Atteggiamenti dei giovani italiani nell'impegno politico

Inserito in NPG annata 1971.


(NPG 1971-11-44)

 

«Note di Pastorale Giovanile», dalle sue pagine, sta da tempo ritmando un ritornello: non è possibile programmare nessun intervento educativo-pastorale, senza prima avere con sicurezza il polso della situazione in questione.
L'annotazione, riletta all'interno del discorso sull'impegno politico dei giovani, significa l'impossibilità di pensare a linee di intervento educativo, per convogliare la accesa disponibilità giovanile in questo settore, se non dopo avere esaminato con attenzione le loro attuali spontanee tendenze.
Dove vanno i giovani, in campo politico? Quali sono i loro atteggiamenti più caratteristici e le scelte più qualificanti?
La risposta a questi interrogativi è pregiudiziale a tutto l'impianto.
Per questo, dopo aver spinto a fondo l'urgenza di rimboccarsi le maniche, sentendoci, noi educatori, direttamente coinvolti nella essenzialità della nostra funzione, è necessario rilevare le “ situazioni di fatto», prima di procedere.
Lo si può fare in tanti modi.
• Attraverso l'intuizione e l'esperienza personale. È la strada più facile. Ma la meno sicura. Perché densa del pericolo di slittamento verso una percezione, filtrata dai propri quadri mentali.
• Attraverso una ricerca empirica.
Ne esistono già di molto interessanti, anche se di parziale campionatura (per non citare che qualche esempio, tra i classici: Rusconi, «Giovani e secolarizzazione», Vallecchi; «Questi i giovan»i, inchiesta Shell 9; Testa, «Giovani '70, Apes»; e numerosissimi articoli di riviste specializzate, cfr. per esempio, «Testimonianze», 134, pag. 294-320).
• Abbiamo scelto una strada intermedia: la somma di intuizioni, di esperienze, di rilevamenti sociologici.
La redazione della Rivista ha intervistato un gruppo di esperti (persone che sono «dentro» il fatto politico, a vari titoli).
Le loro affermazioni sono state montate in una ideale «tavola rotonda», collegando per argomenti gli spezzoni dei vari interventi.
Da una lettura anche affrettata dell'elaborato è facile ritrovare la confluenza di sensibilità diverse: il sociologo parte da un'analisi fredda dei fatti mentre il giornalista si ritrova, per vocazione, più facilmente in empatia con il mondo che analizza; il politico vede i problemi dall'angolo ottico della istituzione.
Negli interventi molti elementi sono comuni; altre voci sono più o meno discordanti; qualche tema è appena sfiorato, altri invece sono approfonditi fino ai dettagli.
La sintesi e la «scelta» è affidata al singolo lettore. Anche perché, come sempre, qui si fa un discorso «da media»: quindi inadatto a decifrare le singole situazioni locali, se non in quanto fornisce alcune sicure chiavi di lettura. Per dare una mano nell'elencare queste «chiavi di lettura», al termine della tavola rotonda, offriamo alcune linee di sintesi, maturate in gruppo di redazione. Si tratta di:
• un elenco di elementi «costanti», quasi una filigrana degli interventi dei 6 esperti;
• un elenco di problemi, di ordine soprattutto educativo-pastorale, così come emergono dall'analisi degli atteggiamenti giovanili in campo di impegno politico. Il tentativo di individuare le relative linee di azione è rimandato allo studio che seguirà nel prossimo numero.

La trafila che abbiamo utilizzato è già una chiara proposta di metodo di lavoro, anche a livello locale.
Il singolo operatore pastorale deve vagliare e confrontare le sue intuizioni, legate alla esperienza concreta che vive, con il parere di «esperti».e
Da qui, l'esigenza della ricerca, del colloquio, dell'incontro personale, con queste persone competenti.
I dati che emergono vanno ripresi in uno studio attento, scientifico di ricerche empiriche serie. (Cfr. la bibliografia indicata sopra).

 

LA TAVOLA ROTONDA 

Gli intervistati sono:
GUIDO BODRATO, presidente I.R.E.S., deputato al Parlamento
BEPPE DEL COLLE, giornalista, corrispondente politico de «Il nostro tempo»
LUCIANO GALLINO, professore di sociologia presso l'Università di Torino
VITTORIO MORERO, saggista, insegnante presso un liceo statale, autore, tra l'altro, dello studio sociologico «Giovani così»

GIAMPAOLO REDIGOLO, giornalista, redattore politico di «Dimensioni oggi»
ANTONIO SCAGLIA, professore di sociologia presso l'Università di Trento

ATTEGGIAMENTI DEI GIOVANI
NEI CONFRONTI DELL'IMPEGNO POLITICO

Da molte parti si afferma che i giovani, oggi, hanno scoperto la politica. Molto spesso è una scoperta che non passa lungo le strade tradizionali.
Vorremmo tentare di identificare gli atteggiamenti che caratterizzano l'impegno politico dei giovani. Chiaramente sarà un discorso generico e parziale; perché ci muoviamo in una realtà che è «tutta in movimento».
C'è un'altra precisazione da fare: non tutti i giovani hanno fatto questa «scelta»: per molti il disimpegno è ancora... il cavallo di battaglia.
Tenendo conto di queste due annotazioni, ecco allora la prima domanda: come è possibile caratterizzare l'impegno politico dei giovani, oggi?

MORERO – I giovani hanno fatto una scoperta che per noi adulti è nuova. Hanno scoperto che è prioritario il termine «sociale» rispetto al termine «politico».
Essi non hanno il terrore delle istituzioni: anzi, magari inconsapevolmente, le cercano, le creano, provvisorie, rapidissime fin che si vuole. Le rifiutano in quanto non trovano in esse un sustrato sociale, perché le avvertono finalizzate eminentemente ad una funzione economica o di preparazione a certi ruoli di tipo economico.
Dentro questa affermazione globale, mi sembra sia possibile ritrovare una triplice categoria di giovani.
Ci sono dei giovani che non accettano il sistema, rifiutano le istituzioni perché non sociali. Ma non fanno null'altro. Sono distratti da tutto; vivono alla giornata. Qualche volta alzano la voce, ma non hanno una ideologia politica, né la cercano. Però non sono nel sistema: sono contestatori negativi.
Ad ottobre sono presenti in massa nelle manifestazioni; ma quando la presa di posizione deve tradursi in un alternativa politica, nei collettivi, nelle assemblee, non sono più in grado di essere presenti, perché non hanno nulla da dire.
Da ottobre a gennaio, fanno la rivoluzione; da gennaio a marzo vivono da isolati; da aprile a giugno fanno l'amore. Si tratta di una fetta di giovani molto nutrita. E quindi molto pericolosa, perché domani potranno essere utilizzati da tutti. È una massa da manovra!
Seconda categoria di giovani: coloro che rifiutano una politica di strutture partitiche o di movimenti istituzionalizzati e si dedicano soprattutto alla attività immediatamente sociale (terzo mondo, poveri, campi di lavoro). Essi affermano che oggi è importante soprattutto dare una testimonianza sociale. Impegnatissimi nella attività caritativo-sociale, sono un po' deboli quando bisogna prendere posizioni politiche. Non «sentono» di essere marxisti, perché il marxismo è troppo globale per loro, si presenta ancora come una metafisica ed una religione: lo rifiutano. Ma non sanno dove ancorarsi e navigano nel vago...
E infine, la terza categoria di giovani, formata da coloro che, partiti dal sociale, hanno trovato un sistema abbastanza comodo in determinati settori delle forze extra-parlamentari. Sono degli attivisti. Ma, oggi soprattutto, sono in stato di sofferenza per una incapacità di concretezza. Hanno scoperto la politica; ma la loro politica è nuovamente staccata dal sociale: sono pochi, non riescono a comunicare, non riescono ad entrare nel mondo operaio, non riescono a sensibilizzare la massa studentesca, vivono di analisi... Fiancheggiano i sindacati, denunciano, prendono posizioni e sono disponibili ad inserirsi in tutti i momenti caldi.

BODRATO – Mi sembra importante introdurmi con una considerazione. Per quanto negli ultimi anni ci sia stato un allargamento della parte dei giovani che si interessa di politica, adoperando questo termine nel suo rilievo più generico e generale, con molta probabilità essi rappresentano ancora una minoranza.
Credo che, nei giovani, di fronte al problema della politica si sia rovesciato soltanto formalmente un atteggiamento che era tipico dei giovani di una decina di anni fa. Mi spiego. Quando, negli anni attorno al 50-55 si era determinata una crisi abbastanza profonda nel rapporto «giovani-politica», particolarmente nel mondo cattolico, uno degli slogans che sintetizzava l'atteggiamento nuovo dei giovani era: «la politica non è tutto». C'era, sotto questa battuta, il tentativo di riscoprire quegli spazi della cosiddetta «società civile» che erano stati dimenticati nel momento dell'impegno politico più chiuso, più formalmente qualificato ed etichettato. Ci si rendeva conto che, senza un recupero di questi spazi, non si sarebbe cambiata la società: ci si era resi conto cioè che, per cambiare profondamente la società, non era sufficiente, e forse non era nemmeno possibile, operare strettamente a livello politico-partitico o istituzionale, se, a monte di ciò, non c'era una spinta di ordine culturale, usando la parola cultura nel suo valore meno intellettualistico e più generale. Un impegno culturale che reggesse queste trasformazioni.
Questo atteggiamento è proprio anche dei movimenti più recenti – del 68-70, per intenderci – che usano una forma diversa di enunciato, affermando che «la politica è tutto». Sostanzialmente intendono dire la stessa cosa. Si tenta di recuperare alla politica tutti gli altri fenomeni e di recuperarli in questo modo, scavalcando i limiti, le fratture, le divisioni, le interpretazioni che sono date invece dagli organismi tradizionali, dalle strutture, dalle istituzioni, dall'autorità così come si è costituita, anche dai movimenti di opposizione, così come oggi esistono.
A mio parere, in sintesi, sono ritrovabili queste due costanti nell'azione dei giovani: una polemica esplicita o implicita verso le istituzioni e verso ciò che in esse si è sedimentato; e il tentativo di recuperare quei valori che si considerano più genuini, un po' emarginati dal peso di altri fattori e di altri valori. Vorrei aggiungere subito che si tratta di un atteggiamento ambiguo, nel senso che può effettivamente portare ad un recupero, con coscienza storica e quindi con coscienza critica, di valori emarginati dal prevalere di altri valori o non-valori; ma può portare ad un atteggiamento rinunciatario o confuso, che non nasce da una coscienza della realtà storica, ma che indica una condizione di debolezza.
Un'altra cosa vorrei aggiungere.
Si ha l'impressione che i giovani preferiscano un processo di tipo «ascendente»: una ricostruzione di realtà più particolari, più definibili, più controllabili, in cui l'impegno sia subito verificabile, per giungere ad un discorso più generale. Però, forse, con un elemento di contraddizione: i tentativi di muovere dal basso (ad esempio, l'atteggiamento spontaneistico che ne era un riflesso, dal punto di vista del metodo) si sono troppo presto incrociati con dottrine. I movimenti dei giovani hanno preteso di elaborare una propria esperienza, ma, soprattutto in questi ultimi anni, c'è stato un recupero massiccio e sovrabbondante di una letteratura, di un linguaggio, di formule e di esperienze molto lontane. Si è usato il passato remoto contro il presente, o contro il passato prossimo. C'è stato cioè un collegamento con fenomeni molto lontani, con analogie non sempre corrette. In questo atteggiamento è emersa l'incapacità di restare uniti: ricorrendo a dottrine, a ipotesi del passato, i vari movimenti si sono divisi, perché ognuno ha trovato quella ideologia che considerava più affine e più giusta.

REDIGOLO – Un primo elemento che caratterizza l'impegno politico giovanile è l'eguaglianza che i giovani stabiliscono tra la componente politica e quella sociale. La definizione di politica che i giovani danno è una definizione «sociale». Cerco di spiegarmi.
Il grosso di queste esperienze politiche giovanili parte da problemi contingenti di carattere sociale: la scuola, l'emarginazione, l'ospedale, la fabbrica stessa intesa come luogo in cui avvengono determinati rapporti sociali. A partire da queste situazioni essi hanno elaborato una meditazione che li ha portati ad uno sbocco di carattere tipicamente politico. Per loro, quindi, la politica non è più una questione di strutture partitiche, di strutture statali: non una questione di vertici, ma di base.
Un secondo elemento è la riscoperta delle strutture di base come strutture qualificanti, le cellule prime dell'impegno politico. Sarà il gruppo politico di base o il Comitato Unitario di Base, o i comitati di quartiere. Tutto questo, forse, al di là di essere una scelta politica precisa, può essere un compenso psicologico: il giovane intuisce il carattere globale della politica, intuisce il carattere globale dei problemi; ma ritrova se stesso all'interno di settori molto più ristretti, molto più limitati. Egli capisce che da una parte è necessario costruire un'alternativa radicale al sistema, ma, nello stesso tempo, impossibilitato ad agire a livello globale, si ritrova a suo agio nei momenti settoriali. Si tratta però di momenti settoriali, fino ad un certo punto!
Nei momenti di quartiere, di comitato di base, si fanno generalmente dei discorsi di politica generale, dato che si vuole costruire una politica globale che nasca però dal tessuto connettivo della base.
Praticamente si parte dai problemi locali, dalla fabbrica, per esempio, identificata come uno dei momenti privilegiati del capitalismo, dalla scuola analizzata come il luogo in cui si coltivano queste tendenze, si fa azione politica in questi determinati spazi, ma con un chiaro progetto allargato, sul respiro di tutta la società.

GALLINO – Parlo soprattutto della mia esperienza. Gli atteggiamenti degli universitari, in genere, sono abbastanza noti. Sono caratterizzati da una notevole diffidenza, da un rigetto, nei confronti della maggior parte, per non dire della totalità, della organizzazione politica: una diffidenza radicale, una valutazione negativa di quasi tutti i partiti politici, inclusi quelli di estrema sinistra.
A quali modelli danno fiducia, i giovani universitari? È difficile dirlo. Oggi, come dieci anni fa, c'è una massa di studenti il cui atteggiamento è difficilmente valutabile, al di fuori delle manifestazioni più ovvie, plateali. Prendo in attenzione invece quella minoranza più evidente, più visibile, formata da coloro che parlano di più e sanno parlare di più e meglio attorno alla politica, alla situazione politica, alle loro convinzioni. In questa minoranza è abbastanza evidente la caduta drastica, verticale del modello sovietico cui fa riscontro una certa speranza e fiducia verso il modello cinese, favorita dal fatto che della Cina si sa abbastanza poco...

DEL COLLE – Alla domanda vorrei rispondere distinguendo secondo due punti di vista: «il giovane di fronte alla politica» e «il giovane di fronte alle forze politiche», cioè di fronte ai partiti.
I giovani, oggi, nel fare politica, hanno perso la fiducia nei partiti: essi non sono considerati più come forze mediatrici.
Il giovane salta anche il rapporto con i gruppi locali, per esempio con i comitati di quartiere: non mi pare che i giovani siano molto interessati a questa forma di approccio alla politica. Per coloro che di politica si interessano, la forma di approccio avviene attraverso gruppi dei «due estremi»: l'estrema sinistra e l'estrema destra, vista come reazione alla precedente.
La sfiducia totale nei partiti non è una sfiducia endogena, nata cioè in mezzo ai giovani: è una sfiducia riflessa. La società, in genere, in Italia comincia a rifiutare i partiti, o per lo meno a sentirli non molto credibili. Se da 5 o 6 anni a questa parte le critiche ai partiti si sono fatte più serrate anche sui giornali «borghesi», è evidente che i giovani possono fornire una cassa di risonanza molto più clamorosa a questo fenomeno. Essi non hanno fatto che estremizzare la sfiducia che la società italiana ha nei partiti. Mi pare che si possa affermare, quasi a sintesi, che il rapporto dei giovani con la politica è un rapporto propriamente «agonistico»: i giovani hanno capito che la politica si può farla soltanto rovesciando con la violenza il sistema. Non accettano la mediazione dei partiti, perché è comunque una mediazione riformista.
Con questo atteggiamento voglio caratterizzare la maggioranza dei giovani che si interessa di politica. È una maggioranza... che è minoranza, perché la stragrande parte dei giovani continua a restare abbastanza amorfa e nel migliore dei casi continua ad accettare l'impronta paterna e familiare.

SCAGLIA – La vita politica riscuote tra i giovani un interesse rilevante e dà dei contenuti specifici a molti degli interventi anche violenti nella vita del Paese da parte degli studenti; per questo il grado di indignazione e di passionalità, come reazione di fronte ad avvenimenti politici, ci può dare la misura con cui gli atteggiamenti giovanili concorrono a costruire un insieme di modelli specifici di interesse di fronte alla vita organizzata in generale, in quanto essa si esprime a livello decisionale rappresentativo. Ho fatto un'inchiesta con un campione di giovani (1500 soggetti) del Friuli - Venezia Giulia.
Da molte risposte appare un fatto: in genere sono le categorie inserite in ambienti più vitali del contesto sociale ad assumere atteggiamenti emotivi di fronte a fatti di interesse politico. La forma di vita urbana articolando maggiormente i canali di comunicazione ed acuendo il desiderio di salire nella scala sociale, fa sentire maggiormente anche le contraddizioni insite in un sistema politico spesso solo nominalmente partecipativo.
Gli atteggiamenti assunti dagli intervistati appartenenti ai gradini inferiori della scala socio-professionale lo sottolineano; infatti mostrano una minore reattività la classe agricola, quella non agricola-media inferiore, i disoccupati e le casalinghe, mentre in progressione partecipano gli studenti, la classe non agricola medio-superiore; gli stessi dati risultano dalla analisi dell'estrazione sociale dell'intervistato stesso. La differenza riguardo al sesso si acuisce soprattutto nelle classi superiori, in favore dei maschi. Questi dati servono a mettere in risalto una dialettica nella realtà politica: la presa di coscienza di determinate situazioni abnormi o comunque dell'importanza che assumono decisioni di vertice, mostra di essere percepita in maniera sufficientemente variata a seconda delle diverse situazioni culturali in cui i giovani si trovano a vivere.
I caratteri che contrappongono queste due realtà sono: grado di urbanizzazione, grado d'istruzione, appartenenza a strati socialmente superiori. La costatazione di questo stato di cose se da un lato viene a confortare la presa di coscienza da parte della gioventù di giocare un ruolo suo particolare nella riforma del sistema, d'altra parte mette in crisi il tentativo di una interpretazione populista del cambiamento nel nostro contesto culturale.
A prendere coscienza della differenza di classe, e a provocare le tensioni verso la riforma, sono infatti più le categorie borghesi che non quelle a carattere proletario; la maturazione di una coscienza di classe fra gli studenti urta contro la loro diversa estrazione sociale, contro la diversa incidenza che hanno sull'interiorizzazione di modelli ideali di comportamento a livello di personalità e contro altri fattori come la loro particolare esperienza familiare, associativa e religosa. Questi tentativi di integrazione messi in atto dal sistema possono essere recepiti anche come un tentativo di repressione provocando un istintivo processo di rimozione, che si evidenzia soprattutto nei momenti in cui l'informazione razionalizzatrice sottolinea l'incombere delle ansietà di fronte ad alcune scelte fondamentali: il non poter agire può causare chiaramente delle frustrazioni. L'età evidenzia questa nascente frustrazione: coloro che si appassionano di più appartengono all'arco di età in cui i compromessi con le scelte, che si profilano ormai inevitabili, provocano gli stati ansiosi di chi sente di dover operare delle decisioni fondamentali; esse non saranno facilmente mutabili, mentre invece la società chiaramente sta subendo trasformazioni sempre più veloci.
In altre parole, i giovani italiani, a livello della post-adolescenza, hanno un certo approccio istintivo con la politica. Ma quando hanno coscienza della necessità di assumere ruoli più cruciali, essi devono fare i conti con l'urgenza di un certo adeguamento che essi razionalizzano in un certo modo.
Le organizzazioni partitiche e non partitiche non sono in grado di offrire una espresione vicina a quella «dei gruppi di pressione». Per questo il giovane, nato in una accezione spontaneistica, che ha vissuto una esperienza simile a quella del maggio 68 e ne è stato entusiasta, è costretto ad integrarsi. L'integrazione avviene a scapito dell'equilibrio della personalità.
Il pericolo è più evidente perché i giovani hanno la sensazione che tutti i problemi persino quelli di tipo matrimoniale, economico, scolastico, possono essere risolti solo a livello politico.
Dentro questo fatto, assume rilevanza l'interrogativo: soluzione di tipo verticistico o rapporto più a carattere locale?
Nei tempi passati è stato fortemente accentuato il verticismo di tipo politico. Ma non credo che oggi la direzione si sia completamente rovesciata. L'Italia è un paese di molti campanilismi con fatti veramente estremi di partecipazione giovanile (si pensi a Reggio Calabria) ed espressioni qualunquiste in altri settori: i giovani sembra che non abbiano del tutto rovesciato questo rapporto.
Certamente però il rapporto è diventato diverso, se non nel senso di individuare i problemi locali per arrivare ai principi generali, in una demitizzazione almeno dell'autoritarismo anche politico e intellettuale. Ma non tutto è chiaro, anche in questo campo.
I giovani hanno preso visione di certe situazioni di ingiustizia, ma, per la loro soluzione, tendono ad agganciarsi a ideologie. Il giovane si illude di aver inventato una sua politica, ma questa «invenzione», pensata autonoma, attraverso un processo di trasmissione di idee, di mezzi di comunicazione di massa, non è altro che una nuova manipolazione, dall'esterno. Si pensi, ad esempio, alla scelta di sinistra in ogni settore, alla contestazione come reazione ad ogni offerta culturale. Tutte cose valide. Ma quando diventano «moda», si riducono a mistificazioni del significato politico.
L'uomo fa una fatica immensa, per la pressione stessa della società, a inventare modelli nuovi, a trovare forme personali – spesso non ne ha neppure gli strumenti tecnologici, manovrati come essi sono da chi ha il potere –. E quindi si lascia illudere da un tipo di contestazione di massa e da slogans che hanno contenuto critico. Ma proprio perché slogans, perché diffusi a larghissimo raggio, non sono altro che nuovi strumenti di incapsulamento.

ATTEGGIAMENTO NEI CONFRONTI
DEI PARTITI E DELLE ISTITUZIONI

Molte volte, nel corso di questi interventi, è affiorata la sottolineatura di una diffusa sfiducia giovanile nei confronti delle istituzioni politiche e in modo specifico dei partiti. È un argomento che merita un'attenzione particolare, anche per sfuggire il pericolo del genericismo.
Per questo chiediamo un approfondimento sull'argomento.

SCAGLIA – Recenti ricerche sull'associazionismo hanno evidenziato una crisi di partecipazione dei giovani alle associazioni formali; il significato di questo fatto si dovrebbe riflettere anche sulla libertà per le classi giovanili di conservare una indipendenza di giudizio nei riguardi dei valori e degli strumenti istituzionali impiegati dalla società politica a vari livelli. È tuttavia interessante scoprire le motivazioni di questa astensione giovanile dalla vita dei partiti, individuare l'immagine che loro si sono fatta del partito politico in genere e italiano in particolare. Più in là ancora resta da chiedersi fino a che punto il partito politico può rappresentare un'alternativa realistica di partecipazione per i giovani stessi, dato che attualmente essi rimangono in concreto lo strumento costituzionale e organizzato ai fini di diretta partecipazione politica.
Con questo non si vuole affatto minimizzare il peso che vanno assumendo i gruppi e le pressioni di tipo extraparlamentare. Questo fenomeno, peraltro sempre esistito, con un suo riconoscimento di fatto e di diritto, sembra assumere oggi proporzioni molto rilevanti: indice di una insufficienza del partito a rispondere ad una accresciuta e mobile esigenza di partecipazione.
Se l'atteggiamento dei giovani nei confronti dell'istituzione è oggi chiaramente negativo, le cose sono in movimento: molte istanze stanno rientrando. Prima di esprimere un giudizio definitivo mi pare sia importante vedere dove condurrà la svolta che è in atto oggi.
Ad ogni modo, è importante, sempre, non generalizzare. C'è istituzione e istituzione e ci sono categorie diverse di giovani.
Alcune istituzioni sono decisamente contestate, soprattutto per la loro mancanza di elasticità e per un certo atteggiamento «collaborazionista» con sistemi rifiutati. Di fronte all'istituzione economica, il giovane contesta alcuni aspetti ma non certo la funzionalità economica. Così di fronte all'istituzione giuridica: si rifiutano alcuni aspetti ma si tende a recuperarne altri; anche perché lo jus ha avuto una sua funzionalità internazionale che comincia ad essere condivisa dai simboli che i giovani si erano assunti come modelli. In sintesi, credo che il rapporto giovane-istituzione sia stato un po' esagerato e erroneamente totalizzato. L'affermare il conflitto con l'istituzione simpliciter è ripetere uno stereotipo degli adulti. Anche perché esiste un arco degli atteggiamenti giovanili: a 15 si contesta ciò che a 18 anni, nel momento di una maggior maturità e criticità, non si ha più difficoltà ad accettare.
Il giovane, in ultima analisi, è stato ed è contro una serie di cose che si erano istituzionalizzate, ma che non sono riducibili alla definizione di istituzione: per l'adulto, troppo spesso invece, le due entità coincidevano... I giovani credono nell'istituzione nei termini in cui essa conserva elasticità: non serve la conversione dell'istituzione, ci vuole la conversione permanente, la duttilità: la elasticità.
In una società in cui la partecipazione diventasse la norma (e la partecipazione è la chiave dell'elasticità delle istituzioni) i giovani si ritroverebbero di certo. L'istituzione elastica elimina i conflitti e quindi offre una possibilità di maggior socializzazione.

BODRATO – Mi pare che non ci sia un vero contatto tra giovani e istituzioni, oggi. Ho l'impressione che i giovani polemizzino contro le istituzioni o per certi aspetti negativi che ci sono in esse; o facendo proprie, pur incarnandole in una polemica diversa, le polemiche degli anziani contro le istituzioni. Corrono il grave rischio di accettare come giusta una polemica spesso solo qualunquista. Di fatto, un contatto dei giovani con le istituzioni non c'è.
L'assenza di questo contatto impedisce anche una influenza critica ma costruttiva dei giovani nei confronti delle istituzioni.
I tentativi fatti finora – per la verità, molto timidi – sono stati interpretati a volte come strumenti per attutire l'urto dei giovani contro la realtà e quindi sono stati interpretati come tentativi di integrazione.
È mancato anche il contatto tra i partiti, come momento, anche se giuridicamente particolare, di incontro tra le istituzioni e le nuove generazioni. Basta vedere la caduta di iscritti «giovani» ai vari partiti: a tutti, a quelli di maggioranza a quelli dell'opposizione.
Vorrei aggiungere una mia impressione: nell'ultimo anno gli elementi di frizione, che erano diventati altissimi, si sono in qualche misura attenuati. In parte perché certe speranze dei movimenti giovanili si sono trasformate in delusioni; in parte anche perché le forze politiche e le istituzioni si sono rese conto della loro responsabilità di fronte a questa assenza di dialogo e hanno incominciato a cercare riparo a questo vuoto.

Le pare, on. Bodrato, che questa mancanza di impatto tra giovani e istituzioni dipenda da difetti delle istituzioni, da rifiuto aprioristico dei giovani, o da un gioco reciproco di responsabilità?

BODRATO – Per rispondere mi appello ad un paradosso.
Quando è iniziata la rivolta giovanile, in genere si tendeva a riconoscere giuste le analisi dei giovani ed errato il loro modo di intervenire. A mio modo di vedere, bisogna capovolgere i giudizi. Io ritengo, salvo episodi marginali, che i giovani avessero ragione nel loro comportamento e torto nelle teorie che sostenevano. È molto probabile che non ci fosse altro modo per mettere in crisi, per dissacrare certe strutture, se non quello usato dai giovani: della rottura violenta, della occupazione, dell'assemblea, del sabotaggio di certe attività.
Il limite è stato un altro. Non nel comportamento, anche se è ciò che ha fatto più scandalo. Ma nel ritenere che questo comportamento fosse retto da teorie valide. Da queste considerazioni io muovo per affermare che, a mio modo di vedere, le responsabilità maggiori sono dalla parte dell'istituzione e dei movimenti tradizionali. Anche perché esse non hanno colto gli elementi di novità portati avanti dai giovani, quando, peggio, non li hanno letti come un'accusa all'avversario ma non a se stessi. C'è stato cioè il tentativo di utilizzare questa forza come una energia contro gli avversari e non come un'occasione di un esame critico su se stessi. Le stesse insufficienze critiche dei giovani, inoltre, rispecchiano le insufficienze di una certa cultura: non si può pretendere che le nuove generazioni di colpo assumano capacità di comprendere, di autolimitarsi, di esprimere un metodo... Mi pare quindi che i limiti, innegabili, dei giovani rispecchino i limiti del sistema.

GALLINO – Insisto nel ricordare quanto ho affermato prima: sia pure con sfumature, l'atteggiamento della maggioranza politicizzata dei giovani coincide con una sfiducia nelle istituzioni. C'è da una parte la ripresa del vecchio qualunquismo italiano: la sottovalutazione generica dell'aspetto politico, della vita associata. Con in più il rifiuto dell'organizzazione partitica, dei suoi aspetti complementari: il parlamento, le istituzioni rappresentative del sistema democratico-liberale, del nostro sistema politico, in una parola.

Le pare, prof. Gallino, che questa sfiducia così accentuata dipenda da motivi ideologici, magari verbalizzati, oppure dalla costatazione di una incapacità pratica di queste istituzioni a risolvere i problemi della nostra società?

GALLINO – Direi che ambedue le componenti sono importanti. Certamente ha giocato moltissimo, in questo atteggiamento, la costatazione che nel nostro paese non si fanno né rivoluzioni né riforme, di nessun genere, se si eccettuano quelle di ordinaria amministrazione, che incidono pochissimo nel costume nazionale.
Un giovane di vent'anni non ha una grande conoscenza della storia politica del nostro paese; ma si rende abbastanza conto che nel campo della scuola, della difesa dell'ambiente, ecc., non si riesce a fare nulla! Essi giovani imputano questa insufficienza sia alla classe politica nel suo insieme, sia alle organizzazioni partitiche in cui essa si articola.
Questo vale in generale.
La fetta giovanile più politicizzata, più a sinistra, ha anche elaborato una verbalizzazione ideologica con cui motivare questo rifiuto: e forse questa assume maggior peso, nella valutazione negativa delle istituzioni.

DEL COLLE – I giovani a mio avviso, avrebbero fiducia nei partiti, se li vedessero credibili, se li vedessero capaci di gesti concreti, coraggiosi, al di là del clientelismo e della semplice prassi elettorale.
Il rapporto giovani e partiti potrebbe essere ripreso... se i partiti cambiassero. I giovani ci sono: sono disponibili. Un tempo, quando credevano nei partiti, vi si iscrivevano.
Per molti motivi, i partiti sono diventati soltanto dei detentori di potere. E ai giovani il potere non interessa: non ambiscono ai posti, alla carriera. Se i giovani non riescono a trovare una via razionale, per riformare la nostra società, sono costretti a battere quella irrazionale, di una contestazione anarchica. Ma senza risultati. La prima ondata dei contestatori è passata, seminando gli esponenti più intelligenti nei vari posti, uffici-studi, ecc. della Fiat, dell'Olivetti, delle varie «fondazioni», mentre gli altri... sono entrati nella solita routine dei soliti impieghi. La seconda ondata sta arrivando. Ma presto finirà, allo stesso modo. Manca una base razionale. E manca soprattutto un tramite di inserimento. Se a 20-25 anni un giovane entra nei partiti... vi entra da deluso o da catturato: quindi con un tipo di presenza insignificante.

GIOVANI E ADULTI

II tema del rapporto giovani e partiti ne ripropone immediatamente uno, simile: il rapporto giovani e adulti, nell'impegno politico.
Ci interessa sapere se dentro il rifiuto abbastanza globale delle varie organizzazioni politico-partitiche, che sono generalmente una gestione fatta da «adulti», è connesso o meno un rifiuto dell'adulto in sé. La vostra esperienza, in altre parole, vi fa percepire l'esistenza di un «conflitto di generazioni» in atto, anche nella realizzazione dell'impegno politico, oppure tutto questo è di fatto superato, nella azione concreta e quotidiana?

GALLINO – Per quanto riguarda i giovani universitari, direi che la sfiducia negli adulti in quanto tali è un luogo comune, inventato dagli adulti, e che non ha riscontro nella realtà. I giovani sono disponibili a collaborare con tutti: chiunque dimostri capacità, concretezza, impegno, serietà può essere interlocutore ascoltato.

MORERO – Qualche anno fa, quando i giovani sono «partiti», sono partiti da soli, magari in antagonismo alla «classe» degli adulti. Poi, per strada, hanno incontrato degli adulti. Ed è iniziata la collaborazione. Oggi essi rifiutano decisamente un discorso giovani-adulti. Esiste un'altra linea di discriminazione: impegnati in un senso oppure no. Anzi, desiderano fare un discorso comune, assieme. Tipico l'esempio di ragazzi che danno del «tu» al professore, anche se lui non vuole. Non per disprezzarlo, ma per invitarlo «ad un discorso comune». Non c'è, nella valutazione dei giovani, un ruolo specifico per gli adulti: domande che essi loro rivolgono. Altrimenti si ricomporrebbero le classi: giovani e adulti. Vogliono lavorare assieme. E basta.
Naturalmente, stanno con quegli adulti... che stanno con loro. E in questo sono radicali. Il più delle volte è l'adulto che deve fare il primo passo. C'è un'altra cosa da aggiungere.
I giovani accettano di essere criticati. Accettano la critica e la fanno con molta freddezza. Il guaio è che troppe volte gli adulti non sanno stare al gioco e si trincerano, quando sono assaliti con quella dialettica, quella caratteristica aggressività giovanile.

REDIGOLO – Il giovane oggi ha preso coscienza di avere un ruolo preciso da svolgere, nella società: non ha compiti di attesa, ma impegni di intervento.
In questo senso può esistere un certo conflitto di generazioni. Se gli adulti relegano i contributi giovanili nello stato delle attese, essi sono da loro rifiutati, decisamente, con la forza che caratterizza l'istinto di sopravvivenza.
Ma, mi pare, la responsabilità è più ampia degli adulti: non tocca loro, in quanto adulti, ma tocca il sistema. È il sistema che tende a porre i giovani in uno stato di sotto-occupazione, di sotto-impegno, di sotto-umanità, di sotto-valore politico.

IL PROBLEMA DELLA RAPPRESENTATIVITÀ

Connesso con il rapporto istituzioni-partiti è il tema della rappresentanza e rappresentatività.
Molto spesso si parla di crisi di questo istituto, di contestazione radicale cui è fatto oggetto da parte del mondo giovanile.
Tutto questo è vero?

MORERO – Qualche anno fa, eravamo veramente di fronte ad una crisi della rappresentatività, un rifiuto assoluto, con la relativa mitizzazione dell'assemblea. Poi ci si è accorti che l'assemblea non funziona, non produce. Si è passati al collettivo, ritrovando la fiducia e la chiave di soluzione nei piccoli gruppi.
Oggi mi pare che le cose stiano così: non ci si preoccupa molto della rappresentanza o della rappresentatività; ci si preoccupa che la rappresentatività abbia una proiezione di base.
Oggi i giovani cercano una responsabilità, non importa se piccola, perché l'essenziale è che la base esista veramente. Se la base c'è: ogni metodo è buono.

REDIGOLO – Mi pare che si tenda al superamento di qualsiasi tipo di delega. Si cerca l'acquisizione e l'azione in proprio della politica.
La rappresentanza avviene per mandato della base e per un compito preciso. Parla colui che sa esprimere meglio, con maggior freddezza e precisione, i problemi che la base avverte. Terminato l'incarico, sistemata la difficoltà, ciascuno ritorna ai propri ruoli. La delega, come consegna ad un vertice del compito di pensare, di decidere, di programmare, non è assolutamente una realtà accettabile. I giovani, in altre parole, hanno riscoperto il «consiglio» politico: un gruppo di persone, tutte sullo stesso piano, che esprimono opinioni e giungono a decisioni, attraverso uno sforzo collettivo di analisi e di approfondimenti.

RIFORMISMO O RIVOLUZIONE?

Molti interventi precedenti hanno sottolineato, di sfuggita, una certa latente sfiducia in modelli di tipo riformista.
L'affermazione va ripresa, per specificarla con dettagli più precisi. Dove vanno le preferenze dei giovani? Quali sono i loro modelli?

MORERO – I giovani hanno fatto una precisa analisi della nostra società. Ma l'hanno redatta in termini troppo libreschi. Hanno letto Marx, Marcuse... e hanno tirato conclusioni troppo affrettate, senza chiedersi il limite di resistenza della società, senza elencare le forze al suo interno, quali salti qualitativi essa fosse in grado di compiere.
Si accorgono, con terrore, che diventano sempre più isolati: le masse non li seguono. Avvertono che non ci sono possibilità per una «rivoluzione». Per questo temono il riformismo. Perché sanno che il riformismo è l'unica strada che ha mezzi a disposizione per portare avanti una certa evoluzione, pur partendo magari da un'analisi della realtà errata.
Quattro anni fa parlavano della rivoluzione con molta maggior convinzione: oggi ci credono un po' di meno. Probabilmente pensano ad una rivoluzione a tempo lungo, attraverso una presa di potere delle sedi istituzionali di maggior valore, come la fabbrica, la scuola. Anche i «teorici» della rivoluzione non hanno una strategia ben chiara in mente.

All'interno di questa strategia anche se informe, Le pare che esistano dei modelli positivi con cui confrontarsi?

MORERO – Quando si parla di modelli, i giovani si seccano. Il modello è qualcosa di precostituito e quindi contraddittorio con la più intima aspirazione alla novità. Più che di modelli essi parlano di tensioni. Sono degli utopisti, più che dei rivoluzionari. Il loro ragionamento è semplice. Cambiare la società con dei modelli attualmente esistenti significa non cambiarla affatto, non inventare niente di nuovo. Dobbiamo, dicono, inventare anche i modelli. Questi giovani sono generalmente freddi ragionatori: nelle manifestazioni sono i più razionali, i meno «scaldabili».
Richiamarsi a Mao è... come cantare una canzone. Non aderiscono al maoismo in maniera scientifica: è solo il punto di riferimento della loro fantasia. In questo sono positivi.
Sono passati i tempi della gioventù che seguiva D'Annunzio e Mussolini...

GALLINO – Dopo la euforia degli anni scorsi, oggi c'è molta incertezza. Non ci sono modelli né forze precise su cui operare.
È passato il sogno di cambiare la società attraverso la scuola, l'università. Un punto di riferimento che va guadagnando terreno è il tentativo di trovare un collegamento con la classe operaia. Ma anche a questo proposito... non manca lo scetticismo e le incertezze.

STUDENTI E OPERAI

C'è tutta una letteratura a questo proposito. Ma è facile avvertire una certa retorica. Qual è la vostra esperienza in merito? I giovani universitari in quali termini si pongono nei confronti degli operai?

GALLINO – Mi pare che si debba affermare, prima di tutto, che si tratta di minoranze, di gruppi extraparlamentari di estrema sinistra, che hanno cercato attivamente il dialogo con gli operai.
Ho l'impressione che l'impatto sia molto relativo: generalmente è ridotto a contatti anche intimi e profondi, ma a livello personale o di singoli gruppi: manca il vero rapporto con la massa degli operai. Probabilmente c'è un risveglio di attività sindacale: lo studente si impegna attivamente nel sindacato, visto come una forza più viva e diretta del partito.

BODRATO – Parlare di rapporti operai-studenti, è, secondo me, impostare male il problema, nel senso che già molte forze tradizionali si erano poste il problema di una risposta e di una mobilitazione che fosse un insieme di classi e generazioni diverse.
Anche il linguaggio utilizza fasi e polemiche storiche, superate. D'altra parte, là dove queste esperienze sono state attuate, si sono notati grossi limiti. Il porre il problema dei rapporti tra studenti e operai come un problema di scambio, di alleanze, di «luogo» in cui gli uni e gli altri portano «cose» diverse... ha fatto reagire gli operai: essi non vogliono una «rivoluzione degli intellettuali». Anche quando l'atteggiamento di questi intellettuali era remissivo, di servizio, alla concretezza degli operai suonava male. Era, in fondo, un mettersi in stato di servizio, ma per guidare dall'interno, secondo una propria definizione di rivoluzione. Con un prevalere netto di valutazioni, atteggiamenti astratti e utopistici.
Mi pare quindi che sia possibile intravedere un netto rifiuto da parte degli operai a questa formula. Ci si vedeva troppo scoperta l'intenzione di predicare, di educare alla rivoluzione, di inserimenti dirigistici dall'esterno. Per tutto questo, la formula è abbastanza fallita.

DEL COLLE – La necessità di lottare assieme, tra studenti e operai, è sentita più dai giovani studenti che dagli operai, per una naturale diffidenza del mondo operaio verso il mondo studentesco. È una diffidenza – che se anche oggi va lentamente attenuandosi – faceva dire un tempo agli operai: Voi, studenti, siete i nostri prossimi sfruttatori, coloro che, completati gli studi, verranno a contarci i tempi, a controllare il lavoro.
Dicevo che la diffidenza va attenuandosi: è notevole lo sforzo compiuto dagli studenti per mettersi davvero assieme, nella stessa «classe», scavalcando anche l'estrazione spesso «borghese» da cui in maggioranza provengono.

LA PRESENZA DEI GIOVANI CATTOLICI IN POLITICA

Un'ultima questione, sul tappeto.
Ci interessa sapere se tra i giovani politicamente impegnati si nota una presenza attiva e significativa di giovani cattolici.
La domanda può avere una serie di annotazioni, al suo interno.
I giovani cattolici sono in prima linea, oppure no?
Si caratterizzano per una loro visione delle cose?
Si ha la percezione che la loro fede sia immediatamente chiamata in causa in questo tipo di impegno, o si tratta di fatti solo giustapposti?

GALLINO – È molto difficile accertare un tipo di presenza specificamente cattolica, per una risposta esauriente alle domande poste.
Nell'ambito degli studenti politicizzati, e politicizzati con un certo equilibrio, lo studente «cattolico» è certamente presente. Ma la sua presenza non è facilmente accertabile.
Prima di tutto perché in questa politicizzazione è sempre fondamentale una componente religiosa (anche se non inquadrabile nei termini teologici che definiscono la religiosità): certi squilibri, ingiustizie, cose che vanno assolutamente cambiate... chiamano in causa l'uomo.
E poi nel modo di fare politica, nella discussione dei problemi e nelle analisi la differenza tra cattolico e marxista è abbastanza limitata, anche se intellettualmente sono ben chiari i confini ideologici.

DEL COLLE – Mi pare di poter affermare con decisione che i giovani cattolici che fanno politica, agiscono con precise motivazioni religiose, di fede.
Tutti i documenti che ho potuto leggere, i discorsi che ho potuto sentire, i colloqui che ho avuto e le pubblicazioni che ho consultato mi confermano nell'affermazione che ho avanzato. Forse si tratta di un cristianesimo più orizzontale che verticale, spesso il vangelo è letto con una certa angolatura...
Il giovane cattolico che «contesta» sa di avere un suo contributo specifico da portare nella contestazione generale e nella prassi politica.

BODRATO – Mi pare che i giovani cattolici, nell'impegno politico, siano in prima linea, almeno con questo significato che ora preciso. La radice della rivolta morale o della critica al sistema per ragioni morali sta alla base di ogni «scoperta» politica, nei giovani d'oggi, soprattutto. Questo fatto di ordine «morale» è l'elemento unificatore; non ci si muove per una ragione politica, sociale, economica, ma «morale», che affonda le sue radici nel mondo cattolico. Il confronto tra «sistema» e una morale, che possiamo anche chiamare «naturale», il sistema di fronte all'uomo, ha fatto esplodere: il sistema è entrato in crisi. Di fatto non esiste una rivoluzione che non si ponga il problema dell'uomo nuovo. In questo senso, il giovane cattolico è in prima linea.
Credo che dal mondo cattolico, dai giovani cattolici sia venuta una forte spinta alla rivolta giovanile e al successivo riesame della loro coscienza politica; e sia venuto un elemento indubbiamente positivo nella riscoperta di un giudizio di valori, di un giudizio di fondo, di una visione del mondo, capace di informare la propria azione politica.
Purtroppo sono state dimenticate altre componenti. E questa dimenticanza ha causato l'emersione di altri contributi culturali-politici.
Basti pensare alla riscoperta del marxismo, senza che parallelamente ci fosse un ritorno a Mounier, a Maritain, per non indicare che alcuni nomi di grandi pensatori che hanno svolto un ruolo preciso nella storia. Tutto questo mi fa dire che c'è stata una debolezza nel mondo cattolico, di fronte a questi fatti.
I «cattolici» hanno portato un grosso apporto morale, come riscoperta dell'uomo, nell'impegno politico, ma contemporaneamente hanno fatto toccare con mano un certo vuoto ed una insufficienza di responsabilità, in prospettiva culturale.

 

INDIVIDUAZIONE DI ALCUNE COSTANTI 

Rileggendo in gruppo redazionale gli interventi dei vari partecipanti alla «tavola rotonda», ci è parso di individuare alcune costanti che potrebbero descrivere, in sintesi, gli atteggiamenti giovanili attuali nei confronti della «politica».
A scanso di equivoci, l'elenco che segue non è «valutativo» (non esprime il parere della redazione, di accettazione o di rifiuto) ma è unicamente «descrittivo» (un tentativo di fotografare a slogans una realtà fluttuante come è quella politica e per di più giovanile).

1. I giovani che si interessano di politica sono pochi, in assoluto: una élite, sparuta anche se significativa.
La massa dei giovani è ancora molto spoliticizzata: vive «godendo» la civiltà dei consumi e l'attuale sistema. Ma il cerchio dei giovani impegnati politicamente si va allargando; soprattutto va sottolineato il fatto che questi giovani sono un po' la coscienza riflessa degli altri, dei disimpegnati.
Non c'è, in altre parole, quello stacco caratteristico degli anni immediatamente precedenti agli attuali. Moltissimi giovani, anche se non di fatto attivi, si ritrovano almeno a livello teorico, nelle analisi avanzate dall'élite politicizzata.

2. L'impegno politico giovanile affonda le sue radici in un atteggiamento di ordine religioso-morale (anche se non facilmente sovrapponibile alla definizione tradizionale di religione e religiosità).
La scelta politica non è una carriera, tra le tante possibili. È frutto della scoperta dell'uomo, dello sforzo di elaborare un progetto di uomo-nuovo, della coscienza dell'ingiustizia che opprime l'uomo.

3. Per questo motivo, la matrice è, almeno implicitamente, cristiana. Da qui, la massiccia presenza di giovani cattolici: di estrazione cattolica, di ex-appartenenti a movimenti giovanili cattolici o dei molti che continuano una professione cattolica di tipo «profetico» (per utilizzare una delle categorie di Burgalassi, in «Cristianità nascoste»), pur militando talvolta in gruppi di «sapore» marxista.

4. E presente, in tutti i giovani politicizzati, una critica spietata ed un rifiuto spesso globale delle istituzioni che gestivano tradizionalmente l'impianto politico.
Il tutto con sfumature diversificanti:
• per molti si tratta di rifiuto istintivo, ancorato in un qualunquismo tipicamente italiano, esasperato dalla coscienza diffusa di una reale incapacità delle varie istituzioni «a fare qualcosa di serio»;
• per altri, il rifiuto è razionalizzato in termini ideologici.
È interessante notare che il rifiuto delle istituzioni «politiche» non coincide con il rifiuto dell'istituzione tout-court: si accettano quelle funzionali e ritenute di fatto utili alla convivenza. All'interno della critica-rifiuto delle istituzioni, qualcosa sta evolvendosi. Ma non sono chiare né intuibili le linee di sviluppo avvenire.

5. Il verticismo politico è decisamente rifiutato: le soluzioni elaborate in alto e fatte piovere, con processo discendente, alle singole situazioni locali.
La «località» è una delle scoperte più significanti.
I problemi locali vanno risolti in loco. Essi ne implicano molti altri, più vasti, di respiro nazionale e super-nazionale. Da qui l'immediato allargamento di prospettive, con continuo aggancio al particolare: la soluzione da ricercare per «quel» determinato stato di cose che non funziona.

6. Alla crisi del momento assembleare fa riscontro la scoperta del piccolo gruppo, come spazio in cui è possibile una partecipazione effettiva ed efficace.
L'esigenza di partecipazione aveva indotto l'urgenza dell'assemblea. La costatata inefficienza dell'assemblea porta ad una nuova visione delle cose ove sia possibile la presenza di valori avvertiti ormai irrinunciabili, come la rappresentanza diretta, la partecipazione.
Per questo, non esiste una leadership istituzionalizzata. È leader, nei gruppi giovanili d'impegno politico, colui che sgobba di più, colui che sa fare di più, colui che sa rappresentare meglio le istanze della base, in quel determinato momento.

7. Molto di quanto è stato annotato sopra è riconducibile ad una affermazione di carattere generale: i giovani parlano di globalità-totalità della politica.
Con due risvolti complementari:
• Ogni problema ha una dimensione politica: un piccolo problema parziale non è risolvibile se non attraverso il collegamento (e la relativa riforma) a fatti di ordine strutturale. Nulla è «cambiabile» in meglio, se non toccando decisamente i gangli del potere.
Molti gruppi sono esplosi o sono attualmente in crisi proprio per la ritardata comprensione di questo fatto e quindi per la relativa parcellizzazione dei loro interventi (pensiamo a molti gruppi «caritativo-sociali»).
• La politica assume in sé tutti i valori. Non ci sono elementi «fuori della politica», da conservare estranei proprio per la fermentazione della stessa.

8. Nell'impegno politico è stato di fatto superato il conflitto di classe e di generazioni, per approdare ad una «rifondazione» della classe (come si dice oggi).
L'estrazione sociale (studenti/operai; borghesi/proletari) o il livello di età (giovani/adulti) o le scelte culturali-ideologiche (cattolici/marxisti) non fanno più problema nel momento dell'azione: chi ha buona volontà (vuole, sa e fa «qualcosa di serio») è sempre il ben accetto.

9. Un'ultima «costante» dell'azione politica dei giovani è la sottolineatura della prassi, dell'azione, come fatto di prevalenza. Ma di una prassi che affonda decisamente le sue radici in una serie di analisi teoriche. Non esiste dicotomia tra azione e riflessione: i due momenti sono essenziali e complementari, anche se il primo verifica il secondo.

 

I PROBLEMI CHE EMERGONO 

A conclusione della lunga panoramica sugli atteggiamenti politici dei giovani italiani, evidenziamo alcuni problemi di ordine educativo-pastorale: un indice ragionato, da far oggetto di riflessione (su qualcuno ritorneremo, in sede di rivista).

1. L'incalzare degli avvenimenti e lo stato di conflittualità con il «mondo» esterno porta i giovani ad un continuo ricambio ideologico, molto spesso frutto di arroccamento su posizioni autogene, per l'assenza di uno spazio tranquillo e disponibile di riflessione.
Le analisi elaborate all'interno dei vari gruppi sono spesso frutto di una accettazione acritica di «documenti» (la stampa dei vari movimenti): da qui l'integrismo. Tutto questo ha immediati risvolti educativi.

2. Molti giovani cattolici militano in movimenti di punta e contemporaneamente vivono e agiscono in comunità di vita ecclesiale intensa. All'interno delle «normali» comunità ecclesiali (parrocchie, per esempio) essi sono presenti e non certo nelle retrovie.
Da qui la necessità di elaborare una strategia educativa che comporti il gioco di servizio reciproco tra appartenenza (gruppi politici) e riferimento (comunità ecclesiali), modificando eventualmente strutture e concezioni mentali: per utilizzare in pieno la carica profetica di questi giovani e per creare un momento di riferimento, capace davvero di maturare una fede che innervi il quotidiano ed un'azione politica in cui la fede c'entri.

3. Se i giovani impegnati sono una minoranza, come politicizzare tutti gli altri? Ciò che fa scattare all'azione è la «conoscenza» di stati di ingiustizia: il contatto e l'esperienza viva e l'analisi scientifico-obiettiva (ricerche empiriche).
Oggi il giovane ha a disposizione strumenti conoscitivi enormi (pensiamo al ruolo nuovo della «sociologia» in moltissime facoltà universitarie). È una spada a doppio taglio: può far esplodere gruppi e movimenti giovanili di punto in bianco, soprattutto se manca la presenza equilibratrice dell'adulto o è mancata una educazione di tipo interventistico; e può essere la strada per una diffusione capillare della «sensibilità» politica.

4. Nell'azione politica i giovani cattolici militano a fianco di giovani di altre radici religiose e culturali.
Tutto questo pone dei grossi problemi di ordine pastorale: mentre da una parte essi hanno spontaneamente superato le barriere confessionali, recuperando quel senso di missionarietà operativa, troppo spesso messo tra parentesi, dall'altra realizzano una chiesa in stato di diaspora.
La «formazione» ufficiale è molto lontana ancora da questa realtà: non è più possibile attendere. Tra il disimpegno e il procedere sulle battute tradizionali... c'è tutto un mondo da inventare; e presto.

5. Il rifiuto delle istituzioni comporta un ripensamento globale di molte proposte. La chiesa-istituzione, l'autorità in essa, le strutture burocratizzate sono tra le realtà... contestate.
Non è possibile chiedere una accettazione incondizionata o un inserimento operativo, quando nel quotidiano questi giovani vivono in uno stato di conflittualità con tutto ciò che ha un «certo» tono. D'altra parte, è utopico pensare ad una chiesa senza istituzioni e senza ruoli. Che cosa, in concreto, «proporre» allora! È problema di scelta di coscienza e di linguaggio con cui esprimerle ed esprimersi.

6. Un giovane che dedica la sua giornata a combattere i miti del potere, del dominio incondizionato e faraonico dell'uomo sull'uomo... come può, alla sera, trovare il coraggio e l'entusiasmo di pregare un Dio che gli sia presentato come il «sovrano potente», il «dominatore del cielo e della terra»?
Una definizione di Dio, adatta e funzionale in una certa società, oggi fa stridore. Il giovane politicamente impegnato per la liberazione dell'uomo può sentirsi in obbligo di «liberarsi» anche di questo Dio.

7. La realtà della pasqua dí Cristo, se da una parte spinge ad impegnarsi nella storia, per far passare, qui-ora, tutte le cose da morte a vita, dall'altra fa toccare con mano che la «crisi» è più profonda del livello strutturale: non è nel sistema ma nel cuore dell'uomo.
Il giovane cattolico, politicamente impegnato, è chiamato a scoprire continuamente questo stato di tensione e a farsi portavoce, nella testimonianza, di una speranza ancorata «aí cieli nuovi e alle terre nuove». Non glí è facile: perché vive gomito a gomito con chi analizza la realtà secondo un altro angolo prospettico e perché troppo illuministico è stato il cristianesimo in cui è maturato...

8. Ed infine il grosso nodo dí carattere teologico: collaborazione o no? specificità della fede o sua pratica irrilevanza? valori tipicamente cristiani o meno? E avanti, fino ai dettagli più concreti e più spinosi (rivoluzione, violenza, lotta di classe...).
I testi ufficiali («Octogesima adveniens», per esempio) hanno affermazioni significative ma necessariamente generali; i teologi (si pensi allo studio di Roqueplo del numero precedente) offrono annotazioni più operative. Ma chi è al vaglio del sì o del no spicciolo... spesso non sa dove battere il capo.