Recital: un dialogo per i giovani

Inserito in NPG annata 1971.


O.M.G. - To-Crocetta

(NPG 1971-11-90)

 

Molti gruppi giovanili hanno scoperto il recital, come forma espressiva della propria vita. Ad un gruppo che da anni vive questa esperienza, abbiamo chiesto di condensare in alcune pagine le linee più significative, maturate nel lavoro e nelle riflessioni comuni. Queste pagine sono un aiuto a chi già fa e a chi intende fare. Un dialogo tra amici.

 

IL PUNTO DI PARTENZA

Sono possibili sui recitals le più disparate considerazioni. Il nostro punto di partenza è però questo: il recital come strumento di comunicazione di un gruppo.
È una prospettiva particolare, forse anche discutibile e poco sensibile alla libertà assoluta dell'arte, ma indubbiamente funzionale nella vita di un gruppo. In ogni caso, le indicazioni che proponiamo sono solo in vista di questa funzionalità.

RECITAL COME STRUMENTO
DI COMUNICAZIONE DI UN GRUPPO

Innanzitutto uno strumento a disposizione del gruppo, soggetto alla sua dialettica, ossia al suo movimento di crescita o di crisi, ma anche strumento della efficienza, consistenza, orientamento del gruppo e strumento di superamento del gruppo.
Precisiamo:

♦ Uno strumento: uno dei tanti, la cui efficacia non va esagerata, ma, per quel che può dare di buono, neppure trascurata.

 A disposizione: il che significa che non è assoluto. Serve... se è utile alla vita del gruppo. Un gruppo può benissimo vivere anche senza fare recitals. Ci sono però dei casi in cui questa forma espressiva può essere utile e forse non facilmente sostituibile con altro.

♦ Soggetto alla dialettica del gruppo: si vuole sottolineare che, in questa prospettiva, tutto cade se il recital non è in sintonia con la fase di sviluppo e maturazione del gruppo, se fra questo e quello esiste dissociazione più o meno evidente. Si perde l'autenticità; si cade nell'accademia e nell'artificioso. Ci si muove allora in movimento antitetico a quello esigito dalla maturazione del gruppo. Parliamo allora di strumento di alienazione del gruppo: strumento che porta il gruppo a estraniarsi dalla sua maturazione verso un miraggio non più genuino, ma falso proprio perché miraggio.

 Strumento di autoverifica: obbliga ad una presa di coscienza comune di quanto il gruppo fa rifluire tra i suoi membri, sa approfondire e si mette in grado di poter comunicare.

 Strumento di superamento del gruppo stesso: un gruppo non ha senso nel solo essere gruppo, ma come fermento: il che è a dire che un gruppo ha senso in vista del superamento di sé. ll recital si pone allora come una forma di comunicazione anche al di fuori del gruppo. E questo è un momento non indifferente nella dinamica di un gruppo. L'impegno del gruppo verso l'esterno non si esaurisce – è chiaro – nella diffusione delle idee-guida maturate tra i membri. Però, questa comunicazione di idee è ad un certo punto inevitabile. Il recital, come forma di comunicazione più espressiva ed incisiva di idee ormai fatte vita, può, a questo punto, presentare notevoli vantaggi rispetto ad altre forme di comunicazione, senza tra l'altro richiedere eccessivo spiegamento di mezzi tecnici.

COME SI ARRIVA NEL GRUPPO
ALL'ESIGENZA DI UN RECITAL

ll recital, dal punto di vista in cui ci mettiamo, è un mezzo per comunicare ciò che il gruppo ha maturato a tal punto da sentire l'esigenza di rendere partecipi di queste sue convinzioni anche altre persone, che possano così trovare in questo dialogo uno stimolo, un aiuto, una indicazione, per una più piena realizzazione della propria vita nel mondo.
Per fare questo si suppone un gruppo con finalità ben precise ed impegnato a realizzarle. Dopo aver concretizzato in proposte quelle idee che il gruppo sente bisogno di comunicare, si tratta di trovare una serie di mezzi espressivi per la comunicazione. E di questi mezzi ce ne sono molti. Ma è più conveniente non servirsi di quelli impersonali, che operano sempre un appiattimento di contenuto ed espressione e risultano così meno convincenti, anche se, tecnicamente, possono offrire più possibilità. Se le persone che esprimono sono le stesse che sentono anche l'urgenza di dire, è già assicurato un gran vantaggio comunicativo, anche se nella normalità dei casi sarà forse impensabile un alto livello tecnico di espressione. Però, l'incidenza comunicativa potrebbe venire garantita dalla coerenza di ciò che si propone con quello che si sente interiormente e si è disposti a fare.
Un recital, preparato e fatto dagli stessi componenti del gruppo, ci sembra con larga probabilità il modo più adatto perché un gruppo comunichi ad altri ciò che pensa e ciò che per gli altri si è impegnato a promuovere.
È possibile anche in un recital correre il rischio di non rendersi credibili. Quando lo si carica di eccessivi elementi spettacolari, di un non ben calibrato tono espressivo, di un messaggio arruffato e poco perspicuo, il recital perde di comunicazione e di efficacia e può respingere più che convincere. Così, un discorso sulla povertà, attuato con la scenografia di «Canzonissima», sarebbe ripugnato e in se stesso assurdo.
È necessario perciò che la tecnica di realizzazione rispetti e rifletta l'ambiente e l'ideale da comunicare.

I VARI MOMENTI DELLA NASCITA DI UN RECITAL

Proponiamo alcune osservazioni sulle varie fasi della nascita di un recital, riservandoci per una specifica considerazione il momento della realizzazione.

1. La coscienza del gruppo

Perché il gruppo possa esprimere qualcosa di sé in autenticità deve avere coscienza di ciò che è e di ciò che vuole. Tutta l'attività del gruppo deve mirare a promuovere questo aumento di coscienza. Coscienza che deve essere soprattutto autocritica e critica.

2. La maturazione dell'idea

L'attività di un gruppo educativo comporta via via maturazione di idee-guida che si vedono sempre più connesse ad un impegno vitale cui naturalmente tendono. Queste sono scadenze normali nella vita di gruppo ben organizzato, anche se risulta impossibile programmarne il tempo di crescita e il grado di possesso di idee vitali.

3. L'intuizione della necessità della comunicazione

Certe idee nate nel gruppo possono avere una tale forza interna, una capacità di impegnare e una attualità così rilevante che intuitivamente risulta subito alla coscienza del gruppo la necessità di renderne partecipi anche gli altri, in misura del proprio orizzonte di influenza. Una volta assodato che la coscienza del gruppo non s'inganni, l'intuizione diviene un impulso che esige di essere attuato.

4. I rilievi sull'ambiente in cui comunicare

Da questo punto inizia tutto un processo molto più tecnico, ma non per questo meno educativo per il gruppo stesso.
Per farsi capire non è necessario soltanto assicurare la logica di un discorso, ma anche mettersi in sintonia con il modo particolare di sentire e di comprendere dell'ambiente da noi scelto per comunicare il nostro messaggio. Questo ambiente è bene sia dapprima quello a noi più vicino. In questa azione di rilievo che impegna tutto il gruppo e non solo un incaricato di esso ci sono anche le premesse per impedire che il gruppo diventi un ghetto, insensibile e incapace a comunicare. Nello stesso tempo, ci si impegna in una conquista di visioni sempre più realistiche e perciò sempre più profondamente incisive dal punto di vista educativo.
Per parlare quindi in un ambiente dobbiamo sapere bene quel che dobbiamo dire e in che modo dobbiamo dirlo perché sia adeguatamente compreso.

5. La condensazione dei contenuti

Quanto è stato detto ci obbliga a condensare il nostro messaggio in quelle formulazioni che risultano adatte ai nostri interlocutori, sfrondandolo eventualmente di tutto quello che disperderebbe l'attenzione, farebbe sfuggire il filo, attenuerebbe l'intensità della comunicazione, cederebbe ad una moda inconcludente.
Condensare non significa ridurre le cose ad uno schema arido e stringato: bisogna condensare salvando anche quel giusto tempo e quei giusti intervalli espressivi che permettano che una idea non sia soltanto sentita di sfuggita, ma possa anche fare una certa presa nel campo di coscienza di chi sente.

6. Riduzione dei contenuti in forme comunicabili

Questa condensazione non può andare disgiunta quindi dalla scelta di forme di comunicazioni adatte. Sono le forme comunicative quelle che trasmettono un contenuto. Anche qui si rischia che la forma scelta non sia trasparente: così il contenuto rimane perso nell'opacità espressiva.
Il punto è molto delicato ed esige una critica profonda, più volte ripetuta e continua, sia nella stesura dei testi che nella realizzazione.
In ogni caso, il criterio della semplicità non sarà mai applicato a sufficienza. Tanto più che tutto ci sta portando ad un nuovo barocchismo inespressivo e incomunicabile.

7. La prima stesura del copione

Venendo sempre più a concretizzare la realizzazione, si dovrà pensare a stendere il copione. Quel che deve contenere, lo si è già visto, dipende dalla idea che vogliamo comunicare. Una idea che si sviluppa in un canovaccio semplicissimo che assicuri il nesso delle cose e la loro perspicua evidenza. È questa ossatura che dapprima deve attirare la nostra attenzione. Tutta la ulteriore stesura del copione non dovrà essere altro che esplicitare in modi opportuni questa linea essenziale. La fedeltà ad essa sarà poi il criterio per la revisione del copione. Allora, tracciata la linea essenziale del nostro messaggio, qualche membro del gruppo, particolarmente portato, tenterà di fare una prima stesura scenica, avvalendosi di quelle possibilità e disponibilità di persone e mezzi che il gruppo ha e cercando di salvare la consonanza tra ciò che il gruppo sente e quello che rappresenterà.
È chiaro che ogni incertezza nel sentire e nel discorso che si vuol fare si trasformerà in confusione nella stesura del recital. La stesura è anche uno strumento per poter precisare e approfondire quello che si è intuito. L'atto stesso di dovere concretizzare in una forma espressiva una data idea procurerà non lievi difficoltà, dovute in genere alla non facile traduzione di idee in parole, di discorsi in forme sceniche, di assicurare una logica continua, usando forme espressive disparate, quali possono essere il canto, la mimica, la musica, la recitazione, il dialogo, l'uso di diapositive e filmati, di sottofondi di commento musicale o di rumori: la integrazione riuscita di questi mezzi rafforza la potenza comunicativa, mentre la raffazzonatura stona e crea distacco tra chi dice e chi sente.
A questo proposito – del distacco cioè tra chi dice e chi sente – è bene che il copione non si riduca ad una predica già confezionata, ma cerchi di creare delle suggestioni che siano integrate dallo stesso spettatore, il quale deve sentirsi in parte anche attore, coinvolto in quel che si presenta, dapprima sentimentalmente per arrivare ad una partecipazione sempre più interiorizzata: a questo punto il recital viene percepito come convincente e come proposta personale allo spettatore.

8. Analisi critica comunitaria del copione

Un gruppo ristretto ha fatto una prima stesura del copione, interpretando il più possibile l'idea comune. Si tratta ora di fare una verifica di come è riuscito questo lavoro. La verifica la si fa insieme, in gruppo, notando soprattutto la fedeltà a quanto si deve dire, la forza con cui è stato detto, la comprensibilità dell'insieme e dell'uso dei mezzi espressivi e le concrete possibilità di realizzarlo. È necessario a questo punto non solo essere aperti a qualsiasi critica, ma sollecitarla e considerarla come momento importante, anche se non sempre riuscirà ad essere una critica azzeccata, riguardosa e gentile: una critica costruttiva, capace di analizzare sì ma anche di proporre alternative o ricercarle. Alcune volte può essere utile anche dare precedentemente il primo copione ai singoli partecipanti perché si preparino a questa revisione comunitaria.

9. Stesura definitiva del copione

A seconda dei rilievi notati nella revisione comunitaria, gli autori del copione rifaranno o compiranno le modifiche richieste. Se sarà il caso si farà una seconda revisione o altre ancora, finché il copione sia espressivo di quanto il gruppo vuol comunicare.
Ci vuole anche un certo equilibrio in questo lavoro, perché, se si partisse dalla voglia di contentar tutti, ci sarebbe un processo di revisione all'infinito. In fondo anche la scelta definitiva: Lo facciamo così», comporta un certo rischio, quello di tutte le cose.
L'importante è che gran parte del gruppo si identifichi in quel che si propone e in come Io si propone nel recital.
Fatta la stesura definitiva, è opportuno non apporre più modifiche, se non per casi straordinari ed impellenti, che spetta al solo regista di giudicare.

QUALCHE OSSERVAZIONE ANCHE
SULLA REALIZZAZIONE DEL RECITAL

Le facciamo a parte perché chi sa già orientarsi può benissimo tralasciarle: non possono essere che sommarie ed, in fondo, del tutto ovvie.

Il regista

Il copione definitivo passa nelle mani del regista, dalla cui direzione dipenderà tutto l'iter del recital. È necessario che il regista abbia almeno un minimo di competenza in modo da poterne curare tutta la realizzazione e garantire unità ed armonia.
Anche a lui si impone però il rispetto del copione: non introdurre variazioni ad arbitrio e non deformare l'intendimento originario del testo.
II regista sceglierà anche gli attori, le voci e gli operatori (scenografi, addetti alle luci, tecnici del suono, della registrazione, delle proiezioni di diapositive e filmati, suggeritori...). Tante volte è bene tenere in considerazione le preferenze di ciascuno. Al regista si impone anche il compito di organizzare la corresponsabilità di tutti, pur contenendo le inevitabili forze dispersive che si hanno quando troppa gente mette il naso nella stessa cosa.
Si simpatizzi per un regista deciso, ma che non dimentichi anche il carattere particolare di «esperienza di gruppo» che il tipo di recital considerato si prefigge.

Le prove

In esse si rivela lo stile e il metodo del regista: lasciamo spazio alla originalità dei singoli.
Ci pare conveniente però partire da una lettura-riflessione comune del copione che dia un primo criterio orientativo allo studio del testo e alla realizzazione scenica. La memorizzazione del testo, poi, è la base per una buona recitazione. II regista dovrà correggere la dizione, la pronuncia delle parole, le inflessioni dialettali, il volume e il tono della voce, le cadenze, i travisamenti del senso, il discorso e i gesti inespressivi, facendo in modo di ottenere una recitazione il più possibile naturale.
Una volta assicurata una recitazione di base, introdurrà via via gli altri elementi del recital: le parti devono riuscire tra di loro coordinate e il loro susseguirsi deve diventare agli operatori sempre più familiare. Non lasci tutto alla libera fantasia di questi ultimi, che tendono in genere ad eccedere, soprattutto quando non sono troppo provveduti, e a non rendersi conto degli inconvenienti che avvengono o che possono avvenire.
Il regista, a sua volta, può richiedere l'aiuto critico di qualcuno che ritenga particolarmente sensibile; lo può invitare alle prove quando queste comprendano la quasi totalità del recital.
Le prove si protrarranno finché il regista non si riterrà sufficientemente soddisfatto della messa in opera con un giudizio di opportunità che tenga conto un po' di tutto. La fretta in genere impedisce un buon lavoro; è per questo che diventa necessario preparare ogni cosa per tempo, con un certo anticipo, soprattutto se è la prima volta che si fa un recital e non si sa quali incognite si rischia di trovare sulla strada.

Le prove generali

Le prove generali hanno lo scopo di collaudare il fluido susseguirsi del recital, dare una visione d'insieme e permettere gli ultimi ritocchi.
bene non fare più interruzioni soprattutto alle ultime prove. Si prenda nota dei rilievi da fare e, a fine prova, si rivedano ripetendo anche all'occorrenza il punto interessato.
Generalmente non si insiste mai abbastanza per un volume di voce sufficiente ad essere compreso da tutti, calcolato anche l'inevitabile disturbo che c'è quando il pubblico è in sala. E al riguardo, è molto difficile usare microfoni nella recitazione senza avere qualche effetto sgradevole. Qualora se ne renda proprio necessario l'uso, si provi e si riprovi eliminando gli inconvenienti e annotando i livelli ottimali degli amplificatori.
Il regista, infine, non può dimenticare di tener conto della psicologia dei suoi collaboratori e di integrare i variabili stati d'animo, a volte con incoraggiamenti a volte con decisi richiami al senso della realtà. Prima dell'esecuzione dia prova di calma e di fiducia, qualunque possano essere i suoi pronostici sull'esito del recital.

I RILIEVI DOPO LA ESECUZIONE

Abbiamo appena accennato quanto riguarda la realizzazione immediata e la esecuzione.
Ci interessa ancora fare alcune considerazioni conclusive.
La esecuzione non chiude tutto.
È necessario che il gruppo si ritrovi e riveda criticamente tutto quanto ha fatto, dal copione alla esecuzione, per mettere in rilievo gli aspetti positivi ed anche quelli negativi – soprattutto quelli che, pur non essendo del tutto imprevedibili, nessuno di fatto è riuscito a vedere.
Questi rilievi, poi, devono essere convenientemente memorizzati, in modo da poter costituire un piccolo patrimonio di esperienze per le volte successive. Inutile ricordare di essere obiettivi, di superare quella superficialità che si accontenta delle cose comunque vadano, e, ancora, di esercitare quell'equilibrio che mentre serve ad incoraggiare svolge anche la funzione di «maturare insieme».
Su tutto questo si vuol insistere tanto più quanto più si considera il recital non come una evasione, ma come un momento educativo di apertura e verifica del gruppo stesso.