(NPG 1977-03-5)


Noi tutti veniamo da una esperienza educativa che ha privilegiato l'oggettivo nei confronti del soggettivo. Era normale impiantare la decisione morale, attraverso un processo deduttivo. Il bene e il male è «questo», in assoluto. Esiste un insieme di valori (naturali, culturali, di rivelazione) da considerare come normativi. Quindi ci si deve comportare di coerenza. Ciò che è oggettivamente valore, deve essere valutato valore anche soggettivamente. La valutazione personale deve coincidere con il piano oggettivo dei valori. Oggi i giovani hanno esattamente capovolto i termini del problema. Affermano che è valore solo ciò che è soggettivamente valore, nel quotidiano e personale qui-ora. Il criterio del dato di fatto, del «per me», tende a diventare decisivo. Talora si mette in discussione l'esistenza stessa, in astratto, di valori assoluti e normativi. O si rifiuta ogni confronto con questi valori: si rifiuta la necessità stessa di una valutazione.
Il problema è molto serio: dal punto di vista della maturazione umana e dell'esperienza cristiana.
Si tratta di due mondi che, radicalizzati, sono di difficile riconciliazione. Non è solo una questione di metodo, come se fosse in causa una strategia pratica di intervento. È in questione un progetto d'uomo e, in ultima analisi, un giudizio globale sull'u ordine» naturale vigente.
Come educatori, dove dobbiamo collocarci?
Basta affermare il recupero della creatività, impegnandoci con coraggio nell'opera di decondizionamento, per offrire una creatività realmente umanizzata? Oppure è indispensabile affermare la permanenza di un progetto oggettivo e normativo, con cui confrontare le scelte quotidiane?
E se è valida questa seconda ipotesi, come allargare la sensibilità giovanile verso l'accettazione di valori normativi, senza ripercorrere itinerari deduttivi (dal valore alla persona), ormai incapaci di presa, in una società come è la nostra, dinamica e secolarizzata?

FATTI

In questa prima parte del DOSSIER vogliamo aiutare il lettore a cogliere, in modo attento e critico il senso del nostro problema: «educare alla responsabilità in un tempo di soggettivismo».
La condizionale «in un tempo di soggettivismo» è importante, per decidere come «educare alla responsabilità»: essa dà quasi lo specifico del nostro DOSSIER.
In un tempo di riconosciuta accettazione dei valori oggettivi, educare alla responsabilità significava mettere i giovani a contatto-confronto con questi valori e sostenere l'impegno morale, contro tentazioni e debolezze umane. Responsabilità significava soprattutto «informazione» (questo è il bene e questo è il male) e «coerenza» (il bene va fatto e il male va evitato). Oggi viviamo in un tempo molto diverso (l'abbiamo appunto definito di «soggettivismo»), un tempo che ha capovolto radicalmente il problema.
Basta pensare alle reazioni suscitate, a tutti i livelli, dalla Dichiarazione pontificia sull'etica sessuale (ne abbiamo già parlato sulla rivista: 1976/5). Molti giovani rifiutano il confronto, perché usano, per ogni decisione morale, criteri utilitaristici o funzionalistici (per me è bene: dunque lo faccio); oppure contestano l'esistenza stessa di valori normativi (non c'è un bene/male in assoluto: è bene quello che è per me bene).
Per educare oggi alla responsabilità bisogna fare i conti con questo clima generale. Informazione-coerenza non bastano più.
Qualche educatore dubita ancora della conclusione, perché non condivide la premessa: non crede che il soggettivismo sia un fatto diffuso per l'aria, che i giovani respirano a pieni polmoni.
Anche il recente convegno ecclesiale su «Evangelizzazione e promozione umana» si è posto il problema. Si è scontrato con il soggettivismo ricorrente e si è interrogato sui modi di presenza della comunità ecclesiale, esperta in umanità e testimone della novità di Cristo. Riportiamo alcune affermazioni dalla relazione del prof. De Rita, che possono aiutarci a decifrare meglio il nostro problema.
«Un insieme di fattori ha prodotto una situazione di fatto per cui si può dire che questo è un sistema sociale ad alta soggettività:
– dove ognuno vede le cose da un angolo tutto suo;
– dove diventa sempre più difficile creare coscienza collettiva, perché la soggettività generalizzata e l'intersoggettività non fanno consapevolezza dei problemi comuni;
– dove al tempo stesso è anche difficile sostenere a lungo la tensione del conflitto sociale, a meno che non sia di conflitto corporativo e categoriale, dove cioè il tasso di soggettività e intersoggettività è più forte rispetto agli interessi collettivi;
dove quindi è in atto un processo di riflusso dal momento della tensione in avanti tipica dei movimenti collettivi alla quotidianeità della vita del singolo nelle istituzioni, dove ci si può solo ritagliare il proprio ruolo in un sistema implicitamente immutabile nel suo insieme; dove questo riflusso alla quotidianeità avviene con un atteggiamento di antico fatalismo (verso le cose che non cambiano mai) ed insieme di profonda desertificazione e frustrazione, perché i più anziani fra noi hanno dovuto abbandonare l'illusione di poter diventare una società industriale moderna, i più giovani quella di creare con fantasia un nuovo, più giusto modello di sviluppo».
Analizzeremo, tra i FATTI, l'incidenza di questo soggettivismo a livello giovanile, per chiederci, poi, quale intervento progettare per «educare alla responsabilità», in questo tempo.

PROSPETTIVE

La riflessione sui FATTI apre molti problemi. Qualche volta, l'operatore, chiamato a scelte concrete e precise, se ne sente quasi sommerso.
Eppure la chiarezza concettuale e metodologica è urgente, proprio perché sono vitali e complesse le situazioni.
Vogliamo suggerire qualche punto di riferimento, per mettere ordine in questo aggrovigliato intreccio di intuizioni.

1. E finito il tempo dell'approccio deduttivo?

Abbiamo l'impressione, largamente condivisa oggi in campo educativo e pastorale, che la formazione alla responsabilità e alla coscienza morale, per molti giovani, debba trovare strade diverse dal tradizionale «approccio deduttivo» (dai valori normativi alle persone). Infatti, «l'uomo si rende libero da una presunta autorità e da una presunta tradizione. Vuole vedere da sé, vuole giudicare da sé, vuole decidere da sé. Tuttavia, nel mentre l'uomo compie il cammino verso se stesso, la sua libertà non si fa arbitraria. Essa trova in sé la sua misura e il suo criterio. L'uomo diventa punto di riferimento della realtà. Non si comprende più come membro – anche se di rilievo –all'interno di un mondo indipendente da lui e che lo abbraccia; il mondo piuttosto viene pensato e progettato a partire dall'uomo» (W. Kasper). Non basta presentare con calore e entusiasmo le cose da fare e quelle da evitare, come non basta fondare razionalmente la normatività e la significatività di alcuni valori. Una larga fetta di giovani che ha assorbito la mentalità utilitaristica (è valore quello che mi serve), illuministica e relativistica (non esistono valori assoluti), parla ormai un'altra lingua, cammina in ben altre direzioni.
Le cause sono molte e di diversa origine. Da una parte, la deresponsabilizzazione personale è l'ultima conseguenza della concezione consumistica della vita. Dall'altra, la secolarizzazione ha condotto alla scoperta dell'autonomia dei valori umani, dell'impegno progettuale che compete ad ogni persona, demitizzando molti assoluti e smascherando indebite strumentalizzazioni. L'ultima parola non è più alla istituzione ecclesiale, relegata spesso alla marginalità, privata del diritto di fare proposte impegnative.
Possiamo – a buon diritto – giudicare negativamente questi fatti. Ma il nostro giudizio non cambia la situazione.
Il dialogo educativo tra i difensori dell'oggettivismo e coloro che si collocano invece sul soggettivo, è un parlare tra sordi.
L'educatore che sta con i piedi al sicuro delle norme etiche e, da questo piedestallo, lancia minacce e scomuniche, è condannato alla disattenzione.
Rinuncia quindi al suo ruolo profetico, proprio nel momento in cui lo vuole salvare. Ad un simile modo di fare, si adatta molto bene l'ironica annotazione di un grande teologo contemporaneo: «Non è sufficiente nella predicazione martellare in testa agli uditori delle formule dogmatiche e kerigmatiche e dire: Prendere o lasciare! Tradisce una falsa comprensione della fede lo stare continuamente a ripetere che chi non accetta questo o quello, non appartiene più a noi; oppure limitarsi a domandare cinicamente: Volete andarvene anche voi?» (W. Kasper).
Per cambiare direzione, la strada da percorrere è lunga e piena di difficoltà. Ci sono da superare secoli di tradizione educativa e pastorale.
Cambiare non vuol dire contestare quel passato, che ha dato frutti pregevoli e abbondanti; ma cercare una presenza significativa per l'oggi, rispettosa del livello di maturità e di sensibilità dei destinatari reali.

2. Affermare l'esistenza di valori normativi

Questo primo punto non può farci concludere nella rinuncia del nostro compito educativo e pastorale o nella accettazione incondizionata del soggettivismo. Sarebbe un grave tradimento.
Affermiamo l'esistenza di valori normativi (a livelli e con intensità diversa): per questo parliamo di formazione alla responsabilità etica.
Per noi è un fatto irrinunciabile, per l'immagine d'uomo in cui ci riconosciamo, anche a partire dalla fede.
Cerchiamo un approccio che permetta la costruzione di questa fondamentale dimensione dell'esistenza umana e cristiana.
Abbiamo contestato quello deduttivo, non per svuotare la consistenza e l'oggettività di valori normativi, ma perché lo riteniamo inadeguato per raggiungere l'obiettivo e soprattutto incoerente con la sensibilità antropologica più corretta. Insistiamo sulla seconda motivazione, per evitare una visione solo funzionalistica, quasi invitassimo a scegliere lo strumento più utile, per raggiungere comunque una manipolazione della persona.
Nella concezione deduttiva emerge un'immagine d'uomo passiva e integrata. Quell'uomo difficilmente riuscirà a scoprire pienamente la libertà dell'essere figlio di Dio e quell'obbedienza responsabile al Padre, in cui consolida la sua salvezza. Sarà quindi, radicalmente, meno uomo.
Certamente, però, non potrà neppure vivere da figlio di Dio l'uomo della pura creatività, l'uomo che pretende di farsi norma del bene e del male (si pensi alla teologia del peccato originale, come è stata proposta anche in Note di pastorale giovanile 1976/2). Da qui l'interrogativo: quale approccio educativo e pastorale è capace di salvare e saldare l'irrepetibile originalità di ogni uomo con un progetto di umanizzazione che ci supera e ci giudica?

3. Cristo progetto definitivo dell'uomo nuovo

Sulle cose che abbiamo detto finora, non tutti sono d'accordo.
Il disaccordo nasce da differenti motivi. Qualcuno può contestare queste posizioni, perché ancorato ad un'immagine statica dell'uomo, perché predomina in lui la preoccupazione per l'ordine, per la legge, per la norma. Qualche altro, invece, le rifiuta, perché vuole la creatività in assoluto,
perché non accetta un discorso sui valori, convinto che è valore unicamente quello che il giovane ricerca, scopre, costruisce nel suo qui-ora. Per giustificare le due posizioni (più rappresentate nella vasta gamma di collocazioni intermedie, che nei due estremi descritti), si possono addurre motivazioni teologiche, antropologiche, pedagogiche, politiche.
A monte di tutte, però, sta la «definizione» d'uomo in cui ci si riconosce. Noi abbiamo fatto questa scelta, partendo da una immagine d'uomo orientata, precompresa, dalla fede. L'uomo-nuovo, l'uomo, progetto definitivo di Dio sull'uomo, è Gesù. Egli è l'immagine normativa sul nostro essere uomo e sugli sforzi quotidiani che orientano ogni processo di umanizzazione. Esiste quindi un «progetto» che giudica e relativizza i nostri quotidiani progetti. Educare ad essere uomo significa aprire le personali realizzazioni verso un progetto sempre più grande, nuovo, libero: verso l'Uomo, che è Gesù, salvezza e verità dell'uomo.
La specificità cristiana nella formazione alla responsabilità sta quindi nell'accettazione di questo confronto, colpevolizzante ed entusiasmante ad un tempo. Esso dà senso e consistenza ad ogni impegno umano di realizzazione di sé, proprio mentre lo spinge oltre. La salvezza che è Gesù Cristo per ogni uomo che lo riconosce, consiste in questa proposta di umanizzazione e nella assicurazione sul suo esito, per la potenza di questo stesso dono.
Su questi importanti argomenti ritornano gli inteventi che seguono: sulle problematiche educative quelli di Ghetti e di Petrazzini; sugli aspetti specificamente cristiani della formazione alla responsabilità, gli altri.

PER L'AZIONE

Concludiamo il DOSSIER sulla formazione alla responsabilità, suggerendo alcune indicazioni di tipo educativo-metodologico.
Il tema è molto vasto. Tra i diversi aspetti che sono implicati, ne abbiamo scelto due: l'analisi critica sui condizionamenti che fondano molta deresponsabilizzazione presente e la proposta di un «progetto» di vita impegnante.
Come si vede, sono i temi che hanno segnato la prospettiva formativa elaborata lungo lo snodarsi del nostro DOSSIER.
Dall'insieme delle proposte nasce un «sussidio»: un itinerario di massima (tappe, interventi, strumenti) per far riflettere e lavorare un gruppo giovanile. Anche se le parole usate hanno una ascendenza religiosa, il problema è sviluppato in prospettiva umana («laica», nel senso maturo del termine).
L'attenzione è prevalentemente psicologica e pedagogica. Questa scelta non è fatta a caso. La formazione alla responsabilità ha, sicuramente, un versante religioso, come è stato ricordato poco sopra dagli articoli di Gatti e di Grasso.
Essa però va realizzata prima di tutto sul piano educativo, di una piena e liberante umanizzazione. La crisi di responsabilità religiosa e la conseguente caduta del senso del «peccato», per molti giovani d'oggi, è crisi di maturità umana, incapacità di cogliersi all'interno di un quadro di valori più vasto della propria storia, accettazione incondizionata del soggettivismo etico. Nelle pieghe più profonde delle riflessioni, il discorso si apre a prospettive tematicamente cristiane. Sia perché fa da fondo a tutto un'immagine d'uomo orientata dalla fede; sia perché si tende a cogliere nella fede il significato ultimo e definitivo di ogni crescita in umanità.