Una società profondamente mutata

Inserito in NPG annata 1971.


Silvano Burgalassi

(NPG 1971-08/09-98)

 

Molti dei fenomeni descritti nelle pagine precedenti hanno una loro precisa radice sociologica: il mutato contesto di vita. Questo «mutamento» ha trasformato anche il pensiero e l'azione. Soprattutto per i giovani che hanno il potere di condensare, nel loro quotidiano, le istanze più nuove e le suggestioni più fascinose. Anche senza accorgersene.
Abbiamo chiesto ad un sociologo alcune indicazioni sul problema. Ci ha evidenziato gli aspetti più appariscenti e più immediatamente incidenti in prospettiva educativo-pastorale.

 

LA MOBILITÀ SOCIALE

Nel generale cambiamento sociale che sconvolge in questo tempo, soprattutto dall'inizio degli anni cinquanta, l'Italia non meno di molti altri paesi, un posto importante è rappresentato da quella che viene definita «mobilità sociale».
Che cosa intendiamo di solito con questa espressione?

Mobilità orizzontale

Per effetto dell'arricchimento relegato in certe zone geografiche particolari – per esempio, nel triangolo industriale – o derivanti dalla concentrazione aziendale alle periferie delle città, si verifica, in Italia, uno spostamento massiccio di manodopera – e conseguentemente di nuclei familiari – dal Sud al Nord, e da ogni zona periferica, collinare o montuosa, verso la pianura e verso la città.
un fenomeno che ha coinvolto una notevole aliquota della popolazione:

NPG 1971-08-09-99

Dico di più: il notevole reddito dei cittadini torinesi, genovesi, milanesi, è dovuto alla presenza di lavoratori del Sud o delle zone di periferia. Gli economisti calcolano che se la Lombardia avesse costruito quei famosi muri di cui molti vorrebbero adornare l'Italia da Roma in giù, e si fosse isolata in un'economia autarchica, il suo reddito sarebbe molto limitato, rispetto a quello attuale. Segno che l'economia di benessere del triangolo industriale è legata allo sfruttamento – in termini economici e sociali – di larghe masse di manodopera, di manovalanza del Sud, che costituiscono le categorie più umili, svolgono ll lavoro più pesante, quello che non fanno i milanesi nè i torinesi.
Questo spostamento di manodopera, se arricchisce la popolazione «ad quem» – e certamente anche gli interessati – non è senza un grave costo umano. Sradicare dal proprio ambiente una persona, una famiglia, che ha vissuto 30-40 anni nel Sud, immettendola in Milano, in Torino, in Genova, significa rompere un equilibrio pluriennale che probabilmente non si ricompone più né a livello esteriore né a livello interiore. Capitano dei veri drammi a livello personale. Per chi ha una cultura, è diverso: è capace di ridurre i condizionamenti ambientali, perché la cultura è proprio quella che permette di superare il peso dell'ambiente, ricorrendo a categorie razionali.
Ci vuole molta prudenza a definire tradizione o folklore ciò che oggettivamente forse lo è, ma che ha riferimenti psicologici precisi; e molta calma a immettere dei «valori» che sono tali soltanto per noi e non per chi è vissuto molti anni in ambienti diversi.
Anzi, in questa posizione di squilibrio territoriale non è assente anche una certa programmazione razionalistica di altri tempi, con la volontà precisa di produrre nel Nord per consumare nel Sud. Da ciò due mondi divisi, perché in tal modo il Nord se ne sarebbe avvantaggiato. Quindi, se non altro, è un sentimento di giustizia che dobbiamo assumere verso quelle persone che stanno pagando a livello personale con dei drammi familiari, quel livello di ricchezza che l'Italia in qualche maniera va assicurandosi.

I riflessi umani

L importante fermarsi ancora qualche momento sui riflessi umani di questi spostamenti.
Non c'è da meravigliarsi se la prima cosa che si rompe in uno che emigra è la pratica religiosa: è solo la prima cosa che notiamo. Non solo si rompe per i siciliani che arrivano a Milano, ma anche per il bresciano e il bergamasco che vanno in Svizzera. Cioè non solo si rompe per chi non è religioso o per chi è religioso solo tradizionalmente, ma si rompe anche per molti di coloro che noi consideriamo religiosi per convinzione. Quando, per incarico dei loro Vescovi, ho intervistato tre anni fa circa 4.000 operai della diocesi di Treviso, Vicenza e Bergamo che andavano per quattro mesi all'anno in Svizzera, ho documentato ai loro Vescovi che per quei mesi la media di coloro che frequentavano la messa domenicale era del 12%; che il 90% non andava più di una volta al mese, e che in quel periodo la morale e la religione erano fatti buttati dietro le spalle. E se questo accade per persone che riteniamo, forse a torto, molto formate, ci si immagini cosa può accadere con persone che hanno ancora meno formazione.
Si vede quanto è romantico e anche nostalgico il tentativo di ricreare a Milano la famiglia sarda, o a Brooklyn la «Little Italy»: sono tentativi che dicono subito che il cuore di quell'uomo è nella sua terra. Ma ciò significa che è uno spostato: lavora a Milano ma il suo cervello è altrove.
Se si analizza ciò che succede in quella famiglia, le conseguenze sono gravi. L'anziano-adulto spera di tornare a morire, un giorno, nella sua terra; il figliolo si integra subito, specialmente se è piccolo, e, integrandosi, si trova più a suo agio, e spezza l'unità della famiglia perché introduce elementi nuovi che la pedagogia familiare non poteva considerare a Cela o ad Andria. Allora è rotto il rapporto padre-madre-figlio: sono i figli che sanno veramente orientarsi al futuro, sono i figli che sanno integrarsi, perché più adattabili.
E se non si integrano, sono i figli che si avviano verso forme di criminalità giovanile o di prostituzione; perché la vita della città fornisce, a chi non sa integrarsi in forme oneste, incentivi e forme meno oneste con cui far dei soldi.
Come conseguenza di questa e di altre rotture, a livello religioso-morale, abbiamo i tristissimi fenomeni della criminalità giovanile e della prostituzione. Le cifre sono eloquenti: a Milano, su 1.000 prostitute 900 sono del Sud [1]; e su 1.000 criminali giovanili, la maggioranza proviene dal Sud.
Che cosa significa questo fenomeno, quando il Sud notoriamente è carente di criminalità – se si eccettuano fenomeni tipo il ratto «sentimentale» o il delitto d'onore? Significa che la città rompe un equilibrio forse instabile; e che i valori dell'economia distruggono i valori di altra natura; e ciò comporta un costo umano che un sacerdote, un educatore, deve attentamente valutare.
Evidentemente, però, non basta accogliere bene un meridionale perché egli si immetta subito nella parrocchia; è troppa la differenza, anche a livello culturale, tra il Sud e il Nord, cioè tra Chiesa di povera gente e Chiesa costruita per delle persone di livello medio-borghese, tra una Chiesa che parla di povertà e una Chiesa che trasuda ricchezze.

Mobilità verticale

Più preoccupante ancora è un altro tipo di mobilità, quella verticale. Trenta o quaranta anni fa, il lavoro agricolo e industriale si svolgeva con larga prevalenza di manovalanza; dieci-quindici anni fa si è scoperto il manovale specializzato; oggi si scopre l'operaio qualificato; tra qualche anno i tecnici saranno non una percentuale, ma una massa. Questo significa che gradualmente grandi fasce di persone vengono progressivamente emarginate ai limiti della disoccupazione. L'italiano oggi è per circa il 58% in possesso della sola licenza della scuola elementare; la scuola media agisce per un altro 13,6%.
Le qualifiche richieste oggi dall'industria andrebbero da quella di operaio qualificato a quella di tecnico, se non ci fossero problemi di sfruttamento delle qualifiche e di collegamento qualifica-retribuzione. Se teniamo presenti questi fatti, ci rendiamo conto che ogni 5-8 anni, a ogni scatto tecnologico corrisponde un declassamento delle persone. In altre parole: per i prossimi dieci anni la licenza media è semplicemente superata.
Se pensiamo che i nostri giovani si ritengono molto soddisfatti di questa licenza; che la giudicano sufficiente; se pensiamo che essi fra 10 anni avranno famiglia, ci rendiamo conto di quanto sia precaria la loro attuale situazione. In un ragazzo che si ferma alla terza media, dobbiamo vedere un disoccupato potenziale.
È un problema che riguarda soprattutto quegli educatori che lavorano tra i futuri operai: occorre uno sforzo non solo persuasivo, ma anche educativo, forse anche una pastorale ad hoc. Occorre persuaderli che con la licenza elementare oggi non si possono più fare concorsi; con quella media si concorre, al massimo, alla nettezza urbana.
E meno male, in questa prospettiva, che il progresso tecnologico in Italia non segue un ritmo accelerato.
Se nel nostro paese si realizzasse entro pochi anni l'automazione che oggi esiste nella Germania Occidentale o in Olanda, i giovani, anche specializzati, si troverebbero in difficoltà.
Un esempio solo. A Livorno c'è un'azienda la quale ha una produzione annua molto elevata di benzina e impiega centinaia tra operai e tecnici.
Ho visto uno stabilimento pilota ad Eindhoven, in Olanda, in cui una quasi uguale produzione è ottenuta con pochissimi tecnici che presiedono al funzionamento di macchinari del valore di decine di miliardi. Il giorno in cui quello stabilimento pilota sarà stato collaudato e verrà immesso sul mercato, domando qual è quell'azienda che terrà 800-900 operai e non preferirà. invece la macchina, che produce da sè tranquillamente, non ha incidenti, non sciopera, è regolarmente a suo agio, lavora 24 ore su 24, non ha domeniche, non ha riposo e produce con redditi altissimi?

L'URBANIZZAZIONE

Un altro elemento che complica le cose è che lo spostamento di forze di lavoro dall'agricoltura all'industria ha causato contemporaneamente uno spostamento di residenza dalla campagna alla città.
E questo da solo sarebbe poca cosa, ma il vivere in campagna si accompagna ad una certa psicologia, e il vivere in città ad una psicologia di tipo diametralmente opposto. Non possiamo qui approfondire questo problema. Notiamo solo che ormai in campagna rimangono sempre più le persone meno coraggiose, meno preparate, meno audaci, meno vivaci culturalmente; cioè oggi la campagna registra una maggioranza di anziani e di bambini, non di gente adulta. La città si avvia ad essere il luogo privilegiato dell'Italiano, anche perché la campagna imita le mode urbane attraverso il processo dei pendolari. È bastato che si affermasse nelle città la minigonna, per esempio, perché ogni paese imitasse quella moda.
Ora, la città, che ha una propria psicologia, non può vivere di una pastorale come quella attuale, che è semplicemente adattativa. Mi permetto di citare la mia esperienza. Io sono stato parroco in montagna, poi in periferia tra mezzadri, ora sono in città. E non faccio altro che adattare quello che è adattabile. Evidentemente, non posso fare le Rogazioni, perché riderebbero i miei parrocchiani se vedessero il parroco lungo l'Arno, in processione, implorando la pioggia; ma riderebbe anche chi è in campagna e ormai ha un sistema di irrigazione, vedendomi implorare un Dio che abbiamo già tolto di mezzo. Dice un proverbio veneto che «L'irrigazione ha eliminato la Rogazione». È la realtà. Non soltanto questo: sono state eliminate molte altre cose. Pensiamo al concetto di Provvidenza, nel passato. Che cos'era la Provvidenza per un contadino? Una prova visibile, una fiducia vera, perché una grandinata, una siccità, la morte di una bestia, significava la miseria per una famiglia; un raccolto mancato era la fame. A quell'epoca, questa precarietà di vita richiamava il bisogno di Dio-Provvidenza, Padre che non fa morire mai nessuna delle creature. Era comprensibile la parola di Cristo: «Non cade un vostro capello... Chi mantiene i passeri e i gigli penserà anche a voi». Oggi questi concetti sono superati. L'operaio conosce altre forme di provvidenza: quella che si chiama sociale. Ha la pensione, ha la mutua, ha un lavoro stabile, eccetto la disoccupazione: ma anche in questo caso operano meccanismi sociali. L'operaio non ha più bisogno del concetto di Provvidenza inteso in questa maniera. Evidentemente, cadono anche i riferimenti evangelici. Le cose cambiano ad un ritmo molto veloce, e probabilmente in una direzione che a noi può anche non fare piacere, ma è quella che è. Sta cambiando la fisionomia della vita ecclesiastica, della vita e del ruolo del sacerdote, della pastorale. Probabilmente, molti sacerdoti non più giovani stentano a ritrovarsi in questo mondo nuovo, essi che erano nati, vissuti, formati, per una pastorale adatta alla loro epoca.
Molti modelli dei tempi passati – san Luigi Gonzaga, per esempio –, oggi farebbero semplicemente ridere i giovani, se venissero loro presentati ancora in quella forma. Vogliono modelli più aderenti alla realtà, molto più vivi: non si scandalizzano se un Santo ha avuto dei difetti. Anzi, si scandalizzano del contrario.
I giovani non attingono più ad un unico modello di vita. Quando noi li tempestiamo: «Ma qual è il tuo modello ideale?» rispondono: «La bontà di Papa Giovanni, l'allegria di John Kennedy, il coraggio di Camillo Torres, la lotta anticapitalistica di Che Guevara, il rispetto per gli altri di Ho-Ci-Min...». Il modello unico non basta più.
Questo equivale ad affermare che non siamo più noi i modelli dei nostri giovani. Perché modello unico significava: io modello per gli altri. Viceversa, il fatto che il modello unico non c'è più, e che la Chiesa ha sempre proclamato migliaia di Santi, quasi a convincerci che non c'è un solo modo di essere santo anche se c'è un'unica santità, ci fa scoprire le nostre cecità anche pedagogiche, di quando presentavamo un tipo di modello particolare, e non vie innumerevoli verso un traguardo che è unico.
Ora, il problema della città, con i suoi meccanismi psicologici, con le sue difficoltà, con i suoi condizionamenti, con queste regole di cui io ho appena accennato qualche esempio, induce chi lavora in città a non poter fare più riferimento ai modelli di ieri. Mentre la nostra vita di preti, oggi, dipende ancora dai modelli di ieri. Si è modernizzata soltanto nelle cose marginali e più appariscenti. In realtà chi ha più di trenta anni è largamente ancorato a una serie di modelli che appartengono decisamente al passato e che non dicono quasi più nulla sull'orientamento al futuro.

[1] E spesso è il marito che costringe la moglie a tale schiavitù.