I grandi mutamenti e le loro conseguenze

Inserito in NPG annata 1971.


(NPG 1971-08/09-04)

 

È un luogo comune ormai dire che viviamo in un mondo in totale trasformazione. Le scoperte scientifiche e le meraviglie della tecnica non stupiscono più: il secondo sbarco sulla Luna è apparse un banale viaggio nella periferia della Terra.
Ma i mutamenti materiali determinano una rivoluzione nel mode di vivere e di pensare e nella mentalità. In quest'ultimo campa., le novità più profonde riguardano la scala dei valori e le nozioni di bene-male, vero-falso.

UNA NUOVA SCALA DI VALORI

Il campione che presentiamo è statunitense: ma è tutt'altro che eccezionale, e i paesi occidentali hanno una mentalità molte simile.
La prova più spettacolare della rapidità con cui cambia la moralità americana è l'aumento di quelle che fino a poco tempo fa erano considerate mancarne morali gravi. La percentuale di coloro che affermano di conoscere almeno un adùltero è passata dal 24% al 36%, tra il 1964 e il 1969; oggi, il 15% degli statunitensi accettano adultèri nella propria famiglia, contro il 10% di allora. Passando ad altri campi, il 13% conosce qualcuno i cui figli fumano marijuana il 59% ha fra le sue conoscenze un alcoolizzato, il 2296 un giocatore d'azzardo, e l’11% – cioè 1 americano su 9 – conosce un omosessuale.
Ciò che colpisce, è il fatto che la maggioranza degli americani considerano meno grave infrangere la moralità tradizionale che tentare di nascondere ipocritamente queste infrazioni. I delitti comuni, la promiscuità sessuale sono più accetti delle mancanze di chi infrange impegni professionali.
Per esempio:
–- un poliziotto che prende denaro a una prostituta si comporta peggio di questa (81% contro 8%);
– un macellaio bianco che vende ad un negro carne avariata, si comporta peggio di un rivoltoso negro (63% contro 22%);
– un medico che rifiuti di visitare un malato grave è peggiore di un omosessuale (71% contro 18%) (Louis Harris - «Time», 6 giugno 1969).
Questa è la realtà dei fatti. Ma questi sconvolgimenti porrebbero meno problemi, provocherebbero meno tensione all'interno della società umana e soprattutto degli uomini stessi, se il cambiamento fosse stato chiaro, netto, come il passaggio dal meno al più, dal mediocre al buono.
Purtroppo invece (non parliamo ora della validità delle nuove tendenze ma solo del meccanismo di questo cambio), non tutto avviene armonicamente. Il conflitto tra modelli vecchi e nuovi genera tensioni fortissime, e talvolta i cambiamenti portano incertezza, incoerenza e caos.

CONFLITTO TRA MODELLI VECCHI E NUOVI

I valori sono in urto nel profondo della persona

«Sembra che siano due i motivi principali per cui questo conflitto è oggi globale. Nell'attuale società occidentale, l'obsolescenza è rapidissima in tutti i settori. La produzione e il consumo di idee e di valori sono molto accentuati. Le mode intellettuali che si succedono, prima di sparire, lasciano dei modelli che persistono nell'animo dell'individuo più o meno a lungo, a seconda della maggiore o minore capacità di adattamento. Valori diversi si succedono, si aggiungono, si sostituiscono a quelli precedenti, a volte con un ritmo così incalzante che si scontrano all'interno della coscienza dell'individuo. Questi valori che si urtano a livello del profondo sono altrettanti stimoli, al limite sorgenti di ansia, fonti di angoscia. Essi costringono l'individuo, sollecitato da ogni parte e in direzioni diverse, a un vero processo di adattamento biologico al quale generalmente egli non è preparato. Esso si trova oggi a vivere in una società che gli dà una ridda di beni da consumare e insieme un mucchio di tempo libero».

I modelli si propagano da una società all'altra

«Un secondo motivo dell'importanza di questo conflitto di modelli proviene dallo sviluppo delle tecniche di informazione. Esso è tale che i valori si estendono quasi all'istante da una società all'altra, e subiscono un continuo confronto reciproco. In molte società europee si scoprono tracce di valori della società americana, svedese, francese, ecc., che sono in contraddizione tra loro.
Il conflitto di modelli è oggi particolarmente grave perché tende a generalizzarsi. Questa specie di ingorgo si forma perché lo stato di conflitto non è ancora terminato, cioè le scelte non sono ancora state fatte.
I valori delle società di oggi non sono più organizzati come quelli di società precedenti, dotate di forte potere di coesione. Essi si individualizzano, si separano dal sistema. Si giustappongono, perché non si effettuano quasi più scelte, né a livello individuale né a livello collettivo. Si vuole l'una cosa e l'altra insieme, e non una cosa o l'altra. Questo desiderio di compromesso, di amalgama, è una delle caratteristiche della nostra epoca, che rende ancora più grande l'ingorgo. Non si vuole scegliere tra valori contraddittori, che corrispondono tutti a legittime aspirazioni umane, perché scelta significa rinuncia e perfino mutilazione».

Noi manchiamo di un sistema coerente

«In breve, noi generalmente non abbiamo una scala di valori. Non esiste, a livello di finalità, alcun sistema coerente capace di integrare i valori contraddittori che ritroviamo presenti nella società attuale. Non esiste un modello generale della società e della sua evoluzione. Non si ricercano immagini coerenti per il futuro: i dibattiti sul tipo ottimale di individui e di rapporti sociali del futuro sono troppo poco seguiti. Si critica la «arnerican way of life» ma non si prospettano alternative. Si assiste al declino di un certo tipo di società tradizionale senza che ne appaiano altre. Quello che si impone alla società di oggi, è un problema di definizione e di scelta dei valori. L'ingorgo non è che la manifestazione esterna di un fenomeno molto più profondo: secondo le parole di Alan Touraine, ci manca una "scienza del futuro"» («Prospective» n. 15 - aprile 1969 - ed. PUF).

Le conseguenze di questo stato di cose sono innumerevoli. Oltre alla fatica, alla tensione, all'incertezza che caratterizzano la vita di tutti, ognuno si trova in uno stato di equilibrio instabile. Così, prima di passare all'analisi delle conseguenze sul mondo giovanile, ci sembra indispensabile cogliere uno dei problemi essenziali: quello dell'uomo, del «maschio».

UN ESEMPIO: NON C'È PIÙ POSTO PER L'UOMO «VIRILE»

«La società industriale del mondo "chiuso" di oggi ha bisogno di una nuova figura d'uomo, tutta diversa da quella che finora ha conosciuto l'umanità nella sua storia. Così, la figura tradizionale della mascolinità non corrisponde più al ruolo che le circostanze attuali richiedono: di qui la crisi di oggi. La stragrande maggioranza degli uomini continua ad essere educata secondo modelli sempre più difficili da realizzare, perché rifiutati praticamente dalla società. Se noi abbiamo anche un minimo senso del dovere e della dignità personale, la vita pratica non ci riserva che una catena ininterrotta di penosi conflitti interiori».

Una minoranza decide per tutti

«Un uomo, forgiato secondo gli antichi canoni di virilità, non trova più funzioni adatte. Questo non significa che il nostro mondo ne sia privo, né che la nostra società stia subendo un processo di "femminizzazione", né soprattutto che non si possano rivelare i grandi uomini. Si verifica l'opposto: mai il loro svilupparsi ha trovato condizioni così favorevoli, mai essi hanno avuto accesso ad un potere così assoluto, nel corso della storia. Ma è proprio questa esaltazione di una minoranza che toglie alla maggior parte di noi ogni libertà dì decisione e di azione. In poche parole: un numero sempre più ridotto di uomini decide i destini di un numero sempre più grande di altri uomini. Si pensi solo alla colossale organizzazione degli eserciti, alle possibilità tecnologiche di cui dispongono i regimi dittatoriali, e le si paragoni a quelle degli eserciti e dei dittatori del passato! O ancora ai giganteschi blocchi di nazioni che oggi si fronteggiano, alle superpotenze, alle dimensioni mondiali dei campi dì battaglia».

Si è ridotto a fare il gallo da esposizione

«È necessario rilevare ancora una volta l'importanza assunta in questo contesto dalla figura del "playboy", che è divenuto per molti giovani una specie di simbolo di compensazione. Non esiste prova migliore della misura in cui la tendenza fondamentale a realizzarsi è deviata da fattori condizionanti, presenti nella società, verso campi di secondaria importanza. L'uomo diventa una specie di "gallo da esposizione", a meno che aderisca alla "Associazione del perfetto artigiano", mettendosi ad abbellire la propria casa, oppure anteponga l'attività sportiva alla professione, o giunga a considerare l'amore come un gioco. Il gioco, in tutte le sue specificazioni, diventa uno sforzo: la maggioranza degli uomini vi ritrovano un surrogato della lotta per lo spazio vitale e per il rango sociale, lotta che le condizioni della vita quotidiana tendono ad eliminare, come ogni altro sforzo in questa direzione.
È mia convinzione che la vita dell'uomo sì è ridotta ad una serie di crisi più o meno violente, direi perfino ad una crisi unica, costante e angosciosa, perché egli non può più raggiungere la sicurezza sociale e personale che gli permetta l'esercizio della sua virilità. Certo, questa modificazione del suo essere rimbalza sulla compagna, ma, facendo astrazione dal problema della maternità, sembra che il ruolo della donna si evolva verso una crescita positiva. Quello dell'uomo, invece, si riduce poco a poco, dà l'impressione di essere in disuso, antiquato, senza che ci siano nuovi elementi che compensino questa riduzione, ridandogli la sicurezza e la dignità perduta» (Karl Bednarik, «La crise de l'homme», ed. Albin-Michel).

Ma se l'uomo singolo non è a suo agio, l'insieme degli uomini, la società, non è in condizioni migliori. Il benessere materiale accentra tutte le preoccupazioni, forse perché resta il solo terreno di intesa fra gli uomini. Conseguenza: l'apparizione di un nuovo clima, fatto di scetticismo e di un tragico senso dell'humour, come spiega J.-M. Domenach.

LA SOCIETÀ ACCAPARRATA DALL'INESSENZIALE

Miliardi per cani e gatti

«La creazione e l'accrescimento dei bisogni superficiali occupano una fetta crescente della pubblicità e della produzione. Si spendono miliardi per lanci pubblicitari di cibi dietetici per cani e gatti, di creme di bellezza al latte, all'uovo, alla placenta: tutto ciò all'interno di società che non riescono a risolvere i problemi del sostentamento e dell'educazione per una gran parte della loro popolazione. Così, l'industria dell'inutile progredisce continuamente, a scapito dei bisogni essenziali. Basta leggere le riviste di maggior diffusione: una di esse, tempo fa, dedicava un articolo alla necessità di lavarsi i denti alternativamente con la destra e la sinistra, per evitare dì consumarli da un solo lato. Bisogna stornare l'attenzione da tutto quello che riguarda il destino personale e collettivo, le necessità umane, il senso della vita; si tratta di far dimenticare l'inquietudine, stimolando l'insoddisfazione (il redattore di una di queste riviste confessava: "Ci lasciano tutte le libertà, meno quella di inquietare"), facendo convergere l'attenzione dei consumatori sull'immagine ideale della ricchezza e della bellezza che scintilla nei prodotti più inutili. In questo clima, il tragico non scompare, ma cambia aspetto».

Da qualche parte abbiamo perso qualche cosa

«Quali sono i temi di questo nuovo tragico? La rivolta contro Dio? La difficoltà di convivere con gli altri? Il conflitto con i valori stabiliti? No.
Nella tragedia classica, una libertà entrava in conflitto col trascendente o con altre libertà. Oggi, noi ritorniamo più indietro, fino ad interrogarci su una vita che è priva di significato.
Di conflitti tra valori, neppure l'ombra (altro che conflitto tra libertà!), perché essi non sono né individuati né classificati (si mette in dubbio la potestà stessa di enunciarli). Quello che importa, non è quello che c'è, ma ciò che manca: da qualche parte noi abbiamo perso qualcosa. Forse noi stessi.
Eccoci dunque al nichilismo estremo: non è solo il significato ad essere contestato, ma la possibilità stessa di dare un significato, la facoltà del dire, alienata. deteriorata, e tuttavia inesauribile: contraddizione ultima – in cui culminano tutte le altre – del linguaggio e del silenzio ugualmente insopportabili: "Non voler parlare, non sapere che cosa si vuol dire, non poter fare ciò che si crede di voler dire, e tuttavia dire, o quasi, ecco quel che è importante non perdere di vista nel momento della creazione" (Samuel Bechett, «Molloy»). Risorto dalle forme volgari del comico, il tragico lo raggiunge nuovamente nell'ironia di questa costatazione. A tutti i livelli, la contestazione della vita, della possibilità di esistere in questo mondo, assume toni tragici; comico e tragico si compongono in una sola rappresentazione che ora tende al tragico perché questo è più forte.
È qui che lonesco situa il segreto dei suoi personaggi: "Gli Smith, i Martin., non sanno più parlare perché non sanno più pensare; non sanno più pensare perché hanno perso la capacità di commuoversi, non hanno più passioni, non sanno più essere, possono diventare qualunque persona o cosa, perché, non godendo di una vita propria, non sono che gli altri... Essi sono intercambiabili» (E. lonesco, "Notes et contre-notes")» (J.-M. Domenach, «Le retour du tragique», Ed. au Seuil).

Questa è l'atmosfera generale della nostra epoca, in cui gli innumerevoli cambiamenti portano più confusione che beneficio. Ecco allora il problema: quale influsso ha sui giovani?
Prima di tracciare uno schema di risposta, soffermiamoci sulla scuola e sulla famiglia.

IL GRUPPO COME ESPERIENZA VIVA DI CHIESA

Non è possibile una vera esperienza di Chiesa se non attraverso una viva appartenenza a comunità «profetiche», a gruppi d'impegno. L'esperienza di gruppo è punto di unificazione di ogni progetto pastorale ed è contemporaneamente momento di intensa formazione. Ma non è il gruppo «comunque» che diventa perno attorno cui muovere i vari contenuti e luogo ottimale di fermentazione di ogni proposta catechistica e liturgica.
Per realizzare un gruppo che sia carico di densità educativa-pastorale, si richiede:

• accettazione delle leggi della dinamica di gruppo, come metodo abituale della gestione dei gruppi;
• conversione dell'educatore in animatore (passaggio cioè da un ruolo autoritario di proposte estrinsicistiche di valori, sulla linea maestro-alunno, ad un ruolo di ricerca comune, in atteggiamento di devoto ascolto dell'unica Verità, mediante una guida verso il profondo di ogni comportamento ed il potenziamento della funzione di «adulto» come modello di sincerità-creatività-servizio);
• inserimento nei dinamismi psicosociologici della dinamica di gruppo del «fatto» specifico pastorale: i contenuti formativi (valori eterni) sono «dall'alto», perché sono proposta di fede; e quindi non possono scaturire solo dalla vita del gruppo;
• con relativa esigenza di qualificazione pastorale della leadership e della presenza dell'animatore;
• e con rispetto e servizio di proposta di stimolo alla persona dell'educando, anche nel contesto di spontaneità del gruppo.