaborazione;
– l'educatore che trova nell'oratorio estivo il momento più propizio per conoscere meglio i ragazzi e far loro gustare la vita di gruppo;
– l'assistente che sa scoprire un'ulteriore privilegiata occasione per offrire a ciascun ragazzo una proposta cristiana di vita durante la vacanza.
Le vacanze rappresentano infine anche, per alcuni, «un tempo preciso di incontri e di aggiornamento».
Numerose le proposte che si inseguono sotto forma di dépliants eleganti, di volantini, di segnalazioni da parte di amici. L'unico problema sarà quello di fare una scelta intelligente.

CAMPEGGI E «TRE GIORNI»: METE EDUCATIVE

I campeggi e le 3 gg. (chiamiamo così per intenderci i giorni impegnati soprattutto per la riflessione sull'annuncio cristiano) sono ormai per molte parrocchie una tradizione.
Altre cominciano ora; nell'uno e nell'altro caso comunque è importante che i responsabili dei ragazzi si impegnino perché queste esperienze siano esperienze educative e non semplicemente un diversivo, momenti che hanno solo il sapore della novità e della «liberazione» dalle uscite con la famiglia. Occorre dunque:
1. fissare mete educative
2. individuare mezzi adeguati per raggiungerle.

Fissare mete educative

È chiaro che il campeggio, rispetto alle 3 gg. ha più il tono di vacanza, di svago, di divertimento; sarà quindi necessario ogni tanto precisare i risvolti che nelle sue esperienze hanno le mete educative. Va anche precisato però che «vacanza» non è per noi tempo in cui si può fare ciò che si vuole, ciò che capita, ma è tempo di ripresa di energie fisiche, psicologiche e spirituali.
D'altra parte le 3 gg. non sono pensate come momenti di forzata serietà, di chiusura a tutto e a tutti per poter solamente pensare e pregare, ma come momenti caratterizzati dalla gioia di stare insieme e dalla scoperta di essere al centro dell'amore di Dio.
Fatte queste premesse indispensabili, vediamo di fissare alcune mete educative. Non sono nulla di eccezionale; sono le stesse mete che si dovrebbero vivere nel gruppo in parrocchia. Questi momenti le sottolineano con una intensità particolare.

1) Far prendere coscienza ai ragazzi del dono che ricevono
Ci sono dei ragazzi che durante le vacanze sono letteralmente abbandonati a se stessi: possono sì fare ciò che vogliono, ma non possono godere di una proposta entusiasmante che mentre permette loro di sprigionare tutte le energie che hanno, li aiuta anche a scoprire il senso di ciò che fanno.
A chi è dato di esperimentare momenti forti di fraternità, di allegria, di serenità, è chiesto quindi di riconoscere tali momenti come dono e di viverli con un senso di profonda gratitudine verso le persone che li offrono: i genitori, il prete della parrocchia, i giovani responsabili del gruppo.

2) Scoprire perché alcune persone mettono a servizio il proprio tempo per me e per i miei amici
Può suonare strana questa sottolineatura, intesa come meta educativa, invece è fondamentale, e precisamente per due motivi:
a) ogni ragazzo deve scoprire che se dei giovani scelgono di «fare vita insieme» con lui e gli altri ragazzi, loro che ormai sono grandi, è perché lui e gli altri amici sono importanti. E quando un ragazzo si sente considerato importante, quando vede che qualcuno spende il suo tempo per lui, si impegna anche a essere come quelli più grandi lo vogliono. Gli viene voglia di cambiare, di migliorare, di correggersi, di superarsi nei suoi limiti, proprio perché sa che qualcuno si interessa a lui.
b) È giusto che ogni ragazzo si domandi: perché queste persone si danno da fare per me?
Per molti ragazzi dei nostri gruppi, vedere dei giovani che passano il loro tempo con loro può essere diventata un'abitudine: è logico, è scontato che Franco, Marco, Maria facciano così: l'hanno sempre fatto...
Occorre invece che scoprano le motivazioni per le quali Franco, Marco, Maria passano con loro il proprio tempo libero, perché se la motivazione non è l'hobby o la poca fantasia da non sapere cos'altro fare, ma è la scelta del servizio nel nome del Signore, va detta.
I ragazzi cioè devono scoprire che nella vita di persone più grandi che vivono con uno stile preciso e con una certa gerarchia di valori, c'è una Persona che dà senso e fisionomia alla loro vita.
È chiaro che chiedere ai ragazzi questa riflessione non vuol essere un autoelogiarsi, un mettere in mostra i propri meriti, ma è far scoprire, proprio come diceva S. Paolo ai cristiani delle varie Chiese, che tutto quello che facciamo, lo facciamo nel nome del Signore.
Quando arriverà il momento della crisi, della tentazione di dire che «era tutta roba da bambini», i ragazzi che hanno vissuto con persone più grandi momenti forti di vita comunitaria dovrebbero poter dire: però non è vero che è roba da bambini, perché Franco, Marco, Maria sono tipi in gamba, intelligenti, simpatici e sono contenti di essere cristiani, sono generosi e non egoisti.

3) Conoscere se stesso, misurandosi con gli altri
Il punto di partenza perché un ragazzo impari a conoscere se stesso non è certo l'introspezione, ma le reazioni che gli altri hanno di fronte a ciò che egli dice e fa.
Il tipo attaccabrighe si conosce in questo suo limite perché gli altri si ribellano, protestano, oppongono alla sua logica, un'altra logica.
Così come il tipo che ha doti umoristiche, che sa intrattenere gli amici raccontando barzellette o inventando scenette, prende consapevolezza di avere questi doni sentendosi interpellato, invitato a esibirsi...
Il nostro intervento educativo si colloca proprio qui: quando un ragazzo si rifiuta di ammettere i suoi limiti, oppure li riconosce e si abbatte; e quando non mette a servizio degli altri le doti che ha, oppure lo fa con superbia e presunzione.

4) Scoprire le diversità e la vocazione all'unità
Più intensamente che negli incontri in parrocchia, quando si sta insieme per alcuni giorni, dal mattino alla sera, si scoprono diversità di gusti, di abitudini, di capacità. I ragazzi sottolineano istintivamente queste diversità, cercano di legare solo con chi ha i propri gusti e così è facile che si formino i ghetti, le contrapposizioni e ci si etichetti vicendevolmente.
Chi è con i ragazzi con una sensibilità educativa deve:
– sottolineare ciò che li unisce: spesso infatti i motivi di divergenza sono più «costruiti» che reali e basta un saggio intervento che sdrammatizza le difficoltà per sistemare tutto.
– riconoscere le diversità e le difficoltà là dove ci sono, ma non acuirle; chiedere invece la pazienza di accettarsi e di ricominciare da capo.
– far scoprire tutta la positività che emerge dall'impegno di essere uniti, di andare d'accordo, di non volere sempre la ragione... (questa scoperta si fa dopo aver favorito una esperienza di unità, non solamente con le parole).
Il momento del gioco, allora, della gita, del divertimento organizzato, sono momenti importanti per conoscere i ragazzi e aiutarli a capire che ciò che conta più di ogni altra cosa, è il fratello.
Mortificare uno che ha fallito nella gara, che non ha saputo interpretare bene la scenetta, che in passeggiata era sempre ultimo, ecc. nonostante i suoi sforzi, significa dare molta più importanza alle cose che alle persone, e questo non è cristiano. L'attenzione educativa starà nel non lasciare i ragazzi a se stessi, ma nel guidarli perché in ogni attività diano il meglio di sé.

5) Non si cresce senza fatica
Prima ancora di essere una dimensione cristiana, la fatica è una legge della vita. L'esperienza dei campeggi la evidenzia con particolare efficacia.
Piantare la tenda senza faticare, senza impegnarsi, è impossibile; arrivare in cima alla montagna senza vincere la stanchezza, la pigrizia o la sete è altrettanto impossibile. Questa legge della vita, nel Vangelo non è scavalcata, ma è motivata con obiettivi nuovi: gli obiettivi sono il regno di Dio, lo spazio cioè da lasciare a Dio, perché possa vivere in ciascuno di noi e nel mondo, la carità fraterna, le beatitudini...
La volontà va educata, non perché il cristiano sia innanzi tutto un volontarista, ma perché tutto l'uomo, anche la sua volontà quindi, è chiamata alla conversione. Il cristiano infatti è prima di tutto un uomo che ama, ma l'amore resta una parola se non c'è decisione concreta di viverlo.

6) Partecipare
La legge della vita comunitaria è partecipare; spesso invece il partecipare è sostituito dal borbottare.
I responsabili devono essere decisi nel fare proposte chiare e precise, e aperti ad accettare controproposte, modifiche, integrazioni.
I ragazzi devono essere sollecitati a portare il proprio contributo nelle discussioni e nello stesso tempo ad accettare, senza chiusure o progetti di rivalsa, le decisioni prese.

7) Dialogare
I campeggi e le 3 gg. devono essere, per i responsabili in primo luogo, un impegno al dialogo personale con ciascun ragazzo.
L'ideale sarebbe che ciascun ragazzo, almeno una volta, facesse l'esperienza di essere ascoltato o di ascoltare, come se fosse l'unico.
Essere ascoltato: i momenti in cui un ragazzo ha bisogno di essere ascoltato, possono essere tanti: qui occorre attenzione e abilità per cogliere il momento più giusto. Ascoltare: è chiaro che un giovane non deve proiettare su un ragazzo i suoi problemi e le sue difficoltà; però è anche vero che qualche volta può essere estremamente significativo per un ragazzo sentirsi raccontare qualcosa di «personale»: una fatica, una gioia, una speranza, un progetto: nella misura in cui queste «confidenze» non sono per lui qualcosa di incomprensibile o peggio soffocante, rappresentano sicuramente un'esperienza positiva.
Assieme a questa esperienza di dialogo con l'educatore, i ragazzi dovrebbero fare anche l'esperienza del dialogo personale tra di loro. Non solo con quelli con i quali si trovano meglio, ma anche con gli altri. È certamente auspicabile però che in queste occasioni le simpatie divengano amicizie vere, che i ragazzi approfondiscano nella lealtà, nella semplicità e nel servizio reciproco, le amicizie iniziate nel gruppo.

8) Responsabilizzare
Occorre fare molta attenzione affinché non capiti che alcuni ragazzi si sobbarchino gli impegni di tutti e gli altri non facciano nulla.
Importante è fissare a ciascuno il proprio incarico; gli incarichi possono anche essere cambiati, ma il criterio fondamentale da tenere è che ciascuno porti avanti l'impegno preso con precisione, puntualità, fedeltà e anche con gioia.

9) Coscientizzare
Soprattutto parlando di campeggi che si protraggono spesso per più di una settimana, occorre mettere in luce l'importanza di momenti in cui i ragazzi sono invitati a prendere coscienza dei problemi degli altri uomini del mondo.
I quotidiani e alcune facili documentazioni, alcuni libri, sono mezzi attraverso i quali i ragazzi imparano ad interessarsi di ciò che capita. Gli argomenti sono vari: per esemplificare: l'escatologia, la fame nel mondo, la storia attuale di alcuni paesi europei o extraeuropei, le iniziative fatte a favore dei ragazzi handicappati, i problemi dell'emarginazione.

10) La preghiera e la Parola di Dio
Le 3 gg. e i campeggi sono un luogo privilegiato per educare i ragazzi alla preghiera. Preghiera che non è solo recita di formule, da farsi nei vari momenti della giornata, ma è soprattutto capacità di rivolgersi a Dio così come ci si rivolge a un amico per dirgli una preoccupazione, un dispiacere, una gioia, una conquista.
Largo spazio allora dovrà essere dato alla preghiera spontanea, quella che nasce dalla vita, dai fatti di ogni giorno, dalle notizie lette sul giornale, dal ricordo delle persone cui si vuol bene.
Concretamente:
– il libretto di preghiere
– il tempo del Vangelo (lettura della Parola di Dio da riprendere poi nella Messa)
– il silenzio: al mattino per dirsi quale sarà l'impegno del giorno; la sera per confrontare la propria giornata con le indicazioni che a ciascuno lo Spirito di Dio avrà dato; dopo la lettura del Vangelo per abituare i ragazzi a pensare come pensa Gesù. Più ancora che in altre occasioni, è richiesta qui una attenzione a ciascun ragazzo, perché ciascuno ha i suoi ritmi di crescita.
Due sono gli errori in cui si può cadere più facilmente:
1. pretendere che tutti abbiano la stessa sensibilità, la stessa maturità
2. non spronare, non sollecitare quelli che fossero chiusi e apparentemente apatici, indifferenti.
11) Far percepire i legami che Eucaristia e sacramento della Penitenza hanno nella vita e celebrarli con novità
Spesso i ragazzi partecipano all'Eucaristia e anche alla Penitenza per abitudine. Nelle esperienze di un campeggio o di una 3 gg. questo «fare per abitudine» può entrare in gioco in modo ancor più decisivo. Occorre allora, soprattutto da parte del prete, ma anche dei responsabili laici, fare recuperare in primo luogo il senso di profonda libertà e contemporaneamente di doverosa risposta che bisogna avere di fronte a Dio.
Concretamente:
– condurre i ragazzi a sentire l'esigenza della Messa e della Confessione, senza imposizioni o forzature negative
– aiutare a impostare la giornata sul dono di sé (Eucaristia) e sulla riconciliazione (Penitenza) perché avvertano che non si fa un rito ma si celebra una vita
– celebrare la liturgia e i sacramenti con calma, dopo adeguata preparazione con l'attenzione di usare un linguaggio comprensibile all'esperienza dei ragazzi.

ALCUNE PROPOSTE METODOLOGICHE

Ci è parso importante indicare, soprattutto per i giovani che non hanno mai fatto esperienze di campeggio o di giornate con i ragazzi, brevi note tecniche relative ad alcune attività. In commercio si possono trovare manuali più completi; a noi però preme richiamare che ogni proposta di gioco, di divertimento, di esperienza ecclesiale è educativa se chi la conduce possiede assieme alla competenza di realizzazione, la chiarezza di obiettivi educativi.

Il giornale murale di bordo

Può essere una ottima occasione per far riflettere i ragazzi su quanto è capitato loro durante la giornata.
Occorre si stabilisca il «gruppo redazionale».
Il giornale deve avere:
1) Un «articolo di fondo» sul fatto del giorno più importante. Perché questo articolo possa essere in certa misura esauriente, sarebbe bene che potesse nascere dalle riflessioni comuni di due o tre.
2) Articoli ripresi dai quotidiani e trasportati materialmente sul giornale murale o, sotto i titoli ritagliati, riportare le considerazioni di alcuni.
3) Rubriche fisse: la posta, il pensiero di meditazione del giorno, la presentazione del programma della giornata, gli incarichi, il menù.
4) La pagina «umoristica» non deve mancare mai: è sempre espressione dell'inventiva dei ragazzi, basta che non offenda il buon gusto.

La gita

Nelle vacanze le gite sono indispensabili. Oltre a portare i ragazzi a maggior contatto con la natura, offrono la possibilità di una esperienza di gruppo particolare: «la messa in comune» di tutto ciò che uno possiede, dalla stanchezza fisica alla borraccia passata all'amico che ha sete, aumenta il senso di fraternità. Il primo ostacolo da superare è la «malavoglia» di alcuni; basta un poco di fantasia e la gita si trasforma in un'avventura a caccia di... la conquista di... per una esplorazione nel...
Se è possibile celebrare la Messa durante la gita, il materiale che serve alla celebrazione è bene suddividerlo tra i ragazzi in modo da renderli ancor più partecipi alla celebrazione comunitaria.
Lungo il cammino è necessario restare uniti, ragazzi e responsabili, in modo da aiutarsi a portare gli zaini di chi accusa maggiore fatica.
Se i ragazzi sono di varie età, non costringiamo tutti a raggiungere la medesima meta: i grandi non sarebbero soddisfatti, i più piccoli si affaticherebbero eccessivamente. Strada facendo quindi è meglio suddividersi in due gruppi, i più piccoli e i più stanchi fanno sosta e lasciano proseguire gli altri aspettandoli poi per ritornare insieme verso la base.
Vi sono nella gita alcuni momenti di particolare importanza:
– la preghiera del giorno, celebrata al mattino durante una sosta per riprendere fiato;
– il pranzo con tutti i ragazzi assieme passandosi l'apriscatole, la borraccia, il pane a chi manca per l'eccessivo appetito... Bello sarebbe poter cucinare qualcosa per tutti;
– il gioco durante la sosta post-pranzo, in modo che i ragazzi non si disperdano ma restino uniti;
– la Messa celebrata magari su un masso cercando di evitare le distrazioni, facendo scoprire invece in ciò che circonda la grandezza di Dio che ha creato cose meravigliose e la gratuità con la quale ce le ha donate.

Il gioco

Il gioco per il ragazzo è essenzialmente un fatto sodale:
a) perché lo conduce a una collaborazione con i suoi coetanei;
b) perché lo obbliga al rispetto di certe regole che hanno carattere oggettivo.
L'educatore ha una duplice funzione in ordine alla realtà del gioco:
– rispettare la spontaneità delle iniziative dei ragazzi,
– suscitare entusiasmo collaborazione e rispetto alle regole.
• Il gioco, soprattutto se un poco complicato, deve essere preparato con attenzione in precedenza, altrimenti giunti a metà, si corre il rischio di arenarsi.
• Se è possibile anche l'educatore partecipi al gioco. Questo serve anche per aumentare l'amicizia con i ragazzi.
• Ogni gioco deve essere adatto alle esigenze di tutti i ragazzi; bisogna evitare quindi giochi che «taglino fuori» certe persone.
• Animare un gioco significa tante volte finire senza voce e senza fiato, ma è così che si contribuisce a unire i ragazzi.
• Se qualche ragazzo si apparta, vuol dire che ha bisogno di una maggiore attenzione da parte dell'educatore. Ha bisogno di essere entusiasmato e di capire il senso e il valore del «suo» singolo giocare, che è quello di «fare gruppo», di essere amici in allegria.
• Particolare attenzione va data agli immancabili battibecchi. L'educatore deve essere buon arbitro dimostrando in primo luogo una serena obiettività.
• È importante, qualora qualche ragazzo assuma atteggiamenti particolarmente duri o sleali, aiutarlo, dopo il gioco, in un momento di calma a scoprirne il perché. Così lo si aiuta a conoscere se stesso e a superarsi nei suoi limiti.
Si potrebbe accennare qui al Cineforum, alla Discussione di gruppo, al Gruppo del Vangelo, alla Revisione di vita, attività che anche d'estate devono trovare una loro collocazione nell'ambito della vita del campeggio. Per mancanza di spazio, tuttavia, concludiamo con alcune note per i responsabili.

NOTE PER I RESPONSABILI

1) Informare e corresponsabilizzare le famiglie
Informare le famiglie dei criteri che guideranno un campeggio o una «tre giorni» e discuterli con esse perché esprimano condivisione o dissenso, modifiche e integrazioni è il primo passo che i responsabili devono fare, anche se le famiglie, in nome di una «fiducia cieca» preferiscono demandare ad essi sia la linea organizzativa, sia la organizzazione.
I genitori devono sapere non solo ciò che i ragazzi fanno, ma anche i valori che vengono loro proposti e sentirsi anche in questa occasione i primi responsabili; responsabilità che va oltre le preoccupazioni di incolumità fisica e diventa attenzione ai problemi della crescita «spirituale».
2) Punti fermi
• Motivare la proposta di partecipazione, chiarendo bene sin dall'inizio quale sarà lo stile con cui si dovrà stare insieme.
• Riprendere queste motivazioni la prima sera, così che ciascuno venga corresponsabilizzato e sappia che il clima sereno, amichevole, allegro, ma non caotico, dipende anche dal suo modo di essere; e sottolineare ciò a cui non si potrà venir meno (si potrebbe fare ad esempio la «legge del campo»):
– puntualità
– rispetto alla casa e comunque delle cose altrui
– ordine nelle camere e nelle tende
– il silenzio alla sera
– «distinzione» tra i vari momenti (gioco - silenzio - gita - preghiera - riflessione) e quindi atteggiamenti adeguati
– cortesia e rispetto verso le persone del paese.
3) Collaborazione tra responsabili
Più di tante parole, serve l'esempio.
I primi quindi a collaborare, a essere fedeli al proprio incarico, a non venir meno alla «legge» devono esseri i responsabili.
Il dialogo schietto sarà per essi l'impegno fondamentale: ciascuno e tutti insieme dovrebbero ricordare che al di là delle loro difficoltà di intesa, vi deve essere il «bene» dei ragazzi. Solo con questo spirito si potrà allora superare inevitabili frizioni e divergenze, in uno spirito di autentica «riconciliazione».
4) Coerenza
Coerenza non è da confondere con chiusura mentale. Le indicazioni da dare ai ragazzi non verranno solo da ciò che «a priori» si è stabilito, ma anche, anzi soprattutto, dall'attenzione alle persone e alle loro esigenze.
Salva questa elasticità, bisogna però essere coerenti nelle richieste, diversamente i ragazzi non prenderanno più sul serio né i programmi, né gli «ordini».
5) Chiarezza
Appena si avverte che nel gruppo circola il malcontento, bisogna affrontare il problema, senza drammi ma con chiarezza.
Nessuno è perfetto e può capitare che durante la giornata uno dei responsabili sia stato poco attento a qualcuno, abbia avuto una risposta brusca... Chiarire le cause dei malcontenti è fondamentale per evitare il «ristagno» di malintesi o di incomprensioni.
su questa chiarezza allora che si può fondare una serena «correzione fraterna» che i responsabili devono imparare ad esercitare innanzi tutto tra di loro.
6) Inventiva
I programmi a volte «saltano», non per cattiva .volontà di qualcuno, ma per il subentrare di contrattempi o difficoltà. Occorre allora essere sempre pronti a proporre qualche altro programma, per evitare perdite di tempo, dispersioni e scoraggiamenti da parte dei ragazzi.
7) Prudenza
Le vacanze, la bella compagnia, si sa, sono le condizioni migliori per fare «pazzie». I ragazzi poi, sono esibizionisti e spesso vanno incontro a pericoli proprio . per mettersi in mostra.