Abbiamo provato ad interessarci dei preadolescenti

Inserito in NPG annata 1971.


(NPG 1971-11-69)

 

Da un anno (anche se il rodaggio era iniziato già due anni fa) il gruppo giovanile di Leumann (Torino) si interessa direttamente dell'animazione cristiana dei preadolescenti della zona.
L'esperienza è nata per caso: un gruppo di giovani disponibili (una decina, sui 16/18 anni), un prete che ci credeva, e tanti ragazzini e ragazzine «abbandonati», che limitavano il contatto con la comunità parrocchiale ad una striminzita e anonima messa domenicale, quando le cose andavano bene. I tre ingranaggi si cercavano a vicenda: potevano veramente fondersi.
I giovani hanno risposto «sì» alla proposta del loro «don»: un sì impastato più di entusiasmo che della visione realistica di ciò che li aspettava (si leggano, a questo proposito, le loro confidenze!). Hanno dedicato un campo-scuola a studiare il problema: ne è nato un documento programmatico interessante: le «linee per una azione evangelizzatrice dei preadolescenti», che riportiamo come primo intervento.
Dai documenti alla vita: un passo difficile e pieno di imprevisti.
I primi tempi sono stati davvero duri: crollato l'entusiasmo, quei giovani si sono trovati gomito a gomito con ragazzi che avevano molta voglia di giocare e poca di trovarsi a discutere di faccende serie.
Lentamente le cose sono maturate. Ed ora l'esperienza fila. Hanno letto lo studio monografico sulla
animazione cristiana dei preadolescenti. Si sono ritrovati dentro, fotografati. Per questo, nel momento di tirare le somme della loro esperienza, hanno voluto interessare la redazione di «Note di Pastorale Giovanile». Ne è nata una descrizione-verifica molto stimolante.
La riportiamo di peso (forma il secondo «documento» di questo articolo): non tutto è riuscito, come non tutto è originale. Ma tutto, come sempre, può offrire un'ottima pista di decollo per chi voglia tentare la traduzione concreta delle proposte avanzate nella monografia ricordata sopra. O può, se non altro, consolare chi si dibatte dentro gli stessi problemi.

 

LINEE PER UN'AZIONE EVANGELIZZATRICE
DEI PREADOLESCENTI

1. La comunità parrocchiale, nel settore giovanile, riversa le sue forze attive nell'impegno di evangelizzazione dei ragazzi e delle ragazze delle scuole medie, in collegamento con l'azione dei professori di religione e, tendenzialmente, dei genitori.

2. Il metodo scelto è la vita di gruppo, poiché sembra il più vicino alle esigenze evangeliche di «comunità» e più adatto a sottoporre i preadolescenti ad una esperienza viva di Chiesa; d'altra parte le caratteristiche psicologiche di questa età (11-14 anni) favoriscono la formazione spontanea di gruppi.

3. Ognuno di questi gruppi è affidato ad un responsabile-animatore che si assume davanti alla Comunità intera il compito educativo dei suoi ragazzi (ze), adattandosi alle particolari esigenze del suo gruppo e sviluppando i doni che egli ha ricevuto. Eventualmente può essere coadiuvato da altri corresponsabili. Il responsabile-animatore agisce in stretta collaborazione con i sacerdoti della parrocchia e gli altri responsabili, come si dirà più avanti.

4. Lo scopo della presenza di un responsabile-animatore giovane nei gruppi di preadolescenti è unicamente quello di annunciare il Vangelo, non di farli giocare o di creare degli amici...: perciò si parla di azione evangelizzatrice. Il Maestro infatti ha affidato questo compito ai suoi discepoli:
«Andate ed annunciate il Vangelo...» tanto da far dire a S. Paolo:
«È un obbligo per me evangelizzare il Cristo al mondo». Il responsabile annuncia il Vangelo parlando, facendo, amando; i suoi obiettivi possono essere un'educazione cristiana (valori di fede), un'educazione comunitaria (impegno negli ambienti di vita), un'educazione personale (libertà e responsabilità).

5. Naturalmente il primo passo verso l'evangelizzazione è la testimonianza. Ci sono dei valori irrinunciabili che noi dobbiamo vivere prima di annunciarli agli altri per non essere accusati di ipocrisia e per non tradire l'attesa del ragazzo che prima di sentire vuole vedere. Tali valori possono essere: la preghiera, la Comunione eucaristica, la presenza attiva nella comunità, la scelta consapevole e quotidiana di fede, l'amore scambievole, la serietà dell'impegno. Si tratta, in altre parole, di condurre i preadolescenti, attraverso una testimonianza di vita personale, a pensare e a vivere la fede come realtà esistente e operante dentro le situazioni quotidiane.

6. Nel portare l'annuncio-proposta di fede ai preadolescenti non dobbiamo lasciarci condizionare dai loro capricci, senza prima averli giudicati alla luce del Vangelo. È chiaro che se stiamo a sentire loro parleremmo sempre di cantanti e calciatori: non siamo qui per farli divertire o illuderli, dobbiamo dirlo chiaramente, altrimenti tradiremmo il Vangelo stesso. Si tratta invece di fare loro una proposta di vita cristiana presentando dei modi concreti di vivere la fede ogni giorno in famiglia, a scuola, nella comunità, acquistando una mentalità di fede. È logico che una presentazione decisa e concreta della fede richiede la ricerca di mete da raggiungere adatte alla loro età; ed occorre anche attuare una metodologia che si riferisca ai seguenti punti:
• educare per mezzo di metodi induttivi, servendosi di tutti i sussidi possibili (films, cartelloni, ricerche, inchieste, lavoretti, canzoni, esperienze...);
• educare per mezzo del fare, chiedendo un impegno minimo e concreto durante la settimana che susciti il loro interesse e non dia l'impressione che si tratti solo di belle parole.
• dialogare con la vita alla luce del Vangelo, inserendo la fede nei problemi vitali della loro età e rivedendo criticamente i valori offerti loro dagli ambienti in cui crescono;
• educare per mezzo del gruppo, lavorando a formare un notevole spirito di gruppo (adatto alla loro età) e servendosi molto dei leaders che sono già presenti fra loro.

7. L'impegno che si chiede ai responsabili è un impegno totale, sapendo che Cristo chiede loro di «dare la vita», non solo delle ore e delle giornate. Non agiscono per hobby, tanto per fare qualcosa e sentirsi utili, ma perché Cristo li chiama ad impegnarsi. Ed intanto, poiché educatori non si nasce ma si diventa, occorre che si preparino con cura leggendo, discutendo, pregando, per farsi le idee chiare su ciò che devono dire e fare.

8. Alle spalle dei responsabili ci sono i sacerdoti della Parrocchia che armonizzano la loro azione con quella del resto della Comunità e sono a loro disposizione per guidarli nell'annuncio del Vangelo; e ci sono gli altri responsabili che si sorreggono a vicenda con l'esempio e l'aiuto reciproco, che si trovano insieme tutti una volta la settimana per verificare la loro fedeltà a Cristo e ai ragazzi e per coordinare le attività, facendo parte agli altri dei loro problemi e delle loro esperienze.

9. Il gruppo dei responsabili, come gruppo di riferimento a livello locale, obbliga a porsi comunitariamente in ascolto della vita reale dei preadolescenti, in ascolto delle situazioni locali al cui interno va colta e va rivelata la presenza di Cristo Signore e dei misteri della fede. Oltre ad un minimo di vita e di amicizia che costituisca la base del gruppo, ogni responsabile, irrinunciabilmente, parteciperà all'incontro del giovedì sera.

10. L'incontro dei responsabili avrà due direzioni:
• incontro formativo (a tema) con lo scopo di aiutare la formazione personale, approfondire le motivazioni che sorreggono la propria vocazione di animatore, rendere attenti alle situazioni locali: può attuarsi in quattro momenti: cosa sapere - come viviamo noi - come presentarlo - come farlo vivere;
• incontro organizzativo a soggetto libero per rivedere la situazione, creare quel tanto di coesione necessaria al gruppo, programmare iniziative comuni ai gruppi, ecc...

11. Infine, non potendo agire bene sul ragazzo e conoscerlo concretamente se non si conosce la famiglia e per non rischiare di vedere distrutto il nostro lavoro da un ambiente familiare disinteressato, bisogna curare, con meticolosità, l'incontro con le famiglie che saranno visitate il più sovente possibile, sia che i ragazzi vengano agli incontri sia che non vengano, per realizzare l'impegno apostolico di andarli a cercare dove sono.

12. In conclusione dunque: tenute presenti le premesse di impegno, comunità, testimonianza, evangelizzazione, concretezza, ci pare che il lavoro dei responsabili consista in:
• incontro settimanale e vita di gruppo dei responsabili;
• incontri e vita di gruppo coi ragazzi (ze);
• visite e incontri periodici con le famiglie;
• ricerca personale dei ragazzi (amicizia ragazzi-educatore).

VERIFICA DELL'ESPERIENZA

Il tempo forte dell'esperienza: la riunione

L'azione evangelizzatrice dei preadolescenti o la loro «animazione cristiana», come si è preferito chiamarla, dopo lo studio della nostra monografia sull'argomento, prevedeva un tempo forte, ogni settimana, rappresentato da un incontro-riunione, e una serie di momenti di sostegno (il dopo-riunione: gli incontri sporadici durante la settimana, il contatto con i genitori, l'«a tu per tu» di qualche occasione favorevole, le gite domenicali, la «partita al pallone», o cose simili per le ragazze).

La formazione del gruppo 

Per impostare gli incontri formativi secondo le linee programmatiche, era necessario raggiungere un certo affiatamento tra i ragazzi componenti il gruppo.
I vari «gruppi» non sono stati prefabbricati: esistevano già (amici di scuola, di caseggiato). Ma molto spesso erano veramente informi e privi di quel minimo di coesione che permettesse un lavoro fruttuoso. È stato osservato che:
 spesso, nei primi momenti, si «parlava» difficilmente assieme: ciascuno aveva quasi una maschera addosso (è l'impressione di una ragazza di terza media): i modi di fare, le battute che si dicevano, la scelta stessa degli argomenti su cui riflettere, era poco spontanea. Sembrava quasi... di essere a scuola. Anche l'animatore era considerato come il tutore dell'ordine.
• Qualche volta l'indisciplina regnava sovrana. Mancando uno spirito di gruppo, era totalmente assente anche l'interesse.
• I gruppi, pur essendo molto ristretti (una decina di elementi al massimo) erano spesso divisi in sottogruppi: i due o tre amici, collegati tra di loro e in attrito con gli altri. Da qui, litigi a non finire, emarginazioni nei lavori comuni, forte antagonismo.
Per questo, i primi tempi dell'esperienza sono stati dedicati soprattutto alla formazione del gruppo. Mezzi, semplici ma efficaci:
– il gioco,
– qualche gita,
– la ricerca di alcuni temi veramente interessanti per tutti,
– la moltiplicazione di momenti di «lavoro»: cartelloni, disegni, montaggi, lavori di cucito e di ricamo per le ragazze.
Tutti hanno costatato che la coesione di gruppo ha permesso in seguito un ottimo lavoro. Molti ragazzi hanno veramente scoperto l'altro, l'amico; hanno imparato a conoscersi e a collaborare. E questo è traboccato nel resto della vita, come era logico. In classe, qualche insegnante ha notato una decisa maturazione al riguardo; molti genitori sono venuti in parrocchia... a ringraziare.

I «temi» delle riunioni 

La strada più battuta è stata la riflessione sulle esperienze quotidiane più significative o su alcuni argomenti di cronaca, particolarmente sentiti. All'interno di questi, si è cercato di inserire una esplicita proposta di fede, soprattutto cercando di condurre la riflessione fino a quei livelli di concretezza e profondità in cui fosse possibile valutarla «cristianamente».
Generalmente, il «discorso di fede» si è limitato a questo. E non sarebbe poco. Anzi. Il guaio è... che è tutt'altro che facile!
I giovani animatori hanno sottolineato la difficoltà:
• di affrontare temi esplicitamente religiosi: si è notato il salto di interesse e la passività, quando, per esempio in preparazione al natale, si è voluto parlare del senso cristiano della festa;
• ma anche di «andare a fondo» delle esperienze, proprio per fare un discorso di fede: l'attenzione e la partecipazione accesa, che caratterizzava la discussione sul tema prescelto, entrava in cortocircuito appena si cercava l'innesto.
Negli incontri preparatori (il gruppo degli animatori) si è discusso a lungo sul problema. Si era concordi nell'affermare la necessità di trattare argomenti di interesse immediato, lasciando i temi direttamente
«religiosi»; ma era pure sentito il disagio di sminuire il valore dell'esperienza, per una mancanza di profondità nel momento della riflessione. Molto spesso si è riconosciuta come causa di questo grippaggio la propria incapacità; per troppo tempo la fede è stata presentata disintegrata dalla vita...: è difficile superare il salto. Lo si scopre quando si deve comunicare agli altri.
Per rimediare, sono stati programmati momenti di studio e di revisione, quasi a livello tecnico, utilizzando come strumento-base il «Catechismo Olandese», che offre indicazioni molto riuscite di innesto tra esperienza e fede. Inoltre, gli incontri formativi sono stati condotti secondo il metodo della «revisione di vita», per auto-costruirsi una vera «mentalità di fede».
A titolo di cronaca, elenchiamo i «temi» delle riunioni che hanno destato maggior interesse:
– amicizia
– rapporto ragazzi/ragazze
– problemi di maturazione ed educazione sessuale
– il rapporto con i genitori
– il significato della scuola
– film, fumetti, giornali
– la preghiera
– il senso della vita
– il «domani»
– problemi di attualità (la mafia, processo di Burgos...).

Il dopo-riunione 

Ogni riunione era «appoggiata» da un dopo-riunione: un lungo tempo di gioco fatto assieme, immediatamente dopo la riunione, e, in alcune circostanze, altri incontri infrasettimanali.
Un gruppo ha sentito il bisogno di esprimersi, attraverso un giornalino ciclostilato. La sua realizzazione favorisce un continuo rapporto tra ragazzi e l'animatore e quindi un notevole affiatamento. Interessante è pure l'opportunità che esso offre ai ragazzi di esprimere a parole e di comunicare agli altri i temi su cui hanno riflettuto.
Tutti i giovani hanno concordemente sottolineato la funzionalità di questi momenti di incontro, meno formalizzati di quelli della «riunione ufficiale» e quindi veramente provvidenziali per una educazione alla socializzazione. I vantaggi si riversavano immediatamente anche nel momento forte dell'incontro.

Un elenco di difficoltà 

I giovani sono spontaneamente molto critici: con se stessi e con gli altri. Quando si è chiesto loro di elencare le difficoltà più grosse incontrate nella realizzazione dell'esperienza, ne è saltata fuori una rassegna a non finire.
Ne trascriviamo alcune per... consolare tutti coloro che come loro tentano un tipo di catechesi del genere e soprattutto per fornire un quadro su cui concentrare l'attenzione. Alcune di queste difficoltà sono forse insormontabili, perché dipendono dalla psicologia stessa del preadolescente. I giovani che le hanno elencate utilizzavano come parametro la loro sensibilità. Ecco l'elenco:

• far parlare nei momenti di riunione: per molti ragazzi... un monosillabo è già un lungo discorso!
• restare in argomento: è facile scivolare. Una battuta ne richiama un'altra e così si parte per la tangente;
• giungere a qualche conclusione, per non lasciare sempre tutto in aria o a livello di suggestione inconcludente;
• trovare temi e argomenti con una certa continuità, per non sfarfalleggiare troppo (d'altra parte, una certa alogicità è caratteristica del preadolescente);
• inserire un discorso di fede, una valutazione cristiana, dentro l'esperienza analizzata, senza cadere nella «predica» o nella «morale» dal pulpito: è forse il punto più cruciale;
• aiutare i ragazzi a prendere coscienza, anche se embrionalmente, dei problemi che stanno vivendo e non riescono ad esprimere. Molte volte è capitato che un argomento proposto all'inizio ha lasciato annoiati i ragazzi. Dopo poco, molti hanno scoperto che era interessante, perché era «loro»;
• far continuare la riunione durante la settimana, riprendendo gli argomenti in famiglia, nella liturgia della comunità parrocchiale, nelle conversazioni tra amici...;
• creare un clima di gruppo;
• e per gli animatori: non riversare i propri problemi sui ragazzi o leggere le loro esperienze secondo l'angolo visuale di un giovane di 18 anni.

Il contatto con i genitori

Molto presto è stata avvertita l'urgenza di un collegamento con i genitori dei ragazzi: ogni animatore con i genitori dei ragazzi del proprio gruppo. La validità dell'affermazione delle linee programmatiche è stata verificata immediatamente sul campo.
Ci si è reso cioè conto che il lavoro educativo non è proficuo:
• se non è condotto in continua corresponsabilità con i genitori: non è condiviso da loro, non è programmato univocamente, non è appoggiato dalla loro autorità;
• se i genitori non conoscono a fondo i giovani che lavorano con i loro figliuoli;
• se i giovani non conoscono l'ambiente familiare da cui i ragazzi provengono, la mentalità corrente, gli eventuali condizionamenti, i problemi da cui emergono atteggiamenti «strani», per esempio nel momento della riunione;
• se i genitori non danno prestigio ai giovani animatori, nelle conversazioni familiari.
Con una buona volontà ammirevole, non rotta neppure dalle gravi difficoltà incontrate (disinteresse di alcune famiglie, rifiuto esplicito di altre, leggerezza nell'affrontare i problemi, tempo a non finire da utilizzare a questo proposito...), i giovani si sono rimboccate le maniche per realizzare un contatto con i genitori.
Vari modi sono stati sperimentati utili (alcuni gruppi li hanno realizzati tutti...):
– visita in famiglia, soprattutto nel pomeriggio, e lunghe chiacchierate con le mamme;
– incontro dei genitori dei ragazzi, invitati nella sede delle riunioni;
– gita in comune: genitori e ragazzi;
– incontri triangolari su alcuni temi: genitori, figliuoli, animatore;
– il giornalino o la circolare.

Il gruppo degli animatori

Ogni settimana, in preparazione alla riunione con i ragazzi, è stato realizzato un incontro di tutti gli animatori.
A questo era sempre presente il sacerdote responsabile: praticamente la riunione girava attorno alla sua persona. Da questo incontro (appoggiato da molti «a tu per tu» personali) i giovani innestavano la sua presenza nei vari gruppi.
Gli scopi, programmati e realizzati, erano soprattutto due:

• Momento formativo: i giovani messi a contatto con i preadolescenti, hanno avvertito accesa l'urgenza di una formazione cristiana più intensa. Le «confessioni» riportate più sotto lo confermano. Da qui, il bisogno di un momento in cui coltivare questa maturazione, con assoluta priorità. Largo spazio è stato dato alla revisione di vita, sentita veramente efficace per una integrazione tra fede e vita, per ritrovare cioè la presenza di Dio in azione e la sua vocazione, all'interno del quotidiano.

• Momento tecnico: una parte dell'incontro era sempre dedicata a rivedere le esperienze della settimana precedente, a programmare temi e attività, ad approfondire assieme alcune linee da presentare poi ai ragazzi.
Un interesse notevole, a questo proposito, è stato riservato ad una serie di conversazioni sulla psicologia della preadolescenza e sulla metodologia del lavoro in gruppo.
Tra l'altro, l'incontro preparatorio degli animatori ha creato in essi uno spirito «comunitario» anche nell'attività con i ragazzi. Ogni gruppo aveva solo un paio di animatori. Ma essi, generalmente, agivano molto collegialmente: quasi una «comunità giovanile» a contatto con i preadolescenti della parrocchia, anche se il raccordo diretto era mediato da alcuni soltanto. Questo atteggiamento collettivo è stato oggetto di una cura speciale nel momento di mettere in cantiere alcuni temi particolari ed una serie di iniziative pratiche.

L'esperienza ha maturato gli animatori?

È interessante verificare il riflesso dell'esperienza sui giovani animatori. Tutti hanno scoperto che... i primi a guadagnarci sono stati loro. Si sono trovati diversi. Costretti a vivere in un certo modo, per poter testimoniare prima di parlare. E costretti ad approfondire i contenuti della fede, per non restare a bocca chiusa di fronte al martellamento degli interrogativi dei ragazzi.
Per non sciupare una rassegna così spontanea, preferiamo riferire la viva voce degli interessati, invece di condensare in affermazioni più organiche, come è stato fatto per i capitoli precedenti.
Le battute che seguono sono la trascrizione dal magnetofono delle loro impressioni e confidenze.

DINO – La mia attività con i preadolescenti non è stato un divertimento. Ho cercato di prenderla sul serio, proprio perché ho scoperto che si trattava di un mio dovere. Il rapporto con i ragazzi ha creato in me l'esigenza di conoscere di più il loro ambiente, la loro vita, il loro mondo e la mia fede: ho dovuto scoprire di più Cristo, per comunicarlo a loro.
Certo non è stato facile. Costava dedicare il poco tempo libero ai ragazzi, vivere con loro, andare a spasso, la domenica, con loro.

GIANALBINO  Ho cercato di dare sempre qualcosa di valido ai ragazzi, presentando ogni cosa come una proposta: la «mia» proposta come una cosa che può valere. Ma questo mi ha preso. Sono partito con grosse
idee, pensando che il lavoro con i ragazzi fosse facile. Ma presto ho scoperto di essere un «dilettante». E quindi ho dovuto sgobbare a fondo, in tutto. Soprattutto mi sono preoccupato di non riversare sui ragazzi la mia problematica.
Questa esigenza di qualificare il mio servizio con i ragazzi mi ha spinto a documentarmi di più, a vivere sempre più con loro la loro stessa quotidiana esperienza. Ho cercato di non considerare i ragazzi come una parentesi o come un hobby. Ma mi è costato, perché ho dovuto rinunciare spesso alla «mia vita privata».

ROSANNA  Riflettendo oggi sulla mia esperienza, avverto che essa non è ancora entrata a fondo dentro di me. Questo mio «lavoro» (lo chiamo così...) non è diventato un tutto dentro la mia vita. E ciò ha sminuito l'influsso di maturazione nei confronti delle ragazze e nei confronti di me stessa.
Ora avverto forte una esigenza di rivedere tutto: il metodo, il significato della mia presenza con le ragazze, il ruolo della mia fede.

PAOLA - Ho vissuto l'esperienza in modi diversi: all'inizio della mia attività e ora... Sono partita con un sacco di entusiasmo: fare tutto quello che potevo, dare tutto. Ma era una cosa un po' superficiale, la facevo e basta.
Andando avanti, con il tempo, la cosa è cambiata: le ragazze mi hanno preso. L'incontro del sabato non è una parentesi: tutt'altro.
Ora è diverso. È difficile dire perché e come. È diverso. E basta. L'esperienza mi ha maggiormente responsabilizzata: mi ha fatto scoprire un ruolo importante, per gli altri.
E contemporaneamente mi ha indotto l'esigenza di chiarirmi di più le idee, di darmi da fare di più: dovevo portare alle ragazze qualcosa di sicuro, di bello, di mio e non potevo inventarlo!

LINO  Sono partito pensando di vivere la solita esperienza del catechismo, come gli anni precedenti. E così, nonostante che il tipo di gruppo fosse ben diverso dalla classe di catechismo, io non ho fatto nulla di nuovo: sono andato avanti, nei primi mesi con il metodo solito.
Ma presto mi sono accorto che era difficile mantenere il passo. Allora ho dovuto cambiare. Ho cercato di capire la nuova esperienza, di entrarci. Ora il grupo c'è e funziona bene. La mia presenza è un vero impegno concreto, deciso.

CLAUDIO  Io sono partito con obiettivi ben chiari. Meglio: all'inizio avevo le idee molto confuse. Poi, poco per volta, mi si sono schiarite le idee, grazie agli incontri preparatori. E così mí sono fatto un elenco di obiettivi da raggiungere. Forse sono un po' troppi. Tant'è che mi pare se ne siano realizzati pochi o in piccola misura...
Li sintetizzo così: primo, portare i ragazzi ad una vita cristiana, in cui avesse un posto preciso la loro vita quotidiana; secondo, rendere attuale per me e per loro il vangelo; terzo, educarci ad una responsabilità reciproca, soprattutto attraverso una forte esperienza di vita di gruppo e il contatto con i genitori; quarto, educare i ragazzi a decidere «da soli», e non essere cioè condizionati dall'ambiente, dagli amici, dalla combriccola.
Un'altra cosa vorrei aggiungere.
All'inizio, forse perché non avevo ben chiaro il lavoro da svolgere, tutto mi sembrava semplice, facile. Una cosa nuova: uno si butta a pesce. Ma presto mi sono accorto che era difficile mantenere il passo. Anche perché ci si rompeva la testa a preparare qualcosa e bastava un nulla a mandare in fumo tutto. E questo è duro! C'è stato un certo punto che volevo piantare tutto.
Il complicato non è l'incontro con i ragazzi, nella riunione. Ma tutto il resto: visite alle famiglie, preparazione, interessamento dei ragazzi, dover raccontare sempre la tua storia e quindi fare in modo che la tua storia sia raccontabile...

LAURA  All'inizio le ragazze mi hanno accettato come una «professoressa». Mi chiamavano: professoressa! E quindi c'era un gran distacco.
Adesso sono ben accetta: faccio parte del gruppo e della loro vita.
Quando hanno dei problemi vengono a trovarmi. Quando fanno delle feste mi invitano... È chiaro: non tutte. Ma buona parte!
Ho cercato di mettercela tutta, in questa esperienza. Venivo da un momento un po' nero. Quando mi hanno proposto questa attività... ho detto di sì, subito.
Ma, presto, ho scoperto che si trattava di una cosa ben diversa di come l'avevo pensata all'inizio io. Il primo incontro mi ha schiarito le idee, di colpo. L'esperienza mi ha maturato parecchio. Ho scoperto che anche
le ragazze... sono delle persone. Alla mia età si guardano volentieri dall'alto in basso... Non si pensa che anche loro abbiano dei problemi!
Soprattutto mi ha spinto ad approfondire la mia fede: come conoscenza e come vita. Ho sentito il bisogno di capirci di più e di vivere con più intensità.

ANTONIO  Gli interrogativi che i ragazzi mi pongono, a parole e con la loro vita, mi costringono a ripensare continuamente la mia presa di posizione personale nei confronti della mia fede.
Non posso dare una risposta a domande come: «credi di realizzare il senso della tua vita?» o «per te, chi è Cristo?» o «perché vieni con noi, al sabato?»... con delle battute stereotipate, imparate dai libri. Occorre mettere in causa la propria vita.
E stata una delle esigenze più importanti che i ragazzi mi hanno trasmesso. Ho toccato con mano che non basta solo conoscere bene le cose ma è necessario coinvolgere la mia vita: perché le risposte non siano originate da una riflessione di mezz'ora, ma provengano direttamente dalla mia vita.
E tutto ciò, masticato secondo la capacità dei ragazzi. Ho sentito il bisogno di entrare nei loro panni. Per sentire i problemi con la loro testa e poi farli rimbalzare dentro di me.

ANDREA  Generalmente ho valutato la mia presenza con i ragazzi, in base a quello che ricevevo da loro. Se dopo la riunione mi pareva di non aver nulla in più, di essere come prima, mi dicevo: non hai dato nulla.
E quindi sentivo il bisogno di cambiare, per poter dare davvero qualcosa di me.

DELFINO  All'inizio ho fatto poco per animare le riunioni. Ho visto che c'era un altro. E lasciavo volentieri fare tutto a lui. Anche se le cose non andavano bene, non riuscivo (meglio, non volevo) farci nulla per cambiare.
Ma poi ho fatto una scelta: dedicarmi ai ragazzi era una cosa seria.
O mi buttavo dentro oppure rinunciavo. Per coerenza.
E mi sono buttato. Ora sono contento.

Un consiglio agli amici

Prima di concludere la revisione comunitaria dell'esperienza, è stato chiesto, a bruciapelo, ai giovani animatori di regalare ai lettori della Rivista un consiglio che nascesse dalla riflessione condotta su una attività che li ha coinvolti.
Non si tratta di consigli tecnici. La monografia sull'argomento ne era densa. Ma di voci vive. Voci di gente che ha gioito e ha sofferto: che è stata dentro. E quindi ha le carte in regola per parlare.

LAURA – Un consiglio? Non lasciarsi scoraggiare mai dai fallimenti. In un anno di attività di buchi... se ne fanno un sacco. È troppo facile lasciarsi andare: non ci riesco più e chiudo.
Io ho fatto molti fallimenti. Ma poi ci sono riuscita. Bisogna tener duro. I ragazzi hanno bisogno di qualcuno che loro dia una mano. Non possiamo tirarci indietro, né quando é duro, né quando sembra che non ci si riesca.
In altre parole, prima di partire pensare davvero a quello che si fa. Non è un'avventura, come tutte le altre.
La scelta d'inizio si realizza attraverso le piccole scelte di tutti i giorni. Prepararsi prima dell'incontro, vuol dire credere alla scelta fatta all'inizio. Essere tanto sensibili da entrare nel mondo di ogni ragazza (ed è difficile!), vuol dire credere alla scelta fatta all'inizio.

GIANALBINO  Io direi di non mettersi in questa attività per hobby. Fare un lavoro... per mestiere.
O questa esperienza ha come unica caratteristica il servizio o è un fallimento. Non è questione di fare qualcosa ma di voler bene e di cercare di essere. Quindi c'è di mezzo la vita: non una attività.
Ancora: stare con i ragazzi. Vivere con loro una esperienza. E non con l'aria di sufficienza del «maestro»: di colui che va per comunicare. Si va per cercare con loro, entrando con la mia vita nella loro.

ROSANNA  È necessario partire con le idee chiare: prima di iniziare avere in testa bene gli obiettivi. Si andranno chiarendo strada facendo. Ma non si può partire da zero.
La confusione, il non saper più da che parte girarsi... è un gran disastro.

CLAUDIO  Voglio aggiungere una cosa. Fare l'animatore dei preadolescenti è un problema di fede. Un crollo della mia fede, durante l'attività, produce disastri tra i ragazzi: s'accorgono subito se faccio del cine o ci credo!
necessario credere in certi valori ed averli ben chiari: si approfondiranno, si vivrà di più... in seguito. Ma mai si improvvisa.

ANTONIO – È necessario considerare i ragazzi non dei giocattoli o dei recipienti vuoti da colmare. Sono delle persone, in crescita fin che si vuole: ma delle persone.
Voglio ripetere quello che è stato detto: non scaricare mai, nei momenti di preghiera, di riunione, di incontro, le nostre problematiche sopra di loro. È un errore che ho commesso tante volte anch'io. Ma è un vero grave errore. Non è falsarci, voler apparire diversi. Tutt'altro.
Quando si inventa la storia da raccontare... si butta il tempo. Essere sinceri non vuol dire però riempire i ragazzi dei nostri problemi. Quelli risolviamoli tra di noi!

PAOLA – Per essere un buon animatore bisogna diventare un buon amico. Non possiamo pretendere che siano le ragazze o i ragazzi a prendere l'iniziativa. Se io aspetto che le ragazze vengano da me... forse dovrò aspettare un sacco di tempo.
Devo incominciare io: a farmi conoscere, a voler loro bene, a fare qualcosa di concreto per loro, ad incontrarle.
Allora l'amicizia nasce. E nasce lo spazio per fare davvero bene il nostro compito di animatori.